“Le cose sono unite da legami invisibili, non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella” Galileo Galilei – 1630
Direttore del Blog Elena Tempestini
“Prospettive” È il blog di Storia Arte Cultura e Attualità diretto da Elena Tempestini, all’interno del sito Prospettive da cui prende il nome, che interagisce correlando Storia, Arte, Cultura, Tecnologia, Territori e Attualità.
Oggi la comunicazione è veloce, dinamica, con molti competitor estremamente abili. Vince chi meglio comunica e più convince la potenziale utenza attraverso offerte attrattive, accattivanti, convincenti, che parlino il linguaggio del momento, con gli strumenti del momento. Comunicare bene e in modo performante, è come scalare una montagna dove la vetta si raggiunge con il supporto di portatori esperti e forti. Gli sherpa informatici, sono i buoni conoscitori dei percorsi, delle strategie di ascensione e delle diverse azioni necessarie da mettere in campo, diventando sempre più elementi essenziali e inalienabili nel web, quanto lo sono in una spedizione. La vetta della montagna è la soglia di attenzione che bisogna raggiungere, solo quando si sarà in cima si potrà ottenere la massima visibilità del messaggio che si intende comunicare. Una azione comunicativa che dovrà essere continuamente e costantemente mantenuta nel tempo. Come le attrezzature, fatte da corde, chiodi moschettoni, costituiscono l’insieme degli strumenti necessari ed indispensabili per la scalata, così i motori di ricerca sono nel loro complesso le attrezzature informatiche necessarie al raggiungimento della visibilità cercata.
“Il tempo è quella illusione che non si misura in ore e minuti, ma si percepisce nelle trasformazioni” (e.t.)
Elena Tempestini Scrittrice, Giornalista, Storica, fotografa fiorentina, è una ricercatrice determinata e instancabile, che ama soprattutto indagare la relazione tra passato e presente attraverso la storia, cercando di dare risalto e ordine al caos degli eventi che tessono il nostro oggi. Capo Redattore della Rivista ‘Idee di Governo’ e Direttore del blog di Storia, Arte, Cultura, Tecnologia, Territori e Attualità, ‘Prospettive’. Premio Speciale al Festival delle Torri 2022 per aver contribuito con i suoi articoli a diffondere la Cultura nel mondo. Come Ambasciatore dei Saperi e Sapori d’Italia per Italia&friends, è impegnata nel comunicare tutto il bello e il buono che la circonda.
A Firenze, sulle mura di molti antichi palazzi del centro storico, esistono alcune curiose aperture. Sono di piccole dimensioni e venivano usate per la vendita diretta del vino. Sono le buchette del vino. Ci avete mai fatto caso alle “buchette del vino”? In foto la buchetta di via del Giglio. Piccole porticine, dalle quali nel XVII secolo, veniva venduto il vino al minuto, cioè al dettaglio direttamente in strada. Il vino poteva essere venduto dalle cantine delle famiglie aristocratiche che avevano un’attività vinicola, senza il bisogno di intermediari o di osti. Le “buchette” erano anche conosciute come “tabernacoli del vino” perché nell’incavatura veniva lasciato del cibo per i più bisognosi. Le buche del vino sono state quasi tutte restaurate e rese visibili, basta solamente farci attenzione
Buchetta in via del Giglio
La meraviglia sta nello stupore, di vedere sulla strada che percorri tutti i giorni da anni, qualcosa che non avevi ancora notato. La voglia di fissare quel qualcosa diviene una irrefrenabile voglia di scattare una fotografia.
Castel del Monte, la fortezza fatta costruire dal Re Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, ad Andria in Puglia
Oi lasso! non pensai si forte mi parisse lo dipartire da donna mia; da poi ch’io m’allontanai, ben paria ch’io morisse, membrando di sua dolze compagnia; e già mai tanta pena non durai, se non quando alla nave dimorai. Ed or mi credo morir certamente, sed a le non ritorno prestamente… Canzonetta gioiosa va a la fior di Soria, a quella c’à in prigione lo mio core: dì a la più amorosa, ca per sua cortesia si rimembri de lo suo servitore, quelli che per suo amore va penando; e priegalami per la sua bontate ch’ella mi deggia tener lealtate ( Federico II)
“Amore non apre a chiunque la via che conduce a lui…”.( Sohravardî fedeli d’Amore)
Quando si parla della Fedeltà d’Amore dobbiamo ricordare alcuni rappresentanti che hanno lasciato la “testimonianza” nelle loro opere letterarie: Dante, Boccaccio, Petrarca e Cavalcanti in Occidente, Hafez, Rumi in Oriente. Una fusione, ma anche una “via” da percorrere, un modo di realizzazione spirituale che alcuni individui, senza dubbio rari, hanno intrapreso dopo che si è «occultato», in condizioni d’altro canto tanto misteriose quanto lo erano all’epoca in cui quest’ordine esisteva: Novalis, Raffaello: «Il poeta romantico tedesco e il pittore italiano appartengono alla stessa genealogia spirituale, quella degli artisti visionari che sono stati iniziati alla Fedeltà d’Amore dall’apparizione provvidenziale, nelle loro vite, di un certo volto di bellezza, il volto umano come quello di Sofia per Novalis, che egli ha contemplato con gli occhi dell’anima, o l’immagine divina quella della Vergine Maria è stata per Raffaello, che ne ricevette una notte la rivelazione.» Ci si potrà chiedere se il percorso della loro “Via” ha ancora un significato, un senso oltre a quello della storia da conoscere, ma questo pensiero si forma davanti alle condizioni della nostra epoca presente. Non si sfugge a noi stessi, e se Dante ci ha trasmesso che in gioventù l’Amore ha sembianze umane, Beatrice, o Fiammetta per Boccaccio, si può non avere ancora la consapevolezza della propria esistenza, del nostro “esilio” in questo mondo, se non forse dai presentimenti, e dalle percezioni che si possono avere durante l’infanzia. Da ragazzi non si conosce la misura del proprio talento, e neanche della propria creazione che rappresentiamo. Solo oltrepassando un Oriente all’orizzonte del mondo, solo allora sarà il momento giusto nel quale ci si potrà mettere in cammino. All’inizio della via, non avremo ancora nessun maestro, ma ci sarà la fede in ciò che abbiamo sentito e percepito. Allora diverrà un movimento volontario, un’aspirazione profonda, una chiamata dell’anima che spinge a camminare in direzione di questo Oriente. l’Ordine dei Fedeli d’Amore è la volontà, la disciplina dell’Arcano, il suo “segreto”, il che spiega perché i suoi membri hanno lasciato così poche tracce; tranne naturalmente l’opera intera di Dante. Ma i misteri sono sotto i nostri occhi per essere penetrati.
Castel del Monte è l’Oriente “interiore”, il simbolo di una Luce di Conoscenza, opposta all’esilio occidentale” che è oblio e allontanamento per dirigersi nelle tenebre della materia. È mediante un’interazione complessa che Castel del Monte si svela e ci eleva. Si può osservare nello scorrere, o meglio nella trasformazione del tempo, che si manifesta con la luce solare. Al piano terreno troviamo il buio, perché “bisogna che Amore faccia il giro della dimora e scenda fino alla cella del cuore…”. Si racconta che nel centro del cortile vi era una vasca ottogonale, le leggende sulla costruzione della vasca sono molte, mi piace ricordare il libro di Janet Ross: “The land of Manfred, prince of Tarentum and King of Sicily“, Ed. Murray, London, 1889” perché fu una viaggiatrice inglese, che viveva a Firenze ed amava immensamente la Puglia. Janet Ross visse a Firenze a Poggio Gherardo, villa già descritta dal Boccaccio nel Decameron, vicino Settignano. Scrittrice, poetessa, e prima donna corrispondente del giornale americano Time durante Firenze Capitale, nonché animatrice della comunità Anglo-Americana Fiorentina.
Foto del secolo XIX, Archivio Tempestini, riproduzione vietata
Castel del Monte è lontano da centri abitati e da strade importanti e questo dettaglio era già vero anche intorno al 1240, quando Federico II ne ordinò la costruzione. L’intera struttura ci è pervenuta priva delle originarie decorazioni affreschi, pavimenti, sculture e molto altro. Percorrendo le soglie, le entrate e le uscite obbligatorie, si ha la netta sensazione di un percorso obbligatorio, un cammino pieno di simboli, caratterizzato da un piano terra sostanzialmente buio e da un piano superiore particolarmente luminoso. Le misure della costruzione sono chiaramente ispirate al numero aureo, il percorso termina nella cosiddetta “sala del trono” al primo piano, con l’affaccio su un grande bassorilievo solo raccontato dalle antiche cronache ma purtroppo perduto. Era situato dall’altra parte del cortile, raffigurava una dama in atto di ricevere l’omaggio di alcuni cavalieri, i fedeli d’Amore, i cavalieri Templari. Il bassorilievo era illuminato dai raggi del sole che arrivano attraverso le finestre del primo piano solo l’otto ottobre, originariamente ottavo mese dell’anno. Sul portale di ingresso e in altre stanze appare il simbolo della rosa, simbolo di conoscenza e di segreto. Federico II, uomo di grande cultura e conoscenza si avvaleva di illuminati che divenivano parte della sua famiglia, come il matematico Leonardo Fibonacci e lo scienziato Michele Scoto, ma non di meno Frate Elia, successore di Francesco d’Assisi, con il quale condivise la scomunica. Nel 1228 i Templari si offrirono di incoronare Federico II imperatore del mondo; nel 1240 aderì alla “Pactio secreta” dei cavalieri che cercavano il Graal, l’Arca dell’Alleanza e i segreti dei faraoni che Mosè vi avrebbe riposto. Per approfondire un articolo
Nel cortile di entrata vi era una vasca ottogonale, vasca/ bafè = immersione e mètis = saggezza. È il bafomet = il battesimo di saggezza, ma che ha alimentato il mito del demone Bafometto, che sarebbe stato adorato dai Templari e motivo creato ad arte per farli odiare dal popolo. Demone che gli inquisitori avrebbero addirittura riconosciuto nella figura barbuta e cornuta scolpita nella chiave di volta del soffitto di una delle camere, laddove le corna sono in realtà orecchie d’asino con chiaro riferimento al re Mida ed alla sua leggenda centrata su una verità che non si può rivelare. È il luogo ove si incontra lo Spirito Universale Creatore. È l’Opera Sole e Luna, l’Acqua ed il Fuoco, l’elemento Zolfo associato al Mercurio. La stanza al piano terreno dove sul pavimento vi sono ancora le tracce di quattro cerchi “magici” corrispondenti ai quattro elementi: aria, acqua, terra, fuoco. Questi elementi geometricamente ridisposti e nel giusto ordine di precedenza, dovrebbero portare alla comprensione dell’Archetipo della Chiesa Universale cioè l’ AMORE universale a cui aspiravano i Rosa + Croce, i Templari: Il Sole interiore. La croce, intersezione delle due rette: orizzontale e verticale, simbolo degli opposti, dei complementari. Centro segreto al di là del tempo e dello spazio, è sublimata dalla Rosa. In questo centro invisibile, metafisico, si realizza l’unione, l’armonia/trascendenza individuale che si racchiude nella Rosa.
“Della rosa fronzuta diventerò pellegrino ch’io l’aggio così perduta.Perduta non voglio che sia Ne di questo secolo gita, ma l’uomo, che l’ha in balia di tutte gioie l’ha partita.” (Federico II Imperatore)
L’Amore per la Rosa che sospinge l’amante alla mistica unione rappresenta e realizza l’annullamento di ogni dualità e contrapposizione umana e terrena. Gli opposti, i complementari svaniscono per sublimarsi nell’Uno al di là dell’Uno, nell’archetipo di platonica memoria. Agli stilnovisti, ai Fedeli d’Amore, come anche ai poeti siciliani, a Federico II, la Rosa giunge da Oriente, da Soria. Per la tradizione arabo-orientale la rosa è il simbolo di un percorso metafisico realizzativo pratico, che mira alla trasformazione profonda della coscienza. Per i Sufi della Bagdad del XII sec. questo sentiero mistico era chiamato “Sebil-el-Uard” ovvero la “Via della Rosa”.
La Madonna divenne Rosa, la Rosa di Soria. Si incontra Re Mida perché “c’è una verità che non può essere svelata”.
Si sale la scala a chiocciola ed è diversa è antioraria. Per ricordare a chi la sale che da quel momento tutte le conoscenze saranno rovesciate. Nelle sale del Castello la luce provoca una rifrazione di raggi luminosi orizzontali, paragonabili alle forme platoniche che presiedono alle specie del mondo terrestre. Quindi, se l’ottagono è il quadrato e il cerchio, il Castello potrebbe essere interpretato quale mondo intermedio, un diapason …”Tengo il segreto della tua bellezza nel più segreto del mio cuore. / Il mio cuore resta in silenzio se mi si domanda il segreto del tuo Nome…”. La profonda luce del secondo piano, è in netto contrasto con il buio dell’Ignoranza che si lascia alle spalle. È adesso che si svela l’Iside Eterna, come dice il Fedele d’Amore Francesco da Barberino “…Ella è colei, ch’à compagno il figliuolo, del Sommo Iddio, e sua Madre con esso: ell’è colei, che con molte siede in cielo, ell’è colei, che in terra ha pochi seco…” ecco la Melusina che dietro il suo aspetto raffigura la donna che aiuta l’uomo nella ricerca della conoscenza senza distinzioni tra i sessi ma con l’idea che solo nell’unione ci si eleva al divino. Per comprendere le capacità d’un maestro non badare tanto a quanto egli dice, né di quanta scienza è capace, ma osserva i suoi discepoli dentro e fuori il Tempio. Le loro parole, i loro gesti ed il loro comportamento saranno la vera dimostrazione del suo valore.
Premio Speciale Festival delle Torri 2022 alla Giornalista Storica Elena Tempestini.
Il Festival delle Torri svolge ogni anno in osservanza della Convenzione UNESCO per la Protezione e la Promozione della Diversità delle Espressioni Culturali, approvata il 20 ottobre 2005 dalla XXIII Conferenza Generale dell’UNESCO e ratificata dall’Italia con legge n. 19 del 19 febbraio 2007. La rassegna promuove la consapevolezza del valore delle diversità culturali, favorisce l’incontro tra le diverse tradizioni folkloristiche e pone al vertice la considerazione dei princìpi e delle espressioni di dialogo fra popoli. l Festival delle Torri riafferma dunque il legame tra cultura, sviluppo e dialogo, per garantire la pace nel mondo e un’armoniosa convivenza tra i popoli. La diversità culturale rappresenta un valore fondamentale per lo sviluppo umano, tanto quanto il riconoscimento della biodiversità in natura; proteggendola e promuovendola, infatti, sarà possibile progredire ed interagire reciprocamente in una dinamica di scambio libera e produttiva. Ulteriore finalità del Festival è quello di incoraggiare un dialogo multietnico, attraverso scambi culturali e rispetto reciproco tra i popoli, grazie ad un’attenta contemplazione del “tema della Pace”. In linea con le finalità dell’UNESCO, l’evento considera l’Educazione un diritto umano fondamentale, la cui tutela è di primaria importanza per perseguire la missione di pace. Attraverso un adeguato percorso educativo sarà dunque possibile debellare la povertà, favorire lo sviluppo sostenibile e facilitare il dialogo interculturale, incentivando lo sviluppo di sistemi pedagogici inclusivi.
La Temperanza di Piero del Pollaiolo, 1470 Galleria degli Uffizi
Tra le virtù umane, c’è la TEMPERANZA che rappresenta la moderazione, la metamorfosi interiore, la trasformazione atta alla guarigione. È la rigenerazione, il perfetto equilibrio fra il principio solare maschile, e quello lunare femminile. Nella tavola del Pollaiolo la Temperanza e l’acqua che pazientemente e metodicamente viene travasata da una brocca all’altra. Gli occhi della temperanza non guardano lo spettatore ma sono intenti ad osservare il gesto che sta compiendo: il mescere le acque superiori e inferiori, in una azione interiorizzata e consapevole. È l’energia del sereno fluire della vita, il giusto equilibrio raggiunto attraverso la moderazione e la disciplina. Tutto deve essere accettato senza paura né opposizioni. (la Temperanza di Piero del Pollaiolo 1470 Galleria degli Uffizi)
La bottega del Pollaiolo eseguì sei dei sette dipinti delle virtù previste ; ma il settimo, la Fortezza venne eseguito dal giovane Sandro Botticelli.
La scienza oggi ci conferma che l’acqua agisce come un recettore, essendo in grado di ricevere le frequenze d’onda e di memorizzarle (memoria); l’acqua agisce come trasmettitore, trasmettendo le frequenze delle onde memorizzate (informazione come diceva Tesla) Queste caratteristiche biofisiche, chimiche ed elettro-magnetiche dell’acqua sono state messe in evidenza da esperimenti di fisici italiani ed internazionali. Emilio dal Giudice condusse, insieme a Giuliano Preparata, le ricerche sul fenomeno della memoria dell’acqua nell’ambito della CQED (elettrodinamica quantistica coerente). Secondo questa teoria esistono domini di coerenza nell’Universo, in grado di allineare i campi elettromagnetici. È la conoscenza del SENSO DELLA BELLEZZA, sono le ARTI riunite.
Giovanni Boccaccio scopri’ il suo amore per la letteratura a Napoli
La storia di Giovanni Boccaccio si intreccia a doppio filo con quella della splendida Napoli Angioina del 1327, poiché è proprio tra i piaceri raffinati e mondani di questa città che l’autore scopre che non è il lavoro di banchiere come il padre ad interessarlo, bensì l’amore per la scrittura. E abbiamo visto noi posteri mettere a frutto le enormi potenzialità del suo ingegno poetico. Quando arriva in città è un adolescente mandato a fare pratica mercantile e bancaria. Il padre, agente della potente famiglia dei Bardi, lo indirizza verso una professione che al ragazzo Boccaccio sta stretta. Nel frattempo scopre, alla corte di re Roberto d’Angiò, un ambiente galante e spensierato del quale fa parte anche Fiammetta, proiezione letteraria delle fantasie amorose e delle emozioni adolescenziali del giovane poeta.
Un Boccaccio angioino, un’esperienza decisiva. qui che l’apprendista mercante decise di indirizzarsi verso la letteratura; fu a Napoli, che Boccaccio, proveniente dall’ambiente fiorentino, conobbe per la prima volta l’autore che lo influenzerà e accompagnerà per tutta la sua vita: Dante Alighieri. Esperti italiani e stranieri, provenienti da Harvard come da Parigi, da Roma come da Monaco di Baviera, da Venezia come da Napoli, da Milano come da Salerno, si sono confrontati sul Boccaccio più conosciuto, ma anche sui più recenti studi di pagine da poco tempo ritrovate. “Napoli è presente con la sua topografia e con le sue concrete presenze, a partire dalla cultura francese, allora predominante nella corte angioina, e dalla memoria dell’antico, con gli spazi imperiali di Baia e tracce mitologiche disseminate ovunque. Ma c’è una terza caratteristica del rapporto di Boccaccio con la città, destinata a diventare un elemento centrale nella sua rappresentazione narrativa. Napoli l’ambientazione di molte delle sue storie che possiamo leggere nel Decamerone. Attraverso Napoli passano i suoi protagonisti, a Napoli simula di aver ricevuto l’ordine di scrivere alla sua donna Fiammetta.
Tutto ciò rende la topografia urbana napoletana una pietra fondante dell’opera narrativa dell’autore. I racconti delle sue principali caratteristiche: il mare, le porte che aprono verso le colline, i circostanti luoghi di diporto, la tomba di Virgilio, viene utilizzata da Boccaccio per dare un senso unitario alla sua produzione».
La sua storia, benché lontana nel tempo, è la storia di tutti quelli che ricevono una chiamata dal destino mentre sono occupati a fare altro: Boccaccio, infatti, si reca a Napoli su volere del padre per seguire un apprendistato bancario, e mentre studia per mettere a tacere le sue ambizioni artistiche, subisce il fascino irresistibile della letteratura, protagonista indiscussa del vivace ambiente culturale di corte. La chiamerei una fortunata SERENDIPITA’
La ricca Biblioteca Reale rappresenta il suo primo grande amore napoletano. Qui si appassiona alle vicende cortesi dei romanzi cavallereschi, legge i versi d’amore della recente tradizione stilnovistica ed entra in contatto con il mondo lontano e spesso vagheggiato dei classici latini. Tra questi apprezza particolarmente Ovidio che fa dell’amore il fulcro centrale della sua poesia. Nel frattempo frequenta i corsi di Cino da Pistoia e si avvicina sempre più alla poesia stilnovistica, che ne segna il suo esordio.
Il soggiorno napoletano riveste un ruolo importantissimo nel processo di formazione di Boccaccio, poiché è qui che sviluppa un acuto spirito di osservazione e conosce approfonditamente i caratteri e i costumi dei più svariati strati sociali; grazie al contatto con la realtà concreta e multiforme di Napoli. La dinastia degli Angiò, fu molto importante per Firenze, fu una delle risorse della città per espandersi ed acquisire l’eleganza e la profondità dell’ elevazione delle sue ARTI. La potenza angioina è l’incarnazione, la creazione, l’invenzione, di quel fronte guelfo che sembra in grado di imporre un’egemonia non soltanto italiana, ma addirittura europea, mettendo insieme la posizione geografica del regno di Napoli, la potenza militare del regno di Francia, l’influenza spirituale del papato, e il denaro dei banchieri fiorentini. È inevitabile che purtroppo la storia trovi un “buco” della memoria con l’incendio degli archivi angioini ad opera dei nazisti nel 1943. Ancora oggi la tradizione storica è mantenuta dalla più antica Arciconfraternita Fiorentina, la Parte Guelfa, Cavalleria della Repubblica Fiorentina che ha il suo Santo Patrono in San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa. Nato a Brignoles in Provenza nel Febbraio 1274 e ivi morto il 19 Agosto 1297, figlio di Carlo d’Angiò, Re di Napoli
La Cultura è quel processo che trasforma il seme della conoscenza in frutti della consapevolezza.
Per definizione, per Cultura si intende l’insieme di tutto quanto attiene alla formazione dell’individuo sul piano cognitivo, intellettivo e morale. La conoscenza può anche essere un patrimonio relativo ad una specifica preparazione in un determinato campo del fare. Il sapere, inteso come l’insieme di date e dati, è l’aspetto, che abitualmente definiamo Cultura. È anche l’espressione comune che generalmente usiamo quando vogliamo avvalorare la figura di una persona, infatti lo facciamo affermando che è donna o uomo di grande Cultura, specificandone il campo, musicale, storica, letteraria, umanistica, filosofica. In senso antropologico, poi la Cultura viene anche definita come il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali. Sono comunque tante le angolature, le visioni e le prospettive, da cui si potrebbe partire per cercare di dare una interpretazione alla parola Cultura ed al concetto che ne consegue. Interpretazioni importanti, considerazioni consolidate nel tempo, modi di dire divenuti per convenzione verità, ma che purtroppo prese singolarmente divengono restrittive, confutabili, falsificabili, poiché tendono comunque a limitare, circoscrivere, restringere, il concetto di Cultura che non è solo imparare a fare qualcosa o immagazzinare nozioni, la Cultura fortunatamente è ben altro. La Cultura è quel processo che trasforma il seme della conoscenza in frutti della consapevolezza. L’Arte è Cultura, come le tutte le conoscenze che sviluppano coscienze, che divengono nel loro insieme parte integrante della stessa Cultura, poiché il talento, la sensibilità, la manualità, la capacità espressiva, che nel materializzare l’emozione, la sensazione, l’immaginazione, divengono esternazione delle emozioni personali, necessari momenti liberatori per chi li compie, ma anche momenti di interconnessione con cui rapportarsi con gli altri e mezzi di comprensione della realtà. La Cultura per dirsi tale deve tornare ad essere un insieme eterogeneo che si amalgama in un continuo processo generativo e trasformativo, da comunicare in modo facile, accessibile e diffuso. La comunicazione, il passaggio di conoscenze, lo stimolo, l’aggiornamento di ogni forma e manifestazioni dell’ingegno umano, devono essere mostrate e nel momento in cui vengono mostrate, non possono che divenire conoscenza diffusa e parte integrante della Cultura che è resterà sempre partecipazione del sapere
Riccardo Rescio per Italia&friends “Assaggia l’Italia ApS” Associazioni di Promozione Sociale
La Comunicazione è sempre stata un’arma potente, si cambiano i termini, si rielaborano i dati di guerra, soprattutto per quanto riguarda i morti civili. Non è pratica di oggi, è da sempre usata nei conflitti. Putin la chiama “Operazione di Pace” Zelensky “Invasione di guerra”. Praticamente è un mix perfetto di informazioni e retorica composto da frasi brevi e ad effetto. Sfrutta la dualità umana, ma oggi ha il potere dell’immagine mediatica immediata. L’immagine è la radice del pensiero, essa viene prima della parola. La comunicazione è sempre la stessa da millenni, cambiano i mezzi con i quali si effettua. Potremmo chiamarla comunicazione di propaganda asimmetrica. In questo momento è la capacità di maneggiare le armi della “guerra mediatica” che si sta combattendo in parallelo a quella sul campo nelle principali città dell’Ucraina. Perché ancora non vediamo gli effetti dell’Indo Pacifico: il punto interrogativo dell’India che deve scegliere dove posizionarsi. C’è il QUAD che è il Quadrilateral Security Dialogue, formato da Stati Uniti, Australia, Giappone e India, con lo stesso chiaro obiettivo di impedire l’egemonia cinese nel Mar Cinese Meridionale. l’ASEAN, l’area di libero scambio situata nel Sud-est asiatico, atta a sviluppare i traffici commerciali, difendere il rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e la libertà di navigazione. l’AUKUS, che da fine 2021 riunisce Regno Unito, America e Australia. Ma sarà l’Indonesia, altra potenza del Sud del mondo, che presiederà il G20 di ottobre prossimo. Praticamente un riassetto globale estremamente complesso. E cosa succede in questa estate? Diatribe, gossip e con siderazione ad un reportage che apparirà ad ottobre su Vogue.
Un reportage di guerra? Si, ma mediatica. Ecco i giudizi assolati del giusto o sbagliato, scaldati da questo tempo epico. Epico perché dopo la pandemia, la guerra in Europa e la siccità, mi aspetto Ramsete II e le cavallette. Ah, non escludo il ritrovo dell’Arca dell’Alleanza in un paese del Corno d’Africa. Con questa copertina e reportage di Vogue, Zelensky diventa l’eroe di guerra al tempo dei social. Attenzione, non è l’eroe Greco del “Kalos Kai Aghatos”, il “bello e buono” inteso come “valoroso in guerra” colui che è in possesso di tutte le virtù. Eh no…perché la storia bisogna raccontarla tutta, e non certo per prendere posizione nei confronti di una guerra, dove la povera gente da sempre resta ignara e colpita, “aldilà e Aldiqua’.” È la sapiente propaganda di un ex attore, divenuto famoso per una serie andata in onda su Netflix, “Servant of the People” durata pure tre stagioni tra il 2015 e il 2019, dove Zelensky ha conquistato denaro e la notorietà. ( aveva già partecipato a Ballando sotto le Stelle Ucraino e prodotto alcune serie per la televisione Ucraina. La fiction di Netflix gli ha dato l’apoteosi e pure il ruolo). Ma quale era il suo personaggio nella fiction? Sembra uno scherzo, un po’ come successe agli inizi del nostro comico Grillo, sapientemente scelto da Casaleggio padre, e non per politica ma per ciò che diceva con successo carismatico alla folla durante i suoi spettacoli. Zelensky nella fiction ha interpretato un insegnante che, diviene Presidente della sua nazione, dopo che i suoi studenti hanno pubblicato, sui social, un suo personale sfogo contro la corruzione. Ecco la figura costruita dell’eroe, e siamo nel 2015.
La propaganda di comunicazione ha fatto il suo leit motiv nella corsa alla presidenziali VERE dell’Ucraina e Zelensky ha vinto divenendo Presidente. Ergo, non esistono cattivi strumenti ma buoni suonatori. Vogue deve vendere, è vero che la rivista uscirà ad ottobre, ma intanto si è portata avanti pubblicando on line il servizio. No, metti che poi succeda qualcosa prima dell’uscita di ottobre, editorialmente ho già fatto “notizia. Tutto si “ gioca” come la teoria del caos, sistemi dinamici che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali. Quindi, velocità, forza plasmante digitale a livello globale. Personalmente non mi farei distrarre e continuerei a guardare attentamente nell’Indo Pacifico. Zelensky è diventato ben noto alla popolazione mondiale anche grazie al suo amico storico Yuriy Kostyuk, sceneggiatore e suo social media manager. Praticamente, Signori tutti in piedi : “È la “guerra della comunicazione” e nella società delle immagini, forse un ritratto con tanta forza simbolica è destinato a durare più delle polemiche.
Dante scopre l’Europa: la geografia europea nella Divina Commedia
Dante e l’Europa, così il poeta sognava la comunione delle culture.
Ed è grazie a Firenze Fiera che è stato pubblicato un volume in triplice lingua curato dal suo presidente Lorenzo Becattini. Dante Scopre l’Europa: la geografia europea nella Divina Commedia. Un omaggio che Firenze Fiera ha voluto fare per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Il volume contiene la preziosa prefazione del fiorentino Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, purtroppo precocemente scomparso. Le altre prefazioni sono firmate dal sindaco di Firenze Dario Nardella, dal governatore toscano Eugenio Giani, dal presidente della Camera di commercio Leonardo Bassilichi, dalla dantista Paola Allegretti, coordinatrice scientifica del volume. L’Europa dantesca non appartiene alla storia ma è viva e si riflette in una visione trascendentale che non ha età”.
L’uomo saggio deve saper prevedere ciò che accadrà. ( Dante Convivio), ma è nella “futura gente” che si deve considerare utile il racconto del viaggio ultraterreno del Poeta. Nella Divina Commedia c’è già tutto: c’è quello che siamo e che siamo stati come paese, ma c’è il divenire Nazione per essere poi co- creatori di un continente. C’è la vita quotidiana imbastita dalle sue debolezze e dalle sue bellezze a portata di mano, e poi c’è la vita colta, la politica, la teologia e la filosofia: esse sono poste sullo stesso piano e cantate in versi dal poeta nella stessa maniera. Presente ed eternità stanno l’uno nell’altro. La vita eterna prende forza dentro il tempo, comincia dal presente che è un futuro che si manifesta nel presente, diviene una qualità dell’esistenza che il poeta mostra con le stelle. Ed è in ogni fine di cantica che vi sono le stelle, a dimostrazione del fatto che il suo viaggio non riguarda l’aldilà e basta, ma l’aldilà nell’aldiqua, quindi un tempo dentro l’altro.
È un viaggio all’interno del cuore “nella camera segreta” di ogni uomo che custodisce i suoi inferni, i suoi purgatori e aspira al paradiso. Un cuore che deve raggiungere le stelle, non per De-siderare ed allontanarsi dal cielo stellato, ma che con -sideri l’eterno.
Un Sommo poeta già proiettato verso il futuro. «Tutti gli uomini hanno un dovere: preoccuparsi che i posteri ricevano da loro l’arricchimento della conoscenza , così come loro sono stati resi ricchi dall’impegno degli antichi. Nessuno si deve sottrarre ai suoi obblighi, chi non si cura di portare il suo contributo alla comunità, dopo aver tratto profitto dagli insegnamenti che questa gli ha dato, diviene abissò e rovina. È presente l’idea di una continuità tra il passato e il futuro, tra gli antichi e i posteri: essa si chiama SPERANZA. Ed è quella speranza che è impressa sulla bandiera europea. Essa è simbolo dell’unità e dell’identità di tutta l’Europa. Composta da una corona di stelle che rappresentano la solidarietà e l’armonia tra i popoli d’Europa. Il cerchio delle dodici stelle su sfondo azzurro come il manto della Madonna, la simbologia dell’immacolata Concezione. Una stella per i paesi che fanno parte del consiglio d’Europa , ma che non hanno una simmetria tra loro. Praticamente il simbolo di una carta geografica senza contorni.
È accoglienza, solidarietà, attenzione agli ultimi e ai poveri, quindi è la stessa prospettiva che Dante si augurava durante le faide del suo periodo storico, da buon visionario le guardava in grandezza, in chiave europea. Quindi per conoscere l’Europa di oggi, bisogna leggere la “Divina Commedia”? Non ci farebbe male.
Perché attingere a secoli indietro? Perché è la testimonianza della lunga lotta portata avanti per costruire una civiltà unita, la civiltà della quale oggi noi ne godiamo, e quindi siamo nel dovere di difenderla e migliorarla. “Dante è il poeta più universale che abbia scritto in una lingua moderna, pur essendo italiano, è prima di tutto europeo” diceva Thomas Eliot. Alle miserie politiche del proprio tempo Dante risponde guardando dall’alto con sguardo europeo. Cosa si intende per sguardo, per una visione europea? Innanzitutto appartiene a chi riesce ad esternare le profonde radici che si estendono al mito, riuscendo ad andare ben oltre l’antichità stessa: è cultura europea, è il pensiero europeo. Una visione politica che è inscindibile dalla morale. È una visione atta a un equilibrio di vedute per cui l’uomo in sé viene prima del cittadino, dunque la patria deve stare al di sopra degli interessi personali. L’Impero dantesco è unito alla finalità del dettato divino, ove la fratellanza universale e la giustizia in Terra devono divenire lo specchio della bellezza celeste. È proprio in questa visione del nostro pianeta, in cui vivono uomini che possono divenire feroci per seguire i propri egoismi , che limitano il loro “tempo di vita”. Quel “tempo illusorio” che si manifesta fra il nascere e il morire. E nonostante che non comprendano la loro destinazione verso un oltre, Dante raffigura la speranza che un giorno futuro si plachino gli odi, le differenze sociali , le guerre. E non è certo riferito solo alle città d’Italia, bensì ad una pace che divenga costruttiva. Tutte le nazioni d’Europa devono cooperare alla conoscenza e alla virtù.
“Nel suo profondo vidi che s’interna legato con amore in un volume ciò che per l’universo si squaderna” ( XXXIII canto Paradiso)
Dante immagina il mondo intero nelle pagine di un grande immenso libro della creazione. Che sia letto, guardato, sfogliato in ogni paese, in ogni nazione, in ogni continente, e quindi in ogni cuore di ogni essere vivente “in questo gran mar dell’essere”, e si riunisca in un volume unico proiettato dalla mente di Dio. Il compito di ogni uomo è tendere all’Uno, all’unità pur nello “squadernarsi dialettico dell’immenso volume della creazione”: unità che nasce dalla pace e ad essa tende per percezione nella profondità della coscienza dell’essere umano. Dante è un vivo e concreto esempio da far comprendere al mondo di oggi per essere fonte dissetante del mondo futuro.