25 aprile, libertà e geografia della storia. Elena Tempestini.

Nel mondo moderno, il 25 aprile è universalmente riconosciuto come simbolo di libertà e di fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, ma se guardiamo più a fondo, emerge un legame sorprendente tra la data, la scoperta di nuovi mondi e il concetto stesso di libertà. Nel 1507, Martin Waldseemüller pubblicò la prima mappa con la denominazione di America, in onore di Amerigo Vespucci, definendola come “terra nuova”, un luogo sconosciuto, libero dai vincoli delle strutture politiche europee del tempo. La mappa originale è oggi conservata presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti a Washington ed è considerata la più preziosa carta geografica mai prodotta, in quanto rappresenta la vera e propria “carta d’identità” dell’America.

L’atto della denominazione di un territorio inesplorato non è solo geografico, ma profondamente politico e simbolico: stabilisce un paradigma di libertà potenziale, un orizzonte di possibilità in cui la sovranità, la cultura e le scelte umane possono essere ridefinite. Da questo punto di vista, le celebrazioni successive di liberazioni nazionali, come il 25 aprile in Italia, non sono mai semplici ricorrenze locali, ma riflettono un archetipo universale: la conquista di spazi di autonomia contro oppressioni consolidate.


Universalis Cosmographia, la mappa di Waldseemüller del 1507, raffigura le Americhe, l’Africa, l’Europa, l’Asia e l’oceano Pacifico che separa l’Asia dalle Americhe, così chiamate in onore dell’italiano Amerigo Vespucci.

Dal punto di vista geostrategico globale, questa connessione tra scoperta, libertà e memoria storica evidenzia un principio persistente: la gestione dei territori, delle risorse e delle informazioni non è mai neutra. La proclamazione di libertà o sovranità su un territorio nuovo o liberato diventa una leva strategica, poiché definisce chi detiene la capacità decisionale e, in ultima analisi, l’influenza politica ed economica. Così come Waldseemüller assegnò un nome a un continente, ogni liberazione storica, militare, politica o economica, riscrive l’ordine degli spazi e dei poteri, con effetti globali e duraturi.


 La “carta mariana” del Waldseemuller appare simbolicamente uguale al mantello della “ Madonna della misericordia “ affresco di Domenico del Ghirlandaio, conservato nella chiesa di Ognissanti a Firenze, dove sorgevano le case della famiglia Vespucci.

In questo senso, il 25 aprile e’ simbolo di un principio universale: la libertà non è un dato statico, ma un obiettivo geopolitico e umano, continuamente negoziato tra strutture di potere e aspirazioni individuali e collettive. La coincidenza della data può essere interpretata non come puro caso, ma come il riflesso di un’idea più antica e condivisa: l’emergere di nuovi spazi, fisici o simbolici, in cui l’essere umano può esercitare sovranità e autodeterminazione.

Riflettere sul 25 aprile e sulla mappa di Waldseemüller, che ha una similitudine di misure con l’affresco e il mantello della “ Madonna della Misericordia” del Ghirlandaio, conservata nella chiesa di Ognissanti a Firenze, dove un tempo sorgevano le case della famiglia Vespucci.  Ci invita a comprendere il concetto di libertà come fenomeno globale, strategico e continuo, collegando la memoria storica, la scoperta geografica e le dinamiche del potere contemporaneo in un’unica lente di analisi, con la consapevolezza che ciò che chiamiamo libertà ha sempre avuto una dimensione geopolitica, simbolica e globale.

Papa Leone XIV e i 70 anni: il simbolo di un incontro tra cattolici e ortodossi in tempo di conflitti. Elena Tempestini.

Simposio e ecumenico dei 1700 anni del concilio di Nicea. “Verso l’unità cattolica ortodossa “

Dopo il Simposio Ecumenico dedicato al 1700° Anniversario del Concilio di Nicea, di giugno, riguardo al tema “Nicea e la Chiesa del Terzo Millennio: Verso l’Unità CattolicoOrtodossa”, il 14 settembre si è celebrato il 70º compleanno di Papa Leone XIV, celebrato a Roma e che ha assunto un significato che trascende la ricorrenza personale per assumere una valenza simbolica di portata geopolitica. L’evento ci restituisce l’immagine di una cristianità che tenta di mostrarsi unita proprio mentre il contesto internazionale è attraversato da fratture e da una nuova spirale di conflitti.

La presenza simultanea delle due Chiese non è soltanto un gesto ecumenico, ma un richiamo diretto a una delle costanti della geopolitica religiosa: il tentativo di sanare la frattura fra Roma e la cosiddetta “Terza Roma”, cioè Mosca. Secondo una tradizione sviluppatasi nel XVI secolo, dopo Roma e Bisanzio, Mosca sarebbe infatti il nuovo centro spirituale del cristianesimo universale, autodefinendosi “Santa Madre Russia”, custode dell’ortodossia e della fede autentica.

Questo simbolismo risuona oggi con particolare intensità: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro territoriale, ma tocca la memoria della Rus’ di Kyiv, considerata la culla del cristianesimo slavo-orientale. Secondo la leggenda, l’apostolo Sant’Andrea avrebbe benedetto quelle terre, e proprio questa eredità storica viene ancora oggi rivendicata come parte dell’identità religiosa e geopolitica russa.

Il compleanno del Pontefice diventa così un atto di comunicazione politica. Nel momento in cui la contrapposizione fra NATO e Russia minaccia di assumere i contorni di uno scontro diretto, la foto rimanda a un’idea diversa: che le radici cristiane del continente non siano inconciliabili, e che esista uno spazio simbolico in cui Roma e Mosca possano riconoscersi almeno sul piano spirituale.

Da un punto di vista geostrategico, questo segnale è rilevante per tre ragioni:

Legittimità culturale, nel conflitto attuale, la Russia utilizza l’ortodossia come strumento identitario e politico. Mostrare cattolici e ortodossi insieme significa affermare un principio opposto: che la fede può unire, non solo dividere.

Soft power vaticano, la diplomazia della Santa Sede, storicamente capace di muoversi su piani diversi da quelli strettamente statuali, riafferma il proprio ruolo di attore indipendente e mediatore potenziale in scenari polarizzati.

Simbolismo strategico, in un mondo dove la dimensione religiosa è spesso ridotta a variabile marginale, il gesto ribadisce che le identità spirituali sono ancora strumenti decisivi nelle dinamiche di potere globale.

Non si tratta di illudersi su una riconciliazione immediata tra Roma e Mosca, ma di cogliere la forza di un’immagine che inserisce il discorso religioso dentro la grande partita geopolitica del XXI secolo. Così il 70º compleanno di Papa Leone XIV non è soltanto la celebrazione di una vita, ma un atto simbolico: ricordare che, anche quando i rapporti di forza sembrano spingere verso lo scontro, la cultura e la fede possono ancora aprire uno spazio di convergenza.

Francia, Polonia e Zapad-2025: l’altra faccia della geopolitica che crea zone d’ombra. Cosa è per Macron l’articolo 16 ?

L’Europa affronta una tensione a più livelli, dove crisi interne e esercitazioni militari si intrecciano in un quadro complesso. In Francia, il presidente Emmanuel Macron naviga in una delle peggiori crisi politiche degli ultimi decenni. In questo contesto, l’articolo 16 della Costituzione francese emerge come uno strumento potenzialmente determinante: consente al presidente di assumere poteri straordinari in caso di “gravi minacce” alla sovranità nazionale, all’integrità del territorio o al funzionamento regolare delle istituzioni. Sostenuto dall’Europa, Macron potrebbe invocarlo per consolidare la propria posizione, controllare la crisi politica interna e ritardare pressioni che potrebbero costringerlo a dimettersi, trasformando una debolezza interna in un deterrente politico.

Sul piano internazionale, la coincidenza con l’inizio delle esercitazioni Zapad-2025 tra Russia e Bielorussia non è casuale. Varsavia ha schierato 40.000 soldati lungo il confine e istituito una no-fly zone, mentre i Paesi baltici hanno adottato misure di sorveglianza analoghe. La narrazione di un attacco di droni russi in Polonia, diffusa dai media occidentali, è stata smentita da fonti locali e dalla Bielorussia, che indicano che i droni erano vaganti provenienti dall’Ucraina. Questo scenario richiama analogie con l’incidente del 2022, quando un missile ucraino colpì la Polonia e fu attribuito a Mosca, mostrando come le azioni di terzi possano essere strumentalizzate per giustificare reazioni politiche e militari.

Dal punto di vista geostrategico, Mosca non ha interesse a trascinare direttamente la NATO in un conflitto; le esercitazioni Zapad-2025 hanno principalmente valore deterrente e addestrativo, mirano a testare scenari di chiusura del corridoio di Suwałki e a proiettare forza in Kaliningrad. Tuttavia, la percezione di minaccia rafforza la posizione di leader europei come Macron, che possono giustificare misure straordinarie invocando la sicurezza continentale.

Il quadro complessivo è quindi quello di un’interconnessione tra crisi interne e dinamiche internazionali: la stabilità politica francese, la pressione militare sul fianco orientale della NATO e le manipolazioni delle narrazioni sugli incidenti transfrontalieri creano una rete di leve strategiche dove politica interna, deterrenza militare e geopolitica continentale si sovrappongono. In questo contesto, ogni mossa, dalla decisione di Macron di invocare l’articolo 16 alla gestione della crisi droni, diviene parte di un gioco di equilibri complesso, che può condizionare l’intero assetto della sicurezza europea.

Oggi l’avvio delle esercitazioni congiunte Zapad 2025 tra Russia e Bielorussia, che segnano un passaggio cruciale per la sicurezza europea. Elena Tempestini.

La Polonia con il dispiegamento di 40.000 soldati lungo i confini orientali e l’istituzione di una no-fly zone, dimostra come Varsavia consideri l’evento non un addestramento convenzionale, ma la simulazione di uno scenario di guerra ibrida ai margini del fianco orientale della NATO. A ciò si aggiungono le misure precauzionali adottate da Paesi baltici e Lettonia, che hanno limitato gli spazi aerei lungo i confini, aumentando la pressione e il livello di sorveglianza.

Il punto nevralgico resta il corridoio di Suwałki, sottile striscia di 100 km che separa l’enclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia. Kaliningrad è ormai una testa di ponte militare avanzata: sede della Flotta del Baltico, dotata di sistemi antiaerei stratificati, missili balistici a corto-medio raggio come gli Iskander, oltre a infrastrutture che, secondo analisi satellitari e rapporti specialistici, potrebbero ospitare capacità nucleari tattiche. Questo conferisce all’enclave un ruolo chiave nella proiezione di potenza russa nel Baltico e nella minaccia diretta alle linee di comunicazione terrestri e marittime della NATO.

È qui che si concentra la vulnerabilità strategica dell’Alleanza: la chiusura del corridoio isolerebbe i Paesi baltici dal resto del blocco atlantico, aprendo la via a un’offensiva terrestre e compromettendo la credibilità della deterrenza NATO. Non sorprende che le esercitazioni russe abbiano più volte simulato questo scenario, in cui il dispositivo di Kaliningrad agisce da fulcro per bloccare rinforzi occidentali e stabilire fatti compiuti.

La memoria storica pesa. Simulazioni analoghe precedettero l’invasione della Georgia nel 2008 e l’offensiva su vasta scala in Ucraina nel 2022. Oggi il messaggio è simile: le esercitazioni sono al tempo stesso addestramento militare, copertura operativa e segnale politico.

In termini geostrategici, la crisi attorno a Suwałki va oltre la dimensione regionale: è il laboratorio del confronto tra ordine occidentale e ordine multipolare. L’Occidente difende l’integrità del suo perimetro di sicurezza, mentre Mosca e Minsk intendono dimostrare che nessun confine NATO è realmente intangibile.

Chiusura delle frontiere di Polonia, Lituania

Gli scenari possibili si articolano in tre direttrici:

Contenimento controllato: la NATO rafforza pattugliamenti aerei e assetti mobili USA/UE, mantenendo alta la tensione ma confinando l’escalation; in questo caso, la probabilità di scontro aperto resta bassa se la deterrenza è credibile.

Provocazione calibrata: Mosca e Minsk testano le reazioni con incursioni di droni oltreconfine, sabotaggi o interdizioni ferroviarie locali, mantenendo l’ambiguità strategica.

Chiusura temporanea di Suwałki: il più grave degli scenari, con un’azione rapida simulata in esercitazione per trasformarla in pressione politica, che potrebbe precipitare in una crisi acuta e costringere la NATO a una risposta collettiva.

La differenza rispetto alle grandi guerre del Novecento è nella forma, non nella sostanza: allora i fronti erano lineari e dichiarati, oggi la guerra si manifesta frammentata, a blocchi, con la costante ambiguità tra esercitazione e minaccia reale. Ma il principio strategico resta immutato: il controllo delle linee di comunicazione e dei varchi decisivi determina il destino degli equilibri continentali.

Caribe rischio di guerra: perché la tensione Stati Uniti-Venezuela può ridisegnare gli equilibri mondiali. Elena Tempestini.

Stretta di mano tra Maduro e Pechino dopo aver siglato gli accordi petroliferi.

Settembre 2025 ha fatto “ scoppiare” un nuovo focolaio di crisi internazionale. Dopo i sorvoli dei jet venezuelani sulla nave americana USS Jason Dunham, la tensione tra Caracas e Washington ha raggiunto livelli altissimi: accuse di narcotraffico, minacce militari e rischi di escalation si intrecciano in un quadro che ricorda le dinamiche più dure della Guerra Fredda.

Dal gennaio 2025, la Russia ha intensificato il sostegno a Nicolás Maduro: addestramento militare, forniture di armi e l’apertura a Maracay di un impianto Rostec per la produzione di munizioni e kalashnikov. Un rafforzamento che si inserisce nel più ampio quadro della cooperazione BRICS e che segnala la volontà di Mosca di radicarsi nel cuore dei Caraibi.

Parallelamente, la Cina ha colto il vuoto lasciato dalle major occidentali: attraverso la CCRC ha investito un miliardo di dollari in giacimenti venezuelani, siglando con Caracas un contratto ventennale di condivisione della produzione. In un Paese con le più grandi riserve di greggio al mondo, isolato e sotto sanzioni, la mossa di Pechino è tanto economica quanto strategica: consolidare la sua proiezione nel Sud globale e legare a sé un attore fragile ma ricco di risorse.

A complicare il quadro, la contesa sull’Essequibo. Dopo la vincita del Venezuela con il referendum del 2023, Caracas ha ottenuto formalmente due terzi del territorio della Guyana, intensificando provocazioni navali e operazioni ibride. Un’area che, con i suoi giacimenti offshore e i traffici criminali, è divenuta nuovo epicentro di rischi globali. Nelle ultime settimane la crisi si è aggravata:

Il 2 settembre 2025: strike degli Stati Uniti, contro una lancia legata al cartello Tren de Aragua, con 11 vittime. Caracas ha detto che è omicidio extragiudiziario, Washington risponde con lotta al narco-terrorismo. Il 4 settembre: due F-16 venezuelani sorvolano la USS Jason Dunham in acque internazionali. Il Pentagono denuncia una provocazione “altamente pericolosa”. Il 5 settembre: Trump avverte che qualsiasi velivolo ostile sarà abbattuto e ordina il dispiegamento di 10 F-35 a Porto Rico. Da oggi 8 settembre: Maduro ha mobilitato milizie e riservisti, aumentando da 10.000 a 25.000 le truppe schierate lungo coste e frontiere strategiche. La regione caraibica torna così ad essere terreno di confronto tra grandi potenze.

Per gli stati Uniti , la crisi è parte della guerra contro i cartelli, ma anche un messaggio di forza verso la Russia e la Cina. Per Mosca e Pechino, il Venezuela è un avamposto: energia, influenza e capacità di minacciare l’America. Per Caracas, è questione di sopravvivenza del regime, giocata sulla leva del petrolio e sull’appoggio esterno.

A tutti gli effetti la crisi stati Uniti -Venezuela non è solo regionale: tocca equilibri globali, mercati energetici e dinamiche criminali transnazionali. La spirale militare in corso aumenta il rischio di un conflitto diretto, con potenziali destabilizzazioni dal Caribe fino al Sud America. In questo scenario, la domanda cruciale è se prevarrà la logica dello scontro o quella della diplomazia. Perché il Venezuela, oggi, rischia davvero di diventare il nuovo epicentro di una guerra globale a bassa intensità.

Guerra silenziosa per l’acqua: tra energia, tecnologia, AI, logistica militare e potere globale. Elena Tempestini.

La transizione energetica è spesso narrata come sfida tecnologica e finanziaria. Dietro ogni batteria al litio, turbina eolica o semiconduttore si nasconde una risorsa strategica troppo spesso ignorata: l’acqua. Non è un semplice bene naturale, ma un “collo di bottiglia strategico” che determina la velocità e la sostenibilità del cambiamento energetico.

Se nel Novecento la geopolitica ruotava attorno al petrolio, oggi la pressione si sposta verso bacini idrici, falde e fiumi. L’acqua diventa il campo di battaglia invisibile della transizione, capace di decidere chi controlla catene del valore e infrastrutture critiche.

L’estrazione di litio, cobalto e terre rare richiede enormi quantità d’acqua: una tonnellata di litio implica l’evaporazione di fino a due milioni di litri. Chi controlla miniere e fonti d’acqua domina filiera delle batterie, mobilità elettrica e logistica militare.

Il conflitto per l’acqua è già visibile: in Africa australe, Congo e Zambia sottraggono risorse idriche alle province agricole per sostenere l’industria mineraria. Questi non sono scenari periferici, ma veri choke-point geoeconomici, vulnerabili a instabilità, rivolte o sabotaggi.

L’acqua è centrale anche per la potenza militare: raffredda data center, alimenta impianti nucleari e semiconduttori, sostiene basi operative in deserti e aree artiche, garantisce propulsione navale e logistica delle flotte. Le città stesse, retrovie strategiche, dipendono dall’acqua: senza approvvigionamenti collassano sistemi energetici e catene della difesa.
La hydro-diplomacy emerge come strumento di deterrenza e soft power: chi impone regole, quote e infrastrutture di gestione ottiene dominio simile al controllo di uno stretto marittimo. Esempi: tensioni Iran–Talebani sul fiume Helmand; accordi di Oslo e trattato Israele–Giordania; bacino del Nilo e diga del GERD in Etiopia, oppure la diga cinese di Motuo sul fiume Yarlung Zang Po (Brahmaputra) nel Tibet, che si teme possa ridurre la disponibilità d’acqua e generare instabilità geopolitica per l’India.
L’acqua è al centro di una guerra silenziosa, economica e strategica, che definisce rapporti di forza globali. Non è solo bene vitale, ma risorsa che sostiene transizione energetica, logistica militare e sovranità tecnologica. Chi controllerà l’acqua controllerà energia, infrastrutture critiche e difesa. Controllerà il futuro.

La nuova geografia del potere, un gioco di geometrie variabili. Le due facce della stessa medaglia: Caucaso e Mediterraneo, il corridoio di Zangezur e la rottura turca con Israele. Elena Tempestini

La firma di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian segna una svolta storica in un conflitto trentennale. La normalizzazione delle relazioni bilaterali si concentra su un nodo cruciale: il corridoio di Zangezur, arteria strategica che dovrebbe connettere direttamente l’Azerbaigian con la sua exclave del Nakhchivan, e da lì con la Turchia.

Il corridoio non è solo un tracciato logistico: rappresenta un corridoio geopolitico multilivello.

Per Washington, significa stabilizzare il Caucaso meridionale e limitare l’influenza russa, sempre più logorata dalla guerra in Ucraina.

Per Ankara, è la realizzazione del sogno panturco, un collegamento terrestre ininterrotto con l’Asia Centrale che aggira l’Iran e consolida la “via anatolica” delle nuove rotte energetiche e commerciali.Per Mosca, rappresenta una perdita di centralità: il Cremlino era tradizionalmente garante di sicurezza nella regione, ma oggi appare marginalizzato.

Per l’Unione Europea, significa diversificazione energetica: gas e risorse del Caspio raggiungerebbero l’Europa via Caucaso–Anatolia, riducendo la dipendenza da Mosca.

La pace tra Erevan e Baku, favorita da pressione americana, si colloca quindi in un più ampio disegno strategico multilaterale, nel quale gli Stati Uniti si propongono come stabilizzatori regionali, ma Ankara mira a capitalizzare con un ruolo egemonico diretto.

Mentre consolida la propria influenza nel Caucaso, la Turchia ha compiuto un gesto di rottura radicale con Israele: chiusura di cieli e porti, sospensione delle relazioni economiche e commerciali, definizione morale delle azioni israeliane come genocidio.

Il gesto ha tre livelli di lettura:

Militare–strategico: il controllo dello spazio aereo e marittimo è un’arma geopolitica non convenzionale. Limitare l’accesso a Israele significa dimostrare che Ankara è in grado di influenzare gli equilibri operativi e logistici del Mediterraneo orientale.

Economico: la rottura ha azzerato un interscambio che nel 2023 valeva quasi 7 miliardi di dollari. Israele ha reagito cercando mercati alternativi (Egitto, Giordania, Marocco), ma la mossa turca segnala che Ankara è pronta a sacrificare dividendi commerciali in nome della proiezione politica.

Simbolico–politico: Erdogan mobilita la narrativa morale per accreditarsi come leader del mondo islamico, posizionandosi come antitesi a Israele e ponendosi in concorrenza con Arabia Saudita, Egitto e Iran nel campo della rappresentanza palestinese.

L’apparente contraddizione è evidente: da un lato, Ankara si muove contro Israele con un’azione di isolamento totale; dall’altro, resta convergente con Tel Aviv nel Caucaso, attraverso l’appoggio all’Azerbaigian e la promozione del corridoio di Zangezur.

Questo paradosso va letto come un gioco di geometrie variabili:

La Turchia non agisce per alleanze fisse, ma per teatri funzionali.

Nel Caucaso, la convergenza con Israele è indiretta e mediata da Baku: il rafforzamento dell’Azerbaigian consolida sia l’asse turco–panturco, sia gli interessi israeliani (energia, sicurezza contro l’Iran).

In Medio Oriente, la Turchia si propone invece come avversario frontale di Israele, in una dinamica a somma zero che privilegia la dimensione politica e morale sulla cooperazione pragmatica.

La Turchia mostra di saper usare strumenti diversi (militari, economici, commerciali e simbolici) come armi di potere ibrido. La chiusura dello spazio aereo non è solo diplomazia, ma un atto di coercizione indiretta.

Nel Caucaso, il Cremlino non è più l’arbitro. Armenia e Azerbaigian siglano una pace con mediazione americana, e la Turchia emerge come attore di riferimento. 

Tel Aviv si trova a dover diversificare approvvigionamenti ed alleanze. Ma non rinuncia all’asse con Baku, dove gli interessi energetici e di sicurezza restano vitali.

Washington appare come il grande regista che, da un lato, incoraggia la pace caucasica, dall’altro, osserva il conflitto Turchia–Israele come variabile da gestire senza compromettere la stabilità regionale.

Le due vicende, la pace caucasica e la rottura con Israele, non sono episodi separati, ma tasselli di una stessa strategia turca: presentarsi come architetto multipolare capace di agire su più scacchieri contemporaneamente, nel Caucaso, consolida la direttrice panturca e accresce il suo ruolo energetico; nel Mediterraneo, si accredita come leader islamico e avversario morale di Israele; nello scenario globale, dimostra che la Turchia non è più un attore secondario della NATO, ma una potenza autonoma che esercita influenza combinando forza militare, strumenti economici e narrativa politica.

In questo quadro, il corridoio di Zangezur e la chiusura dei cieli a Israele appaiono come due facce della stessa medaglia: l’affermazione di Ankara come potenza regionale con ambizioni globali, capace di ridisegnare le mappe della sicurezza e delle alleanze.

“TRIPP contro Zangezur: la partita che può cambiare Eurasia e Mediterraneo”. Elena Tempestini.

Scomparso il territorio del Nagorno-Karabakh tra l’Armenia e l’Arzebaijan, Mosca prevedeva la riapertura di collegamenti e un corridoio attraverso la provincia armena di #Syunik, il corridoio di Zangezur, collegando direttamente l’Azerbaigian con l’exclave di Nakhchivan e quindi con la Turchia, tagliando l’Armenia da sud a nord. Ma non è solo una questione locale #Armenia–#Azerbaigian: è un check point eurasiatico che tocca equilibri tra #Russia, #Turchia, #Iran, #Cina e #UE. Uno dei motivi perché Trump voleva a tutti i costi mediare la pace tra Armenia e Arzebaijan?
Il corridoio, per l’Arzebaijan può cambiare le rotte energetiche e commerciali, rafforzando la posizione di Baku come hub energetico e logistico, connettendolo direttamente alla Turchia.
Per la Turchia Il corridoio completerebbe la sua visione pan-turanica, il corridoio Zangezur = ponte verso l’Asia centrale. Praticamente sarebbe una via diretta Ankara-Baku-Caspio-Asia Centrale, fuori dal controllo russo e iraniano.
Per la Russia, che è mediatrice interessata a mantenere la presenza militare come garante del corridoio, il rischio di Mosca è che il corridoio riduca il suo leverage sull’Armenia e accresca quello turco.
Per l’Iran è uno dei punti più ostili, perderebbe l’unico confine terrestre con l’Armenia, suo corridoio verso l’Europa. Teheran vede il progetto come una “linea rossa strategica”: teme l’isolamento e la rottura del suo asse con Caucaso e Russia.
Per la Cina sarebbe un corridoio caucasico Turchia–Caspio–Asia Centrale che potrebbe accelerare il bypass di Russia e Iran.
Gli Stati Uniti sostengono Armenia, soprattutto dopo l’indebolimento della protezione russa: Washington appoggia i progetti di Middle Corridor (Trans-Caspian), ma non a costo di destabilizzare l’Armenia. La logica americana è di evitare vuoti strategici che rafforzino avversari sistemici, pur senza impegnarsi in nuove “guerre infinite”.
Praticamente a fine agosto 2025 vediamo trasformazioni dall’Africa al Caucaso, che mostrano con chiarezza come le dinamiche regionali siano parte di un’unica competizione sistemica tra grandi potenze.
Quindi il Sahel si conferma un laboratorio del potere Russo? Dopo il ritiro ufficiale del gruppo Wagner, la Russia ha accelerato la statizzazione della sua presenza paramilitare, consolidando l’Africa Corps, puntando a una rete di 20–30 basi militari operative tra Mali, Burkina Faso, Niger e Centrafrica: un vero sistema di proiezione militare e politica.
Quindi la partita resta aperta: ogni mossa mette al centro il corridoio di #Zangezur che può riaccendere conflitti, Africa, Caucaso, Medio Oriente e Indo-Pacifico non sono più scenari separati, ma capitoli dello stesso confronto multipolare.
Per l’Europa e l’Italia, la sfida è comprendere come queste dinamiche, sicurezza energetica, rotte commerciali, accesso a minerali critici, influenzino direttamente la propria autonomia strategica.

Federico Faggin: il genio italiano che ha rivoluzionato la tecnologia e ha detto “no” a Steve Jobs. Elena Tempestini.

Federico Faggin: il genio italiano che ha rivoluzionato la tecnologia e ha detto “no” a Steve Jobs Un ritratto tra innovazione tecnologica, visione filosofica e avvertimenti sull’Intelligenza Artificiale Venerdì 8 agosto 2025, il Corriere della Sera ha voluto celebrare uno dei più grandi innovatori italiani della storia moderna: Federico Faggin. Nato a Vicenza nel 1941, Faggin è stato il cuore pulsante di alcune delle invenzioni che hanno plasmato la nostra era digitale, incarnando quella commistione di genio tecnico e visione umanistica che pochi riescono a raggiungere. Dopo aver conseguito la laurea in fisica all’Università di Padova, Faggin si trasferì negli Stati Uniti nel 1970, entrando in Intel dove guidò il progetto di sviluppo del primo microprocessore commerciale al mondo, l’Intel 4004, nel 1971. Questa invenzione non fu semplicemente un progresso tecnologico, ma il fondamento dell’architettura di calcolo che avrebbe dato vita all’informatica personale e, in ultima analisi, all’intero ecosistema digitale contemporaneo. Per questo motivo, Faggin è universalmente riconosciuto come il “padre del microprocessore”, ruolo che lo ha portato a ricevere la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation nel 2010, consegnata dal Presidente della Casa Bianca.

La rivoluzione tecnologica che Faggin ha contribuito a inaugurare passa attraverso il silicio, materiale chiave che ha permesso la miniaturizzazione e la diffusione di miliardi di dispositivi elettronici, dando forma alla Silicon Valley, il fulcro mondiale dell’innovazione. Tra le sue molteplici imprese, spicca l’invenzione del touch screen, una tecnologia che oggi usiamo quotidianamente ma che allora era ancora in nuce. Curiosamente, quando Steve Jobs, fondatore di Apple, gli propose di sviluppare questa tecnologia per i suoi dispositivi, Faggin rifiutò, scegliendo invece di seguire altre sfide creative e imprenditoriali. Anni prima, aveva già incrociato la strada di un giovane ventenne, Bill Gates, animato da grande ambizione e curiosità tecnologica. Ma la grandezza di Faggin non si limita al campo tecnologico. In interviste e conferenze, ha spesso condiviso riflessioni profonde che intrecciano scienza, spiritualità e filosofia. Racconta di aver vissuto un’esperienza extracorporea che gli ha permesso di percepire una unità profonda con il “Tutto”, un sentimento che lo ha portato a concepire l’universo come manifestazione di un “Uno” desideroso di conoscere se stesso. Una intuizione che lo ha spinto a fondare, nel 2011 assieme alla moglie, una fondazione per lo studio scientifico della coscienza. In un’intervista a RED-EYE, ha affermato che formare l’intelligenza umana richiede anche coltivare il “gut feeling“, quell’intuito che ci permette di scegliere la nostra strada, e dare risalto al concetto di coscienza, e non solo celebrare la mente analitica. Concetti che ritroviamo nei più grandi scienziati: da Tesla, Einstein, alla “risonanza olistica olografica” del fisico David Bohm fino a Stephen Hawking che ha dedicato la sua vita alla ricerca della “Teoria del Tutto”, la quale emerge come uno dei pilastri fondamentali nell’arduo tentativo umano di penetrare le leggi che orchestrano l’universo in modo completo e armonico. Faggin si rispecchia in una visione olistica che riflette nel suo approccio alla tecnologia e alla società: ma mette in guardia contro i rischi dell’Intelligenza Artificiale, soprattutto se usata senza coscienza. Secondo lui, un uso irresponsabile dell’AI rischia di ampliare il divario tra chi detiene il potere e chi ne è privo. D’altro canto, un’applicazione etica e consapevole può trasformare l’AI in un potente strumento di crescita collettiva e innovazione condivisa. Le parole di Faggin ci ricordano un insegnamento essenziale, valido per la tecnologia, il mondo delle imprese e la vita quotidiana: “la vera innovazione nasce dall’unione tra intelligenza tecnica e consapevolezza umana.” Faggin è’ stato il padre del microprocessore Intel 4004, sviluppato nel 1971, rappresenta una pietra miliare nella storia dell’informatica, aprendo la strada a computer personali, smartphone e sistemi intelligenti. La Silicon Valley nella quale Faggin si è trasferito nel 1968 deve molto a queste innovazioni, che hanno trasformato la California nel cuore pulsante della tecnologia globale. Il rifiuto di Faggin alla proposta di Steve Jobs per sviluppare il touch screen sottolinea la sua indipendenza e il suo orientamento verso sfide meno mainstream, che hanno comunque segnato il futuro. Le sue riflessioni spirituali e filosofiche sono rare tra gli scienziati di alto profilo di oggi e offrono un’importante prospettiva interdisciplinare su tecnologia e umanità. Il dibattito sull’AI e le sue implicazioni sociali e etiche è tra i più rilevanti per il nostro futuro, e la voce di Faggin aggiunge autorevolezza e profondità al tema. Elettra Pucci analista e divulgatrice in tecnologica e innovazione strategica e Scienze dei Dati.

Zia Caterina e il Taxi 25: la storia di una donna che ha trasformato un taxi in un messaggio di speranza

Zia Caterina con una sua piccola viaggiatrice

Non solo a Firenze,  ma in tutta Italia il nome di Zia Caterina è diventato sinonimo di coraggio, amore e solidarietà. Attraverso il suo Taxi 25, un veicolo coloratissimo con tanti disegni è ormai un simbolo cittadino. Ha raccontato al mondo intero che anche un gesto quotidiano come un viaggio in taxi può trasformarsi in un’esperienza di umanità e di vicinanza. La sua storia merita di essere ricordata e compresa, non solo per la sua dimensione personale, ma anche per l’impatto sociale e culturale che ha generato.

Zia Caterina, all’anagrafe Caterina Bellandi, è una donna fiorentina che ha saputo convertire un dolore personale in un’opera di bene. Dopo la perdita del compagno Stefano, tassista di professione, Caterina decise di raccoglierne l’eredità, guidando lei stessa il taxi numero 25. Non lo fece come scelta professionale in senso stretto, ma come atto d’amore: il taxi sarebbe diventato un luogo di incontro, un mezzo per accogliere persone, storie, sorrisi e soprattutto bambini malati, ai quali Caterina avrebbe dedicato la sua missione.

Zia Caterina con l’Autrice del suo libro Taxi 25 Alessandra Cotoloni e la giornalista Elena Tempestini, durante
“Corri la Vita”, manifestazione fiorentina che unisce sport, cultura e solidarietà per sostenere la lotta contro il tumore al seno e promuovere la prevenzione.

Il Taxi 25 di Firenze non è un taxi qualunque. Il numero 25 non è casuale: era quello del taxi del compagno Stefano, che lei ha voluto continuare a guidare come segno di memoria e di continuità. Da allora, Taxi 25 è diventato un segno distintivo di resistenza, amore e comunità. Caterina lo ha trasformato in un laboratorio mobile di gioia, decorandolo con colori, pupazzi, messaggi di speranza e simboli di allegria. L’obiettivo è sempre stato chiaro: donare un sorriso e un momento di leggerezza ai “supereroi”, come Caterina chiama i bambini malati di tumore o gravi patologie, e alle loro famiglie alle quali non solo dedica tempo e amore, ma gli sta accanto sempre. 

La storia di Zia Caterina non è solo personale, ma assume anche un valore sociale. Attraverso il Taxi 25: ha promosso la cultura della solidarietà attiva, dimostrando come ognuno può dare il proprio contributo;

Presentazione del libro di zia Caterina nelle sale della Regione Toscana

ha reso visibile la condizione dei bambini malati e delle loro famiglie, troppo spesso invisibili nel dibattito pubblico;

ha costruito una rete comunitaria attorno alla sua figura, diventando punto di riferimento per cittadini, volontari e istituzioni.

Dal punto di vista accademico, il caso di Zia Caterina rappresenta un esempio di welfare dal basso: iniziative nate dall’individuo che, senza fondi istituzionali iniziali, riescono a generare impatto sociale e culturale diffuso.

Alessandra Cotoloni insieme a Elena Tempestini

Il messaggio di Zia Caterina è arrivato ben oltre Firenze. Il Taxi 25 è stato raccontato da giornali, televisioni, eventi pubblici e pubblicazioni, è’ stata accolta in Costiera Amalfitana come una eroina, e’ diventata un simbolo di resistenza urbana, capace di mostrare come una città possa trasformarsi grazie a una singola esperienza di cittadinanza attiva.

Basta digitare il nome “Zia Caterina Taxi 25 Firenze” ed oggi si trova ovunque, non solo come curiosità locale, ma come storia di ispirazione globale, legata a valori di solidarietà, comunità e impegno civile. 

La storia di Zia Caterina e del suo Taxi 25 ha offerto al mondo una lezione: un taxi può essere molto più di un mezzo di trasporto; può diventare un simbolo di vita, di sorriso nel buio, di resistenza e sopratutto di speranza.