Quando Alfred Russel Wallace, a metà dell’Ottocento, tracciò l’immaginaria linea che separa la fauna asiatica da quella australiana, non poteva immaginare che quel confine biologico sarebbe stato letto, un secolo e mezzo dopo, anche in chiave geopolitica. La Linea di Wallace, che corre tra Malesia, Indonesia e Filippine, non è solo un discrimine ecologico: è anche una faglia geostrategica che attraversa il cuore dell’Indo-Pacifico, oggi il principale teatro di competizione globale.
La Linea separa due mondi naturali distinti: a ovest, la fauna asiatica; a est, quella australasiana. È il risultato di profonde barriere marine che hanno limitato, per millenni, la migrazione delle specie. È un confine invisibile ma tangibile: le scimmie vivono a ovest, i canguri a est. Natura e geografia hanno dunque creato un “muro biologico” che non si lascia superare facilmente.
La Faglia politica e le isole come frontiera strategica. Quella stessa linea cade in una regione che, per la geopolitica, rappresenta un choke point planetario: a nord-ovest c’è lo Stretto di Malacca, arteria vitale per il commercio mondiale e per il rifornimento energetico della Cina. A nord-est il Mare delle Filippine, oggi epicentro della proiezione navale USA e del contenimento di Pechino. Al centro, l’arcipelago indonesiano: un mosaico di culture, religioni e identità che riflette la frammentazione naturale già segnata dalla Linea di Wallace.
La Linea diventa così anche una metafora geopolitica, separa e al tempo stesso connette, genera tensione ma anche scambio.
La Cina ha bisogno di attraversare questa zona per assicurarsi rotte sicure e accesso alle materie prime. Non a caso investe in porti e infrastrutture tra Indonesia e Filippine, parte della Belt and Road. Stati Uniti e Australia: vedono in questo spazio il “fronte avanzato” per bilanciare la potenza cinese. La collaborazione militare con Filippine e il supporto all’Indonesia vanno letti in questa chiave. ASEAN: prova a mantenere la centralità diplomatica, ma la sua stessa frammentazione interna richiama la diversità naturale tracciata da Wallace.
La natura ha segnato un limite invalicabile tra ecosistemi, ma anche la geopolitica oggi riconosce in questa linea una soglia tra due mondi: l’Asia continentale e il Pacifico aperto. È un confine che non si cancella, ma che si gestisce. In questo senso, la Linea di Wallace è la perfetta immagine della condizione indo-pacifica: un equilibrio instabile, dove la complessità biologica e quella strategica si rispecchiano.
Mentre il mondo è ancora ad osservare le reazioni dopo l’incontro Trump – Putin e il successivo alla casa Bianca per l’Ucraina, Trump muove una guerra commerciale all’Asean, il quale viene usato come campo di battaglia indiretto della nuova guerra fredda USA-Cina. La guerra in Ucraina ha creato un effetto domino: l’aggressione russa è stata letta in Asia come un test generale della volontà occidentale. La risposta compatta Stati Uniti –Europa ha dato nuova energia alle alleanze nel Pacifico, accelerando una convergenza che ora lega i due teatri, europeo e asiatico, in un unico fronte strategico. L’ Asean è un blocco centrale nella competizione USA-Cina, Associazione fondata l’8 agosto 1967 a Bangkok con la Dichiarazione di Bangkok. Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia sono stati i primi paesi fondatori, con l’obiettivo di costituire un attore geopolitico autonomo tra Cina, India, stati Uniti e altre potenze, per promuovere la cooperazione politica, economica, sociale e culturale e garantire stabilità regionale. Oggi è una delle aree più dinamiche del mondo nonostante si trovi “ divisa”: Filippine, Singapore, Vietnam sono più vicini a Washington. Cambogia, Laos, Myanmar sono molto vicini a Pechino. L’America sta facendo una guerra commerciale all’Asean, come strategia di ridefinizione del perimetro industriale e tecnologico degli Stati Uniti e per riflesso, del Pacifico allargato. Colpendo economicamente l’ASEAN, e facendolo con dazi altissimi e differenziati in ogni paese: il 49% alla Cambogia, il 48% al Laos, il 46% al Vietnam, il 44% al Myanmar, il 36% alla Thailandia, il 32% all’Indonesia, il 24% alla Malaysia e al Brunei, il 17% alle Filippine e il 10% che è la tariffa base a Singapore. Tra questi paesi manca il Vietnam in quanto è stato raggiunto un accordo che può essere letta come una mossa per contenere la Cina limitando i passaggi attraverso il Vietnam, il quale emerge come paese chiave per la riorganizzazione delle catene del valore globale, grazie ai suoi rapporti con entrambe le superpotenze. Questo accordo evidenzia l’uso della guerra commerciale come leva strategica, con Hanoi al centro di un gioco multilivello tra Washington e Pechino.
Trump forza i governi a scegliere in quale campo giocare tra Washington e Pechino, tenendo presente che l’Associazione funziona sul principio del consenso unanime. Quindi L’ASEAN non è solo “teatro di passaggio”, bensì cerniera critica: dove si decide se il China+1, termine usato per le aziende che non lasciano la Cina, ma cercano almeno un altro Paese, appunto il +1, dove diversificare produzione e investimenti.
La “guerra” di Trump all’ASEAN è dunque: Economica: per ridurre importazioni e dipendenza. Tecnologica: per controllare semiconduttori e catene critiche. Geopolitica: per contenere la Cina e spezzare la neutralità ASEAN. Strategica: per consolidare la presenza americana nel Pacifico, dal Mar Cinese Meridionale all’Indo-Pacifico. Per i decisori della regione, la partita è ora gestire il tempo strategico: aumentare il contenuto locale reale, investire in funzioni a monte, progettazione, packaging avanzato, standard, usare il DEFA ASEAN il Digital Economy Framework Agreement come strumento di mitigazione e negoziare spazi di manovra con entrambe le potenze. In un contesto dove il “dazio” è linguaggio di potere, la vera abilità sarà tradurre la pressione in capitale e non in dipendenza.
I cavi sottomarini in Alaska e nell’Artico non sono solo infrastrutture di telecomunicazione: rappresentano asset geopolitici di primaria importanza, nodi di potere, strumenti di deterrenza e punti critici per la sicurezza globale, la cui centralità strategica sta nei milioni di milioni di informazioni e dati che vi circolano ogni secondo. Il loro controllo, protezione e sviluppo sono centrali sia per la strategia militare sia per la competizione globale tra potenze. Cavi come Quintillion Arctic Subsea Cable, Far North Fiber e Arctic Connect collegano continenti e basi militari, trasportando flussi di dati civili e militari essenziali. La loro interruzione potrebbe avere impatti economici e militari globali immediati. Cinia per esempio, è un collegamento di 14.000 chilometri tra Europa e Giappone su una rotta sicura sotto i profili geopolitico e sismico.
Le infrastrutture sono protette e monitorate dal NORAD, USNORTHCOM e forze alleate, che inviano un segnale di capacità di risposta rapida: qualsiasi azione ostile contro di esse avrebbe conseguenze immediate e gravi. I cavi sono essenziali per le operazioni militari, l’intelligence e la protezione delle linee di comunicazione marittima strategiche.
Far North Fiber, sono vitali, mirano a collegare l’Asia e l’Europa attraverso il Passaggio a Nord-Ovest, riducendo la latenza e aumentando la potenza delle reti globali. Tuttavia, questi cavi sono vulnerabili a minacce fisiche, cyber e cyberattacco rendendo necessaria una protezione adeguata per garantire la sicurezza delle comunicazioni strategiche .
In Alaska, la Quintillion Arctic Subsea Cable fornisce connettività militare, facilitando la comunicazione tra le forze armate statunitensi e alleate nella regione del Pacifico settentrionale . Gli Incidenti avvenuti, come il danneggiamento dei cavi nel Mar Baltico e nell’Artico hanno evidenziato la necessità di strategie di difesa per proteggere infrastrutture critiche . In risposta a queste minacce, gli Stati Uniti e i loro alleati insieme all’italiana Fincantieri, leader per la sicurezza underwater hanno sviluppato nuove tecnologie.
La costruzione e la protezione dei cavi sottomarini nell’Artico coinvolgono una complessa rete di attori internazionali. l’Arctic Connect, e’ sviluppato congiuntamente da Finlandia e Russia, il Polar Express è gestito direttamente dalla Russia, tutto ciò riflette le dinamiche di cooperazione e competizione nella regione.
Il Summit di Anchorage del 15 agosto, nella base Elmendorf- Richardson ha avuto luogo mentre le esercitazioni militari in Alaska, l’Arctic Edge 2025 erano in corso, monitorando rotte strategiche e fondali critici. Il contesto militare rendeva evidente la protezione delle infrastrutture digitali vitali. Anche se non si discute apertamente dei cavi nei comunicati ufficiali, la stampa militare e gli analisti leggono questi asset digitali come strumenti di pressione indiretta, utili a rafforzare la posizione negoziale tra nazioni.
L’Artico è ormai considerato un nuovo scacchiere di confronto strategico tra USA e Russia: il Summit del 15 agosto ad Anchorage in Alaska, definito una “farsa”, oppure un’occasione per parlare di pace in Ucraina, pur non avendo voluto far partecipare l’Europa ci ricorda che l’Alaska è vista come un ponte geopolitico naturale tra stati Uniti e Russia, data la vicinanza di 85 km attraverso lo Stretto di Bering, ogni interesse diviene condiviso. Ma è proprio in questo momento che si sta svolgendo l’Esercitazione “Artict Edge 2025” USA/NORAD il quale è il comando congiunto USA-Canada responsabile della sorveglianza e difesa aerea e spaziale del Nord America. ( un Messaggio: “possiamo parlare di pace, ma restiamo pronti”. ). IL NORAD è l’infrastruttura che rende possibile qualsiasi garanzia o deterrenza in questa zona: senza la sua rete radar e i suoi assetti, Stati Uniti e i suoi alleati sarebbero dei ciechi nel “tetto del mondo”. All’esercitazione sì aggiungono il Comando Settentrionale degli Stati Uniti, con la partecipazione attiva del Regno Unito, Danimarca, e agenzie come FBI, Guardia Costiera, NOAA, nonché comunità native dell’Alaska. Gli obiettivi principali sono: aumentare la prontezza, migliorare l’interoperabilità, rafforzare il comando integrato multi-dominio e sperimentare tecnologie nell’ambiente artico. L’Artico è visto come il nuovo “fronte nord” potenzialmente vulnerabile a missili ipersonici e incursioni aeree. Quindi riepilogando: Anchorage è a meno di 90 km in linea d’aria dalla Russia attraverso lo Stretto di Bering. La base militare Elmendorf-Richardson dove avviene il summit ospita componenti operative del NORAD e dell’USNORTHCOM. Questa vicinanza geografica significa che ogni discorso su Ucraina, Artico o Groenlandia tocca inevitabilmente la difesa aerea integrata.
Novembre 1999, Firenze. Nelle sale del Palazzo Vecchio, Bill Clinton, Tony Blair, Massimo D’Alema e Jacques Santer ( presidente Commissione europea) si stringono la mano. Ufficialmente si parla di Kosovo, NATO ed Europa. Politicamente, è il segnale di una convergenza: la Third Way britannica, il New Democrat americano e il riformismo progressista europeo stanno dando forma a un centro-sinistra globale. L’Italia, con D’Alema, voleva divenire quel ponte tra Stati Uniti e Europa, Firenze era vista come il luogo ideale per dare peso internazionale a questo ruolo. La scelta di Firenze combinava simbolismo culturale, strategia diplomatica e visibilità mediatica: non era solo una location, ma un messaggio politico, un “palcoscenico” per annunciare la nuova convergenza transatlantica del centro-sinistra globale.
L’obiettivo è ambizioso: coniugare crescita e giustizia sociale, apertura dei mercati e protezione dei diritti, innovazione e inclusione. È il tempo dell’egemonia liberale post-Guerra Fredda: la globalizzazione sembra inevitabile e benefica, il multilateralismo è garanzia di stabilità, l’Europa un laboratorio politico avanzato.
Due anni dopo, arriva l’11 settembre 2001. Inizia una stagione di conflitti che segnerà la politica occidentale: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, interventi mirati in Yemen, Somalia, Pakistan e oltre. Quella che molti definiranno la Forever War, la “guerra infinita” che consuma energie politiche, economiche e morali. Il centro-sinistra globale nato a Firenze resta legato a quelle scelte: difesa della globalizzazione, allineamento NATO, interventismo umanitario. Ma il costo è altissimo: cresce la sfiducia verso le élite, aumenta la percezione che i benefici della globalizzazione non siano equamente distribuiti, si alimentano nazionalismi e populismi. Oggi, a distanza di venticinque anni, Donald Trump, il suo vicepresidente J.D. Vance e il potente finanziere Peter Thiel sono la punta più visibile di un fronte che mira a demolire i pilastri del progressismo. Ma non sono soli: in Europa leader come Viktor Orbán, Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Geert Wilders mettono in discussione valori e istituzioni liberali; a livello globale, Vladimir Putin e Xi Jinping offrono modelli alternativi di governance illiberale. Anche all’interno dell’Occidente più tradizionale emergono correnti che smontano pezzo per pezzo l’ordine multilaterale, dalle politiche migratorie restrittive al protezionismo selettivo. Quella fotografia del 1999, con Clinton, Blair e D’Alema a Firenze, era l’istantanea di un’epoca in cui centro-sinistra significava anche fiducia nell’ordine internazionale liberale. Oggi è il simbolo di un modello sotto attacco diretto, in più direzioni.
Capire dove è cominciata la storia è essenziale per comprendere la portata dello scontro in corso. In politica, la memoria non è nostalgia: è strategia.
Il prossimo incontro Trump–Putin, fissato per il 15 agosto 2025 in Alaska, si configura come un appuntamento geopolitico decisivo: uno scontro non simbolico ma concreto tra “vicini di casa”: tanto per ricordare la storia e la geografia, l’Alaska dista dalla Russia circa 82 chilometri nel punto più vicino, cioè lo Stretto di Bering, e la Russia ha venduto l’Alaska agli Stati Uniti nel 1867, una mossa che all’epoca significava creare un contrappeso agli inglesi in Nord America, rafforzando un potenziale partner invece di un rivale. L’Alaska, si rivela oggi come la porta d’accesso americana all’Artico. La presenza statunitense nella Groenlandia, attraverso basi militari, conferma come la competizione per il controllo polare sia un fattore geopolitico cruciale, non solo per risorse economiche ma anche per la sicurezza globale. Ci sono obiettivi strategici e nodi aperti da affrontare, nonostante l’esclusione dell’Europa in quanto il vertice è stato concepito come un affare tra potenze artiche titolari. Quindi l’Europa si ritrova confinata al ruolo di osservatore e potenziale “ricevitore” delle decisioni prese, ma il vertice conferma che la grande diplomazia ritorna a scala territoriale:
Il precedente storico della vendita russa dell’Alaska ci aiuta a comprendere perché il recente vertice America-Russia in Alaska rappresenti molto più di un semplice incontro diplomatico: è un nuovo capitolo in un secolare gioco di influenza e potere nel Grande Nord. Gli interessi materiali nell’Artico non sono simbolici, le aspettative riguardano una gestione strategica delle rotte e delle risorse polari.
Rotta artica
Le Rotte marittime sono la posta in gioco: La Northern la Sea Route, la via marittima commerciale che segue la costa artica russa, collegando l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico, e’ una rotta che offre una significativa riduzione della distanza e del tempo di percorrenza rispetto alle rotte tradizionali come il Canale di Suez. Le rotte artiche stanno diventando corridoi commerciali e militari sempre più praticabili. Il loro sviluppo ridisegna tempi e costi del commercio Euro-Asiatico e aumenta il valore strategico delle basi e dei corridoi logistici lungo la costa russa. Controllare queste vie significa disporre di leva economica e di interdizione militare. La Groenlandia è centro di contendibilità geopolitica unendo valore territoriale con la posizione tra Nord America ed Europa, ai giacimenti critici quali terre rare, minerali, idrocarburi potenziali. La dinamica è doppia: da un lato l’interlocuzione diretta con i governi locali permette ad attori esterni di negoziare progetti estrattivi; dall’altro, ogni mossa sul terreno artico è letta come segnale politico verso gli alleati. La Russia ha riaperto e potenziato basi sovietiche, rafforzato la Northern Fleet e investito in rompighiaccio e infrastrutture portuali: queste capacità trasformano l’Artico in uno spazio operativo permanente, non più stagionale. Trump ha rilanciato la proposta di controllo strategico dell’isola, suscitando proteste da Copenhagen e da Nuuk, ma di fatto gli Stati Uniti non partono da zero in Groenlandia: il caso più emblematico è Thule Air Base, oggi Pituffik Space Base, una delle installazioni militari strategiche più importanti a nord del pianeta. Funziona come radar di allerta precoce per missili balistici intercontinentali, i BMEWS, Ballistic Missile Early Warning System. Supporta operazioni aeree e logistiche nell’Artico e Atlantico Nord. È un hub per il controllo satellitare e il monitoraggio spaziale (SPACECOM). Fornisce proiezione militare verso Russia e Rotta del Nord senza dipendere da basi continentali, rendendo la regione un nuovo teatro di deterrenza e competizione ibrida: jamming GNSS, attacchi sottomarini, presenze aeree. L’esclusione europea: ha cause e conseguenze, che al tavolo riflettono la perdita di autonomia strategica del vecchio continente in ambiti nei quali la presenza territoriale è una leva militare ed economica. Le reazioni europee sono di preoccupazione: un accordo bilaterale Washington-Mosca rischia di rimodellare diritti marittimi, sfruttamento delle risorse e norme di sicurezza senza l’input degli alleati continentali. Le implicazioni politiche pratiche, se il summit producesse intese sulle rotte o sulle concessioni artiche, influenzerebbero  infrastrutture, basi e contratti con autorità locali, condizionando l’ordine polare. Le Rotte artiche comprendono il controllo della Northern Sea Route, il corridoio logistico cruciale tra Europa e Asia, il quale è un obiettivo militare e commerciale fondamentale. Il “piede già ben messo” degli Stati Uniti in Groenlandia significa che, a differenza della Russia, che ha dovuto costruire infrastrutture militari artiche quasi da zero, Washington ha già una piattaforma legale (grazie agli accordi con la Danimarca) e una operativa’ per proiettare potere e controllare lo spazio marittimo e aereo circostante. L’analista geostrategico Michael Clarke, fondatore del Centre for Defence Studies e dell’International Policy Institute, entrambi al King’s College di Londra, prima di diventare direttore generale del Royal United Services Institute, definisce il summit “un premio diplomatico non meritato”: Putin non ha ceduto nulla, ma ottiene visibilità. Praticamente il meeting in Alaska rischia di essere una rinnovata “giocata personale” di Trump, sbilanciata, con valuta molto alta in terra ucraina. La pace esige garanzie sicure, non solo gesti simbolici. Al contrario per il Cremlino, il summit è una vittoria simbolica: legittima Putin sulla scena globale e bypassa UE e Kiev. Se gli stati Uniti e la Russia trattassero sull’artico, potrebbero dissolvere l’Arctic Council e gli accordi bilaterali su rotte, concessioni minerarie, sicurezza marittima e basi militari che non passerebbero più da un contesto multilaterale. Il Consiglio diventerebbe una sede marginale, ridotto a tema “soft” senza un vero peso decisionale.
L’incontro in Alaska appare come una spartizione geopolitica potenziale in chiave artico-strategica, con rotte, risorse e basi militari al centro. Il ruolo europeo, sinora di margine, rischia di scomparire senza un cambio d’approccio.
René Girard non è stato soltanto un antropologo o un critico letterario. È stato, come ha scritto Michel Serres, un sismografo dell’invisibile, capace di leggere nel profondo dei meccanismi culturali e politici ciò che essi cercano di dissimulare: la violenza fondativa su cui ogni ordine si regge. In un mondo multipolare attraversato da guerre ibride, crisi di sovranità, erosione delle autorità religiose e istituzionali, il paradigma girardiano non ha perso attualità — al contrario, sembra essere emerso dal sottosuolo come un principio interpretativo strutturante.
Nel suo capolavoro Things Hidden Since the Foundation of the World (1978), Girard propone una genealogia radicale dell’ordine umano: non è la razionalità né il contratto sociale a fondare la società, ma la violenza canalizzata attraverso un meccanismo sacrificale.
Girard parte da un’intuizione semplice ma sconvolgente: l’uomo è l’animale più mimetico, cioè colui che desidera non per necessità intrinseca, ma perché imita i desideri altrui. Il desiderio non è mai diretto, ma triangolare:
un soggetto (A) desidera un oggetto (X) non perché l’oggetto sia in sé desiderabile, ma perché un mediatore (B) lo desidera.
Questa struttura mimetica del desiderio genera inevitabilmente rivalità, conflitto, indistinzione. Nella misura in cui gli individui imitano desideri convergenti, si trovano a competere per gli stessi oggetti: potere, riconoscimento, status. Ricompensa. Il conflitto nasce non dalla differenza, ma dalla somiglianza.
La crisi politica contemporanea può essere letta, in questo quadro, come un collasso delle differenziazioni simboliche: identità, confini, gerarchie e tabù si indeboliscono, mentre l’universalizzazione del desiderio, attraverso i media, i social, le ideologie globali, produce una tensione generalizzata e una competizione permanente.
Per Girard, le società arcaiche hanno scoperto un modo per contenere la violenza mimetica: la sacralizzazione di una vittima innocente. Il meccanismo del capro espiatorio funziona così:
La crisi di desiderio si trasforma in crisi sociale; L’indistinzione sfocia in violenza diffusa; Una vittima, esterna, vulnerabile, colpevolizzata, viene scelta per essere sacrificata; L’eliminazione della vittima ristabilisce temporaneamente l’ordine, convertendo la violenza in sacro.
Tutti i miti, secondo Girard, nascono da questa dinamica, ma la modernità la dissimula sotto le forme razionali dello Stato, della legge e della rappresentanza.
Solo il cristianesimo rompe il meccanismo sacrificale dall’interno: nei Vangeli, Gesù è una vittima realmente innocente, e il testo non mitizza il sacrificio, ma lo smaschera. In questo senso, la modernità, nata dalla secolarizzazione del messaggio evangelico non può più uccidere impunemente: ogni tentativo di sacrificio viene denunciato come ingiusto.
È questo il punto cieco del potere contemporaneo: se la politica si fonda ancora su dinamiche sacrificali, ma la società non crede più alla loro legittimità, l’ordine entra in crisi permanente.
Peter Thiel: l’allievo girardiano e la Silicon Valley sacrificale
Peter Thiel, imprenditore e teorico politico non convenzionale, ha avuto Girard a Stanford quale professore negli anni Ottanta. Lo considera il suo mentore intellettuale. La sua visione del mondo che unisce transumanesimo, decisionismo e critica alla democrazia, deriva direttamente dal pensiero girardiano, ma lo rilegge in chiave strategica.
Il desiderio mimetico è il cuore della crisi del liberalismo; La democrazia produce paralisi e risentimento, non ordine; Solo l’innovazione la “start-up” come atto sovrano, può rompere il ciclo del mimetismo; Il leader deve essere un mediatore irraggiungibile, non imitabile; La tecnologia è la nuova religione, e la Silicon Valley la nuova chiesa.
Da qui il suo sostegno a Donald Trump, visto come un capro espiatorio volontario e al tempo stesso una figura cesarista che svela la crisi dell’élite liberale. Thiel non crede nella democrazia come valore in sé, ma nella possibilità di uscirne dall’alto, attraverso decisioni sovrane, tecnologie esponenziali e comunità autonome.
Oggi viviamo in un’epoca post-girardiana, cioè in un mondo dove il meccanismo del capro espiatorio è stato svelato, ma continua ad agire in forme distorte:
Gaza e Israele, dove ogni vittima pretende di essere l’unica legittima; Kiev e Mosca, dove la disinformazione trasforma la guerra in un rito virtuale di colpevolizzazione reciproca; Taiwan e il Mar Cinese, dove il desiderio mimetico delle superpotenze si concentra su simboli strategici; Il Mar Rosso, il Sahel, il cyberspazio, dove l’asimmetria non dissolve il sacrificio, ma lo moltiplica.
In questa costellazione di crisi, la politica non può più fondarsi sulla menzogna rituale, perché ogni vittima ha voce, ogni sacrificio è filmato, ogni guerra è “asimmetrica” e, quindi, priva di un ordine sacro condiviso. Tutti gridano alla propria innocenza, e nessuno può più essere ucciso senza svelare l’inganno. Quindi, dopo il sacrificio, cosa resta del potere?La domanda cruciale è: come si tiene insieme il potere, ora che il suo segreto è stato scoperto?
Il pensiero di Girard non offre soluzioni tecniche, ma una antropologia tragica e profetica. Se la violenza non può più essere sacralizzata, e se la coesione non può più essere ottenuta attraverso il sacrificio, allora l’ordine politico deve reinventare se stesso, o soccombere sotto il peso del desiderio non più controllabile. Peter Thiel, con la sua visione tecnocratica e post-democratica, propone una via d’uscita radicale: una nuova aristocrazia del codice, del capitale e della conoscenza. Ma questa proposta resta anch’essa mimetica, perché desidera uscire dal desiderio attraverso un desiderio superiore.
Girard ci avverte: non si esce dal mimetismo, se non accettando il limite, la non-violenza e la verità della vittima. Il resto è solo un ritorno mascherato del sacro.
Le origini del trumpismo sono piuttosto difficili da individuare poiché sono tanti i fattori ad aver contribuito al suo sviluppo e alla sua diffusione. Probabilmente il modo migliore per definirlo è come una reazione all’accumulo di disuguaglianza, tensione e malcontento. L’odio emerge spesso come risultato della disuguaglianza esistente nella società. In effetti, in una società che aspira all’egemonia, un gruppo svantaggiato può tentare di spingerne fuori un altro per consolidare il proprio posto nella gerarchia sociale. Il «movimento» trumpista funziona esattamente allo stesso modo e può sopravvivere solo in una società già affetta da disuguaglianze. Per un leader è più facile mettere singoli individui gli uni contro gli altri che tentare di affrontare questo genere di problematiche. Non bisogna farsi ingannare però: non si tratta solo di ciò che è più facile, ma di un consapevole abuso della vulnerabilità delle persone svantaggiate per fini politici. Ma il trumpismo non finisce con Trump, così come il bonapartismo non finì con Bonaparte. È una mutazione della modernità politica: una nuova grammatica del potere, dove tecnologia, emozione e forza simbolica si fondono. Può distruggere il vecchio ordine e creare un caos sistemico. Ma può anche, in maniera disordinata, aprire un’epoca post-globale più coerente con gli equilibri reali del XXI secolo. La vera domanda non è se il trumpismo sia pericoloso o utile, ma se le democrazie liberali siano capaci di riformarsi prima che sia troppo tardi. Per capire la presa del trumpismo su milioni di americani, non basta guardare a Washington o a Wall Street. Bisogna andare in Ohio, Kentucky, Pennsylvania, dove la deindustrializzazione ha lasciato comunità bianche impoverite e umiliate, vittime di un sogno americano che si è infranto. Il libro Elegia americana di J.D. Vance ha raccontato questo mondo: la working class bianca, piena di rabbia, nostalgia e senso di abbandono, che vede in Trump non solo un leader, ma una vendetta simbolica contro un sistema che l’ha tradita. Vance, oggi vicepresidente di Trump è la dimostrazione vivente che il trumpismo è più di uno sfogo: è un progetto politico che ha saputo tradurre l’angoscia esistenziale in potere istituzionale. A prima vista, il trumpismo può sembrare una sequenza di boutade, contraddizioni, fake news e improvvisazioni. Un leader che smentisce sé stesso, una base elettorale galvanizzata da slogan piuttosto che da programmi, una comunicazione spiazzante e aggressiva. Ma fermarsi a questa superficie equivale a non cogliere l’essenza del fenomeno. Perché dietro il caos apparente, il trumpismo è portatore di un’ideologia precisa, articolata, anche se non sempre sistematizzata. È un movimento che ha ridefinito il rapporto tra verità e potere, tra tecnologia e consenso, tra politica e spettacolo.
Il trumpismo non è solo Donald Trump. È un’architettura politica, culturale ed emotiva che si nutre di populismo reazionario, nazionalismo economico, ostilità verso le élite cosmopolite e ossessione per il nemico interno. Non ha bisogno di una dottrina scritta: si muove come un’intuizione condivisa, un codice implicito che parla alla pancia e alla memoria profonda di una parte dell’America (e non solo). È un’ideologia anti-liberale, ma non nel senso classico del termine: rifiuta non tanto il mercato, quanto le regole del dibattito razionale e le forme della democrazia liberale rappresentativa.
Uno degli aspetti più disturbanti e innovativi del trumpismo è il suo rapporto con la verità. Le affermazioni di Trump (e dei suoi epigoni globali) sono spesso factually false, ma strategicamente efficaci. Non importa se una frase è vera nel momento in cui viene pronunciata: importa che attivi una reazione, che semini dubbio, che polarizzi. È una guerra cognitiva permanente, in cui il concetto stesso di verità viene relativizzato, svuotato, manipolato. In questo, il trumpismo non mente nel senso tradizionale: riscrive il significato della menzogna, la trasforma in una dichiarazione di potere.
Il ruolo della tecnologia è centrale. Il trumpismo è un prodotto dell’algoritmo, un’espressione di una società che vive nelle bolle dell’ecosistema digitale. I social media come X (ex Twitter), Facebook e Truth Social non sono solo canali di comunicazione: sono ambienti politici, dove si costruiscono identità, si amplificano conflitti e si organizza il consenso in chiave tribale. L’algoritmo non cerca il vero, ma l’engagement, e il trumpismo ne ha compreso perfettamente la logica. In questo senso, è una forma di tecno-populismo, dove la post-verità è amplificata e difesa dalla tecnologia stessa.
Chi osserva il trumpismo con gli strumenti della politica tradizionale lo considera incoerente, disorganico, impulsivo. Ma proprio questa imprevedibilità è la sua forza. È una forma di strategia “non lineare”, simile a quelle adottate nelle guerre ibride, in cui la confusione e l’ambiguità diventano armi. Ogni dichiarazione, anche la più assurda, contribuisce a un ecosistema narrativo dove la realtà si sgretola e il leader appare come l’unico punto di riferimento stabile, l’unico capace di “dire le cose come stanno” — anche quando non sono vere. È la destabilizzazione come forma di egemonia.
Il trumpismo non è solo popolo. È anche élite che si finge anti-élite. Banchieri che predicano il protezionismo, miliardari che accusano i media di essere manipolatori, intellettuali che costruiscono giustificazioni filosofiche per una politica di “ritorno all’ordine”. È un fenomeno interclassista, ma non inclusivo: è escludente, identitario, spesso razzializzato. Si nutre di paure demografiche, declino economico percepito, ansia da sostituzione culturale. E mobilita una nuova forma di attivismo, digitale, arrabbiato, permanente, che non vuole dialogare, ma imporsi.
Alla fine, dietro il caos, c’è un disegno. Il trumpismo non vuole migliorare la democrazia liberale: vuole superarla, o svuotarla dall’interno. Sogna una politica personalistica, un potere forte, una “nazione vera” contro i suoi nemici interni ed esterni. Propone un revisionismo culturale e istituzionale, che passa per la delegittimazione della stampa, dei tribunali, delle elezioni stesse. Non è un errore del sistema: è un nuovo sistema che usa la tecnologia, la disinformazione e il tribalismo politico per ridefinire le regole del gioco. Trump ha dimostrato, con la seconda elezione, di come la mentalità, come stile, come paradigma, sia una forza trasversale che ha contagiato altri Paesi, altri leader, altri elettorati. Il suo impatto non va misurato solo in termini elettorali, ma culturali e sistemici. Il caos che produce non è disordine: è la premessa per un ordine alternativo, autoritario ma mascherato da spontaneità
Nel mare infinito della memoria visiva del Novecento, pochi artisti hanno saputo trasformare il paesaggio in concetto, la percezione in riflessione e il reale in geometria dell’immaginario come Maurits Cornelis Escher. Eppure, per comprendere davvero l’essenza del suo cammino artistico, e la forza invisibile che ha scolpito la sua visione del mondo, bisogna fare ritorno ad un piccolo borgo incastonato tra le scogliere verticali della Costiera Amalfitana: Atrani. Un borgo di luce mediterranea e ordine nascosto nel quale Escher giunge nei primi anni ’30, spinto da una sete silenziosa di forme e proporzioni, di paesaggi dove natura e architettura convivano in un equilibrio superiore. Ma è Atrani, più ancora della celebre Amalfi o della poetica Ravello, a catturare la sua attenzione. Non solo per la sua bellezza verticale e labirintica, ma per la struttura innata del suo paesaggio: una composizione quasi musicale di archi, scale, torri, passaggi, sospensioni tra ombra e sole, vuoti e pieni. Atrani non è solo un soggetto: è un codice. In quella trama urbana così perfettamente imperfetta, Escher trova un ordine nascosto, una grammatica visuale che anticipa i suoi futuri mondi impossibili. Il “capo di Atrani”, quello scorcio incastonato tra il mare e il cielo, diventa simbolo di una visione che supera il paesaggio e lo trasfigura.
Atrani case in rovina, Escher 1931
Tre anni dopo la sua partenza dall’Italia, ormai rientrato nei Paesi Bassi, Escher realizza “Metamorphosis I”, una delle sue opere chiave. In questo ciclo visivo, figure e forme si trasformano con una logica rigorosa e poetica: lettere che diventano case, case che si evolvono in scacchiere, scacchiere che mutano in volatili, e infine di nuovo in simboli.
Ma è proprio nel mezzo di questa trasformazione fluida che ricompare, in una sequenza al tempo stesso discreta e centrale, il profilo del borgo di Atrani.
Non è un ricordo nostalgico, né un semplice omaggio: è la matrice archetipica del cambiamento. Atrani rappresenta l’origine del linguaggio visivo escheriano, il punto di equilibrio tra rigore matematico e intuizione artistica, tra struttura e caos. È la porta attraverso cui il mondo reale diventa metamorfosi: la topografia dell’anima
Atrani Costa d’Amalfi, Escher 1931
Escher, pur essendo olandese, trova in questo minuscolo borgo mediterraneo la sua “costante visiva”. Lo reintrodurrà in altre opere, come in Metamorphosis II e High and Low, e lo rielaborerà mentalmente come modulo narrativo, ripetendolo come un motivo musicale capace di tenere insieme complessità e semplicità, sogno e architettura.
Atrani non è per Escher un luogo del passato, ma un luogo del ritorno eterno. Proprio come il concetto di infinito che esplorerà nelle sue opere, Atrani resta sospeso nel tempo, simbolo silente di un’estetica che non ha bisogno di esibizione, ma di profondità.
Atrani Vicolo Coperto, Escher 1931
L’opera di Escher, vista attraverso il filtro di Atrani, suggerisce una verità ancora più radicale: la metamorfosi non è solo una tecnica visiva, ma un’espressione dell’esistenza. L’essere umano, come il paesaggio, è in continua trasformazione, e il compito dell’arte è riconoscere quella trasformazione, darle una forma, una logica, una bellezza.
Nel tempo delle identità fluide e delle crisi percettive, l’esempio di Escher, e la sua fedeltà silenziosa ad Atrani, ci ricorda che la vera modernità nasce dall’ascolto del particolare, dalla capacità di leggere l’invisibile dentro il visibile, dalla connessione profonda tra luogo, mente e visione.
Nell’epoca dei viaggi di massa e delle immagini che si consumano in pochi istanti, il legame tra M. C. Escher e Atrani resta una lezione sottile e potente: ciò che ci ispira davvero non è mai ciò che appare grandioso, ma ciò che ci parla con precisione assoluta e silenziosa. Atrani, con le sue scale intrecciate e i suoi spazi compressi, è per Escher l’inizio e la fine. Il luogo dove il mondo cambia forma e la mente può finalmente vederne il disegno.
Escher non ha mai smesso di camminare ad Atrani. Lo ha fatto sulle sue pietre, poi nei suoi pensieri, poi nei suoi mondi impossibili. Oggi quel cammino, fatto di visioni, proporzioni e meraviglia, può ancora parlarci, se siamo disposti a guardare, davvero.
“Nel corso del tempo, le conseguenze intangibili di questo incontro si dimostreranno molto più importanti di quelle tangibili”. ( Henry Kissinger.)
Nel corso della storia delle relazioni internazionali, il dialogo tra potenze spesso ha trovato strade inaspettate. Una delle più emblematiche fu la “diplomazia del ping pong”, che nel 1971 aprì uno spiraglio tra due potenze allora contrapposte: gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese. L’incontro tra due squadre di tennistavolo in un contesto sportivo si trasformò in un gesto altamente simbolico, che pose le basi per la storica visita di Richard Nixon a Pechino nel 1972 e il successivo ristabilimento delle relazioni diplomatiche nel 1979.
Alla fine degli anni ’60, la Cina maoista si trovava in un relativo isolamento internazionale. La frattura ideologica con l’Unione Sovietica si era approfondita, il cosiddetto Sino-Soviet Split, e l’ascesa cinese come attore autonomo sullo scacchiere globale iniziava a manifestarsi. La leadership di Zhou Enlai, premier pragmatico e artefice delle prime aperture, comprese che l’avvicinamento con gli Stati Uniti poteva rafforzare la posizione cinese nel confronto triangolare con Mosca. Dall’altro lato, l’amministrazione Nixon, guidata dalla realpolitik di Henry Kissinger, cercava una leva per contenere l’URSS e indebolire il blocco socialista. L’interesse reciproco sfociò in un atto di “diplomazia culturale” prima ancora che politica: la visita della squadra statunitense di ping pong in Cina nel 1971.
Deng Xioping con un cappello da cowboy , in America quando veniva chiamato “ Zio Deng”
Lo sport apri’ il portone alla geopolitica: Il 6 aprile 1971, la squadra americana di tennistavolo fu invitata a visitare la Cina, rompendo un embargo diplomatico durato più di due decenni. L’accoglienza fu calorosa e coperta con enfasi dai media internazionali. Il 10 aprile, la squadra americana incontrò Zhou Enlai. Pochi mesi dopo, Henry Kissinger volò segretamente a Pechino per organizzare la visita di Nixon, che avverrà nel febbraio 1972, evento che segnerà un punto di svolta nella Guerra Fredda. La “diplomazia del ping pong” non fu solo una curiosità storica, ma un caso di studio sul potere simbolico dello sport come ponte diplomatico. Segnò l’inizio di una fase di cooperazione strategica tra Cina e USA che perdurò, seppur con oscillazioni, fino all’inizio del XXI secolo.
Nel 1979, con il riconoscimento ufficiale della RPC da parte degli Stati Uniti e l’instaurazione di relazioni diplomatiche, si aprì una fase nuova. La Cina di Deng Xiaoping, avviata sulla strada delle “riforme e apertura” (gaige kaifang), diventò un partner economico sempre più rilevante. Negli anni ’90 e 2000, con l’ingresso della Cina nel WTO (2001), la cooperazione si intensificò, sebbene persistessero tensioni su Taiwan, Tibet, diritti umani e commercio.
Con l’ascesa di Xi Jinping (2012–ad oggi), la politica estera cinese ha abbandonato il basso profilo, teorizzato da Deng, per abbracciare una postura assertiva. Il concetto di “rinascita della nazione cinese” (zhonghua minzu weida fuxing) si è tradotto in un attivismo regionale e globale:
militarizzazione del Mar Cinese Meridionale
diplomazia coercitiva (Wolf Warrior Diplomacy)
espansione economica tramite la Belt and Road Initiative (BRI)
crescita tecnologica autonoma (5G, AI, semiconduttori)
Parallelamente, Washington ha reagito con un progressivo irrigidimento bipartisan:
Guerra commerciale (Trump, 2018–2020)
Decoupling tecnologico (dal 2020 in poi)
Rafforzamento dell’asse Indo-Pacifico: Quad, AUKUS, cooperazione con Giappone, India, Australia. Le ragioni del gelo tra USA e Cina sono molteplici: La corsa all’autosufficienza in chip, AI e 5G è diventata una sfida strategica. La crescente assertività cinese verso l’isola di Taiwan è percepita come casus belli da Washington. Xi promuove un “socialismo con caratteristiche cinesi” come alternativa all’Occidente. L’aumento delle capacità navali e missilistiche cinesi preoccupa il Pentagono. Le iniziative cinesi in Africa, Medio Oriente e America Latina sono viste come sfida sistemica.
In questo 2025, le relazioni sino-americane sono al livello più basso dagli anni ’80. Gli elementi chiave sono: il blocco reciproco di tecnologie strategiche: AI, quantum computing, semiconduttori avanzati. Gli Incidenti militari nel Mar Cinese Meridionale e Taiwan Strait sempre più frequenti. La Propaganda e disinformazione intensificata su entrambi i fronti. Dialoghi diplomatici intermittenti, spesso puramente tattici e senza esiti. Nonostante ciò, permangono canali minimi di comunicazione: militari, ONU, economia globale, per evitare escalation accidentali. Tuttavia, l’atmosfera è da neo-Guerra Fredda. La diplomazia del ping pong è un esempio storico di come la fiducia possa iniziare da piccoli gesti. Oggi, tuttavia, Stati Uniti e Cina si trovano in un confronto profondo, non più solo strategico ma ideologico, tecnologico e culturale. Il periodo 1971–2025 può essere letto come una grande parabola: dall’incontro alla contrapposizione, da una globalizzazione aperta a una frammentazione crescente.
In questo scenario, il ricordo della racchetta e della pallina che attraversavano il tavolo come simboli di dialogo sembra appartenere a un altro mondo. Ma proprio per questo, conservarne la memoria può essere utile per costruire, domani, nuove vie di contatto.