La Cina ha inaugurato la Rotta Artica: Nuove Vie Commerciali e Implicazioni Strategiche

Una nave container cinese ha compiuto il primo viaggio commerciale sulla nuova rotta chiamata “ China – Europe Artic Express” che collega direttamente i porti cinesi a quelli del Nord Europa. Un primo container è partito il 20 settembre 2025 e ha completato il percorso in circa 18 giorni, un tempo significativamente inferiore rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez. il Passaggio a Nord —Est lungo la costa siberiana verso l’Europa e’ avvenuta. La nave è partita da Ningbo-Zhoushan, facendo scalo anche a Qingdao e Shanghai, prima di dirigersi verso i porti europei di Danzica, Amburgo, Rotterdam e infine Felixstowe. La gestione è della compagnia cinese emergente Haijie Shipping Sea Legend.
L’apertura della rotta artica da parte della Cina, la quale segna un cambio di paradigma nel commercio globale, collegando direttamente la Repubblica Popolare Cinese all’Europa senza passare per le vie tradizionali di Suez o del Capo di Buona Speranza. Il risparmio di tempo e l’efficienza logistica rappresentano un vantaggio immediato, ma la navigazione attraverso i mari gelati comporta rischi ambientali e geopolitici significativi.
Dal punto di vista strategico, l’iniziativa rafforza l’influenza cinese sulle catene commerciali globali, riducendo la dipendenza da rotte controllate da terzi e creando nuovi equilibri nelle relazioni internazionali. La Russia, pur collaborando economicamente con Pechino, osserva con attenzione la crescente presenza cinese nel suo “cortile artico”.
L’aspetto ambientale non è trascurabile: il traffico navale in zone ecologicamente sensibili espone la regione a incidenti e accelerazione dello scioglimento dei ghiacci. La sostenibilità diventa quindi un elemento chiave nella strategia commerciale e diplomatica cinese.
In prospettiva, la rotta artica non è solo un percorso commerciale: è uno strumento geopolitico, una leva di potere e un indicatore della crescente complessità nelle relazioni tra economia, sicurezza e ambiente nel XXI secolo.

Il petrolio come leva di pace: la mossa americana che incrina gli equilibri del Cremlino. Elena Tempestini

Negli ultimi giorni Washington ha dato un colpo diretto al petrolio della Russia per costringere Putin a trattare la pace in Ucraina. Sanzioni alle due colonne portanti del regime economico russo: le petrolifere Rosneft e Lukoil. Si mira a interrompere l’accesso delle compagnie a servizi finanziari e a pressare i loro conti esteri. Reazioni immediate, con vendite e una perdita di capitalizzazione rilevante per entrambe. Gli oligarchi russi, “fedeli” al Cremlino, sono innanzitutto gestori di capitale: perdite sistemiche di patrimonio e restrizioni sui movimenti di capitale erodono rapidamente la loro propensione a sostenere politiche che mettono a rischio i loro attivi. Se sanzioni e conseguenze operative dovessero prolungarsi, potrebbero richiedere un cambiamento dell’assetto politico ed economico. Questo non significa necessariamente un golpe in senso classico, ma una frammentazione delle alleanze e una maggiore instabilità decisionale al vertice.
Il fatto che Mosca mandi un emissario economico-diplomatico di alto livello come Kirill Dmitriev inviato speciale del Presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, nel momento che Trump è in Asia, e che la Russia sia in piena crisi finanziaria delle sue compagnie petrolifere, suggerisce che gli affari economici, quali investimenti e contatti internazionali sono parte integrante della strategia del Cremlino, dimostra che non c’è solo l’azione militare o diplomatica pura.
Le sanzioni a Rosneft e Lukoil non sono solo una misura economica: sono un attacco mirato al meccanismo che finanzia e legittima il potere a Mosca. A breve possono sembrare solo un problema finanziario con oscillazioni e contromisure, ma a medio termine aumenteranno la probabilità che l’equilibrio fra Stato, élite e apparato militare si incrini. Questo non garantisce automaticamente scenari catastrofici o “cospirazioni” interne: significa che il margine d’errore politico diventa più stretto e che le élite potrebbero ricalibrare il loro supporto se i costi superano i benefici. La posta in gioco è la capacità del Cremlino di sostenere contemporaneamente guerra, stabilità interna e il patto implicito con i detentori di capitale, proteggere la capacità di finanziare lo sforzo militare e insieme mantenere il consenso o la neutralità dell’élite economica che sostiene il sistema. Rosneft e Lukoil rappresentano quote rilevanti della produzione e delle entrate statali russe: colpirle è colpire la macchina fiscale che alimenta gli equilibri interni.
Kirill Dmitriev ha annunciato di essere giunto negli Stati Uniti per colloqui con funzionari americani, parlando di una possibile soluzione diplomatica fra Russia, USA e Ucraina. Ha inoltre affermato che il summit fra Donald Trump e Putin non è stato cancellato ma solo rinviato.

Trump e Xi verso la distensione: accordo su TikTok, terre rare e soia

Gli Stati Uniti e la Cina sembrano aver trovato un punto di equilibrio dopo mesi di tensione commerciale. A pochi giorni dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto in Corea del Sud, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha annunciato un accordo “definitivo” su le terre rare e la soia, nonché sulla vendita di TikTok, segnando una fase di distensione che potrebbe ridefinire i rapporti economici tra le due potenze.
Secondo quanto dichiarato da Bessent durante il programma “Face the Nation”della CBS, “tutti i dettagli sono ormai definiti” e la chiusura formale della transazione sarà nelle mani dei due leader. La vendita di TikTok rappresenta un passaggio simbolico e politico di rilievo: a gennaio 2025 la Corte Suprema aveva infatti confermato la legge federale che vieta l’app Tik Tok negli Stati Uniti, a meno che non venga ceduta dalla sua società madre cinese. La conclusione positiva del negoziato segna quindi un momento di pragmatismo diplomatico, volto a disinnescare uno dei principali fattori di frizione tecnologica tra Washington e Pechino.
Parallelamente, è stata raggiunta una pre-intesa sulle terre rare, strategici indispensabili per la produzione di microchip, batterie e tecnologie militari che prevede il rinvio di un anno alle restrizioni cinesi sulle esportazioni. In cambio, Pechino riprenderà gli acquisti di soia americana, bloccati negli ultimi mesi per ragioni politiche e commerciali.
L’accordo, secondo Bessent, “porterà benefici concreti ai coltivatori americani e stabilità al mercato agricolo”. Il riferimento è chiaro: le tensioni tariffarie degli ultimi anni avevano colpito duramente il comparto agroalimentare statunitense, storicamente vicino alla base elettorale repubblicana.
Dal punto di vista geopolitico, l’intesa sancisce una tregua tattica. Trump ha confermato che l’ipotesi di dazi al 100% nei confronti della Cina è ormai archiviata, dopo due giorni di colloqui “molto positivi” in Malesia. L’obiettivo è duplice: ridurre l’escalation commerciale e ricreare un canale stabile di dialogo economico, in un momento in cui entrambe le potenze hanno interesse a evitare nuove turbolenze nei mercati globali.
Le trattative, descritte da Bessent come “costruttive e approfondite”, hanno toccato anche il tema della cooperazione sulla crisi del fentanyl, segnale di un dialogo più ampio che va oltre la dimensione economica.
L’appuntamento di giovedì 30 ottobre in Corea del Sud tra Trump e Xi rappresenterà il banco di prova della nuova fase dei rapporti sino-americani. Più che un semplice accordo commerciale, quello che si profila è un test di equilibrio strategico tra due potenze consapevoli che la stabilità economica globale passa oggi, inevitabilmente, per la loro capacità di negoziare senza indebolirsi.

“Italia protagonista del quantum: innovazione, imprese e opportunità globali”. Elena Tempestini.

Nasce in Lombardia la Q-Alliance, hub per il quantum computing che mette l’Italia sotto i riflettori internazionali. Mercoledì 14 ottobre, D-Wave e IonQ, due giganti statunitensi, hanno annunciato l’apertura di un centro per ricerca e sviluppo industriale nel nostro Paese.

Perché proprio l’Italia? La risposta è nel Piano nazionale per le tecnologie quantistiche, con 33 azioni concrete: dalla ricerca avanzata alla formazione, dall’installazione di hardware dedicato all’accesso alle tecnologie critiche. L’Italia punta a diventare competitiva come Francia, Germania e Spagna, investendo circa 200 milioni all’anno per cinque anni.

Secondo Wired, il progetto è anche una porta europea per le aziende americane, che altrimenti non possono accedere ai fondi comunitari. D-Wave, per esempio, lavora con una tecnologia unica, il quantum annealing, assente in Europa. Fabio Beltram della Scuola Normale di Pisa sottolinea: “Non sappiamo quale tecnologia vincerà, quindi dobbiamo mantenere tutte le porte aperte”.

A rafforzare il ruolo dell’Italia come hub tecnologico contribuisce anche il forum promosso dalla Fondazione Innovazione Digitale ETS, piattaforma di incontro tra istituzioni, operatori e mondo della ricerca su innovazione, intelligenza artificiale e digitalizzazione. L’evento favorisce il dialogo tra policy maker, industria e accademia, con l’obiettivo di posizionare l’Italia come protagonista del dibattito internazionale e di rafforzare la collaborazione tra imprese italiane, nazionali e multinazionali e il patrimonio di ricerca delle università.

L’Italia non parte da zero: il Paese è già al centro di tecnologie avanzate che esporta globalmente. Un esempio è Prysmian Group di Milano e Tratos Cavi Spa di Pieve Santo Stefano, leader nella produzione di cavi sottomarini, i cui componenti in fibre ottiche sono fondamentali anche per le comunicazioni quantistiche. E poi c’è EniQuantic di Eni, impegnata nello sviluppo di soluzioni tecnologiche avanzate per il quantum computing, il quale quantum è un calcolo quantistico, una tecnologia che sfrutta i principi della meccanica quantistica per risolvere problemi complessi che i computer tradizionali non possono affrontare. A differenza dei computer classici che usano i bit, cioè da 0/1, i computer quantistici utilizzano i qubit che grazie ai fenomeni della superposizione e dell’Entanglement possono elaborare simultaneamente un numero esponenziale di informazioni. Questa capacità li rende potenzialmente molto più veloci nel risolvere specifici problemi, come la crittografia, l’ottimizzazione e la simulazione molecolare. L’italia è un Paese che da sempre ha una filiera scientifica d’eccellenza, pronta a integrarsi con la nuova frontiera della tecnologia quantistica. Il contrasto con Bruxelles è chiaro: guidata dalla Francia di Macron, che con Pasqal, ha appena annunciato 65 milioni di investimenti nell’Illinois per insediare il primo quartier generale negli Stati Uniti.

l’Europa vuole favorire aziende comunitarie in nome della sovranità digitale, escludendo giganti americani come D-Wave. Ma per l’Italia, questa esclusione è un’opportunità: attrarre investimenti, competenze e startup, e diventare hub di innovazione.

Praticamente il lago di Como non è solo bellezza, ma il teatro dove l’Italia può giocare un ruolo strategico nella tecnologia del futuro.

Fonte: Wired, interviste a Fabio Beltram (Scuola Normale di Pisa)

India, Exxon e il nuovo asse del greggio: la fine del monopolio russo nell’Oceano Indiano. Elena Tempestini

Quando l’India decide di cambiare fornitore di petrolio, il mondo ascolta.

La notizia dell’acquisto di 4 milioni di barili di greggio guyanese da parte di Indian Oil Corporation e Hindustan Petroleum, due delle principali raffinerie statali indiane, non è un semplice movimento commerciale: è una manovra geopolitica.

Dietro l’operazione con ExxonMobil, che controlla la produzione di petrolio in Guyana, si intravede una revisione profonda della politica energetica di Nuova Delhi e, più in generale, un segnale di riallineamento nei rapporti di forza tra Washington, Mosca e l’Asia meridionale.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’India aveva approfittato dei forti sconti offerti da Mosca per consolidare le proprie scorte energetiche, diventando uno dei principali acquirenti di greggio russo. Una scelta definita da molti “pragmatica”: garantire approvvigionamenti stabili a basso costo in un momento di inflazione e tensioni sui mercati globali.

Tuttavia, il recente accordo con ExxonMobil segna un cambio di prospettiva. Nuova Delhi, pur senza rinnegare i legami con Mosca, inizia a diversificare le proprie rotte energetiche per evitare una dipendenza eccessiva e rispondere alle pressioni occidentali, in particolare statunitensi, che da mesi chiedono all’India di “non finanziare indirettamente la guerra” russa.

La pressione di Washington si è concretizzata in modo esplicito lo scorso 1° agosto 2025, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto ufficialmente all’India di interrompere le importazioni di petrolio russo.

Una richiesta che, se accolta, potrebbe mettere a rischio miliardi di dollari di entrate per la Russia, spingere Mosca a reagire bloccando un importante oleodotto guidato dagli USA e, potenzialmente, innescare una nuova crisi globale dell’offerta energetica.

L’India, terzo importatore mondiale di petrolio, è infatti divenuta dal 2022 il maggiore acquirente di greggio russo, con acquisti fino a 2 milioni di barili al giorno, pari al 2% dell’offerta globale. Altri grandi acquirenti restano la Cina e la Turchia.

La scelta della Guyana non è casuale. In pochi anni, questo piccolo Stato sudamericano è diventato uno dei nuovi poli emergenti dell’energia globale, grazie alle scoperte petrolifere al largo delle sue coste, dove ExxonMobil, insieme a Hess e CNOOC, ha avviato una produzione in rapida espansione.

La dimensione geopolitica lo rende prezioso: acquistare in Guyana significa avvicinarsi all’orbita statunitense e ridurre il rischio di sanzioni o instabilità logistica derivanti dai flussi eurasiatici.

La Russia non ha commentato ufficialmente la decisione indiana, ma il segnale è chiaro: la partnership energetica russo-indiana non è più esclusiva.

Per Mosca, che negli ultimi due anni aveva trovato proprio in Nuova Delhi un mercato vitale per compensare la perdita di clienti europei, si tratta di un colpo strategico non trascurabile.

Per Washington, invece, è una vittoria silenziosa: gli Stati Uniti ottengono un doppio risultato, rafforzando la propria influenza energetica nell’Oceano Indiano e riducendo la dipendenza dell’India dal petrolio russo, senza dover imporre apertamente sanzioni o diktat.

Si è formato un nuovo triangolo energetico: India, Stati Uniti, Sud America.

Questa mossa conferma come l’India stia diventando uno snodo cruciale del nuovo ordine energetico multipolare.

Da un lato, continua a importare da Mosca, dal Golfo Persico e dall’Africa; dall’altro, apre canali con l’Atlantico, consolidando un ponte strategico tra Sud America e Asia.

È la logica del multi-alignment, la diplomazia a più centri, che il premier Narendra Modi ha elevato a dottrina: mantenere rapporti solidi con tutti, senza legarsi a nessuno.

Ma in questo equilibrio sottile, ogni scelta energetica diventa un atto di politica estera.

Il passaggio dell’India verso il petrolio della Guyana non è solo un esperimento commerciale, ma un indizio di come la geopolitica dell’energia stia evolvendo in silenzio.

L’Asia meridionale si configura sempre più come crocevia di interessi globali, dove il controllo dei flussi energetici equivale al controllo dell’influenza politica.

L’India, consapevole della propria centralità, sta ridisegnando la mappa del potere petrolifero globale: tra Oriente e Occidente, tra pragmatismo e strategia, tra memoria coloniale e ambizione di potenza.

E forse, dietro ogni barile di greggio, si cela la vera misura del futuro equilibrio mondiale.

Dall’invenzione del microchip ai cavi sottomarini: è l’Italia “invisibile” che connette il mondo. Elena Tempestini.

La Silicon Valley nasce dal silicio, e il silicio porta un nome italiano: Federico Faggin. Fu lui, ingegnere vicentino, a concepire nel 1971 il primo microprocessore, gettando le basi della rivoluzione digitale che ha ridefinito potere, economia e società. Da quella scintilla è nata la civiltà del dato, dove l’informazione è diventata risorsa e strumento di dominio.

Oggi, se il cervello del mondo digitale è nel microchip, il suo corpo corre sotto i mari: oltre il 95% dei dati globali viaggia attraverso cavi sottomarini, un’infrastruttura invisibile che unisce continenti, governi e mercati. E anche qui l’Italia è protagonista silenziosa. La Prysmian Group di Milano è il leader mondiale nella produzione di cavi per energia e telecomunicazioni, mentre la Tratos Cavi Spa di Pieve Santo Stefano realizza tecnologie in fibra ottica che alimentano reti e data network planetari. Da queste infrastrutture dipendono la sicurezza energetica, la capacità di comunicazione e la stabilità geopolitica di interi sistemi.

In questo contesto si colloca la nozione di sovranità tecnologica: la capacità di una nazione di sviluppare, gestire e proteggere autonomamente le proprie infrastrutture digitali. È la nuova forma del potere, fondata sul controllo dei dati e delle reti, che da decenni costituisce l’architettura invisibile della politica globale. Le grandi piattaforme digitali lo hanno compreso bene: trasformare la ricchezza in potere politico e culturale è la loro strategia. Le Big Tech non sono più semplici aziende, ma infrastrutture essenziali per comunicare, lavorare, commerciare.

Figure come Peter Thiel incarnano questa visione: ideologo del monopolio e mentore di intere generazioni di imprenditori e politici, da René Girard a J.D. Vance, teorizza la legittimità del dominio tecnologico come missione quasi salvifica. I tecnocapitalisti non appartengono a partiti: li usano. Accumulano risorse per modellare il futuro a propria immagine, costruendo una sovranità parallela, priva di veri contrappesi.

Così, mentre la politica tradizionale arranca, l’asse del potere si sposta verso chi controlla i flussi di informazione, energia e intelligenza artificiale. Dall’intuizione di Faggin ai cavi sottomarini italiani, emerge una geografia invisibile del potere, in cui l’Italia forse non si rende ancora conto di quanto una parte del suo tessuto industriale sia, in silenzio, uno dei motori trainanti del mondo, con eccellenze tecnologiche e manifatturiere sempre all’avanguardia. Ed è in questa trama sommersa che si gioca la vera sovranità del XXI secolo.

L’era della tokenizzazione: la visione di Larry Fink e la nuova geografia del potere finanziario. Elena Tempestini.

Larry Fink sul social X

“Credo che siamo solo all’inizio della tokenizzazione di tutti gli asset, dagli immobili alle azioni alle obbligazioni.” Con questa frase, pronunciata quasi come una profezia, Larry Fink , CEO del più grande gestore di patrimoni al mondo, dei più importanti asset manager, principale fornitori di servizi di gestione degli investimenti globali, la BlackRock, ha sintetizzato una delle trasformazioni più profonde e sottovalutate del sistema finanziario globale.

BlackRock CEO Larry Fink

Per comprendere la portata di queste parole, bisogna spingersi oltre il linguaggio tecnico e leggere il messaggio politico, strategico e culturale che le accompagna. Fink non parla soltanto di innovazione tecnologica, ma di una nuova forma di sovranità economica. La tokenizzazione, nella sua visione, è il punto di arrivo di un processo in cui il valore diventa digitale, liquido, frazionabile e tracciabile. Ogni bene reale, un edificio, un titolo di Stato, una quota societaria può essere convertito in un insieme di “token”, rappresentazioni digitali della proprietà registrate su blockchain.

Questo meccanismo ha conseguenze dirompenti: democratizza l’accesso agli investimenti, riduce i costi di intermediazione, accelera i flussi di capitale e abbatte le barriere tra mercati nazionali. Ma, al tempo stesso, riconcentra il potere nelle mani di chi possiede e gestisce le infrastrutture digitali che rendono possibile questa circolazione di valore.

È in questa dinamica che Fink individua la nuova “frontiera” della finanza globale. Dopo la moneta, i derivati, gli ETF e la finanza algoritmica, ora il controllo non sarà più solo sui capitali, ma sull’architettura stessa della loro rappresentazione.

La tokenizzazione, nella prospettiva geopolitica, ridefinisce il concetto di sovranità. Le banche centrali, già impegnate nello sviluppo delle valute digitali di Stato (CBDC), vedono emergere un ecosistema parallelo, spesso più rapido e più attrattivo. I fondi sovrani e le grandi istituzioni finanziarie competono per presidiare le piattaforme, i protocolli e i registri che diventeranno i “porti franchi” del valore globale.

In questa corsa, BlackRock gioca d’anticipo: non come semplice gestore di fondi, ma come architetto di un’infrastruttura che unisce finanza tradizionale, intelligenza artificiale e blockchain.

Il messaggio di Fink è quindi doppio. Da un lato, la promessa di una finanza più inclusiva e trasparente; dall’altro, l’avvertimento che il dominio non sarà più solo sulla moneta, ma sull’informazione che la rappresenta. La tokenizzazione è il linguaggio con cui il capitalismo del XXI secolo riscrive se stesso: trasformando ogni cosa in dato, ogni proprietà in codice, ogni valore in flusso digitale.

E in quel flusso , silenzioso, invisibile e globale, si gioca già oggi la nuova geografia del potere economico mondiale.

Terra e acqua: le nuove armi silenziose del potere globale. Elena Tempestini.

 Comprare terra agricola non è più un gesto arcaico, né una semplice strategia di investimento: è un atto geostrategico. Gestire flussi finanziari, catturare benefici fiscali, controllare risorse vitali e accumulare opzioni politiche.

La terra, da bene rifugio, si è trasformata in infrastruttura strategica multifunzionale. È cash flow, è leva di potere, è strumento di sovranità. E oggi, nel cuore del XXI secolo, si lega a un’altra risorsa ancora più invisibile e decisiva: l’acqua.

Il 2025 segna un’accelerazione nelle acquisizioni di terreni agricoli attraverso società veicolo, fondi sovrani e family office. Dietro la complessità giuridica delle SPV e delle shell companies si nascondono tre logiche precise: anonimato degli investitori, ottimizzazione fiscale, flessibilità nell’uso della terra come asset finanziario.

La nuova aristocrazia del capitale, fondi del Golfo, investitori asiatici, private equity occidentali, non compra solo suolo. Compra futuro. Perché possedere terra oggi significa controllare acqua, cibo, carbonio e, in prospettiva, politica.

Il valore geopolitico del cibo è sotto gli occhi di tutti: guerre del grano, embargo sui fertilizzanti, insicurezza alimentare in Africa e Medio Oriente, vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.

Chi controlla la produzione agricola dispone di una leva diplomatica enorme. È la logica che un tempo si applicava al petrolio, oggi estesa alla biopolitica alimentare e idrica.

La terra è cash flow stabile, spesso fiscalmente agevolato: affitti indicizzati, redditi esenti, strumenti di trasformazione della liquidità in rendita. Ma la vera moneta nascosta è l’acqua.

Ogni appezzamento agricolo è, in realtà, un deposito di diritti idrici. Questi possono essere scissi, negoziati, rivenduti. In un’epoca di stress climatico e desertificazione, l’acqua è più preziosa della terra stessa.

Acquisire suolo significa, in prospettiva, assicurarsi accesso a bacini, falde e corsi fluviali: la materia prima invisibile della geopolitica contemporanea.

La transizione energetica, spesso narrata come sfida tecnologica e finanziaria, poggia anch’essa su un fondamento idrico. Dietro ogni batteria, ogni turbina, ogni microchip, scorre acqua.

Per produrre una singola tonnellata di litio servono fino a due milioni di litri d’acqua. Per fabbricare un microchip avanzato occorrono decine di migliaia di litri di acqua ultrapura. L’intelligenza artificiale, la frontiera più avanzata della tecnologia, consuma acqua per raffreddare i data center e per alimentare la produzione dei semiconduttori che la rendono possibile.

La “mente digitale” dell’umanità funziona, letteralmente, grazie a un bene naturale che sta diventando politico.

Il controllo delle risorse idriche è già oggetto di tensioni crescenti: Iran e Talebani si scontrano per il fiume Helmand; la diga del GERD in Etiopia ridefinisce i rapporti di forza lungo il Nilo; la Cina, con la diga di Motuo sul Brahmaputra, mette sotto pressione l’India.

L’acqua è il nuovo campo di battaglia invisibile, una forma di deterrenza che unisce hard e soft power. Chi regola portate, dighe e infrastrutture idriche esercita un dominio paragonabile al controllo di uno stretto marittimo.

In questo scenario, la hydro-diplomacy diventa la prosecuzione della geopolitica con altri mezzi. E la terra agricola, con i suoi pozzi, falde e diritti d’acqua, ne è il punto di contatto fisico.

Acquistare terra oggi significa collocarsi nel cuore del sistema di approvvigionamento del futuro: alimentare, energetico, industriale e tecnologico.

La stessa logica ESG, ovvero fattori ambientali, sociali e di governance, che sono considerazioni chiave negli investimenti sostenibili, la riforestazione, carbon credits, pratiche rigenerative trasformano la terra in asset finanziari verdi, generando nuove rendite finanziarizzate sotto la bandiera della sostenibilità.

La posta in gioco non è più solo economica. È geopolitica. Food security equivale a sicurezza nazionale, Hydro-politica significa controllo sulla prossima scarsità globale.

Carbon finance è la nuova finanza di influenza.

E c’è un rischio sottile, soprattutto per Paesi come l’Italia: vendere terra e risorse idriche equivale, nel medio periodo, a cedere porzioni di sovranità. Chi controlla il suolo, controlla la produzione. Chi controlla l’acqua, controlla la vita.

E chi controlla entrambi, definisce l’ordine geopolitico del futuro.

 

Rogun Dam: l’ambizione idro-strategica del Tagikistan tra geopolitica, sovranità e ingegneria italiana. Elena Tempestini.

Nel cuore dell’Asia centrale, lungo il fiume Vakhsh, prende forma una delle opere più imponenti e simboliche del nostro tempo: la diga di Rogun. Con i suoi 335 metri di altezza, destinata a diventare la più elevata al mondo, Rogun rappresenta molto più di un’infrastruttura idroelettrica è una dichiarazione di identità strategica e indipendenza energetica per il Tagikistan.

Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la gestione dell’acqua in Asia centrale è divenuta terreno di potere, di equilibri mutevoli e di diplomazie silenziose. In questo scenario, Rogun emerge come architrave della sovranità energetica di Dushanbe: un progetto capace di trasformare la risorsa idrica in leva geopolitica e di ridisegnare i flussi energetici della regione.

L’intervento del gruppo italiano Webuild (già Salini-Impregilo), vincitore nel 2016 del contratto per il completamento dell’opera, ha dato al progetto una dimensione internazionale. È l’incontro tra ingegneria italiana e ambizione nazionale tagika: un’alleanza che unisce competenze tecnologiche avanzate e un contesto operativo estremo, in cui la sfida non è solo costruttiva ma anche geopolitica.

Webuild porta con sé il modello del “fare infrastruttura” come atto di diplomazia economica: costruire una diga, in questa prospettiva, significa stabilire alleanze, creare interdipendenze e generare stabilità regionale.

Il completamento dell’impianto, previsto entro il 2029, segnerà una svolta. Il raddoppio della capacità energetica del Paese non solo garantirà autosufficienza invernale, ma permetterà di esportare elettricità verso Afghanistan, Pakistan e altri partner dell’Asia meridionale. Ciò consoliderà il ruolo del Tagikistan come hub energetico continentale, inserendolo in una rete di scambi che trascende i confini nazionali.

Ma Rogun è anche un banco di prova ambientale. La regolazione delle acque del Vakhsh, la tutela della biodiversità e la mitigazione dell’impatto sul bacino richiedono tecnologie di monitoraggio e sostenibilità avanzate, ambiti in cui la competenza italiana si dimostra determinante. L’infrastruttura diventa così laboratorio di eco-innovazione e resilienza idrica, anticipando modelli di equilibrio tra sviluppo e salvaguardia del territorio.

Sul piano geostrategico, la diga rafforza la posizione di Dushanbe in un quadrante delicato, dove le risorse idriche equivalgono al potere politico. Il controllo del flusso del Vakhsh significa, di fatto, poter condizionare i rapporti con Uzbekistan e Kirghizistan, tradizionalmente sensibili alla gestione dei bacini transfrontalieri.

La diga di Rogun è quindi un’opera militare nel pensiero, economica nella funzione e simbolica nell’essenza. È la manifestazione visibile di un principio: che la vera forza di una nazione, oggi, risiede nella capacità di trasformare le proprie risorse naturali in strumenti di autonomia e di influenza.

E nel farlo, il Tagikistan ha scelto la competenza italiana quella che coniuga ingegneria, diplomazia e visione strategica, per costruire non solo una diga, ma una nuova geografia del potere idrico in Asia centrale.

Hamas e Israele hanno firmato l’accordo sulla prima fase del piano di pace a Gaza. Elena Tempestini

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth che i negoziatori di Hamas e Israele hanno infine firmato l’accordo sulla prima fase del piano di pace presentato la scorsa settimana dallo stesso Trump, dopo giorni di negoziati. Nel suo messaggio, Trump ha scritto che la firma significa che «tutti gli ostaggi, detenuti da Hamas, saranno liberati molto presto, mentre Israele ritirerà le sue truppe dietro una linea concordata».

L’annuncio è stato poi confermato dal primo ministro Netanyahu e da un comunicato di Hamas, ed entrambi hanno ringraziato Trump. L’accordo è stato mediato da Qatar, Stati Uniti ed Egitto, ma non sono ancora chiari alcuni dettagli significativi, che dovrebbero essere annunciati nelle prossime ore. È confermato che già nei prossimi giorni ci sarà uno scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, per il quale entrambe le parti si stanno già preparando. Non è ancora invece del tutto noto come avverrà il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza, e con che tempi.

Tel Aviv festeggiamenti per la notizia di stanotte 9 ottobre 2025

Nel suo comunicato, Hamas ha scritto che l’accordo «sancisce la fine della guerra a Gaza, il ritiro dell’occupazione israeliana, l’ingresso di aiuti umanitari e lo scambio di prigionieri». Ma Netanyahu, nel suo messaggio, ha finora parlato esclusivamente di liberazione degli ostaggi, e mai di ritiro.

Secondo il piano di Trump, nella prima fase Israele dovrebbe ritirare i propri soldati da un’ampia zona nel centro della Striscia, rimanendo però nel suo territorio. Le fasi successive del piano porterebbero a un ulteriore ritiro, fino a mantenere una “zona cuscinetto” lungo il confine della Striscia.

Se tutto dovesse procedere come previsto, l’accordo significa soprattutto un cessate il fuoco e la fine dei bombardamenti e degli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. 

Il piano di pace su cui si stava discutendo in Egitto era stato annunciato il 29 settembre da Donald Trump assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quel testo prevede tra le altre cose anche l’esclusione di Hamas dal futuro governo della Striscia, e la sua completa demilitarizzazione. Non è chiaro se i negoziati degli ultimi giorni abbiano modificato queste condizioni.