Oggi l’avvio delle esercitazioni congiunte Zapad 2025 tra Russia e Bielorussia, che segnano un passaggio cruciale per la sicurezza europea. Elena Tempestini.

La Polonia con il dispiegamento di 40.000 soldati lungo i confini orientali e l’istituzione di una no-fly zone, dimostra come Varsavia consideri l’evento non un addestramento convenzionale, ma la simulazione di uno scenario di guerra ibrida ai margini del fianco orientale della NATO. A ciò si aggiungono le misure precauzionali adottate da Paesi baltici e Lettonia, che hanno limitato gli spazi aerei lungo i confini, aumentando la pressione e il livello di sorveglianza.

Il punto nevralgico resta il corridoio di Suwałki, sottile striscia di 100 km che separa l’enclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia. Kaliningrad è ormai una testa di ponte militare avanzata: sede della Flotta del Baltico, dotata di sistemi antiaerei stratificati, missili balistici a corto-medio raggio come gli Iskander, oltre a infrastrutture che, secondo analisi satellitari e rapporti specialistici, potrebbero ospitare capacità nucleari tattiche. Questo conferisce all’enclave un ruolo chiave nella proiezione di potenza russa nel Baltico e nella minaccia diretta alle linee di comunicazione terrestri e marittime della NATO.

È qui che si concentra la vulnerabilità strategica dell’Alleanza: la chiusura del corridoio isolerebbe i Paesi baltici dal resto del blocco atlantico, aprendo la via a un’offensiva terrestre e compromettendo la credibilità della deterrenza NATO. Non sorprende che le esercitazioni russe abbiano più volte simulato questo scenario, in cui il dispositivo di Kaliningrad agisce da fulcro per bloccare rinforzi occidentali e stabilire fatti compiuti.

La memoria storica pesa. Simulazioni analoghe precedettero l’invasione della Georgia nel 2008 e l’offensiva su vasta scala in Ucraina nel 2022. Oggi il messaggio è simile: le esercitazioni sono al tempo stesso addestramento militare, copertura operativa e segnale politico.

In termini geostrategici, la crisi attorno a Suwałki va oltre la dimensione regionale: è il laboratorio del confronto tra ordine occidentale e ordine multipolare. L’Occidente difende l’integrità del suo perimetro di sicurezza, mentre Mosca e Minsk intendono dimostrare che nessun confine NATO è realmente intangibile.

Chiusura delle frontiere di Polonia, Lituania

Gli scenari possibili si articolano in tre direttrici:

Contenimento controllato: la NATO rafforza pattugliamenti aerei e assetti mobili USA/UE, mantenendo alta la tensione ma confinando l’escalation; in questo caso, la probabilità di scontro aperto resta bassa se la deterrenza è credibile.

Provocazione calibrata: Mosca e Minsk testano le reazioni con incursioni di droni oltreconfine, sabotaggi o interdizioni ferroviarie locali, mantenendo l’ambiguità strategica.

Chiusura temporanea di Suwałki: il più grave degli scenari, con un’azione rapida simulata in esercitazione per trasformarla in pressione politica, che potrebbe precipitare in una crisi acuta e costringere la NATO a una risposta collettiva.

La differenza rispetto alle grandi guerre del Novecento è nella forma, non nella sostanza: allora i fronti erano lineari e dichiarati, oggi la guerra si manifesta frammentata, a blocchi, con la costante ambiguità tra esercitazione e minaccia reale. Ma il principio strategico resta immutato: il controllo delle linee di comunicazione e dei varchi decisivi determina il destino degli equilibri continentali.

Caribe rischio di guerra: perché la tensione Stati Uniti-Venezuela può ridisegnare gli equilibri mondiali. Elena Tempestini.

Stretta di mano tra Maduro e Pechino dopo aver siglato gli accordi petroliferi.

Settembre 2025 ha fatto “ scoppiare” un nuovo focolaio di crisi internazionale. Dopo i sorvoli dei jet venezuelani sulla nave americana USS Jason Dunham, la tensione tra Caracas e Washington ha raggiunto livelli altissimi: accuse di narcotraffico, minacce militari e rischi di escalation si intrecciano in un quadro che ricorda le dinamiche più dure della Guerra Fredda.

Dal gennaio 2025, la Russia ha intensificato il sostegno a Nicolás Maduro: addestramento militare, forniture di armi e l’apertura a Maracay di un impianto Rostec per la produzione di munizioni e kalashnikov. Un rafforzamento che si inserisce nel più ampio quadro della cooperazione BRICS e che segnala la volontà di Mosca di radicarsi nel cuore dei Caraibi.

Parallelamente, la Cina ha colto il vuoto lasciato dalle major occidentali: attraverso la CCRC ha investito un miliardo di dollari in giacimenti venezuelani, siglando con Caracas un contratto ventennale di condivisione della produzione. In un Paese con le più grandi riserve di greggio al mondo, isolato e sotto sanzioni, la mossa di Pechino è tanto economica quanto strategica: consolidare la sua proiezione nel Sud globale e legare a sé un attore fragile ma ricco di risorse.

A complicare il quadro, la contesa sull’Essequibo. Dopo la vincita del Venezuela con il referendum del 2023, Caracas ha ottenuto formalmente due terzi del territorio della Guyana, intensificando provocazioni navali e operazioni ibride. Un’area che, con i suoi giacimenti offshore e i traffici criminali, è divenuta nuovo epicentro di rischi globali. Nelle ultime settimane la crisi si è aggravata:

Il 2 settembre 2025: strike degli Stati Uniti, contro una lancia legata al cartello Tren de Aragua, con 11 vittime. Caracas ha detto che è omicidio extragiudiziario, Washington risponde con lotta al narco-terrorismo. Il 4 settembre: due F-16 venezuelani sorvolano la USS Jason Dunham in acque internazionali. Il Pentagono denuncia una provocazione “altamente pericolosa”. Il 5 settembre: Trump avverte che qualsiasi velivolo ostile sarà abbattuto e ordina il dispiegamento di 10 F-35 a Porto Rico. Da oggi 8 settembre: Maduro ha mobilitato milizie e riservisti, aumentando da 10.000 a 25.000 le truppe schierate lungo coste e frontiere strategiche. La regione caraibica torna così ad essere terreno di confronto tra grandi potenze.

Per gli stati Uniti , la crisi è parte della guerra contro i cartelli, ma anche un messaggio di forza verso la Russia e la Cina. Per Mosca e Pechino, il Venezuela è un avamposto: energia, influenza e capacità di minacciare l’America. Per Caracas, è questione di sopravvivenza del regime, giocata sulla leva del petrolio e sull’appoggio esterno.

A tutti gli effetti la crisi stati Uniti -Venezuela non è solo regionale: tocca equilibri globali, mercati energetici e dinamiche criminali transnazionali. La spirale militare in corso aumenta il rischio di un conflitto diretto, con potenziali destabilizzazioni dal Caribe fino al Sud America. In questo scenario, la domanda cruciale è se prevarrà la logica dello scontro o quella della diplomazia. Perché il Venezuela, oggi, rischia davvero di diventare il nuovo epicentro di una guerra globale a bassa intensità.

Guerra silenziosa per l’acqua: tra energia, tecnologia, AI, logistica militare e potere globale. Elena Tempestini.

La transizione energetica è spesso narrata come sfida tecnologica e finanziaria. Dietro ogni batteria al litio, turbina eolica o semiconduttore si nasconde una risorsa strategica troppo spesso ignorata: l’acqua. Non è un semplice bene naturale, ma un “collo di bottiglia strategico” che determina la velocità e la sostenibilità del cambiamento energetico.

Se nel Novecento la geopolitica ruotava attorno al petrolio, oggi la pressione si sposta verso bacini idrici, falde e fiumi. L’acqua diventa il campo di battaglia invisibile della transizione, capace di decidere chi controlla catene del valore e infrastrutture critiche.

L’estrazione di litio, cobalto e terre rare richiede enormi quantità d’acqua: una tonnellata di litio implica l’evaporazione di fino a due milioni di litri. Chi controlla miniere e fonti d’acqua domina filiera delle batterie, mobilità elettrica e logistica militare.

Il conflitto per l’acqua è già visibile: in Africa australe, Congo e Zambia sottraggono risorse idriche alle province agricole per sostenere l’industria mineraria. Questi non sono scenari periferici, ma veri choke-point geoeconomici, vulnerabili a instabilità, rivolte o sabotaggi.

L’acqua è centrale anche per la potenza militare: raffredda data center, alimenta impianti nucleari e semiconduttori, sostiene basi operative in deserti e aree artiche, garantisce propulsione navale e logistica delle flotte. Le città stesse, retrovie strategiche, dipendono dall’acqua: senza approvvigionamenti collassano sistemi energetici e catene della difesa.
La hydro-diplomacy emerge come strumento di deterrenza e soft power: chi impone regole, quote e infrastrutture di gestione ottiene dominio simile al controllo di uno stretto marittimo. Esempi: tensioni Iran–Talebani sul fiume Helmand; accordi di Oslo e trattato Israele–Giordania; bacino del Nilo e diga del GERD in Etiopia, oppure la diga cinese di Motuo sul fiume Yarlung Zang Po (Brahmaputra) nel Tibet, che si teme possa ridurre la disponibilità d’acqua e generare instabilità geopolitica per l’India.
L’acqua è al centro di una guerra silenziosa, economica e strategica, che definisce rapporti di forza globali. Non è solo bene vitale, ma risorsa che sostiene transizione energetica, logistica militare e sovranità tecnologica. Chi controllerà l’acqua controllerà energia, infrastrutture critiche e difesa. Controllerà il futuro.

La nuova geografia del potere, un gioco di geometrie variabili. Le due facce della stessa medaglia: Caucaso e Mediterraneo, il corridoio di Zangezur e la rottura turca con Israele. Elena Tempestini

La firma di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian segna una svolta storica in un conflitto trentennale. La normalizzazione delle relazioni bilaterali si concentra su un nodo cruciale: il corridoio di Zangezur, arteria strategica che dovrebbe connettere direttamente l’Azerbaigian con la sua exclave del Nakhchivan, e da lì con la Turchia.

Il corridoio non è solo un tracciato logistico: rappresenta un corridoio geopolitico multilivello.

Per Washington, significa stabilizzare il Caucaso meridionale e limitare l’influenza russa, sempre più logorata dalla guerra in Ucraina.

Per Ankara, è la realizzazione del sogno panturco, un collegamento terrestre ininterrotto con l’Asia Centrale che aggira l’Iran e consolida la “via anatolica” delle nuove rotte energetiche e commerciali.Per Mosca, rappresenta una perdita di centralità: il Cremlino era tradizionalmente garante di sicurezza nella regione, ma oggi appare marginalizzato.

Per l’Unione Europea, significa diversificazione energetica: gas e risorse del Caspio raggiungerebbero l’Europa via Caucaso–Anatolia, riducendo la dipendenza da Mosca.

La pace tra Erevan e Baku, favorita da pressione americana, si colloca quindi in un più ampio disegno strategico multilaterale, nel quale gli Stati Uniti si propongono come stabilizzatori regionali, ma Ankara mira a capitalizzare con un ruolo egemonico diretto.

Mentre consolida la propria influenza nel Caucaso, la Turchia ha compiuto un gesto di rottura radicale con Israele: chiusura di cieli e porti, sospensione delle relazioni economiche e commerciali, definizione morale delle azioni israeliane come genocidio.

Il gesto ha tre livelli di lettura:

Militare–strategico: il controllo dello spazio aereo e marittimo è un’arma geopolitica non convenzionale. Limitare l’accesso a Israele significa dimostrare che Ankara è in grado di influenzare gli equilibri operativi e logistici del Mediterraneo orientale.

Economico: la rottura ha azzerato un interscambio che nel 2023 valeva quasi 7 miliardi di dollari. Israele ha reagito cercando mercati alternativi (Egitto, Giordania, Marocco), ma la mossa turca segnala che Ankara è pronta a sacrificare dividendi commerciali in nome della proiezione politica.

Simbolico–politico: Erdogan mobilita la narrativa morale per accreditarsi come leader del mondo islamico, posizionandosi come antitesi a Israele e ponendosi in concorrenza con Arabia Saudita, Egitto e Iran nel campo della rappresentanza palestinese.

L’apparente contraddizione è evidente: da un lato, Ankara si muove contro Israele con un’azione di isolamento totale; dall’altro, resta convergente con Tel Aviv nel Caucaso, attraverso l’appoggio all’Azerbaigian e la promozione del corridoio di Zangezur.

Questo paradosso va letto come un gioco di geometrie variabili:

La Turchia non agisce per alleanze fisse, ma per teatri funzionali.

Nel Caucaso, la convergenza con Israele è indiretta e mediata da Baku: il rafforzamento dell’Azerbaigian consolida sia l’asse turco–panturco, sia gli interessi israeliani (energia, sicurezza contro l’Iran).

In Medio Oriente, la Turchia si propone invece come avversario frontale di Israele, in una dinamica a somma zero che privilegia la dimensione politica e morale sulla cooperazione pragmatica.

La Turchia mostra di saper usare strumenti diversi (militari, economici, commerciali e simbolici) come armi di potere ibrido. La chiusura dello spazio aereo non è solo diplomazia, ma un atto di coercizione indiretta.

Nel Caucaso, il Cremlino non è più l’arbitro. Armenia e Azerbaigian siglano una pace con mediazione americana, e la Turchia emerge come attore di riferimento. 

Tel Aviv si trova a dover diversificare approvvigionamenti ed alleanze. Ma non rinuncia all’asse con Baku, dove gli interessi energetici e di sicurezza restano vitali.

Washington appare come il grande regista che, da un lato, incoraggia la pace caucasica, dall’altro, osserva il conflitto Turchia–Israele come variabile da gestire senza compromettere la stabilità regionale.

Le due vicende, la pace caucasica e la rottura con Israele, non sono episodi separati, ma tasselli di una stessa strategia turca: presentarsi come architetto multipolare capace di agire su più scacchieri contemporaneamente, nel Caucaso, consolida la direttrice panturca e accresce il suo ruolo energetico; nel Mediterraneo, si accredita come leader islamico e avversario morale di Israele; nello scenario globale, dimostra che la Turchia non è più un attore secondario della NATO, ma una potenza autonoma che esercita influenza combinando forza militare, strumenti economici e narrativa politica.

In questo quadro, il corridoio di Zangezur e la chiusura dei cieli a Israele appaiono come due facce della stessa medaglia: l’affermazione di Ankara come potenza regionale con ambizioni globali, capace di ridisegnare le mappe della sicurezza e delle alleanze.

“TRIPP contro Zangezur: la partita che può cambiare Eurasia e Mediterraneo”. Elena Tempestini.

Scomparso il territorio del Nagorno-Karabakh tra l’Armenia e l’Arzebaijan, Mosca prevedeva la riapertura di collegamenti e un corridoio attraverso la provincia armena di #Syunik, il corridoio di Zangezur, collegando direttamente l’Azerbaigian con l’exclave di Nakhchivan e quindi con la Turchia, tagliando l’Armenia da sud a nord. Ma non è solo una questione locale #Armenia–#Azerbaigian: è un check point eurasiatico che tocca equilibri tra #Russia, #Turchia, #Iran, #Cina e #UE. Uno dei motivi perché Trump voleva a tutti i costi mediare la pace tra Armenia e Arzebaijan?
Il corridoio, per l’Arzebaijan può cambiare le rotte energetiche e commerciali, rafforzando la posizione di Baku come hub energetico e logistico, connettendolo direttamente alla Turchia.
Per la Turchia Il corridoio completerebbe la sua visione pan-turanica, il corridoio Zangezur = ponte verso l’Asia centrale. Praticamente sarebbe una via diretta Ankara-Baku-Caspio-Asia Centrale, fuori dal controllo russo e iraniano.
Per la Russia, che è mediatrice interessata a mantenere la presenza militare come garante del corridoio, il rischio di Mosca è che il corridoio riduca il suo leverage sull’Armenia e accresca quello turco.
Per l’Iran è uno dei punti più ostili, perderebbe l’unico confine terrestre con l’Armenia, suo corridoio verso l’Europa. Teheran vede il progetto come una “linea rossa strategica”: teme l’isolamento e la rottura del suo asse con Caucaso e Russia.
Per la Cina sarebbe un corridoio caucasico Turchia–Caspio–Asia Centrale che potrebbe accelerare il bypass di Russia e Iran.
Gli Stati Uniti sostengono Armenia, soprattutto dopo l’indebolimento della protezione russa: Washington appoggia i progetti di Middle Corridor (Trans-Caspian), ma non a costo di destabilizzare l’Armenia. La logica americana è di evitare vuoti strategici che rafforzino avversari sistemici, pur senza impegnarsi in nuove “guerre infinite”.
Praticamente a fine agosto 2025 vediamo trasformazioni dall’Africa al Caucaso, che mostrano con chiarezza come le dinamiche regionali siano parte di un’unica competizione sistemica tra grandi potenze.
Quindi il Sahel si conferma un laboratorio del potere Russo? Dopo il ritiro ufficiale del gruppo Wagner, la Russia ha accelerato la statizzazione della sua presenza paramilitare, consolidando l’Africa Corps, puntando a una rete di 20–30 basi militari operative tra Mali, Burkina Faso, Niger e Centrafrica: un vero sistema di proiezione militare e politica.
Quindi la partita resta aperta: ogni mossa mette al centro il corridoio di #Zangezur che può riaccendere conflitti, Africa, Caucaso, Medio Oriente e Indo-Pacifico non sono più scenari separati, ma capitoli dello stesso confronto multipolare.
Per l’Europa e l’Italia, la sfida è comprendere come queste dinamiche, sicurezza energetica, rotte commerciali, accesso a minerali critici, influenzino direttamente la propria autonomia strategica.

Federico Faggin: il genio italiano che ha rivoluzionato la tecnologia e ha detto “no” a Steve Jobs. Elena Tempestini.

Federico Faggin: il genio italiano che ha rivoluzionato la tecnologia e ha detto “no” a Steve Jobs Un ritratto tra innovazione tecnologica, visione filosofica e avvertimenti sull’Intelligenza Artificiale Venerdì 8 agosto 2025, il Corriere della Sera ha voluto celebrare uno dei più grandi innovatori italiani della storia moderna: Federico Faggin. Nato a Vicenza nel 1941, Faggin è stato il cuore pulsante di alcune delle invenzioni che hanno plasmato la nostra era digitale, incarnando quella commistione di genio tecnico e visione umanistica che pochi riescono a raggiungere. Dopo aver conseguito la laurea in fisica all’Università di Padova, Faggin si trasferì negli Stati Uniti nel 1970, entrando in Intel dove guidò il progetto di sviluppo del primo microprocessore commerciale al mondo, l’Intel 4004, nel 1971. Questa invenzione non fu semplicemente un progresso tecnologico, ma il fondamento dell’architettura di calcolo che avrebbe dato vita all’informatica personale e, in ultima analisi, all’intero ecosistema digitale contemporaneo. Per questo motivo, Faggin è universalmente riconosciuto come il “padre del microprocessore”, ruolo che lo ha portato a ricevere la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation nel 2010, consegnata dal Presidente della Casa Bianca.

La rivoluzione tecnologica che Faggin ha contribuito a inaugurare passa attraverso il silicio, materiale chiave che ha permesso la miniaturizzazione e la diffusione di miliardi di dispositivi elettronici, dando forma alla Silicon Valley, il fulcro mondiale dell’innovazione. Tra le sue molteplici imprese, spicca l’invenzione del touch screen, una tecnologia che oggi usiamo quotidianamente ma che allora era ancora in nuce. Curiosamente, quando Steve Jobs, fondatore di Apple, gli propose di sviluppare questa tecnologia per i suoi dispositivi, Faggin rifiutò, scegliendo invece di seguire altre sfide creative e imprenditoriali. Anni prima, aveva già incrociato la strada di un giovane ventenne, Bill Gates, animato da grande ambizione e curiosità tecnologica. Ma la grandezza di Faggin non si limita al campo tecnologico. In interviste e conferenze, ha spesso condiviso riflessioni profonde che intrecciano scienza, spiritualità e filosofia. Racconta di aver vissuto un’esperienza extracorporea che gli ha permesso di percepire una unità profonda con il “Tutto”, un sentimento che lo ha portato a concepire l’universo come manifestazione di un “Uno” desideroso di conoscere se stesso. Una intuizione che lo ha spinto a fondare, nel 2011 assieme alla moglie, una fondazione per lo studio scientifico della coscienza. In un’intervista a RED-EYE, ha affermato che formare l’intelligenza umana richiede anche coltivare il “gut feeling“, quell’intuito che ci permette di scegliere la nostra strada, e dare risalto al concetto di coscienza, e non solo celebrare la mente analitica. Concetti che ritroviamo nei più grandi scienziati: da Tesla, Einstein, alla “risonanza olistica olografica” del fisico David Bohm fino a Stephen Hawking che ha dedicato la sua vita alla ricerca della “Teoria del Tutto”, la quale emerge come uno dei pilastri fondamentali nell’arduo tentativo umano di penetrare le leggi che orchestrano l’universo in modo completo e armonico. Faggin si rispecchia in una visione olistica che riflette nel suo approccio alla tecnologia e alla società: ma mette in guardia contro i rischi dell’Intelligenza Artificiale, soprattutto se usata senza coscienza. Secondo lui, un uso irresponsabile dell’AI rischia di ampliare il divario tra chi detiene il potere e chi ne è privo. D’altro canto, un’applicazione etica e consapevole può trasformare l’AI in un potente strumento di crescita collettiva e innovazione condivisa. Le parole di Faggin ci ricordano un insegnamento essenziale, valido per la tecnologia, il mondo delle imprese e la vita quotidiana: “la vera innovazione nasce dall’unione tra intelligenza tecnica e consapevolezza umana.” Faggin è’ stato il padre del microprocessore Intel 4004, sviluppato nel 1971, rappresenta una pietra miliare nella storia dell’informatica, aprendo la strada a computer personali, smartphone e sistemi intelligenti. La Silicon Valley nella quale Faggin si è trasferito nel 1968 deve molto a queste innovazioni, che hanno trasformato la California nel cuore pulsante della tecnologia globale. Il rifiuto di Faggin alla proposta di Steve Jobs per sviluppare il touch screen sottolinea la sua indipendenza e il suo orientamento verso sfide meno mainstream, che hanno comunque segnato il futuro. Le sue riflessioni spirituali e filosofiche sono rare tra gli scienziati di alto profilo di oggi e offrono un’importante prospettiva interdisciplinare su tecnologia e umanità. Il dibattito sull’AI e le sue implicazioni sociali e etiche è tra i più rilevanti per il nostro futuro, e la voce di Faggin aggiunge autorevolezza e profondità al tema. Elettra Pucci analista e divulgatrice in tecnologica e innovazione strategica e Scienze dei Dati.

Zia Caterina e il Taxi 25: la storia di una donna che ha trasformato un taxi in un messaggio di speranza

Zia Caterina con una sua piccola viaggiatrice

Non solo a Firenze,  ma in tutta Italia il nome di Zia Caterina è diventato sinonimo di coraggio, amore e solidarietà. Attraverso il suo Taxi 25, un veicolo coloratissimo con tanti disegni è ormai un simbolo cittadino. Ha raccontato al mondo intero che anche un gesto quotidiano come un viaggio in taxi può trasformarsi in un’esperienza di umanità e di vicinanza. La sua storia merita di essere ricordata e compresa, non solo per la sua dimensione personale, ma anche per l’impatto sociale e culturale che ha generato.

Zia Caterina, all’anagrafe Caterina Bellandi, è una donna fiorentina che ha saputo convertire un dolore personale in un’opera di bene. Dopo la perdita del compagno Stefano, tassista di professione, Caterina decise di raccoglierne l’eredità, guidando lei stessa il taxi numero 25. Non lo fece come scelta professionale in senso stretto, ma come atto d’amore: il taxi sarebbe diventato un luogo di incontro, un mezzo per accogliere persone, storie, sorrisi e soprattutto bambini malati, ai quali Caterina avrebbe dedicato la sua missione.

Zia Caterina con l’Autrice del suo libro Taxi 25 Alessandra Cotoloni e la giornalista Elena Tempestini, durante
“Corri la Vita”, manifestazione fiorentina che unisce sport, cultura e solidarietà per sostenere la lotta contro il tumore al seno e promuovere la prevenzione.

Il Taxi 25 di Firenze non è un taxi qualunque. Il numero 25 non è casuale: era quello del taxi del compagno Stefano, che lei ha voluto continuare a guidare come segno di memoria e di continuità. Da allora, Taxi 25 è diventato un segno distintivo di resistenza, amore e comunità. Caterina lo ha trasformato in un laboratorio mobile di gioia, decorandolo con colori, pupazzi, messaggi di speranza e simboli di allegria. L’obiettivo è sempre stato chiaro: donare un sorriso e un momento di leggerezza ai “supereroi”, come Caterina chiama i bambini malati di tumore o gravi patologie, e alle loro famiglie alle quali non solo dedica tempo e amore, ma gli sta accanto sempre. 

La storia di Zia Caterina non è solo personale, ma assume anche un valore sociale. Attraverso il Taxi 25: ha promosso la cultura della solidarietà attiva, dimostrando come ognuno può dare il proprio contributo;

Presentazione del libro di zia Caterina nelle sale della Regione Toscana

ha reso visibile la condizione dei bambini malati e delle loro famiglie, troppo spesso invisibili nel dibattito pubblico;

ha costruito una rete comunitaria attorno alla sua figura, diventando punto di riferimento per cittadini, volontari e istituzioni.

Dal punto di vista accademico, il caso di Zia Caterina rappresenta un esempio di welfare dal basso: iniziative nate dall’individuo che, senza fondi istituzionali iniziali, riescono a generare impatto sociale e culturale diffuso.

Alessandra Cotoloni insieme a Elena Tempestini

Il messaggio di Zia Caterina è arrivato ben oltre Firenze. Il Taxi 25 è stato raccontato da giornali, televisioni, eventi pubblici e pubblicazioni, è’ stata accolta in Costiera Amalfitana come una eroina, e’ diventata un simbolo di resistenza urbana, capace di mostrare come una città possa trasformarsi grazie a una singola esperienza di cittadinanza attiva.

Basta digitare il nome “Zia Caterina Taxi 25 Firenze” ed oggi si trova ovunque, non solo come curiosità locale, ma come storia di ispirazione globale, legata a valori di solidarietà, comunità e impegno civile. 

La storia di Zia Caterina e del suo Taxi 25 ha offerto al mondo una lezione: un taxi può essere molto più di un mezzo di trasporto; può diventare un simbolo di vita, di sorriso nel buio, di resistenza e sopratutto di speranza.

La Linea di Wallace: faglia biologica e faglia geopolitica dell’Indo-Pacifico. Elena Tempestini.

Quando Alfred Russel Wallace, a metà dell’Ottocento, tracciò l’immaginaria linea che separa la fauna asiatica da quella australiana, non poteva immaginare che quel confine biologico sarebbe stato letto, un secolo e mezzo dopo, anche in chiave geopolitica. La Linea di Wallace, che corre tra Malesia, Indonesia e Filippine, non è solo un discrimine ecologico: è anche una faglia geostrategica che attraversa il cuore dell’Indo-Pacifico, oggi il principale teatro di competizione globale.

La Linea separa due mondi naturali distinti: a ovest, la fauna asiatica; a est, quella australasiana. È il risultato di profonde barriere marine che hanno limitato, per millenni, la migrazione delle specie. È un confine invisibile ma tangibile: le scimmie vivono a ovest, i canguri a est. Natura e geografia hanno dunque creato un “muro biologico” che non si lascia superare facilmente.

La Faglia politica e le isole come frontiera strategica. Quella stessa linea cade in una regione che, per la geopolitica, rappresenta un choke point planetario: a nord-ovest c’è lo Stretto di Malacca, arteria vitale per il commercio mondiale e per il rifornimento energetico della Cina. A nord-est il Mare delle Filippine, oggi epicentro della proiezione navale USA e del contenimento di Pechino. Al centro, l’arcipelago indonesiano: un mosaico di culture, religioni e identità che riflette la frammentazione naturale già segnata dalla Linea di Wallace.

La Linea diventa così anche una metafora geopolitica, separa e al tempo stesso connette, genera tensione ma anche scambio.

La Cina ha bisogno di attraversare questa zona per assicurarsi rotte sicure e accesso alle materie prime. Non a caso investe in porti e infrastrutture tra Indonesia e Filippine, parte della Belt and Road. Stati Uniti e Australia: vedono in questo spazio il “fronte avanzato” per bilanciare la potenza cinese. La collaborazione militare con Filippine e il supporto all’Indonesia vanno letti in questa chiave. ASEAN: prova a mantenere la centralità diplomatica, ma la sua stessa frammentazione interna richiama la diversità naturale tracciata da Wallace.

La natura ha segnato un limite invalicabile tra ecosistemi, ma anche la geopolitica oggi riconosce in questa linea una soglia tra due mondi: l’Asia continentale e il Pacifico aperto. È un confine che non si cancella, ma che si gestisce. In questo senso, la Linea di Wallace è la perfetta immagine della condizione indo-pacifica: un equilibrio instabile, dove la complessità biologica e quella strategica si rispecchiano.

“Dopo l’Ucraina, il Pacifico: l’America riallinea i fronti con l’ASEAN”. Elena Tempestini.

Mentre il mondo è ancora ad osservare le reazioni dopo l’incontro Trump – Putin e il successivo alla casa Bianca per l’Ucraina, Trump muove una guerra commerciale all’Asean, il quale viene usato come campo di battaglia indiretto della nuova guerra fredda USA-Cina. La guerra in Ucraina ha creato un effetto domino: l’aggressione russa è stata letta in Asia come un test generale della volontà occidentale. La risposta compatta Stati Uniti –Europa ha dato nuova energia alle alleanze nel Pacifico, accelerando una convergenza che ora lega i due teatri, europeo e asiatico, in un unico fronte strategico. L’ Asean è un blocco centrale nella competizione USA-Cina, Associazione fondata l’8 agosto 1967 a Bangkok con la Dichiarazione di Bangkok. Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia sono stati i primi paesi fondatori, con l’obiettivo di costituire un attore geopolitico autonomo tra Cina, India, stati Uniti e altre potenze, per promuovere la cooperazione politica, economica, sociale e culturale e garantire stabilità regionale. Oggi è una delle aree più dinamiche del mondo nonostante si trovi “ divisa”: Filippine, Singapore, Vietnam sono più vicini a Washington.
Cambogia, Laos, Myanmar sono molto vicini a Pechino.
L’America sta facendo una guerra commerciale all’Asean, come strategia di ridefinizione del perimetro industriale e tecnologico degli Stati Uniti e per riflesso, del Pacifico allargato. Colpendo economicamente l’ASEAN, e facendolo con dazi altissimi e differenziati in ogni paese: il 49% alla Cambogia, il 48% al Laos, il 46% al Vietnam, il 44% al Myanmar, il 36% alla Thailandia, il 32% all’Indonesia, il 24% alla Malaysia e al Brunei, il 17% alle Filippine e il 10% che è la tariffa base a Singapore. Tra questi paesi manca il Vietnam in quanto è stato raggiunto un accordo che può essere letta come una mossa per contenere la Cina limitando i passaggi attraverso il Vietnam, il quale emerge come paese chiave per la riorganizzazione delle catene del valore globale, grazie ai suoi rapporti con entrambe le superpotenze. Questo accordo evidenzia l’uso della guerra commerciale come leva strategica, con Hanoi al centro di un gioco multilivello tra Washington e Pechino.

Trump forza i governi a scegliere in quale campo giocare tra Washington e Pechino, tenendo presente che l’Associazione funziona sul principio del consenso unanime. Quindi L’ASEAN non è solo “teatro di passaggio”, bensì cerniera critica: dove si decide se il China+1, termine usato per le aziende che non lasciano la Cina, ma cercano almeno un altro Paese, appunto il +1, dove diversificare produzione e investimenti.

La “guerra” di Trump all’ASEAN è dunque:
Economica: per ridurre importazioni e dipendenza.
Tecnologica: per controllare semiconduttori e catene critiche.
Geopolitica: per contenere la Cina e spezzare la neutralità ASEAN.
Strategica: per consolidare la presenza americana nel Pacifico, dal Mar Cinese Meridionale all’Indo-Pacifico.
Per i decisori della regione, la partita è ora gestire il tempo strategico: aumentare il contenuto locale reale, investire in funzioni a monte, progettazione, packaging avanzato, standard, usare il DEFA ASEAN il Digital Economy Framework Agreement come strumento di mitigazione e negoziare spazi di manovra con entrambe le potenze. In un contesto dove il “dazio” è linguaggio di potere, la vera abilità sarà tradurre la pressione in capitale e non in dipendenza.

Cavi Sottomarini nell’Artico e in Alaska: Summit tra Infrastrutture Critiche, Connettività Digitale e Sicurezza Geostrategica. Elena Tempestini.

Passaggio dei cavi sottomarini Alaska Artico

I cavi sottomarini in Alaska e nell’Artico non sono solo infrastrutture di telecomunicazione: rappresentano asset geopolitici di primaria importanza, nodi di potere, strumenti di deterrenza e punti critici per la sicurezza globale, la cui centralità strategica sta nei milioni di milioni di informazioni e dati che vi circolano ogni secondo. Il loro controllo, protezione e sviluppo sono centrali sia per la strategia militare sia per la competizione globale tra potenze. Cavi come Quintillion Arctic Subsea Cable, Far North Fiber e Arctic Connect collegano continenti e basi militari, trasportando flussi di dati civili e militari essenziali. La loro interruzione potrebbe avere impatti economici e militari globali immediati. Cinia per esempio, è un collegamento di 14.000 chilometri tra Europa e Giappone su una rotta sicura sotto i profili geopolitico e sismico.

Le  infrastrutture sono protette e monitorate dal NORAD, USNORTHCOM e forze alleate, che inviano un segnale di capacità di risposta rapida: qualsiasi azione ostile contro di esse avrebbe conseguenze immediate e gravi.  I cavi sono essenziali per le operazioni militari, l’intelligence e la protezione delle linee di comunicazione marittima strategiche.

Far North Fiber, sono vitali, mirano a collegare l’Asia e l’Europa attraverso il Passaggio a Nord-Ovest, riducendo la latenza e aumentando la potenza delle reti globali. Tuttavia, questi cavi sono vulnerabili a minacce fisiche, cyber e cyberattacco rendendo necessaria una protezione adeguata per garantire la sicurezza delle comunicazioni strategiche .

In Alaska, la Quintillion Arctic Subsea Cable fornisce connettività militare, facilitando la comunicazione tra le forze armate statunitensi e alleate nella regione del Pacifico settentrionale . Gli Incidenti avvenuti, come il danneggiamento dei cavi nel Mar Baltico e nell’Artico hanno evidenziato la necessità di strategie di difesa per proteggere infrastrutture critiche . In risposta a queste minacce, gli Stati Uniti e i loro alleati insieme all’italiana Fincantieri, leader per la sicurezza underwater hanno sviluppato nuove tecnologie.

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La costruzione e la protezione dei cavi sottomarini nell’Artico coinvolgono una complessa rete di attori internazionali. l’Arctic Connect, e’ sviluppato congiuntamente da Finlandia e Russia, il Polar Express è gestito direttamente dalla Russia, tutto ciò riflette le dinamiche di cooperazione e competizione nella regione.

Il Summit di Anchorage del 15 agosto, nella base Elmendorf- Richardson ha avuto luogo mentre le esercitazioni militari in Alaska, l’Arctic Edge 2025 erano in corso, monitorando rotte strategiche e fondali critici. Il contesto militare rendeva evidente la protezione delle infrastrutture digitali vitali. Anche se non si discute apertamente dei cavi nei comunicati ufficiali, la stampa militare e gli analisti leggono questi asset digitali come strumenti di pressione indiretta, utili a rafforzare la posizione negoziale tra nazioni.