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Rifiuti spaziali: D-Orbit azienda italiana leader per la rimozione dei rifiuti spaziali e progettazione di servizi di edge computing. Di Elena Tempestini

Detriti spaziali

Lo spazio non è solo un affascinante tetto di stelle ma anche una discarica crescente di detriti. I rifiuti spaziali si sono rivelati con l’incremento delle attività sia da parte delle agenzie governative che delle aziende private, producendo “rifiuti tecnologici” abbandonati in orbita.

Ma che cosa sono esattamente i rifiuti spaziali?

In termini semplici, i rifiuti spaziali sono oggetti artificiali in orbita attorno alla Terra che non sono più in uso o necessari. Nei detriti vi sono inclusi vecchi satelliti, parti di razzi, e persino piccoli frammenti di materiale prodotti da collisioni o esplosioni. I rifiuti spaziali rappresentano un rischio di collisione con i satelliti funzionanti e le stazioni spaziali. A causa delle alte velocità a cui orbitano, anche un piccolo frammento di detrito può causare danni significativi a un satellite. Questo rischio richiede costanti manovre evasive, risorse di tempo e sopratutto risorse economiche.

Rifiuti spaziali

La crescita della quantità di rifiuti spaziali può anche limitare l’accesso allo spazio. Un grande accumulo di detriti in specifiche orbite potrebbe rendere inutilizzabili alcune aree, limitando il lancio di nuovi satelliti.

In ultimo esiste anche il rischio che i detriti cadano sulla Terra. Sebbene molti brucino nell’atmosfera prima di avere impatto con la superficie terrestre.

Come possiamo risolvere il problema dei rifiuti spaziali?

Luca Rossettini, Ceo e fondatore di D-Orbit: L’European Inventor Award ha nominato il co-fondatore di D-Orbit quale finalista per lo sviluppo del sistema capace di ripulire lo spazio dai detriti

La D-Orbit, e’ un’azienda spaziale italiana, che lavora alle soluzioni per pulire l’orbita terrestre. Un’azienda che sta lavorando per affrontare delle nuove sfide per costruire l’infrastruttura digitale del futuro nello spazio.

Allo studio ci sono diverse strategie per affrontare il problema dei rifiuti spaziali: dallo sviluppo di satelliti che “raccolgono” i rifiuti, a tecnologie per “spingere” i detriti fuori dall’orbita. Molte di queste tecnologie sono ancora in fase di sviluppo e richiedono sia volontà politica che consistenti investimenti per essere realizzate.

La missione di D-Orbit e’ di andare oltre, l’azienda sta investendo “nell’edge computing”, un approccio tecnologico rivoluzionario che sposta l’elaborazione dei dati più vicino alla fonte dove vengono generati, in questo caso, nello spazio. Nella pratica l’edge computing è uguale ad usare un server per il nostro smartphone o computer, più vicino si trova e più veloci sono le informazioni che ci arrivano. Questo comporta un enorme risparmio di tempo e risorse, poiché i dati non devono più essere trasmessi alla Terra per essere elaborati.

Edge computing

Ma cosa significa tutto questo per noi?

Molto semplicemente, migliora tutti i nostri accessi quotidiani che usiamo sulla terra, dalla meteorologia spaziale alle precauzioni del tempo, dai servizi di navigazione satellitare, alle missioni scientifiche. Una migliore gestione dei dati spaziali può significare previsioni meteo più accurate, aumentando la sicurezza durante eventi meteorologici estremi. Può portare a miglioramenti nell’agricoltura di precisione, contribuendo a migliorare le condizioni della popolazione mondiale. Può persino condurre a nuove scoperte scientifiche, approfondendo la nostra comprensione dell’universo.

Nello spazio, come sulla Terra, l’infrastruttura digitale è fondamentale. Così come le nostre reti di comunicazione terrestri ci permettono di connetterci, lavorare, apprendere, e molto altro, l’infrastruttura digitale dello spazio ci permetterà di migliorare la qualità della vita qui sulla Terra, esplorare nuove frontiere e assicurare un futuro più sicuro e sostenibile per il nostro pianeta.

Lavorare per rendere lo Spazio un luogo migliore e più accessibile e’ una grande sfida, l’Italia sta sicuramente emergendo come una delle nazioni leader nel settore della tecnologia e dell’innovazione spaziale.

Negli ultimi anni, la nostra Nazione ha investito notevolmente nel settore spaziale attraverso agenzie statali come l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e imprese private innovative. Queste organizzazioni stanno lavorando per lo sviluppo di tecnologia e servizi spaziali avanzati, dalla progettazione e produzione di satelliti, all’esplorazione planetaria, al monitoraggio climatico e ambientale.

Metereologia spaziale

La D-Orbit si sta affermando come uno dei leader mondiali nella gestione dei detriti spaziali, contribuendo a rendere lo spazio un ambiente più sicuro e sostenibile per tutti. Avanguardia ed eccellenza del settore aereo spaziale italiano, terza nazione al mondo nel settore satellitare. L’Italia sta contribuendo al progresso di soluzioni innovative per problemi complessi.

Firenze rafforza il dialogo economico con la Turchia: imprese, istituzioni e diplomazia insieme per costruire nuove opportunità. Elena Tempestini

Una serata che ha confermato quanto le relazioni economiche tra Italia e Turchia rappresentino oggi uno degli assi più dinamici del Mediterraneo. L’incontro promosso dall’Associazione Imprenditoriale Italo Turca (AIIT) promossa dall’Avvocato Nicola Cecchi Consigliere dell’Associazione. Firenze è il luogo nel quale rappresentanti delle istituzioni, del sistema imprenditoriale, della finanza, della ricerca e dell’informazione, hanno potuto vivere un momento di confronto sulle prospettive di cooperazione tra i due Paesi.

Tra gli ospiti di maggiore rilievo era presente Elcin Barker Ergun, CEO, Amministratore Delegato del Gruppo Menarini, manager di origine turca alla guida di una delle più importanti realtà farmaceutiche italiane, simbolo di una leadership internazionale capace di coniugare innovazione, ricerca e visione globale. Accanto a lei numerosi esponenti del mondo economico Turco e toscano, tra cui Giuseppe Salvini, Segretario Generale della Camera di Commercio di Firenze, Massimo Manetti, Presidente della Camera di Commercio di Firenze, Aldo Cursano, Presidente di PromoFirenze e Confcommercio Toscana, Leonardo Bandinelli, Direttore Generale di Confindustria Toscana Centro e Costa, Francesco Bechi, Presidente di Federalberghi Firenze, oltre a rappresentanti di importanti imprese, del mondo legale, dell’ingegneria, della finanza e dei media. La presenza del Direttore della RAI Toscana Giovanni Iannelli, del Presidente di SACE Guglielmo Picchi, insieme a numerosi imprenditori e professionisti, ha confermato il carattere multidisciplinare dell’iniziativa, nella quale economia, diplomazia e informazione si sono incontrate per favorire nuove reti di collaborazione. Personalmente è’ stata un’occasione preziosa per approfondire il ruolo crescente della Turchia negli equilibri economici e geopolitici del Mediterraneo allargato. In un contesto internazionale segnato da profonde trasformazioni delle catene del valore, della logistica e degli approvvigionamenti energetici, il rafforzamento delle relazioni economiche tra Italia e Turchia assume un significato strategico che va ben oltre gli scambi commerciali rappresenta un investimento sul dialogo, sulla competitività e sulla costruzione di un ponte stabile tra Europa e Mediterraneo. Martedì 15 luglio la delegazione visiterà, grazie alla Città Metropolitana di Firenze, la splendida Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi, capolavoro affrescato da Benozzo Gozzoli. Il ciclo pittorico richiama il Concilio di Firenze (1438-1439), convocato per perseguire la riunificazione delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, un evento che contribuì in modo determinante alla nascita dell’Umanesimo e del Rinascimento fiorentino. In quell’occasione il Patriarca di Costantinopoli, Giuseppe II, giunto a Firenze per partecipare ai lavori conciliari, morì in città ed è sepolto nella Basilica di Santa Maria Novella.

Elcin Barker Ergun, CEO, Amministratore Delegato del Gruppo Menarini,
Affresco della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi
Il Patriarca di Costantinopoli Giuseppe II,  seppellito nella chiesa di Santa Maria Novella

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Florence Strengthens Economic Ties with Türkiye: Business, Institutions and Diplomacy United to Build New Opportunities

An evening that reaffirmed how economic relations between Italy and Türkiye have become one of the most dynamic pillars of the Mediterranean region. The event, organized by the Italian-Turkish Business Association (AIIT) Promoted by lawyer Nicola Cecchi, Member of the Association. In Florence brought together leading representatives from public institutions, industry, finance, research and the media, creating an important forum to discuss future opportunities for cooperation between the two countries.

Among the distinguished guests was Elcin Barker Ergun, Chief Executive Officer of the Menarini Group. A Turkish-born executive leading one of Italy’s foremost pharmaceutical companies, she represents an outstanding example of international leadership driven by innovation, scientific excellence and a global vision.

The event also welcomed prominent figures from Tuscany’s institutional and business communities, including Giuseppe Salvini, Secretary General of the Florence Chamber of Commerce; Massimo Manetti, President of the Florence Chamber of Commerce; Aldo Cursano, President of PromoFirenze and Confcommercio Toscana; Leonardo Bandinelli, Director General of Confindustria Toscana Centro e Costa; Francesco Bechi, President of Federalberghi Firenze; together with representatives from major companies, the legal profession, engineering, finance and the media.

The participation of Giovanni Iannelli, Director of RAI Toscana, and Guglielmo Picchi, President of SACE, alongside numerous entrepreneurs and professionals, further highlighted the multidisciplinary nature of the event, where business, diplomacy and communication converged to foster new strategic partnerships.

I was also honoured to take part in the event as Elena Tempestini, journalist, author, and analyst of international geopolitics and strategic studies. It provided a valuable opportunity to discuss Türkiye’s increasingly significant role in the geopolitical and economic landscape of the wider Mediterranean.

At a time when global supply chains, logistics networks and energy security are undergoing profound transformation, strengthening economic cooperation between Italy and Türkiye goes far beyond expanding trade. It represents a strategic investment in dialogue, competitiveness and the creation of a stable bridge between Europe and the Mediterranean.

On Tuesday, 15 July, the delegation will visit the magnificent Chapel of the Magi at Palazzo Medici Riccardi, thanks to the hospitality of the Metropolitan City of Florence. The chapel, frescoed by Benozzo Gozzoli, commemorates the Council of Florence (1438–1439), convened to pursue the reunification of the Eastern and Western Churches, an event that played a decisive role in the rise of Renaissance Humanism. During the Council, Patriarch Joseph II of Constantinople, who had travelled to Florence to take part in the proceedings, died in the city and was buried in the Basilica of Santa Maria Novella.

Considerare: il valore dimenticato dello sguardo. Elena Tempestini

Viviamo nell’epoca degli aforismi, li ripetiamo, li condividiamo, li mettiamo sui social e li trasformiamo in slogan. “La bellezza salverà il mondo” e “Non ti curar di loro, ma guarda e passa” sono i più conosciuti ed abusati. Ma ci siamo mai chiesti se ne comprendiamo davvero il significato?
Le grandi frasi hanno un destino curioso, più vengono pronunciate, più rischiano di svuotarsi restando parole nelle quali scompare il pensiero.
Quando Dostoevskij scrive che «la bellezza salverà il mondo», non sta parlando dell’estetica, non celebra il bello come ornamento della vita. Attraverso il principe Myškin, il protagonista de L’Idiota, descrive un uomo incapace di odiare, disposto a vedere nell’essere umano una dignità che gli altri non riescono più a riconoscere. Per questo viene considerato un ingenuo, un debole, un idiota. Eppure è proprio quella sua apparente fragilità a rappresentare la vera forza più rivoluzionaria.
La bellezza di cui parla Dostoevskij è una scelta morale, la capacità di non lasciarsi deformare dal rancore, il coraggio di non restituire il male ricevuto. È continuare a rivolgere lo sguardo verso ciò che costruisce, quando tutto intorno invita a distruggere.
In fondo è un pensiero che attraversa tutta la filosofia occidentale. Platone identificava il bello con il bene e con il vero, il mondo greco lo sintetizzava nell’ideale del kalòs kaì agathòs dove il bello e il buono non erano realtà separate, ma l’espressione della stessa armonia dell’essere. Ciò che è autenticamente bello eleva l’uomo, lo conduce fuori dalla caverna delle apparenze e lo orienta verso la verità.
Simone Weil scriveva che l’attenzione è la forma più pura della generosità. Dare attenzione significa riconoscere l’esistenza dell’altro senza volerla piegare al proprio interesse. Non è un caso che il verbo considerare derivi dal latino considerare, composto da cum e sidera, significa rivolgere lo sguardo alle stelle, osservare con profondità prima di formulare un giudizio. Considerare qualcuno significa concedergli il tempo della nostra attenzione, riconoscerne la dignità, sospendere il pregiudizio. In fondo è questo il senso più autentico della bellezza, scegliere dove posare lo sguardo. Perché ciò che decidiamo di considerare, poi lentamente, finisce anche per trasformarci.
Per questo, personalmente faccio fatica a credere che quella frase venga davvero compresa. Intorno a noi vedo troppo spesso risentimento, livore, invidia, aggressività. Talvolta sono espliciti; altre volte si nascondono dietro il linguaggio della virtù, della correttezza o persino della gentilezza. Cambiano le forme, ma non cambia la sostanza.
Una persona autenticamente serena raramente sente il bisogno di combattere o di competere con qualcuno per esistere. Non costruisce la propria identità “ gareggiando” con gli altri. Non prova soddisfazione nel pontificare, nell’’avere sempre qualcosa da ridire, nel triangolare cioè fare in modo di dividere o nel seminare sospetto. Chi vive in pace con sé stesso non ha bisogno di alimentarsi di nessun tipo di conflitto.


Considerare” le stelle significa osservare profondamente. Dal latino cum (con) e sidus (stella), l’etimologia ci ricorda l’atto antico di scrutare il cielo per orientarsi, riflettere e cercare la giusta direzione. Con – Sidera stare dare attenzione e imparare la lezione


Anche la fisiognomica, pur non essendo una disciplina scientifica nel senso moderno del termine, conserva un’intuizione affascinante, il volto racconta spesso la direzione della nostra vita interiore. Esistono sorrisi che nascono dalla gratitudine ed esistono sorrisi che cercano soltanto di coprire un’inquietudine profonda. Gli occhi, più delle parole, rivelano se una persona si nutre di ciò che possiede oppure se consuma ogni energia desiderando ciò che appartiene agli altri.
Forse è proprio questa la differenza. C’è chi si ciba della realtà, della conoscenza, degli affetti, della meraviglia. E c’è chi si ciba della mancanza, trasformando ogni successo altrui in una sconfitta personale. Il primo genera bellezza e il secondo genera soltanto rumore.
La bellezza non salverà il mondo perché esiste. Salverà il mondo soltanto se qualcuno avrà il coraggio di sceglierla. E scegliere la bellezza significa scegliere il bene quando sarebbe più semplice scegliere la vendetta; scegliere la misura quando il mondo premia l’eccesso; scegliere la libertà interiore quando il risentimento offre l’illusione della forza.
Il nostro tempo non soffre per la mancanza di citazioni. Soffre perché ha smesso di interrogarsi sul loro significato. Continuiamo a ripetere parole immense, ma abbiamo perso il coraggio di viverle.
La vera domanda non è se la bellezza salverà il mondo, la vera domanda è: “siamo ancora capaci di considerarla”? Perché soltanto chi sa alzare lo sguardo, come suggerisce l’antico significato di quel verbo, può riconoscere il bene quando gli passa accanto. E forse è proprio da questo gesto, tanto semplice quanto rivoluzionario, che il mondo può ancora essere salvato.

Centro Sicilia, 150 milioni per crescere: perché il retail torna ad attrarre i grandi investitori. Elena Tempestini

Per anni il settore dei centri commerciali è stato considerato uno dei comparti più esposti ai cambiamenti delle abitudini di consumo. La crescita dell’e-commerce, la pandemia e le nuove modalità di acquisto avevano alimentato l’idea che il retail fisico fosse destinato a perdere progressivamente centralità. In realtà, il mercato ha dimostrato una capacità di adattamento superiore alle attese: i centri commerciali di nuova generazione hanno progressivamente evoluto il proprio modello di business, trasformandosi da semplici luoghi di vendita in spazi multifunzionali dove commercio, ristorazione, servizi, intrattenimento ed esperienza del consumatore convivono in un unico ecosistema. Questo cambiamento ha rafforzato l’attrattività degli asset meglio posizionati, rendendoli nuovamente interessanti per investitori e istituzioni finanziarie.

I dati più recenti raccontano però una realtà diversa. L’operazione perfezionata da Silver Fir Capital SGR, per conto di Felix SICAF in gestione esterna, va letta proprio in questa prospettiva. Il finanziamento da 150 milioni di euro concesso da UniCredit e Banco BPM per il Centro Sicilia di Catania non rappresenta soltanto una normale operazione di rifinanziamento, ma conferma il rinnovato interesse del sistema bancario e degli investitori istituzionali verso gli asset commerciali di maggiore qualità.

Centro Sicilia costituisce uno dei principali poli commerciali del Mezzogiorno. Con quasi 90 mila metri quadrati di superficie lorda affittabile (GLA), 152 unità commerciali, un tasso di occupazione del 100% e circa 9 milioni di visitatori registrati nel 2025, il complesso si conferma tra i centri commerciali con le migliori performance in Italia. Una capacità di attrarre consumatori e operatori che ne rafforza la solidità gestionale e il potenziale di crescita nel lungo periodo.

L’operazione assume rilievo anche per la qualità degli investitori coinvolti. Felix SICAF è infatti partecipata da fondi gestiti da Farallon Capital Management e Reve Asset Management, due operatori internazionali che continuano a individuare nel mercato immobiliare italiano opportunità di investimento di lungo periodo. Ad assistere Silver Fir Capital SGR nella strutturazione del finanziamento è stata CBRE, attraverso la divisione italiana Debt & Structured Finance, che ha curato il processo di selezione dei finanziatori e la definizione dell’operazione.

Secondo Silvia Gandellini, Head of Capital Markets Italy di CBRE, il mercato del credito sta tornando a premiare gli asset retail dominanti, capaci di generare fatturato e flussi di visitatori in costante crescita. Un segnale che dimostra come i grandi centri commerciali, quando presentano fondamentali solidi e una gestione efficiente, siano tornati a essere considerati investimenti affidabili anche dagli operatori finanziari più qualificati. Dello stesso avviso Massimiliano Rossi, Head of Capital Advisors Italy di CBRE, che sottolinea come il mercato del debito sia oggi disposto a sostenere strutture commerciali con performance consolidate, confermando l’elevata liquidità disponibile per gli asset retail di maggiore qualità.

Il finanziamento si inserisce in un contesto favorevole per il comparto retail. Nel 2025 gli investimenti nel real estate commerciale italiano hanno registrato una crescita significativa, raggiungendo circa 4,1 miliardi di euro, con un incremento del 49% rispetto all’anno precedente. Un risultato trainato soprattutto dai grandi poli commerciali extraurbani, che hanno fatto segnare il volume di investimenti più elevato dal 2016.

La disponibilità di credito da parte di due dei principali gruppi bancari italiani rappresenta inoltre un segnale importante per il mercato. Dopo anni caratterizzati da tassi elevati e maggiore prudenza nella concessione dei finanziamenti, operazioni di questa dimensione indicano una crescente fiducia verso asset capaci di generare flussi di cassa stabili, mantenere elevati livelli di occupazione e offrire prospettive di valorizzazione nel lungo periodo.

Più che una semplice operazione finanziaria, quella conclusa da Silver Fir Capital SGR evidenzia come il mercato immobiliare commerciale stia attraversando una fase di selezione. Non tutti gli asset crescono allo stesso modo: gli investitori premiano strutture consolidate, con elevati livelli di occupazione, forte attrattività territoriale e una gestione capace di adattarsi ai cambiamenti dei consumi.

Il caso di Centro Sicilia dimostra che il retail fisico non è affatto scomparso: si è evoluto. Oggi il valore di un centro commerciale non si misura più soltanto nella superficie di vendita, ma nella sua capacità di diventare un’infrastruttura economica e sociale capace di integrare commercio, servizi, tempo libero ed esperienza. È questa trasformazione che sta riportando il settore al centro delle strategie dei grandi investitori, confermando che gli asset più solidi continueranno a svolgere un ruolo centrale nell’evoluzione del mercato immobiliare italiano.

Libia, dopo il Colonello il buio: Ombre lunghe sul paese: Elena Tempestini

 Articolo di Aprile 2016 pubblicato sulla Rivista il “Governo delle Idee”

Chi conosce le strategie di guerra, sa che ormai non esistono più frontiere tra il difensivo e l’offensivo, abbiamo compreso che i conflitti esistono anche se combattuti nel silenzio della più alta e sofisticata tecnologia, non vediamo direttamente il sangue e le vittime,  quindi siamo portati a ignorare che sia in atto un vero e proprio combattimento, usiamo mezzi sempre più sofisticati e precisi come i droni. Questi “potenti” aerei stanno cambiando il modo in cui i paesi si fanno la guerra o proteggono i territori, sono uguali a degli aerei da caccia, ma a tutti gli effetti sono macchine programmabili capaci di eseguire una serie d’istruzioni precise. Macchine costruite per svolgere compiti che in passato mettevano a rischio la vita degli uomini. Grazie ai droni è possibile combattere una guerra quasi essenziale sul fronte della tattica e della ricerca tecnologica, possono essere armati di missili, oppureimpiegati come precisi rivelatori di obiettivi militari, macchine da guerra sempre più tecnologiche, sempre più fredde da poter essere mosse virtualmente, macchine al posto degli occhi umani che non devono più vedere direttamente il sangue del “nemico”.  Albert Einstein disse “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta con i bastoni e con le pietre.” Sono momenti di paura questi ultimi mesi, prima l’assassinio dei due tecnici Italiani della Bonatti e adesso un nuovo attentato al cuore dell’Europa a Bruxelles, e mentre si discute nell’etere di cosa sia giusto oppure sbagliato, mentre tutti parlano di nuove strategie di guerra, sempre di più si comprende quanto siamo fragili, siamo annientati dall’essere aggrediti in un modo barbaro e in fin dei conti antico come il mondo, i martiri che si immolano alla causa nella quale credono, uomini disposti a saltare in aria a morire personalmente, per poter uccidere vittime innocenti. E mentre il mondo occidentale discute e s’incolpa a vicenda, in Libia il caos continua a crescere, il “Califfato” sta agendo in modo diverso, in Siria e Iraq ha creato una “politica energetica” che ha rimesso in produzione i pozzi petroliferi, organizzando una distribuzione parallela con la “ Turchia, in Libia i pozzi sono incendiati e distrutti. La Libia è quel paese che dopo la morte di Ghedaffi è sceso nella più totaleconfusione, tribù che da sempre vivono ostili l’una con l’altra, maerano tenute sotto controllo dal Colonnello, che con la sua morte ha aperto un nuovo scenario geopolitico ed economico di interesse mondiale. La Libia in questo momento ha due governi, uno laico riconosciuto da tutto il mondo internazionale, e un nuovo governo opposto, islamico che avevano vinto le elezioni del 2012,  durante quella primavera araba che forse è stata più autunnale.  il governo ombra di Tripoli, che è sostenuto da Qatar e Turchia, contrapposto a quello “laico” di Abdullah al Thani, (riconosciuto dalla comunità internazionale) a Beida, sostenuto dall’ Egitto (in primis tramite il generale Khalifa Haftar) e dagli Emirati Arabi Uniti. Purtroppo non sono mai i governi esposti a creare confusione e problemi, bensì le coalizioni di incerta lealtà che si instaurano all’interno di essi, rendendo complicati se non impossibili i rapporti di “alleanza” tra i due governi. E dove c’è incertezza, c’è terreno fertile per i gruppi terroristici dell’Isis. In Libia, i terroristi si stanno comportando diversamente, attaccano le infrastrutture petrolifere, vogliono distruggerle, non hanno le forze per produrre, raffinare e distribuire il petrolio. La domanda che nasce spontanea è come sia stato possibile per l’Isis riuscire ad arrivare così vicini alle nostre coste, come si sia potuto permettere che un gruppo armato di terroristi minacci l’Italia, il Vaticano e l’Europa intera, come sia stato possibile a tre giorni dall’arresto del terrorista, ideatore della strage di Parigi, Salah Abdeslam ,  non proteggersi dall’ attentato all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles. Sembra che lo scenario si ripeta sempre, e sempre similari sono le sequenze che si formano alla base di chi sostiene questa metodologia di combattimento, come era già successo in Siria, in Iraq, ma anche precedentemente in Somalia, si crea il caos interno con la disoccupazione e la mancanza delle merci primarie, pagamenti degli stipendi  pubblici sempre più a rischio, prezzi alle stelle, fagocitazioni del malcontento popolare e armi reperibili più facilmente delle materie prime, praticamente condizioni di vita che possono divenire deflagrazioni più potenti di una bomba. Dobbiamo porci le domande di come sia stato possibile che l’Isisprendesse potere in Libia, credo che dobbiamo tornare indietro con la memoria, perché c’è sempre una relazione tra causa ed effetto, ciò che creiamo diventerà qualcosa da affrontare nel futuro, sia nel bene che nel male

Durante gli anni della guerra in Afghanistan, molti arabi si affiancarono ai mujaheddin per portare avanti un loro ideale di vita. Non erano molti, ed erano armati male e spesso lasciati senza una guida, un capo. Piccole milizie considerate dei ribelli guidate da un facoltoso Osama Bin Laden che aveva creato dei campi di addestramento di questi gruppi che aderivano alla jihad. All’interno di uno di questi campi di addestramento, era arruolato un giovane che in seguito diventerà il capo della LIFG (gruppo islamico di combattimento libico), un gruppo rivoluzionario che voleva rovesciare Ghedaffi e istituire uno stato Islamico alle soglie del mondo occidentale. Nel 1995, grazie alle finanze non indifferenti di Osama Bin Laden, e alle sovvenzioni per l’addestramento di uomini, ricevute per combattere contro i Russi,( come la FSB e Putin hanno recentemente dichiarato, puntando il dito contro la CIA e i servizi segreti occidentali, rei di aver volutamente creato il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo nei primi anni ’90 per indebolire deliberatamente la Russia), si è formato il gruppo della LIFG che conquistò la città di Derna,  solo per poco tempo perché il colonnello riuscì a reprimere gli jihadisti e rimanere saldamente a capo della Libia. Purtroppo quando si avviano delle situazioni catastrofiche, riparare o tornare alla normalità non è più possibile, causa effetto appunto, e la povertà aveva avviato un fanatismo religioso all’interno delle tribù libiche, l’astio che da sempre le metteva in contrapposizione ha fatto il resto. La miscela di povertà, l’ alienazione e il fanatismo religioso hanno covato sotto le macerie della città. In tutto il mondo sappiamo che le condizioni sociali quando sono private della loro dignità, quando sono portate all’esasperazione, quando maturano nell’ignoranza delle giovani menti, sono le più potenti armi, e se a ciò uniamo  disperazione, orgoglio e fervore religioso in un contesto estremamente maschilista e retrogrado in una parte di paese ad alta densità  di estremismo islamico l’arma atomica è sicuramente attivata in attesa del giusto momento.

Ghedaffi per qualche anno riprese in mano il potere, investì soldi in nuove infrastrutture e case popolari, cercò di risollevare il PIL interno anche riprendendo una vita sociale internazionale di dialogo con l’occidente, come ben ci ricordiamo noi in Italia. Intanto la guerra tra Sciiti e Sunniti, in Iraq e Siria, ( che somiglia molto alla guerra dei trent’anni che contrappose cristiani contro cristiani) stava distruggendo i propri paesi in una cruenta guerra, alimentando ancora di più sia le menti ribelli sia la povertà, una guerra dove la minoranza sciita “alawita” al potere lotta contro la maggioranza sunnita e dove, non a caso, gli sciiti di Hezbollah provenienti dal Libano, nel momento di maggior difficoltà del regime, sono accorsi al fianco del presidente Assad per impedirne la caduta. Allo stesso modo, i combattenti sunniti di Jabhat al Nusra si sono saldati alle fazioni ribelli jihadiste. Come ho detto sopra varie volte, causa/effetto della povertà e della mancanza di dignità genera la “follia”. Ed ecco nascere un gruppo di ragazzi, in quanto quasi tutti ventenni, indottrinati di rivoluzione, formare il Consiglio della Shura della Gioventù Islamica, il loro vessillo? La bandiera nera con il teschio centrale. Fu scelto il luogo doveinstaurare la sede, e quale miglior posto se non la città di Derna, ormai sfiancata ed avviata alla sottomissione del più forte. Parlo di sottomissione perché la popolazione non ha mai aderito alle follie di quei giovani Jihadisti che colpevolizzano chiunque di violazione alla morale religiosa, nessuno li ha mai appoggiati, la popolazione è stata sottomessa con la paura. Il salto di qualità del Consiglio della gioventù Islamica è stato veloce, nel momento che l’Isis ha conquistato Mosul, le forze si sono unite diventando un unico nucleo combattente, la ferocia ha trovato terreno fertile nella ferocia e da quella unione di giovani “terroristi folli” la nascita dello stato Islamico di Derna, questo accadeva alla fine del 2014, sono passati mesi che si sono trasformati in più di un anno, e adesso tutto il mondo sta guardando con paura e preoccupazione le minacce che vengono rivolte all’Italia e quindi all’occidente,  l’Isis ha messo radici in Libia e proprio da qui, secondo alcune fonti, si sta preparando a sferrare l’attacco all’Italia e all’Europaintera, i due governi Libici opposti sembrano concordare entrambi nell’agire  uniti a combattere i terroristi,  i venti di guerra aleggiano nell’aria, il Presidente Obama vede la radice del problema negli sbagli passati di Inglesi e Francesi, nonché di una politica estera sbagliata dalla sua consigliera Hilary Clinton, che incassa l’accusa proprio sotto campagna presidenziale, e i Sauditi continuano a infiammare i conflitti. Venti di guerra appunto che ancora una volta sono alimentati dal terrorismo spietato, e questa volta non ha colpito il singolo paese come per Parigi, ma il cuore europeo con Bruxelles, la chiamano guerra “asimmetrica”,  un conflitto dove il nemico raramente offre bersagli che possano essere distrutti da un avversario anche se dispone di sofisticate armi di precisione, con il risultato che molto spesso durante il vivo dello scontro la tecnologia moderna non raggiunge lo scopo sperato, piuttosto provoca ‘danni collaterali’. Ed ecco  un altro nodo che si pone davanti alla nostra tecnologica razionalità, siamo in grado di combattere annientare con i nostri moderni mezzi, una guerra che viene combattuta nel modo più antico? Siamo in grado di fermare l’odio che si sta concretizzando contro l’Europa che dovrebbe essere sotto l’unione ed unita, ma non riesce a coordinare in collaborazione tra stati aderenti i propri servizi segreti?  Possiamo fare nuovamente il punto della situazione per cercare di comprendere meglio, perché dovremo riuscire ad arrivare alla strada della soluzione, da un lato abbiamo il governo presieduto da Abdullah al Thani con il generale Khalifa Haftar, c’è l’Isis casa madre, le milizie islamiche, Fajr, e i mujaheddin filo-Isis, la Brigata Battar, gli Islamici di Ansar al Sharia e gli uomini del Consiglio rivoluzionario, c’è Ali Qiem Al Garga’i e due emissari di Al Baghdadi, i Fratelli musulmani di Al Sahib, gli ex membri del Gruppo combattente libico pro al Qaeda, una formazione più estrema della Fratellanza, c’è Omar al Hassisponsorizzato dalla Turchia, i mujaheddin del Wilayat Trabulus, le milizie di Zintan e una massa di altre 200 organizzazioni e le 140 tribù che dai tempi immemorabili mai sono state “pacifiche “ tra di loro. Il bisogno primario rimane la costituzione di un governo di unità nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, “Chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le sue responsabilità legali e morali e di armare l’esercito libico, senza ulteriori ritardi, affinché possa adempiere alla sua missione nazionale”, afferma Ashour Bou Rached, rappresentante libico presso la Lega Araba. “In Libia – aggiunge – più viene ritardata la vittoria militare contro milizie brutali e più aumenta la loro espansione, riducendo le chance di una soluzione politica alla crisi”. Una soluzione lontana dal manifestarsi. Il caos libico è sempre più armato. E inestricabile. Si continua a parlare della priorità assoluta di ripristinare ordine sia civile sia economico, creando un unico ente autorizzato a esportare il petrolio libico. Bengasi, Tobruk, Tripoli e Sirte attendono di vedere l’evolversi della situazione,  ma ricordiamoci che le raffinerie petrolifere sono solo cinque in Libia, ciascuna delle quali è nel territorio controllato da una tribù differente e, per il momento, ostile al Califfato con l’eccezione di Sarir, che è collocata lontano dai campi petroliferi che la alimentano, rendendo impossibile, per una forza terroristica ancora molto scarsa di uomini, il controllo di un intero sistema di oleodotti raffineria. Gli scenari cambiano alla velocità della luce, e se per l’Italia la morte dei due tecnici della Bonatti, ha rappresentato un momento di dura realtà di questo conflitto che ci sta disorientando, il nuovo attentato a Bruxelles ci porta a non parlare solamente di “terrorismo” ma di vero e proprio attacco di guerra, la guerra non convenzionale, la guerra dei suicidi, delle schegge impazzite che rischiano di farci rispondere con il combattimento portandolo tra la gente e in luoghi dove è massiccia la presenza della popolazione civile, e più aumenta il rischio incalcolabile del coinvolgimento di civili innocenti, più la guerra asimmetrica avrà raggiunto il suo scopo, minare e annientare qualsiasi forza razionale moderna.

Uguaglianza senza merito, la fragilità che ci governa. Elena Tempestini.


la civiltà non viene distrutta, viene lentamente svuotata di senso.

Nel 1871 Henri-Frédéric Amiel annotava nel suo diario una profezia che, letta oggi, appare quasi inquietante. Scriveva che le masse sarebbero rimaste al di sotto della media, che l’età si sarebbe abbassata, che la barriera del sesso sarebbe caduta e che la democrazia, spinta fino all’assurdo, avrebbe finito per affidare le decisioni più grandi ai meno capaci. Non era un attacco al popolo, ma un timore più sottile, che il principio astratto di uguaglianza, se separato dal riconoscimento del valore, avrebbe prodotto non giustizia, ma appiattimento. Amiel non parlava contro l’uguaglianza dei diritti, parlava contro la cancellazione delle differenze di merito, di esperienza, di fatica individuale. La sua critica non era politica in senso stretto, ma antropologica. Quando tutto è reso uguale, nulla è più responsabile, quando ogni giudizio è equivalente, il sapere perde autorità. Quando nessuno può più essere riconosciuto come più competente, nessuno può più educare. Quella riflessione nasceva in un’Europa ottocentesca che vedeva affacciarsi le masse sulla scena pubblica. Oggi, a distanza di oltre un secolo, quel processo non solo si è compiuto, ma si è trasformato in struttura permanente del nostro spazio simbolico. Non siamo più nel tempo dell’ingresso delle masse nella storia, ma nel tempo in cui la massa diventa criterio di verità. È qui che il pensiero di Umberto Eco, apparentemente lontano, si innesta con una precisione sorprendente. Quando nel 1961 scrive la Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco non intende colpire un uomo di televisione, né ironizzare sul gusto popolare. Sta osservando la nascita di un nuovo patto invisibile tra chi parla e chi ascolta, un patto fondato non sull’ammirazione, ma sull’identificazione.

Il successo non appartiene più a chi sa di più, ma a chi appare simile. L’autorità non deriva dalla competenza, ma dalla capacità di non far sentire nessuno inferiore. È una svolta silenziosa ma decisiva, il sapere non viene più riconosciuto come guida, ma percepito come una minaccia. L’assurdita è che l’intelligente spesso è costretto a “fingersi stupido” o a nascondere le proprie capacità per adattarsi, per non provocare invidie o non mettere a disagio chi ha meno capacità intellettuali. La complessità, se emerge, viene rifiutata.

Umberto Eco coglie in anticipo ciò che Amiel aveva intuito sul piano teorico, l’uguaglianza, quando smette di essere principio giuridico e diventa criterio simbolico, produce mediocrità. Non perché le persone siano mediocri, ma perché il sistema premia ciò che non eccede, ciò che non distingue, ciò che non obbliga a salire.

Così la società non lavora più per elevare la conoscenza, ma per abbassarne la soglia. Non si chiede come accompagnare tutti verso livelli più alti di comprensione, ma come rendere ogni contenuto immediatamente accessibile, emotivo, consumabile. Non si educa più al pensiero, si protegge dal disagio che il pensiero comporta. In questo senso, la profezia di Amiel e l’intuizione di Eco parlano dello stesso movimento storico, osservato in due momenti diversi. Il primo ne avverte il rischio; il secondo ne descrive il funzionamento. Entrambi indicano una trasformazione profonda del rapporto tra individuo e valore. Quando la diseguaglianza di valore viene negata, non si ottiene giustizia, ma confusione. Non tutti gli sforzi sono equivalenti, non tutte le opinioni hanno lo stesso peso, non tutte le esperienze generano la stessa responsabilità. Riconoscere questo non significa creare gerarchie oppressive, ma rendere possibile un cammino. Senza differenze non c’è crescita, senza Maestri non c’è trasmissione, senza riconoscimento del limite non esiste formazione.

Il paradosso del nostro tempo è che abbiamo moltiplicato gli strumenti della conoscenza mentre ne abbiamo indebolito il valore simbolico. Sappiamo tutto, ma comprendiamo poco. Abbiamo accesso a ogni informazione, ma fatichiamo a distinguere ciò che conta, in nome dell’uguaglianza abbiamo smesso di chiedere profondità, e in nome dell’inclusione abbiamo rinunciato all’elevazione. Non è un problema politico nel senso immediato del termine ma una questione di civiltà. Quando una società perde il senso dell’orientamento, diventa facilmente fragile, seducibile, bisognosa di  rassicurazioni e facilmente manipolabile. Non perché manchi di intelligenza, ma si mette nella condizione di consegnare il proprio destino a chiunque sappia indicarle una strada, anche falsa.

Da Pannunzio a Scalfari. Elena Tempestini.

“Ne mai cose nuove fioriscono se prima distruggendo le vecchie non le aiuta la morte”. Così scriveva Lucrezio nel De Rerum Natura, la nascita e la morte di tutte le cose, il principio e la fine, l’alfa e l’omega come simbolo della ciclicità. La nostra società odierna si trova in un momento molto incerto da collocare, unmomento che la nostra percezione potrebbe descrivere come l’epilogo di un lungo ciclo di crisi, oppure come l’inizio di una nuova opportunità per prendere coscienza del nostro mondo.Continuo a pensare ai processi di causa/effetto, e quando l’essere umano si trova in periodi di grandi cambiamenti si immerge inquello che Hegel definiva “il bisogno di filosofia”. Ed è in quel bisogno che l’uomo deve riuscire a leggere oltre le righe, deve trovare una chiave di lettura degli eventi nella loro interezza, riuscendo a superare la dualità degli opposti discordanti. Se questo avviene, riusciamo a comprendere il tempo che viviamo. La percezione della società l’assorbiamo attraverso la comunicazione, e in questo momento con la crisi del gruppo Espresso/Repubblica, stiamo assistendo alla caduta dei media tradizionali, al declino della carta stampata come mezzo di comunicazione di massa, o forse sarebbe meglio dire stiamo assistendo ad una trasformazione della comunicazione di massa, quella che ha da sempre veicolato la storia, la cultura e soprattutto la politica. Per capire meglio l’oggi, dobbiamo rileggere un pezzetto della nostra storia, lo dobbiamo comprendere con una visione diversa, dobbiamo analizzare le cause che hanno portato a questi effetti, un salto indietro nel passato, che mostrerà un cambio di attori, costumi e scenografie, ma nella realtà il ripetersi della stessa storia.Sappiamo che dopo il trattato di Versailles del 1919, che fu realmente solo un armistizio della durata di venti anni, si formarono molti grovigli di spartizioni territoriali, che con la seconda guerra porteranno un assetto completamente rivoluzionato dei poteri. La vittoria degli alleati, permise l’attuazione dei sistemi di pensiero anglo americani, con la creazione dell’agenzia ANSA tramite lo Psychological WarfareBranch  e tramite l’ «Allied Publication Board» (APB), le quali concessero l’autorizzazione ai giornali di poter tornare in edicola,ma con il compromesso di sottolineare la rottura con il passato. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, era dominata dal bipolarismo di due partiti: la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e il PCI, il quale era composto da una federazione di partiti di sinistra rappresentata da Palmiro Togliatti (Pci) e Pietro Nenni (Psi). la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbligava l’establishment angloamericano a sostenere il partito della Democrazia Cristiana, anche se era una alleanza abbastanza forzata, Il partito, essendo radicato nel cattolicesimo e nello Stato, poteva stridere con la parte atlantica che si rispecchiava in quella società ebraica o protestante, che era da sempre accanita sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali quali il divorzio e l’aborto. Anche la finanza, rappresentata in Italia da Raffaele Mattioli, presidente della Comit era attentissima all’evoluzione di una nuova società italiana che andava costituendosi, nonostante le forti pressioni di Harry Truman che aveva lanciato il Piano Marshall, un piano di aiuti di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell’Europa Occidentale, (Piano contestato da Palmiro Togliatti che lo liquidò come un ricatto politico). Non si pensava ad una presa di potere, bensì a un reale ammodernamento dell’Italia, anche grazie a strumenti quali la comunicazione a mezzo stampa per veicolare un pensiero di maggiore cultura.  Fu con la nascita dell’Europeo di Benedetti che per la prima volta gli uomini politici, gli scrittori, gli uomini d’affari, diventarono dei personaggi da raccontare alla società italiana, figure che attraverso la cronaca, divenivano reali per tutti, la condivisione degli eventi tramite un giornalismo che fino a quel momento era riservato solamente ai “dotti” e agli intellettuali. Si stava formando quella che oggi viene definita “L’opinione pubblica”, quella che con il tempo darà vita a un vero e proprio partito politico. il 19 febbraio 1949, uscì il primo numero del settimanale “ Mondo” un giornale laico e anticlericale diretto da Mario Pannunzio. Così scrisse Eugenio Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”.  Ma sarà nel 1955, con la nascita del partito radicale, che si formarono i veri e propri liberals”. ( Eugenio Scalfari). Sono gli anni del potere di Valletta alla FIAT, l’Amministratore Delegato era stato scaltro e intuitivo, aveva compreso che non poteva fare guerra al PCI e al sindacato, specialmente da una posizione conservatrice come facevano quasi tutti gli imprenditori del dopoguerra, bensì solo creando una politica socialdemocratica si sarebbero potuti avere dei buoni risultati, praticamente la vera politica saragattiana che vedrà successivamente in Nenni un rappresentante del centro-sinistra. Il centro -sinistra di Valletta, fu la solida pietra per isolare il PCI, quella differenziazione che lo anteponeva ad Enrico Mattei.  Filo americano Valletta, e anti americano Mattei. Con il consolidamento della DC a destra e l’elezione di Segni al Quirinale, Mattei comprese la sconfitta. Lo scenario della stampa di allora, era dominata quasi esclusivamente dal “Corriere della Sera” e dalla “Stampa”, due tradizioni diverse li separavano, più inglese e liberal il primo e più socialdemocratico il secondo,praticamente liberista il Corriere e populista la Stampa. Ma poiché l’Italia era più conservatrice che liberale, il Corriere divenne presto il giornale di maggiore diffusione sul territorio nazionale. La seconda metà degli anni cinquanta richiese la nascita di un nuovo partito, la creazione di una fazione politica,  che accogliesse la sinistra più liberals, quella che si rispecchiava pericolosamente nel PCI e che invece doveva essere “spostata”, consigliata a guardare verso valori più “atlantici e liberali”, quei valori che erano stati sedati sotto il regime fascista, quei valori portati avanti dalla politica di La Malfa, Visentini, Parri, Spinelli, dalla finanza di Mattioli, Cuccia, Carli, dall’industria di Valletta, Olivetti e Merzegora, dalla cultura di Pannunzio, Silone, Croce e Moravia e molti altri. Fu così che nel febbraio del 1956 venne fondato il Partito Radicale, quel partito nato sotto l’inno della Marsigliese, l’unica musica per quel gruppo di liberali di sinistra, devoti all’illuminismo, un partito che li rappresentasse pienamente nei loro valori e principi, quelli che mettevano al centro di tutto l’uomo, valori fondati sull’uso della ragione e della libertà di giudizio, contrapposti alla tradizione dell’autorità politica e religiosa. La nascita di un nuovo partito richiedeva anche un giornale che avesse una voce di grandi proporzioni verso i cittadini, e il giornale Mondo si stava rivelando troppo elitario per arrivare alla massa. Fu così che venne ideato “L’Espresso”, un settimanale che non fosse solo letto dagli intellettuali,  bensì fosse alla portata di tutti i cittadini, affrontando le tematiche piùlibertarie e progressiste, un giornale che potesse pubblicare degli scoop e anche “bacchettare” attraverso gli articoli, i poteri interni statalisti italiani, un settimanale che svelasse o “ rivelasse”i retroscena di una Italia,  che volendo a volte scappare dal giogo post guerra filo Atlantico, si ribellava con progetti di colpi di stato e accordi non trasparenti, quelli  che si profileranno negli anni con la “Speculazione Edilizia del Sacco di Roma e il tentativo di Golpe del Piano Solo che vide protagoniste le più alte cariche dello Stato. La realizzazione del governo Moro arrivò a scontrarsicon il presidente della Repubblica Segni, che vedeva in quella apertura a sinistra un reale pericolo, si era aperta una fase completamente nuova per l’Italia, una nuova prospettiva che andava a scontrarsi con i vecchi equilibri di un assetto burocratico-militare, ma grazie al ridimensionamento di tutte leparti ci fu solo “un tintinnio di sciabole”. I fondatori dell’Espresso, su consiglio del finanziere Raffaele Mattioli, si rivolsero ad Adriano Olivetti, che non solo fu combattente per gli Alleati, ma apparteneva a una borghesia laica sostenitrice delle idee euro federaliste di Altiero Spinelli. Negli anni arrivarono alcuni cambi di rotta, tra i quali il più importante fu quello di Olivetti che non si rispecchiava totalmente nelle idee di una sinistra radicale, e che lasciò, senza nulla volere in cambio, nonostante l’investimento di 125 milioni di lire, tutte le azioni del settimanale, ripartite tra un 60% al principe Caracciolo, e il resto diviso tra Arrigo Benedetti e Eugenio Scalfari. Il settimanale fu portato avanti con l’intenzione di fungere da organo di contro potere, che è poi quel ruolo che dovrebbe distinguere un giornale che riporta i fatti, da un giornale che vive e si anima di un pensiero che analizza i fatti. Saranno gli anni di svolte senza precedenti, con un partito socialista quale elemento determinante nella maggioranza parlamentare, anni di scontri con i comunisti della classe operaia e con la democrazia cristiana per la gestione moderata della società. Si arriverà per l’idea di bene comune ad una alleanza della DC con i socialisti, e a una diffusione di idea del benessere come concetto necessario alla vita quotidiana, anche dovendo far fronte all’emigrazione di massa dal sud al nord che si era creata con la manovalanza imprenditoriale. Purtroppo fu proprio la borghesia imprenditoriale, che avrebbe dovuto essere il motore principale della nazione, ad essere assente. Nonostante tutto la società italiana continuava a crescere, il fronte liberale-progressista si ricompose e la coscienza dei diritti civili si consolidava nel benessere che si diffondeva. Fin dall’antichità la filosofia, l’umanesimo ci hanno trasmesso che tutto inesorabilmente fluisce, tutto è in movimento e tutto si trasforma, e i mezzi di comunicazione sono sempre stati lo specchio e il punto di riferimento dell’opinione dei cittadini, per questo il gruppo dei liberals ebbe la necessità di andare “oltre” un settimanale come L’Espresso, c’era il bisogno di un quotidiano rapporto con i lettori. Fu nel gennaio del 1976 che nacque “Repubblica”. Giorgio Mondadori, Mario Formenton, Carlo Caracciolo, Eugenio Scalfari, Lio Rubini dettero il via a una trasformazione del fare giornalismo, tanto da creare un “fenomeno Repubblica”. Si susseguirono anni molto difficili per l’Italia, che vide parte dei partiti inglobati nei sindacati, che come un’arma a doppio taglio, porterà una nuova forza per sedare i movimenti di protesta  di tentazioni anarchiche e focolai spesso presenti in Italia, ma per contro, una delegittimazione progressiva delle istituzioni, una incapacità di mantenere l’autorità politica che con il tempo arriverà ad affiliarsi a singoli settori della magistratura, facendo nascere motivazioni trasversali e politicizzando purtroppo l’ordine giudiziario. È il nodo gordiano degli anni 80, quello che vedrà l’inizio di un vero e proprio inquinamento delle notizie, la destabilizzazione attraverso i mezzi di comunicazione, che a loro volta con la delegittimazione dei partiti politici vedrà nascere aggregazioni di gruppi editoriali e singoli giornalisti quali fazioni di influenza politica. Sono gli anni fine settanta e inizio ottanta, il rapimento Moro, il terrorismo in Italia, la lista P2, gli scandali di Andreotti, la solitudine di Berlinguer e l’ascesa di Craxi fino all’assalto giudiziario di  Di Pietro che con “Tangentopoli” nel 1992 distruggerà la classe politica della Prima Repubblica. Saranno anni a seguire di una sinistra trasformista che vedrà nel giornale Repubblica un’area di riferimento molto potente, un prodotto pensato e creato per la funzione di accoglienza a tutto il malessere cittadino davanti agli estremi, una voce potente ottenuta anche grazie alla propria indipendenza dal potere economicoitaliano. Non so se oggi siamo arrivati alla resa dei conti, non so se quella sinistra trasformista ha portato a termine il progetto iniziale di traghettare un PCI verso le idee liberals, non so se quelle idee si sono confluite nel PD odierno, ma sicuramente la percezione è che le manovre non siano circoscritte alla politica di casa nostra, bensì si stiano ripresentando i terreni di un dopoguerra, con scenari più ampi e mondiali  che si combattono nell’ombra, quella dualità che vede gli Stati Uniti da una parte e i Russi dall’altra, i filo atlantici contro i filo arabi, un rappresentante quale Soros, contrapposto a Bannon, la continua sfida per l’espansione, il duello di armistizio e non di pace che il trattato di Versailles ha mostrato nei decenni, come se la guerra fredda non fosse mai cessata di essere combattuta nelle retrovie. Perché come esiste una polarizzazione politica liberal/conservatrice tra capitalisti all’interno di una nazione, c’è una polarizzazione tra capitalisti riguardo le politiche estere della propria nazione, un continuo conflitto tra il liberale e il conservatore, tra il globalista e il nazionalista.

 

 

Palantir Tolkien e il potere della visione. Elena Tempestini


Nell’immagine la millenaria “rete di Indra” che rappresenta l’universo come un intreccio infinito di relazioni: ogni nodo, un tempo rappresentato da una gemma, riflette tutti gli altri, nessuno esiste da solo. Un’antica visione che anticipa la logica della rete Internet, dove ogni connessione vive solo attraverso le altre e ogni azione produce effetti sull’intero sistema.

Quando Peter Thiel sceglie di chiamare Palantir la propria società di analisi dei dati, non compie un’operazione estetica né letteraria. Compie una dichiarazione strategica. I Palantír, sono le pietre veggenti del Signore degli Anelli, non sono oggetti magici nel senso comune del termine, sono infrastrutture di conoscenza. Consentono di vedere lontano, di collegare luoghi distanti, di osservare eventi reali in tempo reale. Ma soprattutto introducono una verità politica fondamentale, chi controlla la visione controlla il potere.

Tolkien, con il Signore degli Anelli, non scrive una favola medievale, scrive una teoria del dominio dopo due guerre mondiali. Nel suo mondo il vero conflitto non è tra eserciti, ma tra chi vede e chi è visto. L’Occhio di Sauron non combatte, osserva. La forza non è più fisica, è cognitiva, non conquista territori, ma orienta la percezione del reale.

I Palantír funzionano come una rete, le immagini che mostrano non sono false, ma parziali. La pietra non mente, seleziona. Chi controlla il nodo dominante può decidere quali frammenti del mondo diventano visibili e quali restano nell’ombra. È un’intuizione straordinariamente moderna, Tolkien anticipa la natura del potere informativo, non imporre una menzogna, ma guidare ciò che appare vero.

Palantir Technologies nasce esattamente su questo crinale. Non produce contenuti, non genera informazione, non crea narrazioni. Integra dati, li connette, li rende leggibili. Praticamente trasforma il caos in visione operativa. Il suo valore geopolitico non sta nella sorveglianza in sé, ma nella capacità di anticipare scenari, correlare eventi, ridurre l’incertezza decisionale. In un mondo frammentato, addirittura fratturato, come e’ stato detto a Davos in questo gennaio 2026, chi possiede la mappa governa il tempo prima ancora dello spazio.

Qui emerge la dimensione più profonda, quasi esoterica, della scelta del nome. Nelle tradizioni antiche la conoscenza ha sempre avuto due volti, la gnosi che libera e la conoscenza che governa. I Palantír appartengono alla seconda, non elevano chi guarda; amplificano il potere di chi già comanda. Nei testi di Tolkien, chi usa le pietre senza dominio interiore finisce dominato da ciò che vede. Non è la visione a corrompere, ma l’asimmetria della visione.

oggi il potere non sta più nel controllare la terra o i confini, ma nel controllare come le persone comprendono il mondo, chi decide cosa vediamo, cosa conta e cosa ignoriamo

influenza anche ciò che pensiamo possibile o vero. Non controlla i confini, controlla le correlazioni. Non occupa lo spazio, occupa il campo delle possibilità. Le decisioni non vengono più prese solo sulla base dei fatti, ma sulla base di ciò che appare rilevante. Chi decide cosa è visibile decide anche cosa è pensabile. E’ la costruzione di una rete strategica, gerarchica, asimmetrica. Non tutti vedono allo stesso modo e non tutti vedono tutto. Alcuni osservano, altri vengono osservati.

Tolkien aveva compreso ciò che oggi sperimentiamo ogni giorno, il male moderno non ha bisogno di violenza spettacolare, gli basta osservare, attendere, prevedere, perché il potere non urla ma calcola.

Chiamare Palantir una delle più potenti società di dati del mondo non è quindi un omaggio letterario, è la consapevole ammissione che in questo secolo il dominio non passa più dalla forza, ma dalla visione. E che chi controlla la visione non ha bisogno di governare apertamente, gli basta rendere il mondo leggibile secondo il proprio schema. Peter Thiel è pienamente dentro ciò che oggi sta accadendo sul piano geopolitico, ma non per costruire un nuovo ordine mondiale nel senso classico. La sua visione non coincide né con la globalizzazione liberale nata dopo il 1991, né con un semplice ritorno ai nazionalismi. È qualcosa di diverso, più profondo e più strutturale.

La globalizzazione aveva promesso stabilità attraverso l’interdipendenza, mercati aperti, istituzioni multilaterali e regole condivise. Oggi quell’architettura mostra tutte le sue fratture. Thiel lo aveva compreso con largo anticipo, un mondo connesso senza direzione genera uniformità, paralisi decisionale e perdita di sovranità reale. Il problema, per lui, non è l’apertura del mondo, ma l’assenza di comando.

Il suo rapporto con Trump va letto in questa chiave: non è ideologico, ma funzionale. Trump rappresenta lo strumento capace di rompere il linguaggio, i rituali e i dogmi dell’ordine precedente. Serve a far crollare un sistema che non decide più. Ma Thiel non cerca il caos cerca un nuovo principio di ordine fondato sulla decisione, non sulla mediazione permanente.

In questa visione il potere non risiede più nei parlamenti, nei trattati o nelle grandi istituzioni internazionali. Si sposta verso le infrastrutture decisive del nostro tempo: dati, intelligenza artificiale, difesa tecnologica, capacità di previsione. Non conta più governare i territori, ma rendere leggibile il mondo, chi possiede la mappa governa il tempo prima ancora dello spazio.

Palantir è il cuore di questo impianto. Non è una multinazionale tradizionale, ma un’infrastruttura strategica. Non produce narrazioni, integra informazioni. Non impone decisioni, rende possibile chi decide. In un mondo frammentato, instabile e simultaneo, il vero potere non è più l’ordine universale, ma la capacità di orientamento.

Qui il riferimento a Tolkien diventa rivelatore. Thiel non sceglie l’Anello, che domina la volontà. Sceglie i Palantír, che dominano la visione. Nel XXI secolo il controllo diretto delle masse è inefficace; ciò che conta è definire ciò che appare reale. Non governare le persone, ma il campo delle possibilità in cui si muovono.

Davos oggi non è più il centro del comando globale, ma il luogo in cui si prende atto della fine dell’illusione globalista. La fiducia ha lasciato il posto alla sicurezza, l’universalismo alla competizione sistemica. Su questo punto convergono molte élite, anche se con linguaggi diversi. Thiel non guida questo processo, ma lo interpreta con lucidità. La sua idea di Occidente non è imperiale né morale, ma un Occidente che accetta il conflitto, protegge le proprie infrastrutture cognitive e torna a decidere. Meno universalista, più strategico. Non più fondato sull’illusione che tutti condividano gli stessi valori, ma sulla consapevolezza che il mondo è entrato in una fase di competizione permanente.

È qui che emerge la distanza simbolica con la millenaria rete di Indra. Lì ogni nodo partecipa al tutto in modo orizzontale, in Palantir alcuni nodi devono vedere di più per mantenere il sistema in equilibrio. Non è una questione etica, ma una scelta di civiltà.

Thiel non sta costruendo un nuovo ordine mondiale globale. Sta lavorando per un ordine post-globalizzato, fondato sulla visione, sulla previsione e sul controllo delle infrastrutture della conoscenza. Trump serve a chiudere il mondo che finisce, Palantir a rendere governabile quello che nasce. La meta non è il caos ma il ritorno della decisione.

 

La guerra che non è ancora iniziata: il Medio Oriente entra militarmente nella zona grigia strategica. Elena Tempestini.

Nello scenario mediorientale il quadro che emerge non è quello di una guerra in corso, ma di un’area entrata stabilmente in assetto di allerta avanzata. Le forze non si muovono per reagire a un evento già avvenuto, ma per impedirne uno futuro. È la logica del preposizionamento strategico, fase intermedia nella quale l’apparato militare viene schierato prima che la politica sia costretta a prendere decisioni irreversibili.
Lo spazio aereo del Medio Oriente è attraversato da un flusso costante di velivoli da comando e controllo, piattaforme di sorveglianza elettronica, aerei da rifornimento in volo e sistemi di ricognizione a lungo raggio. La presenza simultanea di AWACS, asset SIGINT e tanker indica una mappatura completa del dominio aereo ed elettromagnetico, condizione necessaria per qualsiasi operazione difensiva o offensiva moderna. Non si tratta di voli dimostrativi né di esercitazioni, ma di un’attività continua di raccolta dati, tracciamento e analisi in tempo reale. A questa architettura partecipa pienamente anche l’Europa. Regno Unito, Francia e altri Paesi europei che hanno rafforzato la propria postura operativa nel Mediterraneo orientale e nelle aree limitrofe. Dalle basi avanzate nel Levante operano velivoli in configurazione di sorveglianza e controllo, mentre droni e sistemi ISR contribuiscono alla costruzione di un quadro informativo condiviso. L’Europa non agisce come attore secondario, ma come componente integrata di un dispositivo che considera la stabilità del Medio Oriente direttamente legata alla sicurezza del continente. Sul dominio marittimo la situazione appare ancora più strutturata. Nel Mediterraneo orientale, nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden è presente una concentrazione continua di unità da combattimento ad alta capacità. Cacciatorpediniere dotati di sistemi AEGIS, fregate antiaeree, unità di difesa antimissile e navi di supporto logistico garantiscono una presenza ininterrotta. Questo dispositivo consente il controllo dei choke point strategici, la protezione delle rotte energetiche e la capacità di risposta immediata a minacce asimmetriche.
Il quadrante compreso tra Creta, Cipro, Libano e Israele rappresenta oggi uno dei punti più militarizzati del pianeta. In quest’area convergono sorveglianza aerea continua, pattugliamento navale permanente e sistemi radar multilivello. È una zona di frizione strategica, nella quale ogni movimento viene rilevato, classificato e valutato nel giro di pochi minuti. Qui si misura il vero equilibrio regionale.
Il centro di gravità dell’intero sistema resta l’Iran, non come obiettivo diretto ma come perno attorno al quale ruota la stabilità del Medio Oriente. I movimenti militari in corso sono finalizzati a monitorare la capacità di azione indiretta attraverso i proxy regionali, il trasferimento di armamenti, le capacità missilistiche e la possibilità di attacchi asimmetrici contro Israele o contro infrastrutture energetiche e marittime.
Israele mantiene una postura di difesa attiva e silenziosa. Il rafforzamento dei sistemi antimissile, l’intensificazione delle attività di sorveglianza e il coordinamento costante con Stati Uniti ed Europa indicano una strategia fondata sulla prevenzione totale. L’obiettivo non è l’escalation, ma la capacità di assorbire e neutralizzare un eventuale attacco su più fronti, terrestre, missilistico e marittimo. Questo assetto si inserisce in un contesto globale segnato da una competizione permanente tra potenze. Il Medio Oriente è tornato a essere il teatro di compensazione delle tensioni sistemiche: energia, rotte commerciali, sicurezza marittima e credibilità strategica convergono in questa regione.
La fase attuale è la più delicata. Le forze sono già schierate, le mappe operative vengono aggiornate costantemente, le catene decisionali sono pronte. Non si combatte, ma tutto è predisposto affinché, se necessario, l’intervento possa avvenire senza preavviso. È questa la natura della zona grigia strategica: nessuna dichiarazione di guerra, nessun cessate il fuoco, ma una pressione continua che riduce progressivamente lo spazio dell’errore.

Il silenzio degli F-35 e il nuovo equilibrio invisibile intorno all’Iran. Elena Tempestini.

Negli ultimi giorni si osserva un rafforzamento militare statunitense nel Medio Oriente, semplice deterrenza o preparazione verso l’Iran? Movimenti aerei e navali verso basi che, in linea d’aria, si collocano direttamente sul perimetro operativo iraniano.
Presenza di F-35 tra i primi assetti ad essere ridistribuiti, proprio per la loro capacità stealth e ISR. Nel rapporto iraniano, gli F-35 occupano una posizione centrale non come velivoli da attacco visibile, ma come piattaforme di penetrazione stealth, sensori avanzati e nodi di coordinamento dell’intero dispositivo aereo. In uno scenario reale, sarebbero tra i primi assetti a operare, non gli ultimi. Proprio per questo, la loro eventuale presenza non viene mai enfatizzata pubblicamente, gli F-35 fanno già parte del dispositivo militare statunitense nel Medio Oriente in modo strutturale, flessibile e deliberatamente poco visibile. In una fase di riallineamento delle forze verso l’Iran, è quindi altamente probabile che assetti di questo tipo siano già integrati nello schieramento, anche in assenza di annunci ufficiali , secondo una logica coerente con l’analisi militare NATO. Caccia avanzati, assetti di supporto, aerei cisterna e dispositivi di comando sono stati ridistribuiti nell’area di responsabilità del Comando Centrale americano (CENTCOM). Formalmente si parla di misure difensive e di stabilizzazione regionale. Tuttavia, come spesso accade in geopolitica, ciò che conta non è solo la dichiarazione ufficiale, ma la struttura concreta dello schieramento.
La presenza militare statunitense nella regione poggia su una rete articolata di basi e infrastrutture, distribuite tra Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Oman. Un sistema che consente agli Stati Uniti di operare in prossimità strategica dell’Iran senza un dispiegamento diretto sul suo territorio, garantendo rapidità di intervento, profondità operativa e piena interoperabilità tra aria, mare e intelligence.
Quando aumentano la capacità di rifornimento in volo, il coordinamento tra basi alleate, la prontezza di assetti a lungo raggio e l’integrazione dei sistemi di comando, non siamo più soltanto nel campo della deterrenza simbolica. Entriamo nella fase della preparazione operativa, quella che consente al decisore politico di mantenere aperte tutte le opzioni: pressione, contenimento o azione mirata.
Storicamente, questo tipo di configurazione precede momenti di alta tensione strategica. Non perché l’attacco sia imminente, ma perché la macchina militare viene messa nelle condizioni di poterlo essere. L’Iran osserva e interpreta.
Perché nel Medio Oriente la percezione dello schieramento vale quanto lo schieramento stesso. Il nodo centrale oggi non è comprendere se un confronto sia alle porte, ma riconoscere che il livello di prontezza sta cambiando. Ed è proprio questo più delle dichiarazioni ufficiali il vero segnale geopolitico da monitorare.

La fine della finzione: Davos, Carney, Fink e il crollo dell’ordine globale. Elena Tempestini.

Non basta riportare ovunque il discorso di Mark Carney, ma comprenderne bene ogni parola, domandarsi il perché. Non sono parole contro qualcuno, ma contro una “finzione”. Mentre pubblicavo questo articolo, mi è tornato alla mente un passaggio che oggi appare quasi profetico. Nel 1972, all’Accademia militare di Modena, Eugenio Cefis tenne un discorso destinato a rimanere sotterraneo ma decisivo. Disse ai giovani ufficiali, futuri punti chiave del sistema, che il potere del futuro non sarebbe stato solo negli Stati, ma nelle multinazionali, che avrebbero dovuto comprenderle, accettarle, studiarle, perché lì si sarebbe spostato il vero centro decisionale del mondo.
Quella visione accompagnò la nascita della globalizzazione economica che a Davos nel 1971 con Klaus Schwab, abbiamo conosciuto per cinquant’anni. Oggi, a Davos, sembra essersi celebrato l’atto finale di quella stessa stagione. Come se il cerchio iniziato allora si stesse chiudendo, anche cambiando il luogo futuro dove si terrà il Forum.
Non è solo la fine di un modello economico. È la fine dell’illusione che il potere potesse essere neutrale, invisibile, senza responsabilità politica. La globalizzazione è nata come progetto. Sta finendo come realtà storica.
Carney non ha parlato di transizione, ma di frattura. Ha detto ciò che molti pensano da tempo che le regole non proteggono più, l’integrazione economica è diventata un’arma e fingere che il sistema funzioni è diventato il vero rischio.
In questo passaggio entra inevitabilmente Donald Trump, non come protagonista, ma come detonatore. Carney non lo difende, ma ne riconosce implicitamente l’effetto, Trump è stato il primo a smettere di fingere, mostrando che i rapporti internazionali oggi si fondano sui rapporti di forza più che sulla retorica. Trump non viene celebrato in quel discorso, ma neppure demonizzato, viene superato, perché ha svolto, forse suo malgrado, la funzione più destabilizzante di tutte, rendere visibile ciò che prima veniva nascosto. E quando una verità strutturale emerge, non può più essere rimossa, può solo essere affrontata.
Qui si trova il concetto di René Girard, mentore di Peter Thiel e di J.D Vance vice presidente americano. Trump è il capro espiatorio volontario su cui proiettare le contraddizioni della globalizzazione, per evidenziarle per rivelarne le fragilità.
È questo il cuore del discorso di Carney, quando parla alle nazioni e dice: “Se non siete al tavolo, vuol dire che siete nel menù”Riconoscere che il vecchio ordine non tornerà e che la nostalgia non è una strategia. Davos non ha celebrato la globalizzazione, né ha certificato il suo tramonto. E ha posto una domanda che riguarda tutti, continuare a fingere o costruire qualcosa di nuovo partendo dalla verità? Carney non difende Trump.
Ma riconosce implicitamente una verità scomoda, se smetti di recitare, tutti gli altri sono obbligati a scegliere se continuare a mentire o iniziare a costruire davvero.
Elena Tempestini
Elisabetta Failla