Peter Thiel e la religione della tecnologia: Il transumanesimo come escatologia del potere

Nel mondo ipertecnologico contemporaneo, la sovranità non si misura più attraverso i confini o le istituzioni politiche, ma attraverso i codici. Il potere non governa più territori o popoli, bensì flussi di dati, algoritmi e, sempre più spesso, corpi umani.

È emersa così una nuova forma di sovranità tecnologica, che ha sostituito il linguaggio della politica con quello della tecnica. Dietro la presunta neutralità dell’innovazione si cela tuttavia una teologia secolare del potere: la fede nell’uomo che si salva da sé, senza Dio, attraverso la macchina.

L’idea di redenzione si è spostata dalla grazia al calcolo. Chi controlla la tecnologia controlla anche l’escatologia: decide come e dove finirà l’umano.

Tra i principali architetti di questa nuova religione laica, Peter Thiel occupa un posto centrale. Filosofo di formazione e imprenditore visionario, Thiel è stato tra i fondatori di PayPal, primo finanziatore di Facebook e di Elon Musk, promotore di startup dedicate alla longevità, all’antivecchiamento e alla crioconservazione. È inoltre mentore e finanziatore del vicepresidente americano J. D. Vance, ma soprattutto fondatore di Palantir Technologies, la più potente impresa mondiale nel campo dell’analisi e della sorveglianza dei dati.

Il nome Palantir, tratto dagli specchi onniveggenti di Tolkien, è rivelatore: rappresenta una forma moderna di occhio oracolare, una piattaforma in grado di leggere, correlare e prevedere i comportamenti umani su scala globale. È la materializzazione di un sogno di controllo totale, la traduzione in codice di ciò che un tempo apparteneva alla sfera del sapere divino: l’occhio che non dorme, la conoscenza che non dimentica.

Thiel non è soltanto un uomo d’affari: è un pensatore che vede nella tecnologia un nuovo strumento di trascendenza. La morte, per lui, non è un destino ma un errore tecnico da correggere; la salvezza non è un mistero, ma un progetto di ingegneria biologica.

In una recente intervista al New York Times, Thiel ha denunciato la stagnazione mondiale dovuta alla mancanza di coraggio, soprattutto in Europa:

“Il futuro è l’idea di un domani diverso dal presente. Ma oggi, in Europa, le uniche tre opzioni che ci vengono offerte sono l’ecologia, la sharia o uno Stato comunista totalitario. Come uscirne? Correndo rischi, il più possibile — anche nella salute, nel nucleare o nell’intelligenza artificiale.”

Discepolo dichiarato di René Girard, Thiel crede all’Apocalisse e si percepisce come colui che deve avvertire dell’arrivo dell’Anticristo. Secondo la sua visione, esso prenderà la forma di un governo mondiale autoritario. Il suo transumanesimo, corrente filosofica che mira a potenziare l’uomo mediante la tecnologia, assume così un carattere teologico: diventa la religione dell’Occidente post-cristiano, che promette la salvezza non più per grazia, ma per mezzo della tecnica. La resurrezione diventa uploading, la grazia un upgrade. L’uomo non attende più la redenzione, la programma.

È la fede di un’epoca che ha sostituito il Verbo con l’algoritmo e la trascendenza con il codice. La promessa rimane quella del cristianesimo, la vita eterna, ma il percorso è rovesciato: non più l’uomo che sale a Dio, bensì la macchina che si sostituisce all’uomo.

La teologia cristiana insegna che l’Anticristo non è solo un individuo, ma un principio spirituale: l’idea che l’uomo possa farsi Dio. In questa prospettiva, la sovranità tecnologica rappresenta la sua forma contemporanea. Non è il male dichiarato, ma il bene assoluto che si fa idolo. Non distrugge la carne: la riprogramma. Non nega Dio: lo replica in forma digitale. L’Anticristo del nostro tempo non ha un volto, ma un’interfaccia. È la fede silenziosa in un potere che promette perfezione e immortalità attraverso la macchina.

La corsa tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è soltanto economica: è antropologica ed escatologica. Chi controllerà l’intelligenza artificiale, la biologia sintetica e i big data definirà non solo gli equilibri geopolitici, ma la stessa forma dell’uomo. Thiel invoca una “sovranità tecnologica americana” come argine al totalitarismo cinese. Tuttavia, nel difendere la libertà, l’Occidente rischia di costruire un controllo ancora più pervasivo, fondato sulla trasparenza totale e sull’onniveggenza digitale.

Il transumanesimo di Thiel e della Silicon Valley non è un semplice materialismo: è una teologia della potenza. Non annuncia la morte di Dio, ma la sua sostituzione con la macchina. Non distrugge la fede, la trasferisce nell’algoritmo. È una religione che conserva le forme della speranza cristiana, ma ne capovolge il senso: l’eternità diventa un prodotto di laboratorio, la resurrezione una simulazione computazionale.

Per la teologia cristiana, invece, il limite non è un errore da correggere, ma il luogo in cui l’uomo scopre la verità di sé: la propria creaturalità. Infrangerlo significa dissolvere l’umano. La sovranità tecnologica, intesa come padronanza totale dell’esistenza, è dunque una escatologia rovesciata: non la salvezza dell’uomo in Dio, ma la salvezza dell’uomo da Dio. È il sogno antico di Babele che ritorna, questa volta costruito con il silicio e alimentato dai dati.

In questa prospettiva, Palantir appare come la nuova torre di Babele dell’Occidente: nasce per proteggere, ma finisce per osservare tutto. È la religione dei dati che pretende di salvare l’uomo conoscendolo fino in fondo e, così facendo, lo priva del mistero. È una fede rovesciata: la salvezza diventa software, l’eternità un processo di calcolo, la grazia un prodotto biotecnologico. La parabola di Peter Thiel racconta molto più di una biografia imprenditoriale: è la storia dell’Occidente che ha trasferito la fede dalla trascendenza alla tecnologia. Il suo transumanesimo non è un’eresia scientifica, ma una nuova religione geopolitica, nella quale i dati sostituiscono le Scritture e la macchina diventa il nuovo mediatore del destino.

Il contrappunto di Federico Faggin

A contrasto con questa visione escatologica e tecnologica, Federico Faggin, pioniere della Silicon Valley e inventore del microprocessore, propone un approccio diverso. Nei suoi scritti e interventi, Faggin sostiene che scienza e spiritualità devono camminare insieme, integrandosi. La tecnologia può spiegare e potenziare il mondo fisico, ma senza riconoscere la dimensione spirituale dell’uomo, rischia di diventare sterile o pericolosa.

Per Faggin, la coscienza e l’esperienza interiore restano centrali: la ricerca del significato, della consapevolezza e del mistero non può essere sostituita dalla macchina. La salvezza e l’evoluzione umana non sono solo un progetto tecnico, ma un percorso che unisce ricerca scientifica e consapevolezza spirituale, preservando la creaturalità e il limite dell’uomo.

Così, mentre Thiel costruisce una religione della tecnica e del calcolo, Faggin propone una via integrativa, dove il progresso tecnologico è strumento e non fine, e dove la tecnologia serve all’uomo senza sostituire il mistero e la trascendenza.

In fondo, entrambe le visioni parlano della stessa questione: come l’Occidente intende affrontare il potere, la vita e l’immortalità, ma con approcci radicalmente diversi: uno escatologico e teologico, l’altro integrativo e consapevole.

Il Premio Pinocchio 2025: Firenze celebra valori, tradizione e responsabilità civile. Elena Tempestini

Firenze, 24 novembre 2025

Nella cornice solenne della Sala Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi si è svolta l’edizione 2025 del Premio Pinocchio, promosso dall’Associazione Culturale “Pinocchio di Carlo Lorenzini”, guidata dalla presidente Anna Iacobacci. Un appuntamento che, anno dopo anno, rinsalda un legame profondo tra la città di Firenze e il suo burattino più celebre del mondo, divenuto nel tempo un vero archetipo dell’educazione civile e della crescita personale.

L’edizione 2025 ha confermato la natura corale del Premio, costruito attorno ai personaggi e ai simboli del capolavoro lorenziniano. Ogni riconoscimento è stato infatti associato a una figura della fiaba, affinché il valore incarnato dai premiati si inserisse nel tessuto etico che ha reso immortale “Le avventure di Pinocchio”.

A inaugurare la cerimonia è stata l’esibizione dei giovani musicisti della Scuola di Musica di Fiesole: Miriam Cancellieri, Riccardo Fametti, Filippo Maria Delle Vergini e Luca Gonnelli cui sono seguiti i saluti istituzionali della Vice Sindaca Alessia Bettini e l’introduzione della Professoressa Anna Kraczyna, docente universitaria, autrice e traduttrice simultanea di riconosciuto prestigio. Quest’ultima ha offerto al pubblico una riflessione tanto colta quanto incisiva sull’attualità del romanzo di Carlo Lorenzini, evidenziando che è un testo che continua a parlare al presente attraverso il valore dell’educazione, del coraggio, della responsabilità e dell’intelligenza emotiva.

“L’umanità non è innata ma si conquista” ha ricordato Kraczyna, “solo così possiamo smettere di essere burattini e divenire  persone”

I premi, ciascuno collegato a un personaggio dell’opera lorenziniana, hanno visto protagonisti figure di rilievo del panorama culturale, economico e sociale: Paolo Conticini attore, Ginevra Moretti imprenditrice che sta restituendo vita al Castello di Sammezzano, Maurizio de Giovanni scrittore e autore televisivo del Commissario Ricciardi e Mina Settembre, Giovanni Bernabei produttore internazionale televisivo della luxvide, Rosa Maria Di Giorgi Senatrice e Presidente del Conservatorio Luigi Cherubini, Daniela Mori Presidente del Consiglio di Sorveglianza Unicoop Firenze , Irene Sanesi Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze, Diana Frescobaldi imprenditrice ed erede da sette secoli della viticoltura e valorizzazione del territorio della storica famiglia, Roberto Marcori Presidente Fondazione Ada Cullino, Edoardo Malagigi designer e artista di fama internazionale, Cinzia Gagliardi Comandante Generale dei Carabinieri Forestali della Toscana.

Proprio il premio dedicato al “Paese dei Balocchi”, consegnato a Roberto Giacinti e Silvano Gori ha assunto quest’anno un significato particolare, soprattutto in relazione alla storia dell’Automobile Club Firenze. Giacinti commercialista e membro del Collegio dei Revisori ACI Automobile club di Firenze, e Silvano Gori già assessore comunale, ex deputato e oggi presidente della Fondazione Onlus Compagnia di Babbo Natale, impegnata in iniziative di sostegno a bambini e famiglie in difficoltà. Entrambi rappresentano due figure la cui opera civile riflette in pieno quell’intreccio tra impegno, responsabilità e solidarietà che la fiaba di Lorenzini ha custodito per generazioni.

A premiare Giacinti e Gori è stato il Professore e Architetto Massimo Ruffilli, Presidente dell’Automobile Club di Firenze, che ha voluto sottolineare la continuità ideale tra i valori del Premio e la missione pubblica dell’Automobile Club di Firenze. In questa occasione Ruffilli ha consegnato al Marchese Ginori un suo disegno originale dedicato alle prime automobili della storia cittadina: un omaggio di particolare rilevanza simbolica, poiché il Marchese è discendente diretto di Carlo Ginori, primo fondatore dell’Automobile Club Firenze.

Fu proprio Carlo Ginori, come ricordato durante la cerimonia dal Presidente dell’Automobile Club Firenze, Professore Massimo Ruffilli, ad uscire dal suo garage di via Taddea, la stessa strada che vide nascere il 24 novembre 1826 Carlo Lorenzini, alla guida della rombante Panhard-Levassor: la prima automobile a percorrere le vie di Firenze. Quel gesto pionieristico, denso di audacia e visione, appare oggi come un perfetto contrappunto al messaggio del Premio Pinocchio: la volontà di attraversare il nuovo senza perdere il senso della responsabilità, della comunità e dell’etica civile.

L’accostamento fra il mondo di Lorenzini e la storia dell’Automobile Club di Firenze non è dunque frutto del caso: entrambi testimoniano un’idea alta di cittadinanza, dove progresso, cultura e solidarietà non sono dimensioni separate, ma parti di una stessa narrazione civile.

Il Premio Pinocchio 2025 si è così confermato non soltanto come celebrazione dei meriti individuali, ma come una vera liturgia laica della città: un luogo in cui Firenze riconosce, nei suoi cittadini e nelle sue istituzioni, quei valori di libertà, educazione e responsabilità che Carlo Lorenzini consegnò alla letteratura e che ancora oggi continuano a orientare la nostra idea di comunità.

Ucraina: raid russo a Ternopil e il piano segreto USA-Russia, il futuro di un conflitto che cambia equilibrio. Elena Tempestini.

In queste notti di novembre a Ternopil in Ucraina, un attacco russo ha lasciato una scia tragica: almeno 26 morti, tra cui bambini, e quasi 100 feriti, colpiti da droni e missili in quello che sembra un raid coordinato su infrastrutture energetiche e di trasporto. La Polonia ha chiuso gli aeroporti di Rzeszow e Lublino mentre i raid colpivano le città ucraine, per salvaguardare il proprio spazio aereo, Varsavia ha fatto anche decollare aerei polacchi e alleati. Anche la Romania ha fatto decollare i suoi jet per una nuova incursione di droni di Mosca, ha affermato il ministero della Difesa di Bucarest. Chiuso dalla Polonia, in risposta al sabotaggio ferroviario del 19 novembre. Chiuso anche il consolato russo di Danzica, l’ultimo rimasto nel Paese. L’Ucraina, ancora una volta, si trova al centro di un conflitto che non è solo militare, ma profondamente politico e strategico.Il Consiglio dei ministri dell’Ucraina ha nominato Artem Nekrasov ministro ad interim dell’Energia dell’Ucraina in seguito alla destituzione della titolare del dicastero, Svitlana Grynchuk, per lo scandalo corruzione nel settore energetico.

Parallelamente, emergono notizie che scuotono la percezione internazionale: un piano segreto, elaborato dagli emissari di Washington e Mosca, prevede una possibile cessione di territori ucraini e limitazioni sulle capacità militari di Kiev. A Bruxelles, Kaja Kallas e altri leader europei reagiscono con forte contrarietà, ricordando che qualsiasi accordo deve rispettare la sovranità ucraina e l’unità transatlantica.

La posta in gioco va oltre la geografia: il piano, se attuato, ridefinirebbe l’assetto strategico dell’Ucraina e consoliderebbe le posizioni russe su Donbas e Crimea, segnando un precedente nella gestione dei conflitti europei. La negoziazione, condotta al di fuori del consesso europeo, mette in luce un elemento cruciale: alcuni attori americani e russi potrebbero privilegiare un accordo bilaterale rispetto a un percorso multilaterale guidato dall’UE.

Zelenskyy, con la diplomazia come unica arma aggiuntiva, si prepara a un incontro chiave in Turchia per rilanciare i colloqui e ottenere sistemi di difesa aerea più avanzati dai suoi alleati. Ogni mossa diventa allora strategica, non solo per resistere militarmente, ma per salvaguardare la credibilità internazionale dell’Ucraina.

Le implicazioni sono molteplici: la tenuta dell’unità europea, la stabilità del fronte orientale, la credibilità degli Stati Uniti come partner coerente e la percezione della comunità internazionale sulle regole che governano i conflitti moderni. In questo scenario, il futuro non è scritto: l’Ucraina potrebbe trovarsi di fronte a un compromesso pesante, o a una resistenza che ridefinisce nuovamente i confini del conflitto.

Questa è la partita strategica: non è solo la guerra che si combatte sul terreno, ma l’influenza, la narrativa e la capacità di leggere i movimenti degli attori globali. Ogni segnale, ogni accordo o tentativo di accordo, diventa un indicatore di come il mondo guarda al futuro dell’Europa orientale, e più in generale al principio di sovranità e sicurezza che governa le relazioni internazionali.

Cambiare la narrativa: il metodo italiano per sopravvivere alla complessità. Elena Tempestini.

Quando Winston Churchill, con il suo humour tagliente, definì gli Italiani “un popolo bizzarro, fascista in massa un giorno e partigiano in massa quello successivo”, non stava giudicando un Paese, ma fotografando un carattere. Una battuta, certo, ma anche un lampo di lucidità: l’Italia quando cambia il vento, cambia racconto, prima ancora di cambiare comportamento.

A distanza di quasi un secolo, quelle parole non hanno perso forza. Perché l’Italia continua a muoversi con quella stessa, sorprendente flessibilità identitaria. Una forma di ginnastica nazionale che supera i governi e i cicli economici: si oscillava allora tra consenso e dissenso, come si oscilla oggi tra europeismo e scetticismo, tra slanci riformisti e nostalgie improvvise.

Il punto non è la coerenza. È la capacità tutta italiana di ricollocarsi in tempo reale.

Praticamente una doppia verità  rassicura tutti e nessuno avrebbe esclamato Pirandello!!!

Il modo in cui la narrazione politica viene costruita per gli italiani ha qualcosa di profondamente teatrale. I fatti si muovono, ma il racconto li rincorre con un certo ritardo, cercando ogni volta la cornice più accettabile.

Ieri la propaganda passava per la radio EIAR, oggi per i social e per i talk show: la tecnologia cambia, la dinamica no.

L’italiano medio assorbe il messaggio che gli permette di sentirsi nella parte “giusta” della storia, mentre chi governa utilizza proprio quella duttilità per pilotare, attenuare, alleggerire le contraddizioni.

In questa danza, la politica sa che l’Italia non è un Paese statico: è un Paese che preferisce raccontarsi piuttosto che guardarsi allo specchio.

Guardando agli ultimi anni, si ritrova la stessa malleabilità che Churchill aveva colto: un giorno siamo inflessibili difensori dell’integrazione europea, il giorno dopo difensori della sovranità nazionale;

un giorno ci scandalizziamo della corruzione, il giorno dopo votiamo chi “ci assomiglia”;

un giorno chiediamo stabilità, il giorno dopo pretendiamo cambiamenti radicali.

Non è schizofrenia collettiva. È il nostro modo di sopravvivere alla complessità: aprire sempre una via di fuga narrativa.

La storia cambia, noi ci adattiamo. È una costante che va da Giolitti al boom economico, da Tangentopoli ai governi tecnici. Se oggi Churchill leggesse i titoli dei giornali o ascoltasse i dibattiti politici, probabilmente sorriderebbe.

Parlare degli Italiani come di un popolo capace di essere tutto e il contrario di tutto non sarebbe più una provocazione, ma una constatazione sociologica.

E la sua battuta, aggiornata ai tempi della comunicazione digitale, suonerebbe così:

“Gli Italiani cambiano idea con una rapidità straordinaria… ma il loro modo di cambiare idea resta sempre lo stesso.”

Quella frase di Churchill non è un atto d’accusa: è uno specchio.

Ci ricorda che il nostro Paese vive di dualità:

tradizione e modernità, disciplina e improvvisazione, slancio e rinuncia.

L’Italia è una somma di identità che convivono, si sovrappongono, si contraddicono. Ed è proprio questa doppiezza fragile e brillante insieme che ci rende un popolo così difficile da definire, e così facilmente riconoscibile.

In fondo, l’ironia di Churchill non “irrde” gli Italiani,  li descrive e descrivendoli li svela: capaci di cambiare tutto per non cambiare nulla, o di cambiare nulla facendo finta che sia cambiato tutto.

Burry chiude Scion: il primo allarme sulla bolla dell’Intelligenza Artificiale. Elena Tempestini.

Michael Burry

Profitti gonfiati, contabilità creativa e scommesse contro i giganti tech: cosa sta davvero accadendo sui mercati e perché novembre 2025 potrebbe essere ricordato come un punto di svolta della finanza.

Quando Michael Burry parla, i mercati tendono a fermarsi, non perché sia infallibile, ma perché nella storia recente è stato uno dei pochi ad aver visto arrivare tempeste che molti ignoravano. La sua previsione sulla crisi dei subprime del 2008 anche raccontata nel libro e nel film La Grande Scommessa , lo ha consacrato come la voce capace di leggere dove gli altri vedono solo rumore.

Per questo la decisione annunciata in questo novembre 2025, di chiudere Scion Asset Management,  ha avuto un impatto immediato: un gesto raro per un gestore, e ancora più raro se compiuto in un momento di massima euforia per il settore tech e per tutto ciò che ruota intorno all’intelligenza artificiale. La chiusura di Scion è stata formalizzata il 10 novembre nelle registrazioni alla SEC, un atto che non lascia spazio a interpretazioni: per Burry il rischio sistemico è tornato, e riguarda in primo luogo la bolla speculativa dell’AI.

Burry sostiene da tempo che i mercati si siano “distaccati dai fondamentali”.

Non è una metafora: significa che i prezzi delle azioni non riflettono più i dati reali delle aziende, ma aspettative e narrazioni.

L’intelligenza artificiale, soprattutto dopo il 2023, ha generato una corsa agli investimenti senza precedenti. Le capitalizzazioni sono cresciute più velocemente dei ricavi, dei margini e degli utili. La promessa dell’AI ha oscurato l’analisi tradizionale dei bilanci.

Secondo Burry, oggi ci troviamo davanti a un fenomeno già visto nella storia: valutazioni iperboliche, profitti dichiarati che non corrispondono ai cicli di investimento reali, una fiducia cieca nella tecnologia come motore illimitato di futuro.

Il punto non è negare la rilevanza dell’intelligenza artificiale bensì  è interrogarsi sulla sostenibilità economica di questo entusiasmo. Da questo pensiero nascono le scommesse ribassiste contro Nvidia e Palantir

Prima di chiudere Scion, Burry aveva assunto posizioni ribassiste contro alcuni dei principali simboli della corsa all’AI: Nvidia, cuore tecnologico delle GPU per modelli AI, con una crescita valutativa vertiginosa; e Palantir Technologies che fondata da Peter Thiel, il vero gigante della data intelligence, oggetto di un hype costante sulle sue partnership governative e militari. La logica di Burry è lineare: quando una valutazione cresce molto più dei fondamentali, lo sbilanciamento prima o poi si corregge. È già successo con le dot-com, con il settore biotech, con i subprime. Il suo allarme riguarda proprio questo eccesso di fiducia: una narrativa perfetta che però rischia di non essere supportata da utili reali. La critica più pesante che Burry muove alla Silicon Valley riguarda gli hyperscaler, cioè le aziende  che gestiscono reti di data center su scala massiccia, in grado di fornire servizi cloud e gestire carichi di lavoro enormi per miliardi di utenti come Amazon, Microsoft, Google ecc, praticamente  i custodi dell’infrastruttura su cui si regge l’intera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Secondo Burry, molti utili presentati come “boom dell’AI” sarebbero in realtà il risultato di un uso aggressivo degli ammortamenti: i colossali investimenti in data center e hardware vengono distribuiti contabilmente su periodi così lunghi da rendere più leggera la spesa nei bilanci trimestrali.

È legale, certo. Ma altera la percezione della redditività reale.

Questa distorsione, se applicata su larga scala, può gonfiare artificialmente l’intero settore tech e ingannare gli investitori meno attenti ai dettagli contabili. Possiamo pensare ad una bolla speculativa tecnologica.? ci sono le analogie con il passato? Perché il termine “bolla” evoca ricordi precisi: la dot-com bubble dei primi anni 2000. Allora bastava aggiungere “.com” al proprio nome per attirare capitali. Oggi basta pronunciare “AI”. Le analogie sono molte: crescita delle valutazioni più rapida dei ricavi, aspettative irrealistiche, riduzione dello scetticismo, capitali che inseguono narrazioni più che numeri.

Sicuramente la storia non si ripete mai identica, ma spesso ritorna sotto nuove forme.

Come sempre accade quando Burry parla, il mercato si divide: Una parte dei grandi investitori difende la solidità della crescita dell’AI, definendola strutturale e inevitabile. Un’altra parte, più prudente, ammette che il rischio di sovravalutazioni è reale e che la contabilità degli hyperscaler merita maggiore vigilanza. Nel frattempo, la sola notizia della chiusura di Scion ha aumentato la volatilità dei titoli AI e riacceso il dibattito sulla sostenibilità della loro corsa.

Il timore di Burry è chiaro:

la bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare il punto debole dell’intero mercato del 2025. Un eventuale crollo dei titoli AI avrebbe effetti a catena sull’intero mercato, proprio come accadde nel 2008 quando il problema era confinato – almeno apparentemente ai mutui subprime.

La chiusura di Scion non è una notizia qualsiasi: è un segnale.

Che abbia ragione o torto, Michael Burry ci ricorda che ogni rivoluzione tecnologica porta con sé entusiasmi eccessivi e rischi nascosti. Oggi la domanda da porsi non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo perché sicuramente lo farà.

La vera domanda è a quale prezzo e con quale sostenibilità economica.

In questo momento le valutazioni dei colossi tech toccano nuovi record, la voce di Burry ci invita a osservare ciò che si trova sotto la superficie.

E nelle grandi trasformazioni, spesso, è proprio lì che si nascondono le verità più importanti.

È un’immagine che nessuno avrebbe immaginato dieci anni fa: il presidente siriano ad interim, Ahmed al-Sharaa, accolto alla Casa Bianca con tutti gli onori.Elena Tempestini

Non come un nemico da isolare, ma come un interlocutore da reintegrare nel sistema internazionale.

Un gesto che vale più di mille dichiarazioni: la Siria è tornata al tavolo del potere. Dietro quella stretta di mano tra Sharaa e il presidente americano si nasconde una partita che ridefinisce gli equilibri dell’intero Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno scelto di riaprire il dossier siriano, non per altruismo, ma per chiudere i corridoi strategici dell’Iran e riportare Damasco nell’orbita occidentale.

Il messaggio è chiaro: il nuovo ordine regionale non si costruisce più con guerre di regime, ma con architetture di sicurezza e di investimento. La Siria, devastata da oltre un decennio di conflitto, diventa oggi il banco di prova di una strategia che intreccia diplomazia, economia e controllo militare.

Washington punta a neutralizzare la proiezione iraniana verso il Mediterraneo, garantendo a Israele una fascia di sicurezza nel Sud del Paese. È qui che prende forma il vero disegno: una rete di cooperazione che unisce Stati Uniti, Israele e la nuova leadership siriana, sotto il segno della stabilità e della deterrenza.

Per la Siria, l’apertura americana è al tempo stesso una rinascita e una resa. Da un lato, significa fine dell’isolamento, accesso ai fondi internazionali e possibilità di avviare la ricostruzione; dall’altro, comporta l’accettazione di una sovranità vigilata, condizionata da impegni di sicurezza e da un progressivo allontanamento da Teheran.

L’Iran reagisce con durezza. Per Teheran, la caduta del vecchio asse Damasco-Hezbollah-Teheran è un colpo profondo: significa perdere la propria finestra mediterranea e vedere ridursi lo spazio d’influenza nel Levante.

La Russia, invece, osserva e calibra. Mosca non abbandona la Siria, ma si adatta: mantiene le sue basi, garantisce un equilibrio, e lascia che siano gli Stati Uniti a prendersi il peso della gestione politica e della ricostruzione.

Nel frattempo, Israele legge la visita di Sharaa a Washington come l’inizio di una nuova fase di sicurezza controllata. Un confine più stabile, meno milizie filo-iraniane e la prospettiva di un accordo di pace “tecnico”, fondato su garanzie di disarmo nel Sud della Siria.

Sul piano simbolico, la visita di Sharaa è una foto storica: un Paese che per anni è stato sinonimo di guerra e isolamento diventa oggi un tassello indispensabile nella diplomazia regionale.

Sul piano sostanziale, è il segnale che il Medio Oriente sta cambiando grammatica: meno ideologia, più ingegneria strategica; meno confronto diretto, più gestione multilivello del potere.

Gli Stati Uniti non cercano più di esportare democrazia: esportano sicurezza condizionata. E lo fanno con accordi che legano economia, energia e controllo territoriale.

Così, dietro il sorriso di Washington, si disegna il vero volto del nuovo ordine: un Medio Oriente dove le guerre si spengono solo per essere amministrate, e dove la ricostruzione diventa il nuovo terreno della competizione globale.

E in mezzo a tutto questo, la Siria di Sharaa diventa il laboratorio di un esperimento più grande: capire se un Paese devastato può tornare a vivere, anche quando la sua libertà è scritta tra le clausole di un accordo.

Destra e Sinistra: l’invenzione dell’uomo per non mettersi d’accordo. Elena Tempestini.

Facciamo un “viaggio” semi ironico e geopolitico per comprendere la nascita di una spaccatura che ha costruito parte della storia

Poniamoci la domanda di come e quando nacque la destra e la sinistra.

Domanda semplice, risposta impossibile. O quasi. Perché, in fondo, la storia dell’umanità potrebbe essere riassunta così: da quando ci siamo seduti, abbiamo cominciato a dividerci.

La leggenda che poi tanto leggenda non è racconta che tutto ebbe inizio in Francia, nel 1789, quando l’Assemblea Nazionale si riunì per decidere il destino del re. Da una parte si sedettero i sostenitori della monarchia e dell’ordine costituito: a destra. Dall’altra parte, i fautori del cambiamento, i rivoluzionari, i fautori dell’uguaglianza: a sinistra, il resto lo fece la geografia.

Parigi, come ogni grande capitale, aveva già il suo simbolismo topografico: la Rive Droite, la riva destra della Senna, era la sponda dei commerci, delle banche, dell’ordine e dei palazzi del potere; la Rive Gauche, invece, ospitava studenti, artisti, filosofi, utopisti, gente che viveva più di idee che di rendite. Fu un corto circuito perfetto tra politica e città: l’ideologia si fece l’indirizzo dove dirigersi.

Ma la verità più profonda è che la divisione tra destra e sinistra non nacque per organizzare la politica: nacque per organizzare il disaccordo. Era un modo elegante, quasi geometrico, per trasformare il caos in struttura. Invece di gridarsi addosso, ci si sedeva da parti opposte. Il conflitto diventava istituzione. Da allora, quel gesto di sedersi da un lato o dall’altro ha fatto il giro del mondo, come un format politico globale.

Dagli Stati Uniti all’India, dall’Europa alle Americhe, la scena si ripete identica: il parlamento diviso in due schieramenti contrapposti, la linea immaginaria al centro che separa la ragione dall’errore, secondo chi guarda, ovviamente.

Non è un caso che anche nel Novecento, con il cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, la politica italiana tornasse a essere osservata come una costruzione da laboratorio. Non si trattava più di credere nella destra o nella sinistra, ma di organizzarle, di renderle utili al mantenimento dell’equilibrio. Gelli, con la sua visione inquietante e per certi versi preveggente, aveva intuito ciò che molti politologi avrebbero riconosciuto solo decenni dopo: che la divisione non serve a distruggere la società, ma a tenerla sotto controllo.

Il Piano di Rinascita Democratica rappresentò, in fondo, la trasformazione della politica in ingegneria sociale. Non più la destra e la sinistra come ideali contrapposti, ma come strumenti per ordinare il caos, proprio come accadde nel 1789, quando i deputati dell’Assemblea francese si divisero in due sponde per dare forma al conflitto. Solo che, in questo caso, il “caos” non era l’ancien régime: era la democrazia stessa, con le sue incertezze, i suoi imprevisti e le sue voci troppo libere.

Così, ciò che nell’origine era stato simbolo di libertà politica divenne, nel secolo breve, un meccanismo di contenimento: una scenografia ordinata per rappresentare il dissenso senza mai lasciarlo davvero esplodere. La destra e la sinistra non erano più poli morali, ma coordinate funzionali, linee di forza necessarie a mantenere il sistema in perenne equilibrio e in perenne illusione di scelta.

La cosa curiosa, e forse ironica, è che quella linea, nel tempo, si è fatta mobile. La destra e la sinistra non sono più posizioni fisse, ma coordinate in movimento. Ciò che ieri era rivoluzionario, oggi è conservatore. Ciò che ieri era difesa dell’ordine, oggi è protesta contro il sistema. È come se l’umanità, per giustificare la propria incapacità di stare unita, avesse inventato un eterno ballo politico a due.

Dietro questa danza c’è una domanda più grande: perché abbiamo bisogno di dividerci in categorie? Forse perché il pensiero, come il corpo, ha bisogno di equilibrio. La destra e la sinistra sono due emisferi della stessa mente politica: una tende alla conservazione, l’altra alla trasformazione. Ma quando una delle due prevale troppo, il corpo della civiltà vacilla. Nel mondo globalizzato la frattura si è fatta più sottile e più confusa.

Oggi la destra non è più necessariamente il bastione dei valori e la sinistra non è più il laboratorio dei sogni. Si combattono guerre identitarie che scavalcano le ideologie classiche: i progressisti invocano ordine, i conservatori si scoprono rivoluzionari. Tutto si è spostato, eppure il bisogno di dire “noi” e “loro” rimane intatto. A ben guardare, il dibattito geopolitico non è altro che la proiezione planetaria di questo vecchio schema mentale.

L’Occidente e l’Oriente, il Nord e il Sud, i dem e i rep, i globalisti e i sovranisti: le categorie cambiano, ma la matrice è la stessa. Ogni volta che il mondo tenta di ritrovare un’unità, riscopre di essere diviso esattamente come nel 1789.

Solo che oggi non ci si siede più su banchi di legno, ma su algoritmi, feed e piattaforme. La nuova Assemblea è digitale, e anche lì, simbolicamente, c’è sempre una riva destra e una riva sinistra.

Forse, allora, la domanda non è più quando sia nata la destra e la sinistra, ma quando l’uomo imparerà a smettere di usarle per non capirsi. Perché a forza di stare da una parte, rischiamo di non accorgerci che il fiume quello vero, quello della storia continua a scorrere in mezzo, portando via tutti.

La cuspide dell’uomo: Riflessioni sulla frattura interiore dell’Occidente. Elena Tempestini.

“Egli disse: Il seminatore uscì a seminare. E mentre egli seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in un luogo sassoso, dove non c’era molta terra e subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, subito bruciò e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede il frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi, intenda.” ( Vangelo di Matteo (13: 3-9 / 18-23).

La civiltà ebbe inizio quando l’uomo, per la prima volta, scavò la terra e vi depose un seme. In quel gesto originario era contenuto tutto: la fiducia, il tempo, la possibilità del domani. Oggi, invece, sembriamo vivere sospesi su una cuspide, un punto instabile tra ciò che eravamo e ciò che non sappiamo ancora diventare.

Non è una crisi economica, né un semplice conflitto politico: è un’incrinatura profonda dell’essere umano. Una crepa che attraversa l’anima delle nazioni e i sistemi di potere, la cui mappa ormai non coincide più con i confini tracciati sulle carte. L’Occidente, che per secoli ha fondato la propria egemonia sulla certezza del progresso, scopre di non sapere più che cosa significhi avanzare. Si è smarrito il senso della direzione, come se la storia stessa avesse perso il proprio nord.

Sotto la superficie della geopolitica si consuma un’altra guerra invisibile ma onnipresente tra due concezioni dell’uomo: da una parte i progressisti, convinti che la tecnologia e i diritti possano risolvere ogni frattura; dall’altra i conservatori, che tentano di trattenere un ordine simbolico ormai in disfacimento. È un conflitto che non si combatte solo nei parlamenti o nei mercati, ma anche nelle chiese, nei media, nelle coscienze individuali. Ogni campo, religioso o laico che sia, riflette la stessa tensione: quella tra l’idea di un uomo “costruibile” e quella di un uomo “ricevuto”, depositario di un senso che non può autogenerarsi.

Viviamo in un tempo che scambia la connessione per comunione, la libertà per assenza di legami, la parola per rumore. Ci illudiamo di essere parte di un sistema globale che ci include, quando in realtà ci separa con la precisione di un algoritmo. Abbiamo sostituito il pensiero lento con la reazione istantanea, la profondità con l’immediatezza. Eppure, proprio come le piante che sopravvivono adattandosi senza muoversi, anche l’uomo è chiamato oggi a una forma nuova di radicamento: non più nella materia, ma nella consapevolezza.

La crepa che si è aperta non è una condanna, ma un varco. È da lì che filtra la luce, anche se abbaglia. Ogni civiltà giunge a un punto in cui deve scegliere se continuare a riparare le proprie macerie o imparare a costruire di nuovo. L’Occidente è a quel punto adesso: stretto tra il ricordo della sua grandezza e la paura di non avere più nulla da offrire.

Non possiamo più continuare a vivere di rimandi e di alibi. L’uomo ha edificato muri altissimi per difendersi da se stesso: economici, morali, ideologici. Ma nessuna architettura del potere potrà salvarlo se non tornerà a riconoscersi come seme, e non come radice morta. Perché ogni sistema politico, spirituale o economico si ammala quando l’uomo dimentica di essere parte della vita e non il suo padrone.

Forse non esiste una direzione certa, ma la certezza è ciò che più ci imprigiona. Siamo nell’epoca della cuspide: non possiamo tornare indietro, ma non sappiamo ancora dove mettere piede. È in questa vertigine che si misura il coraggio del nostro tempo non nel vincere, ma nel cominciare finalmente a comprendere.

Firenze, nel segno della solidarietà: la 42ª Cerimonia di Consegna degli Scudi di San Martino nel Salone dei Cinquecento. Elena Tempestini

Nel cuore di Firenze, nel maestoso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si è svolta la 42ª edizione della Cerimonia di Consegna degli Scudi di San Martino, un appuntamento che da oltre quarant’anni celebra il valore più alto dell’impegno civile: la solidarietà.

Alla presenza di numerose autorità civili, militari e religiose, la cerimonia si è aperta con lo squillo delle chiarine della Famiglia del Gonfalone della Città di Firenze, in un’atmosfera di profondo raccoglimento e partecipazione. Insieme al presidente dell’Istituto Scudi di San Martino, Comm. Roberto Lupi, erano presenti tra gli altri il capogruppo PD ed ex presidente del Consiglio comunale Luca Milani e il vicepresidente vicario del Consiglio comunale Alessandro Draghi.


Realizzato da maestri artigiani fiorentini, lo scudo riproduce l’immagine del Santo nell’atto di dividere il proprio mantello con un povero, gesto che da secoli incarna la virtù della condivisione e dell’aiuto reciproco.
La forma circolare richiama la difesa e la protezione, mentre i rilievi e le finiture in argento o bronzo distinguono le diverse onorificenze:
Scudo d’Argento – conferito a chi si è distinto per atti di eroismo o gesti di straordinaria solidarietà umana;
Scudo di Bronzo – assegnato a coloro che hanno compiuto azioni di rilevante valore civile o sociale;
Diploma di Benemerenza – riconoscimento a chi, con costanza e dedizione, ha contribuito a opere di aiuto e fratellanza.
Sul retro, ogni scudo reca inciso il motto che ispira l’Istituto:
“Dividere ciò che si ha, per unire ciò che conta: l’umanità.”

Un momento di particolare rilievo è stato dedicato al simbolo stesso dell’Istituto: il calco originale con cui vengono forgiati gli Scudi d’Argento e di Bronzo, che nell’ultimo anno è stato custodito nel Principato di Monaco e che, grazie alla Sig.ra Muriel Natali-Laure, Ambasciatrice della Solidarietà di Montecarlo, è stato scortato dai Rappresentati di Parte Guelfa e consegnato a Frate Ruggero Valentini, presidente della Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio dell’Università Cattolica di Tirana. Un gesto che sottolinea la dimensione internazionale della solidarietà e il legame spirituale tra Firenze, Monaco e l’Europa, confermato anche dalla presenza di una copia del calco presso il Parlamento Europeo in questi giorni dedicati a San Martino.

Fondata nel 1983, l’Istituto Scudi di San Martino si ispira al principio espresso nel suo primo articolo: “ricompensare simbolicamente quanti si sono prodigati in opere meritorie di altruismo e solidarietà umana.” Dal 1984, ogni anno, la cerimonia si celebra nel sabato più prossimo all’11 novembre, giorno del Santo Patrono, ricordando il gesto che ne è all’origine: il mantello diviso con chi aveva bisogno.

L’edizione 2025 ha visto la partecipazione di un ampio parterre istituzionale: il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha mandato il suo messaggio di vicinanza all’Istituto non essendo potuto intervenire di persona, la Sindaca di Firenze Sara Funaro, il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, il Prefetto Francesca Ferrandino, il Questore di Firenze Fausto Lamparelli, il Generale Andrea De Gennaro, Capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, l’Arcivescovo di Firenze Mons. Gherardo Gambelli, il Contrammiraglio Alberto Tarabotto, Comandante dell’Accademia Navale, e il Generale Edi Turco, Comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche.

Come ogni anno, un artista ha donato un’opera ispirata alla virtù della solidarietà: per questa edizione, la creazione è firmata dall’artista Lynn, che ha interpretato in chiave contemporanea il messaggio universale di San Martino.

Nel corso della cerimonia sono stati consegnati i Diplomi di Benemerenza, gli Scudi in Bronzo e gli Scudi in Argento, riconoscimenti attribuiti a persone ed enti che si sono distinti per atti di generosità, coraggio e impegno civile.

Tra i premiati con Diploma di Benemerenza, l’Aviere Capo Giuseppe Sionis, la Dott.ssa Paola Fabiani, il Primo Graduato Samantha Salvina Leanza dell’Esercito Italiano, il Sig. Francesco Miraglia, l’Ass. Amm. Rosa Carbotti della Marina Militare, l’Associazione Xenia (Polonia), l’Equipe Elisoccorso della Guardia di Finanza, il Vigile del Fuoco Daniele Sacconi e il Brigadiere Capo Matteo Cannata dell’Arma dei Carabinieri.

Gli Scudi in Bronzo sono stati conferiti, tra gli altri, a Mr. Oscar Mc Crae (UK), Filippo Albonico, giovane di quindici anni di Como, al Dott. Massimiliano Monnanni, all’Agente Massimo Frascà della Polizia Penitenziaria.

Gli Scudi in Argento, il riconoscimento più alto, sono stati assegnati a:

Dr. Mantas Kvedaravicius (alla memoria) – Ritirato dal figlio Samuelis Kvedaravicius e accompagnato dall’Ambasciatore della Lituania Daila Kreivienè. Il riconoscimento sottolinea il coraggio e l’impegno civile del regista e antropologo, la cui opera documentaristica nei contesti di guerra rappresenta un’eredità morale e culturale di grande valore per l’umanità.

Mr. William Newbury (Cardiff) – Ritirato dall’Avv. Enrico Palasciano, Console onorario della Lituania. Premiato per il coraggioso intervento in difesa di una madre e del suo neonato, affrontando animali aggressivi a rischio della propria incolumità.

Sig. Massimiliano Valente (Marina di Pulsano) – Riconosciuto per aver salvato due bagnanti in mare, sfidando condizioni proibitive e pericoli imminenti, dimostrando senso civico e coraggio.

Vice Sovrintendente Federico Galli (Polizia di Stato) Premiato per il salvataggio di una giovane in mare in condizioni meteo-marine estreme, dimostrando alto senso del dovere e eroismo, intervenendo fino all’esaurimento delle forze fisiche.

Sergente Maggiore Aiutante Eliseo Vitaliano Ricca (Esercito Italiano) Riconosciuto per atti ripetuti di eroismo e altruismo civile, salvando vite umane in diverse circostanze, testimoniando i più alti valori del servizio militare e del sacrificio personale per la comunità.

La cerimonia, profondamente sentita, si è conclusa con un momento di silenzio e raccoglimento, nel quale il valore della solidarietà, inteso non solo come gesto individuale ma come atto di civiltà e fondamento etico della comunità, ha trovato la sua più autentica espressione.

In un tempo segnato da crisi e divisioni, Firenze ha ancora una volta ricordato che la grandezza di una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura degli altri.

 

Pasolini il poeta e il petrolio in un’ l’Italia che non volle o non era in grado di ascoltare. Elena Tempestini.   

Ho conosciuto Pasolini non nei libri di scuola, ma nel suo “fondo cartaceo” custodito al Gabinetto Vieusseux di Firenze. Tra quelle infinite carte ingiallite trovai una copia della rivista “L’erba Voglio”, la rivista che fondò con Aldo Capitini e altri intellettuali.

Sfogliandola, lessi un testo che mi spiazzò: il discorso del presidente dell’ENI e successivamente di Montedison, che tenne nel 1972 all’Accademia Militare di Modena. Un discorso in apparenza neutro, ma in realtà densissimo di implicazioni politiche e morali. Parlava del potere come di una “necessità naturale” da imparare, di una classe dirigente che doveva “educare” il Paese alla modernità, alla nascita delle multinazionali. 

Pasolini fu ossessionato da quel lungo discorso. Lo riconobbe come il manifesto di un nuovo potere invisibile, più sottile e più pervasivo di quello politico. Quando, pochi anni dopo, iniziò a scrivere Petrolio, quel discorso divenne una delle chiavi di tutto il romanzo: un atto d’accusa contro la mutazione genetica dell’Italia industriale.

Pasolini comprese che il potere economico non si nascondeva più dietro i governi, ma li generava e li sostituiva. Aveva intuito che la morte di Enrico Mattei non fu solo la fine di un uomo, ma la perdita dell’autonomia energetica e morale dell’Italia che tornava sotto un’egemonia economica straniera travestita da progresso.

Il 2 novembre 1975, quella voce si spense all’Idroscalo di Ostia. Dopo l’omicidio, il manoscritto Petrolio scomparve in parte: alcune carte furono ritrovate, altre no. Quel che rimase venne conservato nel Fondo Pasolini di Firenze. Il suo archivio era immenso e disperso: diari, appunti, lettere, sceneggiature, quaderni di lavoro. Serviva un luogo neutrale ma autorevole, capace di custodire quelle carte con rigore e indipendenza. Firenze, più raccolta e meno esposta di Roma, divenne la scelta naturale. A volerlo fu Graziella Chiarcossi, cugina e collaboratrice del poeta, insieme a studiosi come Maria Corti e Franco Zabagli, che scelsero il Gabinetto Vieusseux per garantire una tutela sobria e scientifica, lontana da ogni pressione mediatica.

Nel 1980 nacque ufficialmente il Fondo Pasolini, oggi cuore pulsante degli studi sull’autore, con oltre 70.000 documenti manoscritti, dattiloscritti, lettere, taccuini, fotografie e bobine sonore — che ancora raccontano la voce inquieta di chi non volle mai smettere di cercare la verità.

Il 2 novembre del 1975 non morì solo un poeta, morì la possibilità di dire la verità su un Paese che aveva smesso di ascoltare e di credere in se stesso.

Petrolio, fu pubblicato ben venti anni dopo, nel 1992 durante Tangentopoli, il periodo che mise a nudo quel sistema di corruzione che Pasolini aveva già intuito vent’anni prima ed aveva scritto nel romanzo incompiuto; l’Italia stava vivendo la fine della Prima Repubblica. l’ENI, le tangenti e i rapporti tra politica e affari erano al centro del dibattito nazionale. In questo contesto, la casa editrice Einaudi decise di pubblicare Petrolio, curato da Maria Corti, filologa e studiosa del fondo pasoliniano.

Fu un gesto quasi “storico”: perché il libro apparve come una profezia postuma. Tutto ciò che Pasolini aveva intuito, il legame tra potere economico, morale e mediatico, adesso si manifestava sotto gli occhi di tutti. Un libro che racconta la nascita di una borghesia industriale e politica capace di controllare il linguaggio, la televisione e il denaro, molto prima che Tangentopoli rivelasse la rete di corruzione tra imprese e partiti.

Tra le sue pagine si intravedono riferimenti cifrati all’ENI, ai servizi segreti, ai rapporti occulti tra Stato e finanza. Pasolini non era certo un complottista: era un analista poetico, e questo lo rese pericoloso. Forse Petrolio fu proprio la sua condanna. Disse di star lavorando su “qualcosa di pericoloso”, e dopo la sua morte, alcune delle sue carte scomparvero. Nessuno ha mai saputo dove siano finite.

Negli stessi anni, il suo cammino incrociò quello di Oriana Fallaci. Due caratteri inconciliabili, ma uniti da un medesimo coraggio: dire ciò che gli altri tacevano. Lei lo intervistò per L’Europeo, lo provocò, lo difese, Pasolini le rispose: “Oriana, tu sei una moralista travestita da cinica”. Eppure, quando lui morì, fu lei a scrivere la frase più vera:

“Era un uomo libero. E lo hanno ucciso perché era libero.”

Titolo per l’Europeo: “Un marxista a New York”. Oriana Fallaci racconta Pier Paolo Pasolini
a New York, come documentato dal servizio fotografico che lei realizzò per la rivista. . Un testo del 1966.

Pasolini aveva capito che la rivoluzione del consumo sarebbe stata più devastante di quella politica.

Nel 1974 scriveva: “Il potere non si nasconde più, si mostra.”

La televisione, la pubblicità, i nuovi linguaggi: tutto serviva a formare un nuovo tipo umano, più docile e più solo.

L’Italia non doveva più essere censurata: bastava insegnarle a desiderare ciò che la rendeva dipendente.

A cinquant’anni dalla sua morte, la domanda resta intatta:

chi controlla i nostri desideri?

Il petrolio che allora scorreva nelle vene del potere oggi è l’informazione, l’immagine, l’algoritmo. Cambiano le forme, non la sostanza.

Raccontare Pasolini non è solo un esercizio di memoria, la sua voce continua a chiedere se abbiamo ancora il coraggio di guardare il potere senza innamorarci di lui.

Quella notte del 2 novembre 1975, in un campo di calcio di periferia, finì la partita dell’Italia che cercava la verità.

Da allora, forse, non è mai più ricominciata.