La cinesica, è lo studio dei caratteri individuali attraverso i movimenti caratteristici del corpo. È lo studio dei gesti che il nostro corpo compie quotidianamente, con un ruolo fondamentale per una comunicazione non verbale ma di assoluta verità. Falsificare il linguaggio del corpo è praticamente impossibile in quanto bisognerebbe avere la consapevolezza di tutti i muscoli del corpo in ogni singolo istante, per questo ci svela molto più di quanto non vorremmo rivelare su noi stessi. Un osservatore attento, oppure addestrato, allenato alla cinesica, noterà una discordanza se il linguaggio del corpo e delle parole pronunciate, non sono sulla stessa ”linea d’onda”, cioè non sono in armonia tra di loro.
È la Comunicazione che avviene attraverso la mimica e la gestualità; dalla definizione dell’antropologo americano Ray Birdwhistell “L’individuo non comunica: partecipa a una comunicazione o diventa parte di essa». ( Ray Birdwhistell).
Quando un linguaggio, quindi la comunicazione, non è allineata per qualche motivo che può essere: menzogna, disagio, falsificazione, ben il 93% di quella nostra comunicazione, diviene un messaggio dal nostro corpo e non dal significato delle nostre parole. Il linguaggio corporeo è universale in tutte le culture.
L’origine etimologica va individuata nella parola greca Kinesis, il cui significato è: movimento. Tutto quel mondo che non è fatto di parole governa il nostro mondo quotidiano, la nostra realtà molto più delle stesse parole. Il gesto è l’elemento determinante. I movimenti inconsapevoli del viso sono più di diecimila, ergo non possono essere tenuti sotto controllo dalla mente razionale. La scienza della cinesica, il mondo della gestualità, abbraccia una moltitudine di movimenti e di segnali che il più delle volte esprimono significati inequivocabili ma solo per chi sa riconoscerli .
Il linguaggio del corpo agisce in modo spontaneo e sopratutto inconsapevole, difficilmente può nascondere qualcosa che non rispecchi la nostra verità profonda, per questo è definito dalla scienza un termine di paragone attendibile.
Conoscere la Scienza della Cinesica aiuta a comprendere, a interpretare la maggior parte dei segnali che un interlocutore è in grado di inviarci anche quando non pronuncia nemmeno una parola. Ancora di più in tutte quelle occasioni in cui le parole non corrispondono alle reali intenzioni, ai veri pensieri, di chi le pronuncia. Spesso, conoscere la cinesica può portare “delusione”, smascherare la fiducia riposta nella/e persone.
Una delle più semplici spiegazioni si trova nel sorriso, il quale ha la capacità di attivare le endorfine che alleviano lo stress, esercitano un effetto tranquillizzante e l’essere umano è chimicamente predisposto a ricambiarlo. Ci sono due tipologie del sorriso: i sorrisi sinceri, oltre a coinvolgere gli occhi, sono più lenti a manifestarsi e a sparire, presentando una simmetria laterale, i sorrisi sociali, di apparenza, che non sono prodotti volontariamente, sono di minore durata e spesso sono asimmetrici. Praticamente la cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.
Aveva una maniera di parlare che gli serviva più per nascondere che non per dichiarare. (Gabriel García Márquez)
“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio, comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace e menzognera che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”, Giordano Bruno (1548-1600).
Saggi, poeti illuminati di secoli scorsi già preannunciavano che TUTTO è collegato da sottili fili invisibili. La scienza ha dimostrato forze potenti, le “stringhe magnetiche”, simili a “elastici” chiamati stringhe cosmiche, che produrrebbero le increspature dello spazio tempo, meglio conosciute, studiate e dimostrare negli ultimi anni come onde gravitazionali, che proverrebbero da sistemi binari di buchi neri. La peculiarità è quella di collegare all’istante, superando quindi la velocità della luce di Einstein, delle distanze enormi per il nostro concetto mentale terrestre, ma così reali da essere osservati dalla NASA. E’ chiamato “entanglement” ed è la connessione istantanea tra movimenti sia vicini sia lontani, connessione indipendente dalle reciproche distanze. Non c’è “distanziamento sociale” tra le galassie, né c’è tra le particelle che formano i nostri corpi. Giordano Bruno preannunciava i semi che sarebbero germogliati, ma ammoniva che “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.
Ci sono uomini e donne che hanno vissuto epoche storiche che non gli appartenevano. Menti illuminate da idee rivoluzionare troppo premature per il tempo e il contesto culturale che stavano e stanno vivendo. Gran parte di loro sono stati perseguitati, oltraggiati e ancora oggi, messi al margine dal potere costituito, in ragione delle loro idee troppo distanti da quelle ufficialmente accettate e pertanto troppo scomode. Le loro ricerche sono state ignorate nella migliore delle ipotesi, se non derise o addirittura manipolate e sminuite affinché risultassero palesemente false o nulle a tutti coloro che si fossero accostati ad esse per cercare di comprenderle. Nessun uomo inventa qualcosa che potenzialmente non esista già, ma una mente ispirata può scoprire e descrivere parte delle leggi universali che ci governano. Ognuno di questi uomini ha acceso la luce su una porzione del Progetto, ha esteso la propria mente al di là delle convinzioni del proprio tempo.
Conoscere, leggere e comprendere Giordano Bruno significa entrare nel pensiero ermetico. La sapienza della concezione bruniana, figlia della ‘gnosi ermetica’, ha la pretesa di provenire da un altro piano di realtà, ossia da un mondo superiore che comunica da sempre ininterrottamente informazioni negli animi degli ‘eletti’; lo stesso Bruno più volte sosteneva nei suoi scritti che la verità non è comprensibile a tutti, ma solo a pochissime anime dotte. Esistono esseri che “indicano la via per edificare un ‘nuovo mondo’, per aprire il cammino all’umanità verso una nuova aurora: sono esseri di luce, accomunati dalla stessa forza ed energia, ma anche “marchiati” dalla stessa solitudine. Forse, sono venuti troppo presto, “nati postumi con la mente dinamite”, avrebbe detto Nietzsche.
Giordano Bruno fu a tutti gli effetti un aristocratico del pensiero, sempre pronto a difendere con le unghie e con i denti l’amore per la verità: per esempio i ‘Sigilli bruniani’, e con essi tutti i diagrammi ermetici, le xilografie incise su legno, da lui elaborati, sono in realtà strumenti di connessione, portali tra la dimensione fisica e quella metafisica.
Per mezzo del loro simbolismo geometrico è infatti possibile alterare il nostro stato di coscienza e comprendere altre realtà più sottili e al tempo stesso più grandi della nostra. “Prisca Magia”, il regno divino situato da sempre nell’intimo di ogni essere vivente. Per Marsilio Ficino esisteva una lunga catena iniziatica che comprendeva Zoroastro, Ermete Trismegisto, Orfeo, Pitagora, Platone e Plotino. La sapienza di questi maestri, frutto della rivelazione divina, fu nascosta al popolo sotto il velo di favole e misteri.
I Sigilli ermetici, realizzati con squadra e compasso, antichi simboli iniziatici propri della geometria sacra, sono inequivocabilmente stati creati per mezzo di ciò che Bruno chiama ‘Magia matematica’. ‘Misurare’ equivale al sigillo ‘Mente’, ‘Comprendere’ equivale al sigillo ‘Intelletto’, ‘Realizzare’ equivale al sigillo ‘Amore’. È Amore, la forza “che move il sole e l’altre stelle”, di cui parla Dante, è “l’unica che muove infiniti mondi e li rende vivi”. E quella “magia naturale” che solo il vero saggio da sempre percepisce nel profondo, dentro di se. I Sigilli bruniani sono essenzialmente archetipi, pensieri visivi, talismani capaci di creare una effettiva connessione tra il mondo reale e il mondo ideale e di risvegliare la memoria immortale, ovverosia la ‘memoria dell’anima’. Giordano Bruno rivela il grande segreto, la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico, che fu poi il motivo vero della sua condanna, perché vanificava il ruolo della Chiesa come intermediaria tra l’uomo e Dio. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’Amore.
“Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini.” Giordano Bruno.
Giordano Bruno, prevede ed evidenzia come il pianeta di oggi si stia trasformando, una predizione di secoli indietro. Scienza del futuro? O coscienza delle infinite potenzialità dell’essere umano e soprattutto della sua immortalità? Bruno annuncia la nascita dell’uomo nuovo, libero da tabù e paure, capace di ricevere e di riflettere nelle sue opere l’intero messaggio vitale, quello che oggi è conosciuto come DNA, quindi la possibilità di creare un nuovo mondo che sia di pace e vera giustizia.
Il grande segreto per Bruno è la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’energia Oscura, ovvero l’energia che conosciamo come l’Amore.
È la Forza cosmica di Bruno, chiamata “Eroico furore”. L’uomo nuovo è il furioso, l’ebbro di Dio e arso d’amore che con uno sforzo eroico, cioè da eros, giunge a una sovrumana immedesimazione con il processo cosmico per cui l’Universo si dispiega nelle cose e le cose si risolvono nell’Universo, generando una sorta di legame d’amore tra lui e la Natura. E’ l’Amore, il lato luminoso della Forza con cui tutti possono comunicare e di cui nessuno si può appropriare…
L’eresia di Giordano Bruno è una “nuova” e antica concezione della realtà, utile a comprendere che i limiti di energia e di tempo sono tutti falsi, utili a soggiogare la mente che ci crede. Da millenni siamo stati immersi in una caverna in cui non abbiamo potuto osservare la realtà reale, ma solo le ombre proiettate sulle pareti della caverna, come ben ci ha spiegato prima Platone con il “mito della caverna” e poi Giordano Bruno.
Solo il fuoco dell’esperienza dell’Amore è in grado di aprire la strada alla visione di Dio, è la via del Tutto, dell’unità. Scorrendo in particolare i suoi sette scritti magici, tra cui la “Lampas triginta statuarum”, testo di bellezza poetica e sopratutto immaginativa, che fu la prima delle opere scritte da Bruno, non pubblicate Wüttemberg, nel soggiorno del 1587. Fa parte della trilogia delle lampade. Lavoro inedito fino al 1891, quando Felice Tocco e Girolamo Vitelli furono gli scopritori del Bruno Maestro di arte della memoria, che Frances Yates scopri’ dopo il 1950. Leggendo non possiamo non cogliere il moderno senso del Divino nell’uomo come appartenenza al Tutto, è la scintilla perfetta di un Tutto unico e animato, la metempsicosi orfico-pitagorica, nel quale la morte non è altro che una dissoluzione di legami, ma nessun spirito o nessun corpo celeste perisce: è solo un continuo mutare, trasformare e creare combinazioni, come scrisse nel De Magia Naturali. È l’intuizione che l’anima possa istituire innumerevoli legami tra piani dell’universo.
“La verità attraversa sempre tre fasi. Prima viene ridicolizzata, poi violentemente contestata, infine accettata come una cosa ovvia
“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio, comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace e menzognera che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”, Giordano Bruno (1548-1600).
Saggi, poeti illuminati di secoli scorsi già preannunciavano che TUTTO è collegato da sottili fili invisibili. La scienza ha dimostrato forze potenti, le “stringhe magnetiche”, simili a “elastici” chiamati stringhe cosmiche, che produrrebbero le increspature dello spazio tempo, meglio conosciute, studiate e dimostrare negli ultimi anni come onde gravitazionali, che proverrebbero da sistemi binari di buchi neri. La peculiarità è quella di collegare all’istante, superando quindi la velocità della luce di Einstein, delle distanze enormi per il nostro concetto mentale terrestre, ma così reali da essere osservati dalla NASA. E’ chiamato “entanglement” ed è la connessione istantanea tra movimenti sia vicini sia lontani, connessione indipendente dalle reciproche distanze. Non c’è “distanziamento sociale” tra le galassie, né c’è tra le particelle che formano i nostri corpi. Giordano Bruno preannunciava i semi che sarebbero germogliati, ma ammoniva che “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.
Ci sono uomini e donne che hanno vissuto epoche storiche che non gli appartenevano. Menti illuminate da idee rivoluzionare troppo premature per il tempo e il contesto culturale che stavano e stanno vivendo. Gran parte di loro sono stati perseguitati, oltraggiati e ancora oggi, messi al margine dal potere costituito, in ragione delle loro idee troppo distanti da quelle ufficialmente accettate e pertanto troppo scomode. Le loro ricerche sono state ignorate nella migliore delle ipotesi, se non derise o addirittura manipolate e sminuite affinché risultassero palesemente false o nulle a tutti coloro che si fossero accostati ad esse per cercare di comprenderle. Nessun uomo inventa qualcosa che potenzialmente non esista già, ma una mente ispirata può scoprire e descrivere parte delle leggi universali che ci governano. Ognuno di questi uomini ha acceso la luce su una porzione del Progetto, ha esteso la propria mente al di là delle convinzioni del proprio tempo.
Conoscere, leggere e comprendere Giordano Bruno significa entrare nel pensiero ermetico. La sapienza della concezione bruniana, figlia della ‘gnosi ermetica’, ha la pretesa di provenire da un altro piano di realtà, ossia da un mondo superiore che comunica da sempre ininterrottamente informazioni negli animi degli ‘eletti’; lo stesso Bruno più volte sosteneva nei suoi scritti che la verità non è comprensibile a tutti, ma solo a pochissime anime dotte. Esistono esseri che “indicano la via per edificare un ‘nuovo mondo’, per aprire il cammino all’umanità verso una nuova aurora: sono esseri di luce, accomunati dalla stessa forza ed energia, ma anche “marchiati” dalla stessa solitudine. Forse, sono venuti troppo presto, “nati postumi con la mente dinamite”, avrebbe detto Nietzsche.
Giordano Bruno fu a tutti gli effetti un aristocratico del pensiero, sempre pronto a difendere con le unghie e con i denti l’amore per la verità: per esempio i ‘Sigilli bruniani’, e con essi tutti i diagrammi ermetici, le xilografie incise su legno, da lui elaborati, sono in realtà strumenti di connessione, portali tra la dimensione fisica e quella metafisica.
Per mezzo del loro simbolismo geometrico è infatti possibile alterare il nostro stato di coscienza e comprendere altre realtà più sottili e al tempo stesso più grandi della nostra. “Prisca Magia”, il regno divino situato da sempre nell’intimo di ogni essere vivente. Per Marsilio Ficino esisteva una lunga catena iniziatica che comprendeva Zoroastro, Ermete Trismegisto, Orfeo, Pitagora, Platone e Plotino. La sapienza di questi maestri, frutto della rivelazione divina, fu nascosta al popolo sotto il velo di favole e misteri.
I Sigilli ermetici, realizzati con squadra e compasso, antichi simboli iniziatici propri della geometria sacra, sono inequivocabilmente stati creati per mezzo di ciò che Bruno chiama ‘Magia matematica’. ‘Misurare’ equivale al sigillo ‘Mente’, ‘Comprendere’ equivale al sigillo ‘Intelletto’, ‘Realizzare’ equivale al sigillo ‘Amore’. È Amore, la forza “che move il sole e l’altre stelle”, di cui parla Dante, è “l’unica che muove infiniti mondi e li rende vivi”. E quella “magia naturale” che solo il vero saggio da sempre percepisce nel profondo, dentro di se. I Sigilli bruniani sono essenzialmente archetipi, pensieri visivi, talismani capaci di creare una effettiva connessione tra il mondo reale e il mondo ideale e di risvegliare la memoria immortale, ovverosia la ‘memoria dell’anima’. Giordano Bruno rivela il grande segreto, la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico, che fu poi il motivo vero della sua condanna, perché vanificava il ruolo della Chiesa come intermediaria tra l’uomo e Dio. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’Amore.
“Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini.” Giordano Bruno.
Giordano Bruno, prevede ed evidenzia come il pianeta di oggi si stia trasformando, una predizione di secoli indietro. Scienza del futuro? O coscienza delle infinite potenzialità dell’essere umano e soprattutto della sua immortalità? Bruno annuncia la nascita dell’uomo nuovo, libero da tabù e paure, capace di ricevere e di riflettere nelle sue opere l’intero messaggio vitale, quello che oggi è conosciuto come DNA, quindi la possibilità di creare un nuovo mondo che sia di pace e vera giustizia.
Il grande segreto per Bruno è la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’energia Oscura, ovvero l’energia che conosciamo come l’Amore.
È la Forza cosmica di Bruno, chiamata “Eroico furore”. L’uomo nuovo è il furioso, l’ebbro di Dio e arso d’amore che con uno sforzo eroico, cioè da eros, giunge a una sovrumana immedesimazione con il processo cosmico per cui l’Universo si dispiega nelle cose e le cose si risolvono nell’Universo, generando una sorta di legame d’amore tra lui e la Natura. E’ l’Amore, il lato luminoso della Forza con cui tutti possono comunicare e di cui nessuno si può appropriare…
L’eresia di Giordano Bruno è una “nuova” e antica concezione della realtà, utile a comprendere che i limiti di energia e di tempo sono tutti falsi, utili a soggiogare la mente che ci crede. Da millenni siamo stati immersi in una caverna in cui non abbiamo potuto osservare la realtà reale, ma solo le ombre proiettate sulle pareti della caverna, come ben ci ha spiegato prima Platone con il “mito della caverna” e poi Giordano Bruno.
Solo il fuoco dell’esperienza dell’Amore è in grado di aprire la strada alla visione di Dio, è la via del Tutto, dell’unità. Scorrendo in particolare i suoi sette scritti magici, tra cui la “Lampas triginta statuarum”, testo di bellezza poetica e sopratutto immaginativa, che fu la prima delle opere scritte da Bruno, non pubblicate Wüttemberg, nel soggiorno del 1587. Fa parte della trilogia delle lampade. Lavoro inedito fino al 1891, quando Felice Tocco e Girolamo Vitelli furono gli scopritori del Bruno Maestro di arte della memoria, che Frances Yates scopri’ dopo il 1950. Leggendo non possiamo non cogliere il moderno senso del Divino nell’uomo come appartenenza al Tutto, è la scintilla perfetta di un Tutto unico e animato, la metempsicosi orfico-pitagorica, nel quale la morte non è altro che una dissoluzione di legami, ma nessun spirito o nessun corpo celeste perisce: è solo un continuo mutare, trasformare e creare combinazioni, come scrisse nel De Magia Naturali. È l’intuizione che l’anima possa istituire innumerevoli legami tra piani dell’universo.
“La verità attraversa sempre tre fasi. Prima viene ridicolizzata, poi violentemente contestata, infine accettata come una cosa ovvia
L’amore totalizzante per tutto ciò che ci circonda, può avvicinarsi ad una sensazione euforica, l’amore quale scintilla posta nel cuore di ogni uomo per renderlo eterno. L’amore è il filo conduttore di tutte le opere di Michelangelo, dall’amore passionale di chi scopre l’esperienza dell’innamoramento a quello altissimo e puro di una madre per il figlio. Nel 1555, Giorgio Vasari scrisse di Michelangelo suo buon amico:
“Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov’io tengo i mie pensieri”. ( Michelangelo)
Michelangelo è un genio assoluto, una figura che non è solo architetto, scultore, progettista, ma il suo animo tenebroso e profondo, ne mette in luce la sua Arte di poeta. Saranno le sue parole scritte, a rivelarci un’anima così complessa e meravigliosa, scrutando nei propri pensieri, nei suoi sentimenti più personali.
Michelangelo, fu solitario in vita, persona fuori dal comune. Sfugge e sfuggirà sempre all’intendimento comune. La grand’anima di Michelangelo, è irrequieta, tumultuosa, continuamente in preda a violenti affetti, non era l’anima di chi è esperto ma vuoto e cerca di diversificarsi nel suo tempo: Il mettere i pensieri in rima non era un “capriccio” di moda dei tempi, ma uno sfogo del cuore, un sollievo ed un tormento al tempo stesso.
La scultura e la pittura gli concedevano, a notte inoltrata, di scrivere i suoi versi, esprimendosi in sonetti, madrigali, in ottave e terzine, che esprimono tutto il travaglio del suo pensiero. Nel concetto di Michelangelo la poesia e i versi di Dante erano destinati a uscire fuori man mano, a manifestarsi nel e dal marmo.
Michelangelo
Così scrisse il grande Ugo Foscolo:
“Non fa meraviglia che il Dante della pittura, traesse dalla poesia, sopratutto dalla Divina Commedia, alcune delle sue più sublimi rappresentazioni: nella pittura come nella scultura.Senza dire del gran dipinto del Giudizio Universale, nel quale l’ardito suo pennello impresse sui volti i colori terribili coi quali il Poeta dipinge quegli sciagurati spiriti Ignudi “( Ugo Foscolo)
“Mai due anime s’accordarono come queste in armonia perfetta, tanto se si osservi la fiera e terribile natura del loro imaginare, quanto l’elevatezza dei loro sentimenti e la perfezione delle loro rappresentazioni” (Ugo Foscolo)
L’idea poetica per Michelangelo, usciva dalla massa informe, non solo martellando il marmo, ma scolpendo il verso; che è più resistente della pietra, perché soffoca, recide e infrange l’idea. A Michelangelo doveva concedere Dio un’arte non mai data in sorte agli uomini, un’arte di mezzo fra la poesia e la scultura, che desse risalto al pensiero e poeticamente lo raffigurasse, senza bisogno di curare stile e lingua, metro e versificazione. È lui stesso, a pochi amici, a confidare le sue rime che abitualmente scrive per sé stesso; dimentica la folla, il mondo dei poeti, il mondo tutto.
La poesia è un intimo soliloquio che in troppi non comprendono. Michelangelo sapeva di essere poeta, e ne provava, da artista vero, grande compiacimento; nel 1546 Michelangelo pone mano all’allestimento di un ‘canzoniere’ testimoniato dal manoscritto che si trova in Vaticano latino 3211, integrato, per alcuni componimenti dal manoscritto dell’ Archivio Buonarroti. Si compie Una ricerca poetica, una selezione che sorprende il lettore moderno.
Dante e Giotto erano coetanei, appartenevano entrambi al circolo ristretto di intellettuali conosciuti come “Fedeli d’Amore”. È significativo pure l’attributo di «maestro» riconosciuto a Giotto, perché sappiamo che con tale titolo il pittore potrà firmarsi soltanto dal 1327, quando gli fu concesso di iscriversi in Firenze, primo in assoluto nella sua categoria, alla stessa corporazione cui appartenne anche Dante Alighieri, l’Arte dei Medici e degli Speziali. Con tale titolo, l’artista si firmò in tutte le opere successive a quella data, ma mai in precedenza.
Dante e Giotto si pongono alla base di una rifondazione dell’Arte tale da innalzare nuovamente l’Uomo alle stelle, che non è facile retorica, ma espressione di un preciso ed oggettivo indirizzo neoplatonico. Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia si chiudono con la celebrazione delle stelle, la Cappella degli Scrovegni è completante coperta dal blu intensissimo di un cielo completamente stellato. L’effige di Dante sarà in seguito fissata dal Boccaccio ed eternata infine dal Raffaello Sanzio nella Disputa del Sacramento. Ma la Commedia fu “Annunciata” attraverso le Tre Sante Donne: S. Lucia, Beatrice e la SS. Vergine: Le grandi protagoniste.
Sarà proprio Michelangelo architetto, dopo due secoli, a riportare nella Firenze repubblicana, l’ispirazione nella pietra dei versi di Dante. Michelangelo inventa il David liberatore e poi a Roma nel Giudizio Universale. Quest’affresco riflette un’idea centrale della Commedia, che non si limita all’Inferno dantesco, si può vedere al centro del dipinto, sotto al piede sinistro di Cristo, San Bartolomeo seduto in modo “scosciato”, riconoscibile dal coltello del suo martirio e dalla pelle da lui scuoiata, che regge con le mani. Nel volto sfigurato, è nota la presenza di un autoritratto michelangiolesco. Questa scena, anche se in modo opposto richiama il canto iniziale del Paradiso. Ma, mentre Michelangelo mette in risalto la figura del corpo integro del santo, Dante evidenzia quella della guaina scuoiata a Marsia, chiedendo al “buon Apollo” d’ispirarlo con la stessa forza con cui egli scuoiò quel personaggio mitologico antico: “traendolo\ de la vagina de le membra sue (Paradiso I, 20-21)”
San Bartolomeo, tiene la pelle ( con autoritratto di Michelangelo, similitudine di abbandono e di martirio) quale riconoscimento immortale verso chi soffre per una giusta causa. Chi ha dato la propria vita al servizio di altri, affrontando prima gravi rischi, non deve temere. Anche perché quel braccio potrebbe essere anche la fonte di un amore che si rinnova: nel perdono.
Michelangelo scolpirà “la Pietà”, un’opera non certo meno nota dell’Affresco del Giudizio, ma del quale il legame con la Divina Commedia è ancora più esplicito. Oltre all’eccellenza tecnica nella realizzazione della scultura, una caratteristica peculiare la distingue da molte altre “Pietà” omonime: è il viso particolarmente giovane della Vergine. Essa pare addirittura più giovane di Cristo, suo figlio, appena deposto dalla croce, e i versi di Dante:
“Vergine madre figlia del tuo figlio… (Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri). Le quali parole sono entrate anche nella preghiera liturgica ufficiale della Chiesa.
La Pietà in Vaticano
Il Sommo Poeta è la “lucente stella” Michelangelo si deve addirittura astenere dal raccontare poiché il suo “splendore” abbaglia persino ciechi “gli orbi”. Michelangelo consacra la memoria del suo compatriota evocando la Commedia come un’ardua spedizione nell’oltretomba per la quale solo il “pio” Dante era all’altezza di cimentarsi: un viaggio ultraterreno per riferire al mondo la verità sull’aldilà. Dante è un esegeta, o addirittura un profeta, che “dal ciel discese portando un vero lume di conoscenza.”
Il furore del tenebroso Michelangelo gli farà dire ai suoi concittadini : il “popol che offese Dante condannandolo all’ “aspro esilio” Firenze, inconsapevole della propria ricchezza, chiuse le porte al Poeta che le aveva trovate aperte in Paradiso. Il “popolo ingrato” biasimato dal Buonarroti richiama e si ispira indubbiamente alle parole del mentore Brunetto Latini che, nell’Inferno (XV, 61-64), predice a Dante l’esilio che l’attende.
La Creazione di Adamo. « Adamo » non è nome proprio di persona, ma nome collettivo e significa « Umanità — Genere Umano » , senza aggettivi perché non è occidentale, orientale, del nord o del sud, ma solo universale.
Secoli dopo, precisamente nel 1965, in occasione del VI centenario dantesco, Paolo VI con la lettera apostolica “Altissimi cantus” definirà Dante teologo, ma successivamente sarà Giovanni Paolo II che si servirà della fonte dantesca non solo nei documenti del magistero, ma anche per la sua personale produzione letteraria, soprattutto nel “Trittico Romano” scritto 2003.
Karol Wojtyla in Trittico Romano entra completamente nella visione di Michelangelo, nella vastità dell’Universo. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’IO autoriale come “poeta visionario”. La prima tavola del trittico romano di Papa Giovanni Paolo II rispecchia l’esperienza della creazione, della sua bellezza e del suo dinamismo. Egli cerca la sorgente e riceve l’indicazione: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”. La ricerca della sorgente, lo obbliga a salire, a camminare controcorrente. All’arrivo la vera sorpresa è che l’”inizio” svela anche la “fine”.
È un cammino che conduce alla sorgente è un cammino per diventare vedenti:appaiono il principio e la fine. Ma cosa vi scorge l’uomo “moderno” ad osservare? Michelangelo quale Creatore che appare con le “sembianze di un essere umano”, l’origine e la fine di tutto, il nesso tra discesa e salita, tra sorgente, cammino è la mèta. È il mondo arcano degli Eroi, dei Profeti e delle Sibille, a cui Michelangelo diede forma, anima e vita. Michelangelo, si dimostra spiritualmente affine a Dante, proclamando che le sue opere sono “mal conosciute da tutti, meno che da lui stesso e rivelando il suo ardente desiderio di conseguire il successo dell’Alighieri (“Fuss’io pur lui).
Dante, Michelangelo e Giovanni Paolo II, poeti visionari”, capaci, nonostante la distanza di secoli, di “vedere” per ben due volte, “anche se stessi”.
Io non muoio del tutto, quel che in me è imperituro permane.“
L’amore totalizzante per tutto ciò che ci circonda, può avvicinarsi ad una sensazione euforica, l’amore quale scintilla posta nel cuore di ogni uomo per renderlo eterno. L’amore è il filo conduttore di tutte le opere di Michelangelo, dall’amore passionale di chi scopre l’esperienza dell’innamoramento a quello altissimo e puro di una madre per il figlio. Nel 1555, Giorgio Vasari scrisse di Michelangelo suo buon amico:
“Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov’io tengo i mie pensieri”. ( Michelangelo)
Michelangelo è un genio assoluto, una figura che non è solo architetto, scultore, progettista, ma il suo animo tenebroso e profondo, ne mette in luce la sua Arte di poeta. Saranno le sue parole scritte, a rivelarci un’anima così complessa e meravigliosa, scrutando nei propri pensieri, nei suoi sentimenti più personali.
Michelangelo, fu solitario in vita, persona fuori dal comune. Sfugge e sfuggirà sempre all’intendimento comune. La grand’anima di Michelangelo, è irrequieta, tumultuosa, continuamente in preda a violenti affetti, non era l’anima di chi è esperto ma vuoto e cerca di diversificarsi nel suo tempo: Il mettere i pensieri in rima non era un “capriccio” di moda dei tempi, ma uno sfogo del cuore, un sollievo ed un tormento al tempo stesso.
La scultura e la pittura gli concedevano, a notte inoltrata, di scrivere i suoi versi, esprimendosi in sonetti, madrigali, in ottave e terzine, che esprimono tutto il travaglio del suo pensiero. Nel concetto di Michelangelo la poesia e i versi di Dante erano destinati a uscire fuori man mano, a manifestarsi nel e dal marmo.
Michelangelo
Così scrisse il grande Ugo Foscolo:
“Non fa meraviglia che il Dante della pittura, traesse dalla poesia, sopratutto dalla Divina Commedia, alcune delle sue più sublimi rappresentazioni: nella pittura come nella scultura.Senza dire del gran dipinto del Giudizio Universale, nel quale l’ardito suo pennello impresse sui volti i colori terribili coi quali il Poeta dipinge quegli sciagurati spiriti Ignudi “( Ugo Foscolo)
“Mai due anime s’accordarono come queste in armonia perfetta, tanto se si osservi la fiera e terribile natura del loro imaginare, quanto l’elevatezza dei loro sentimenti e la perfezione delle loro rappresentazioni” (Ugo Foscolo)
L’idea poetica per Michelangelo, usciva dalla massa informe, non solo martellando il marmo, ma scolpendo il verso; che è più resistente della pietra, perché soffoca, recide e infrange l’idea. A Michelangelo doveva concedere Dio un’arte non mai data in sorte agli uomini, un’arte di mezzo fra la poesia e la scultura, che desse risalto al pensiero e poeticamente lo raffigurasse, senza bisogno di curare stile e lingua, metro e versificazione. È lui stesso, a pochi amici, a confidare le sue rime che abitualmente scrive per sé stesso; dimentica la folla, il mondo dei poeti, il mondo tutto.
La poesia è un intimo soliloquio che in troppi non comprendono. Michelangelo sapeva di essere poeta, e ne provava, da artista vero, grande compiacimento; nel 1546 Michelangelo pone mano all’allestimento di un ‘canzoniere’ testimoniato dal manoscritto che si trova in Vaticano latino 3211, integrato, per alcuni componimenti dal manoscritto dell’ Archivio Buonarroti. Si compie Una ricerca poetica, una selezione che sorprende il lettore moderno.
Dante e Giotto erano coetanei, appartenevano entrambi al circolo ristretto di intellettuali conosciuti come “Fedeli d’Amore”. È significativo pure l’attributo di «maestro» riconosciuto a Giotto, perché sappiamo che con tale titolo il pittore potrà firmarsi soltanto dal 1327, quando gli fu concesso di iscriversi in Firenze, primo in assoluto nella sua categoria, alla stessa corporazione cui appartenne anche Dante Alighieri, l’Arte dei Medici e degli Speziali. Con tale titolo, l’artista si firmò in tutte le opere successive a quella data, ma mai in precedenza.
Dante e Giotto si pongono alla base di una rifondazione dell’Arte tale da innalzare nuovamente l’Uomo alle stelle, che non è facile retorica, ma espressione di un preciso ed oggettivo indirizzo neoplatonico. Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia si chiudono con la celebrazione delle stelle, la Cappella degli Scrovegni è completante coperta dal blu intensissimo di un cielo completamente stellato. L’effige di Dante sarà in seguito fissata dal Boccaccio ed eternata infine dal Raffaello Sanzio nella Disputa del Sacramento. Ma la Commedia fu “Annunciata” attraverso le Tre Sante Donne: S. Lucia, Beatrice e la SS. Vergine: Le grandi protagoniste.
Sarà proprio Michelangelo architetto, dopo due secoli, a riportare nella Firenze repubblicana, l’ispirazione nella pietra dei versi di Dante. Michelangelo inventa il David liberatore e poi a Roma nel Giudizio Universale. Quest’affresco riflette un’idea centrale della Commedia, che non si limita all’Inferno dantesco, si può vedere al centro del dipinto, sotto al piede sinistro di Cristo, San Bartolomeo seduto in modo “scosciato”, riconoscibile dal coltello del suo martirio e dalla pelle da lui scuoiata, che regge con le mani. Nel volto sfigurato, è nota la presenza di un autoritratto michelangiolesco. Questa scena, anche se in modo opposto richiama il canto iniziale del Paradiso. Ma, mentre Michelangelo mette in risalto la figura del corpo integro del santo, Dante evidenzia quella della guaina scuoiata a Marsia, chiedendo al “buon Apollo” d’ispirarlo con la stessa forza con cui egli scuoiò quel personaggio mitologico antico: “traendolo\ de la vagina de le membra sue (Paradiso I, 20-21)”
San Bartolomeo, tiene la pelle ( con autoritratto di Michelangelo, similitudine di abbandono e di martirio) quale riconoscimento immortale verso chi soffre per una giusta causa. Chi ha dato la propria vita al servizio di altri, affrontando prima gravi rischi, non deve temere. Anche perché quel braccio potrebbe essere anche la fonte di un amore che si rinnova: nel perdono.
Michelangelo scolpirà “la Pietà”, un’opera non certo meno nota dell’Affresco del Giudizio, ma del quale il legame con la Divina Commedia è ancora più esplicito. Oltre all’eccellenza tecnica nella realizzazione della scultura, una caratteristica peculiare la distingue da molte altre “Pietà” omonime: è il viso particolarmente giovane della Vergine. Essa pare addirittura più giovane di Cristo, suo figlio, appena deposto dalla croce, e i versi di Dante:
“Vergine madre figlia del tuo figlio… (Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri). Le quali parole sono entrate anche nella preghiera liturgica ufficiale della Chiesa.
La Pietà in Vaticano
Il Sommo Poeta è la “lucente stella” Michelangelo si deve addirittura astenere dal raccontare poiché il suo “splendore” abbaglia persino ciechi “gli orbi”. Michelangelo consacra la memoria del suo compatriota evocando la Commedia come un’ardua spedizione nell’oltretomba per la quale solo il “pio” Dante era all’altezza di cimentarsi: un viaggio ultraterreno per riferire al mondo la verità sull’aldilà. Dante è un esegeta, o addirittura un profeta, che “dal ciel discese portando un vero lume di conoscenza.”
Il furore del tenebroso Michelangelo gli farà dire ai suoi concittadini : il “popol che offese Dante condannandolo all’ “aspro esilio” Firenze, inconsapevole della propria ricchezza, chiuse le porte al Poeta che le aveva trovate aperte in Paradiso. Il “popolo ingrato” biasimato dal Buonarroti richiama e si ispira indubbiamente alle parole del mentore Brunetto Latini che, nell’Inferno (XV, 61-64), predice a Dante l’esilio che l’attende.
La Creazione di Adamo. « Adamo » non è nome proprio di persona, ma nome collettivo e significa « Umanità — Genere Umano » , senza aggettivi perché non è occidentale, orientale, del nord o del sud, ma solo universale.
Secoli dopo, precisamente nel 1965, in occasione del VI centenario dantesco, Paolo VI con la lettera apostolica “Altissimi cantus” definirà Dante teologo, ma successivamente sarà Giovanni Paolo II che si servirà della fonte dantesca non solo nei documenti del magistero, ma anche per la sua personale produzione letteraria, soprattutto nel “Trittico Romano” scritto 2003.
Karol Wojtyla in Trittico Romano entra completamente nella visione di Michelangelo, nella vastità dell’Universo. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’IO autoriale come “poeta visionario”. La prima tavola del trittico romano di Papa Giovanni Paolo II rispecchia l’esperienza della creazione, della sua bellezza e del suo dinamismo. Egli cerca la sorgente e riceve l’indicazione: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”. La ricerca della sorgente, lo obbliga a salire, a camminare controcorrente. All’arrivo la vera sorpresa è che l’”inizio” svela anche la “fine”.
È un cammino che conduce alla sorgente è un cammino per diventare vedenti:appaiono il principio e la fine. Ma cosa vi scorge l’uomo “moderno” ad osservare? Michelangelo quale Creatore che appare con le “sembianze di un essere umano”, l’origine e la fine di tutto, il nesso tra discesa e salita, tra sorgente, cammino è la mèta. È il mondo arcano degli Eroi, dei Profeti e delle Sibille, a cui Michelangelo diede forma, anima e vita. Michelangelo, si dimostra spiritualmente affine a Dante, proclamando che le sue opere sono “mal conosciute da tutti, meno che da lui stesso e rivelando il suo ardente desiderio di conseguire il successo dell’Alighieri (“Fuss’io pur lui).
Dante, Michelangelo e Giovanni Paolo II, poeti visionari”, capaci, nonostante la distanza di secoli, di “vedere” per ben due volte, “anche se stessi”.
Io non muoio del tutto, quel che in me è imperituro permane.“
Il bacio simbolo di ribellione di due ragazzi a Shiraz
Due ragazzi che si baciano in pubblico, sfidando la legge islamica iraniana che proibisce e punisce con la morte. La foto è la ribellione, la protesta divenuta virale, dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne di origine curda arrestata perché non portava il velo in modo corretto.
È l’attacco usato con i social che il mondo sostiene, per combattere l’imposizione “morale” punita con la morte, voluta dal governo teocratico degli Ayatollah. La foto del bacio che circola su tutti i social del mondo, sarebbe stata scattata nella città di Shiraz, nel giorno in cui gli attivisti hanno ricordato l’anniversario del Novembre di sangue del 2019 quando nelle proteste di piazza morirono 1.500 persone.
Città di Shiraz, Iran
Forse gli Ayatollah hanno dimenticato le parole di un grande poeta e mistico del Medioevo, parole antiche di Saādi di Shiraz, persiano vissuto tra il 1231 e il 1291. Il poeta che proveniva da quella città oggi luogo di morte. Parole volutamente scritte, incise, scolpite in uno dei luoghi più importanti del mondo, nell’atrio del Palazzo dell’ ONU a New York, la sede dell’Organizzazione intergovernativa più grande, più importante e conosciuta al mondo. Parole che rappresentano da più di ottocento anni la dignità umana:
“Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza. Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo (anche) le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri, non meriti di essere chiamato uomo”
“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo, da un’unica essenza quel giorno creati. E se uno tra essi a sventura conduca il destino, per le altre membra non resterà riparo. A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore, non può esser dato nome di Uomo”. (Saadi di Shiraz, 1203 – 1291)
Nove secoli fa un persiano musulmano esprimeva un pensiero che abbraccia tutte le religioni, un pensiero di unione e non di morte. Nella Bibbia, « Adamo » non è nome proprio di persona, ma nome collettivo e significa « Umanità , Genere Umano » , senza aggettivi perché non è occidentale, orientale, del nord o del sud, ma solo universale.
L’ONU ha nell’atrio, queste antiche parole, perché le nazioni possano leggerle prima di deliberare decisioni ricordando chi è cosa è “il genere umano”. L’ONU è la sede che rappresenta nel mondo il mantenimento della pace e della sicurezza, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, oltre il perseguimento di cooperazione internazionale e il favorire l’armonizzazione delle varie nazioni.
Tutti dobbiamo chiederci se la nostra civiltà non stia regredendo, se il processo è di involuzione e non di evoluzione, se il mito della caverna di Platone è l’ammonimento che siamo dentro un “buco nero” che ottenebra la nostra mente e i nostri occhi, un buco nero che ci inghiotte verso il nulla. La storia degli ultimi secoli ci ha fatto vedere orrori e le barbarie delle guerre, ci ha mostrato che l’ignoranza crea un vuoto che pericolosamente può essere riempito con tutta la banalità del male.
Un prezioso seme, l’importante convegno voluto e realizzato del Ingegnere Vincenzo di Nardo. “Una Firenze grande per una Grande Firenze”. Un convegno ed una pubblicazione per iniziare con responsabilità, ad immaginare la città del futuro. La pubblicazione, è curata da Giandomenico Amendola, professore ordinario di Sociologia Urbana all’Universita’ di Firenze e dell’Ingegnere Vincenzo di Nardo, Presidente del Consorzio GST, Appalti e Costruzioni, docente del corso di laurea “partenariato pubblico e privato”. Con visione e progettualità, Firenze diviene laboratorio di nuove idee e buone pratiche, superando dicotomie anacronistiche per considerare la città dentro e fuori le mura. Nuove consapevolezze e sensibilità che la politica ha il compito di incoraggiare. Riannodare i sottili fili di legami comunitari, rivedere il nostro rapporto con le risorse naturali, lavorare per lo sviluppo ambientale e sociale. Ragionare sul futuro di Firenze, e sulla necessaria alleanza con le comunità circostanti. Una sfida che possa divenire un modello di stimoli, visioni e sopratutto ci faccia smettere di guardare lo specchietto retrovisore e con concretezza, responsabilità e partecipazione, ci porti a guardare avanti verso il futuro.
Il sindaco Dario Nardella ha lanciato l’idea della Grande Firenze quale progressiva unione con i Comuni della cintura territoriale circostante. il passo avanti è l’Associazione dei dodici Comuni: Firenze, Impruneta, Lastra a Signa, Signa, Scandicci, Fiesole, Campi, Calenzano, Vaglia, Bagno a Ripoli e Pontassieve. Non dobbiamo ripetere l’errore di un Comune unico, sarebbe un passo più lungo della gamba. Dobbiamo associarci per mettere in condivisione la pianificazione urbanistica e la valorizzazione di una promozione economica della Grande Firenze. È la Grande Firenze che potrà sciogliere i nodi politici legati alle rivalità, con umiltà e coraggio. “Mi reputo un uomo del dialogo e oggi le cose si fanno se si affrontano insieme e non a colpi di accetta”. ( Dario Nardella, Sindaco di Firenze)
Dario Nardella
Il Presidente di Confindustria Firenze, Maurizio Bigazzi, vede lo scenario fiorentino e toscano a livello di competitività internazionale . Si deve far comprendere ai sistemi metropolitani, che in questo secolo, le città come Firenze, devono essere delle protagoniste globali. Luoghi di innovazione produttiva, un mix di terziario avanzato e manifattura. Territori che concentrano funzioni di ricerca e settori nuovi, che sono calamite dei Talenti necessari all’economia della conoscenza.
L’Europa considera le città metropolitane come centrali per il suo rilancio e lo abbiamo visto con il PNNR. Ora l’Italia deve scommettere su queste città, le quali sono il contenitore del PIL e della popolazione. I cittadini devono essere protagonisti, ricevendo la comunicazione e la condivisione degli snodi economici e infrastrutturali che sono in atto.
La crisi è la “rottura della continuità”, il metodo è la sussidiarietà. Ognuno nel proprio ruolo è protagonista attivo del cambiamento. Ricostruire vuol dire collaborare con il tempo , il passato serve quale sorgente per poi proiettare le prospettive future. È la Firenze di domani che deve essere costruita oggi.
Luigi Salvadori, Presidente Fondazione CR Firenze dimostra l’operato messo in atto in questi ultimi anni. Interventi e programmi fortemente innovativi, progetti che hanno anticipato una visione di insieme. Il recupero dell’ex caserma Cavalli, in Oltrarno, per farne la casa delle start up e l’assoluto rilievo che il complesso Bardini ha saputo conquistare in ambito culturale e artistico. Se Adam Smith, padre dell’economia, intravedeva la necessità di un legame tra capitalismo e valori etici, un secolo più tardi, il filosofo ed economista britannico John Stuart Mill sosteneva che “nessuno può essere felice senza rendere felici gli altri”.
Qualità e’ la parola chiave, dice Lorenzo Becattini, Presidente di Firenze Fiera, il centro fieristico congressuale nato con caratteristiche di ente sovracittadino. La città metropolitana è la somma di tutti i Comuni della ex Provincia senza la parte elettiva, ma punto di riferimento del territorio. Sarà diverso anche il turismo se lo aiuteremo a cambiare. L’integrazione deve essere progettata nei trasporti, strade, pianificazione urbanistica, mercato del lavoro e servizi di impresa.
È il volto della città tra radici e futuro. Una interazione di tutti coloro che la abitano, quelli che ci lavorano e quelli che la godono nella sua bellezza.
È necessario in questa fase, contemperare le occasione di scambio e di esperienze a livello nazionale, perché possano produrre nuova consapevolezza e stimolare idee, dice Eugenio Giani Presidente della Regione Toscana. Proiettare le nostre città in una visione di sostenibilità. Trasformare i fattori di crisi in opportunità di apprendimento e di crescita.
Se paragoniamo la città a un corpo vivo, i suoi polmoni torneranno a ossigenarsi solo se dalle aree esterne giungerà un respiro che impedisca a Firenze di considerare come luogo di valore solo il centro storico. Architetto Marco Casamonti, fondatore di Archea associati.
Nuove pratiche e nuove idee per costruire il futuro. Un luogo che non sia solo delle reti brevi e delle piccole distanze, dice Patrizia Asproni, che ha diretto con grande successo il Museo Marino Marini, ma distanze che si connettano con quelle lunghe, lavorative, culturali, di studio e di turismo condiviso e non più solo di consumo. Precorrere tutte le strade della storia per preconizzare il futuro.
La Grande Firenze non è un sogno, non fa parte delle parole, ma è una messa in atto concreta, uno sforzo intelligente che è già in proiezione
Dario Nardella è diventato fiorentino a quattordici anni, quando si è trasferito in città dalla Napoli natale. A Firenze ha frequentato il liceo, l’università e il conservatorio, a Firenze è cresciuto e di Firenze è diventato sindaco nel 2014. La definisce una città universale, una città in cui si vive immersi nell’arte e nella storia, meta e tappa di persone di tutto il mondo, in cui il rapporto costante con il bello forgia il modo di vivere e di pensare dei suoi abitanti. Proprio il ruolo di sindaco di Firenze, palcoscenico privilegiato, l’ha portato ad assumere responsabilità e funzioni a livello internazionale, a conoscere e studiare le città più importanti del nostro continente e a collaborare con i loro sindaci e amministratori. Sono state queste esperienze a confermare la sua convinzione che le città siano il presente e il futuro dell’Europa, luogo di incontro e scambio, di relazioni e di mediazione, di inclusione e di complessità. Dario Nardella, partendo da Firenze e dalla sua esperienza diretta per arrivare fino alle grandi città europee, delinea i contorni di un nuovo progetto politico che, auspicabilmente, ci porterà a un nuovo Umanesimo, in grado di fornire linfa fresca alla politica e alla società tracciando nuove strade per un futuro diverso e migliore.
La vicenda ucraina si inserisce in un gioco molto più ampio e complesso di equilibri mondiali che hanno al centro il controllo di quella vasta area chiamata Heartland e che vede coinvolte in un pericoloso risiko tutte le grandi potenze del pianeta e le potenze regionali dell’area; teatro del prossimo confronto sarà la conferenza del G20 in Indonesia. A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino la storia ha ricominciato a correre e, nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico, la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Jugoslavia, avvenuta tra il 1992 e il 1999, è stata solo l’inizio di un processo che ancora oggi affonda le sue radici nei due secoli precedenti. La fine della prima guerra mondiale forse non avvenne mai e, come disse il generale francese Fock, fu un armistizio durato vent’anni. Ci fu la disintegrazione degli imperi centrali – russo, austro-ungarico, ottomano e tedesco, che crearono un vuoto geopolitico che molti stati (e in particolare la Russia e la Gran Bretagna) hanno cercato di colmare in più di cent’anni. La caduta del muro di Berlino e la conseguente frammentazione dell’Urss, definita da Vladimir Putin «la più grande catastrofe geopolitica della storia», ha generato un’area di conflitto ancora più ampia: un’estensione dai Balcani al mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, denominata dal capo della sicurezza americana al tempo di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, “Arco di Crisi”. Tesi ampiamente dimostrata nei decenni successivi con le guerre in Jugoslavia e in Georgia.
La crisi ucraina iniziata nel 2008 e portata avanti fino al 2015, ha trovato le sue radici proprio in quella prima guerra mondiale di fatto non è mai finita. L’onda d’urto di quel primo conflitto mondiale, mise sotto pressione l’integrità’ della Russia post zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in quel periodo che la mancanza di una potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il Generale Pilsudski una guerra contro la Russia già sovietica, al fine di creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso Ovest. E oggi è ancora Varsavia che si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone/russofoba, estesa su tre mari: mar Nero, mar Baltico e Mare Adriatico all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa Occidentale.
Espungendo e cancellando così la possibilità della nascita della cosiddetta “Gerussia“ ovvero di quel rapporto privilegiato tra Germania e Russia, le due vere potenze europee: il grande “titano“ russo-tedesco sull’Est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del Sea-Power, la potenza marittima anglo -americana, e garantirebbe un assoluto dominio dello Heartland il sogno utopico di Karl Ernest Haushofer per far nascere l’organizzazione delle Pan-Regioni. È la tanto antica quanto eterna dialettica tra le potenze di mare contrapposte a quelle continentali. È lo scontro tra l’Europa e Heartland, incubo di uno dei fondatori della geopolitica, l’inglese Sir Halford MacKinder e del suo pensiero: “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland, chi controlla l’Heartland comanda l’isola mondo, chi controlla l’Isola Mondo comanda il mondo”. Heartland è così il cuore pulsante, il centro il perno del supercontinente euroasiatico.
Heartland
Heartland
Il territorio delimitato ovest del dal Volga a est dal fiume azzurro a nord dalla dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina che… Di origini polacche, divenuto consigliere americano per la sicurezza nazionale alla fine degli anni 70 durante la presidenza di Jimmy Carter, definì uno Stato perno per il Cremlino: “senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata e sottomessa, la Russia diviene automaticamente un impero“ quindi i motivi storico politici alla base del conflitto ucraino, possono estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia. La presenza di questa grande area post sovietica non ancora bene delineata, si è intrecciata con le vicende del Medio Oriente, creando una linea che va da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il mar Nero: altro punto nevralgico che avrà molto da dire in futuro. Facendo un salto indietro, alla fine della guerra greco-turca del XIX secolo, le parole del colonnello inglese Lacy Evans furono profetiche: egli manifestò qual era l’assillo russofobo dell’Inghilterra sullo stretto dei Dardanelli: «il possesso della più forte posizione strategicaal mondo, Costantinopoli e gli Stretti, renderebbe immediatamente la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia».
L’Europa occidentale si è trovata per forza coinvolta nel caos; Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra Est e Ovest al fine di mantenere, tramite l’Alleanza Atlantica, il concetto ben espresso da Sir Hastings Lionel Ismay: «tenere fuori i russi, dentro gli americani e giù i tedeschi».
Storia? No. È un obiettivo geopolitico valido che persiste ancora oggi.
Washington è concentrata sul Pivot to Asia, così che è di Londra il ruolo di amministratore delegato all’interno dell’Alleanza Atlantica e per gli interessi statunitensi in casa europea.
L’Europa non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea. L’Ucraina è destinata a cambiare la storia europea, quella storia che da più di cent’anni non ha mai voluto mettere in piedi una soluzione vera e propria, mantenendo volontariamente una separazione fra teoria politica e pratica politica: le ideologie politiche hanno sostituito il ruolo della fede religiosa nel compattare il consenso dei ceti subalterni, insistendo soprattutto sulle motivazioni etiche di ciascun schieramento. Dopo l’accelerazione globalista dei decenni scorsi, che decretava finita l’epoca degli stati nazionali nella prospettiva di un ordine mondiale tutto dominato da un’unica immensa tecnostruttura planetaria basata sulla grande potenza americana e sull’inevitabile partnership atlantica euro-americana, siamo proprio sicuri che questa visione sia ancora attuale? Lo vedremo con l’avvicinarsi del G20 del I5 e 16 novembre 2022, organizzato sull’isola di Bali.
Sia Xi Jinping che Putin hanno dato conferma della loro presenza, nonostante gli Usa fossero contrari al russo Putin. La presenza di Xi Jinping e di Putin all’ incontro potrebbe essere l’occasione per una sorta di resa dei conti con il Presidente americano, Joe Biden, e altri leader occidentali: tutti, infatti, si incontrerebbero di persona per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta il 24 febbraio scorso.
La rivalità dei grandi paesi è davvero preoccupante, ha detto Joko Widodo , presidente dell’Indonesia; “ciò che vogliamo noi è che questa regione sia stabile, pacifica, in modo da poter costruire una crescita economica. E non penso solo all’Indonesia, ma anche ai paesi asiatici che vogliono la stessa cosa.”Quale presidente di turno del G20, ha cercato di bilanciare i legami tra le maggiori potenze, resistendo alle pressioni per escludere la Russia dagli incontri. Il presidente Indonesiano Joko Widodo, conosciuto come Jokowi, ha respinto le preoccupazioni secondo cui le tensioni Usa-Cina su Taiwan possano riversarsi sul mar Cinese meridionale, affermando che le nazioni dovrebbero invece concentrarsi sulla gestione delle crisi alimentari, dell’energia e della pandemia. «L’Indonesia vuole essere amica di tutti». Le aree prioritarie di intervento coincidono con alcuni degli obiettivi dell’Agenda Onu 2030. Traguardi globali di sviluppo sostenibile che, se raggiunti, consentiranno di salvare la specie umana e gli ecosistemi.
L’Indonesia è ora uno degli attori economici più importanti dell’area Indo-Pacifico, rappresentante dei paesi che aderiscono all’Asean (Brunei, Cambogia, Tailandia, Laos, Filippine, Vietnam, Malesia e Myanmar), la sua partecipazione al G20 riflette la necessità di includere uno dei paesi principali del Sud Est Asiatico, la regione più dinamica dal punto di vista economico. Insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia, Jakarta è inoltre un membro G20 a maggioranza islamica, facendosi però portatrice di istanze ben diverse da quelle di Riyadhe e di Ankara, anche in virtù del differente contesto geografico. Un contesto che le ha permesso di sviluppare un ruolo di ponte fra culture differenti: ed è proprio in questa dimensione che si è sviluppata la sua figura accogliente del G20 più “caldo” di tutti i tempi”
Che l’Italia sia costituita da tesori immensi ed unici non c’erano dubbi, e proprio come per i bronzi di Riace, riportati alla luce nel 1972 in Calabria, la terra Toscana ha dato alla luce 24 statue bronzee di epoca etrusca e romana. Divinità, matrone, fanciulli, imperatori.
A pochi metri dalle vasche pubbliche di acqua termale a San Casciano dei Bagni in provincia di Siena, riemerge un santuario di età augustea. Protetto per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente, un deposito votivo incredibile per ricchezza e qualità: insieme a migliaia di monete, ex voto e una immensa quantità di iscrizioni in etrusco e in latino, sono riaffiorate le statue, cinque delle quali alte quasi un metro, perfettamente integre.
Statua di Igea, marmo a grana fine, da un livello di obliterazione dell’edificio nel santuario (IV-V sec.d.C.) Crediti Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Siena Grosseto Arezzo
Il santuario romano sacro, è suggellato da altari dedicati a Fortuna Primigenia, Iside oltre che ad Apollo. È la bellissima statua in marmo raffigurante Igea, che gli archeologi di diverse università italiane e internazionali, Siena, Pisa, Firenze, Roma La Sapienza, Sassari, Dublino e Cipro, partecipanti allo scavo, hanno potuto far di-nascere dal fango millenario che le ha custodite.
Verso la fine del II sec. d.C. tre altari in travertino con dediche anche a Fortuna Primigenia e Iside, sono deposte nel cuore del santuario, sul bordo della vasca della sorgente calda, che sgorga a 42 gradi.
Altare di Fortuna-Primigenia
“Lo studio e la valorizzazione di questo tesoro sarà un’ulteriore occasione per la crescita spirituale della nostra cultura e per il rilancio di territori meno noti al turismo internazionale, ma anche come volano per l’industria culturale della nazione” ha detto il neo Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. È l’archeologo Jacopo Tabolli, docente dell’Università per Stranieri di Siena a guidare dal 2019 il progetto con la concessione del ministero della Cultura e il sostegno economico del piccolo comune toscano. A testimonianza delle scoperte a San Casciano dei Bagni un volume intitolato “Il Santuario Ritrovato. Nuovi Scavi e Ricerche al Bagno Grande di San Casciano dei Bagni” (Edito da Sillabe) a cura di Emanuele Mariotti e Jacopo Tabolli. Il volume raccoglie gli studi di più di trenta autori sui risultati dello scavo. «Pubblicare integralmente uno scavo a meno di sei mesi dalla sua conclusione è un’impresa piuttosto rara. Questo progetto è nato dalla voglia di condividere i primi risultati di uno scavo che siamo certi restituirà altre tracce importanti del paesaggio religioso romano del territorio. Il volume prende le mosse dallo scavo del Bagno Grande, ma spazia dalla preistoria del Monte Cetona allo sviluppo della città etrusca di Chiusi, fino alla romanizzazione del territorio».
I bronzi di San Casciano dei Bagni, raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro, assieme agli organi e alle parti anatomiche per le quali si chiedeva l’intervento curativo della divinità attraverso le acque termali.
Crediti ANSA
Nelle iscrizioni si leggono nomi di potenti famiglie etrusche del territorio dell’Etruria interna, dai Velimna di Perugia ai Marcni noti nell’agro senese. Le statue sono state realizzate quasi con certezza da artigiani locali, si possono datare tra il II secolo A.C e il I secoli D.C.
Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C. quando, in epoca cristiana, venne chiuso ma non distrutto. Le vasche furono sigillate con pesanti colonne di pietra, le divinità affidate con rispetto all’acqua. È anche per questo che, rimossa quella copertura, gli archeologi si sono trovati davanti un tesoro ancora intatto, di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica e comunque l’unico di cui abbiamo la possibilità di ricostruire interamente il contesto”.
Crediti ANSA
le statue come pure gli innumerevoli ex voto, arrivano dalle grandi famiglie del territorio e non solo, esponenti delle élites del mondo etrusco e poi romano, proprietari terrieri, signorotti locali, classi agiate di Roma e prefino imperatori. Qui, a sorpresa, la lingua degli etruschi sembra sopravvivere molto più a lungo rispetto alle date canoniche della storia, così come le conoscenze etrusche in fatto di medicina sembrano essere riconosciute e accettate come tali anche in epoca romana.
L’archeologo Tabolli dice che anche in epoche storiche in cui infuriavano i più tremendi conflitti, all’interno di queste vasche e su questi altari i due mondi, quello etrusco e quello latino, sembrano convivere senza problemi”. “Passa il tempo, cambia la lingua, cambiano persino i nomi delle divinità, ma il tipo di culto e l’intervento terapeutico rimangono gli stessi”.