Fiaba e favola non sono sinonimi, la fiaba è caratterizzata dalla presenza di luoghi e personaggi magici e fantastici, mentre le favole hanno dei protagonisti che incarnano vizi e virtù umane per voler trasmettere una morale a chi legge. E se una fiaba, non è mai un semplice racconto ma un “connettore sociale senza tempo”, lo storico Erodoto, nel 450 A.C. raccontava una storia, una fiaba, un racconto nel quale descriveva una giovane fanciulla dal nome Rodopi , che divenne la moglie del faraone. La fiaba si tramandò attraverso i secoli con Strabone il grande storico e geografo romano che la scrisse nel 30 A.C. e poi fu il momento dello storico Claudio Eliano nel 200 D.C.
Una giovane fanciulla di nome Radopi, odiata dalle altre donne della famiglia dove era schiava, perde una scarpetta e viene “salvata” dall’amore. Vi ricorda una favola ben conosciuta da tutte le bambine del mondo? Più di 2500 anni e la moderna Cenerentola diviene la prova che nessuno inventa nulla, tutto si ripete in questo mondo, ma con trasformazione e innovazione.
Nell’opera di Erodoto, com’era tipico all’epoca, la storia non si distingue in modo chiaro, deve essere interpretata nella sua geografia, nella sua storiografia ed etnografia, in quanto i suoi obiettivi erano il conservare la memoria delle azioni degli uomini e individuare le cause di alcuni avvenimenti. Cicerone chiamava Erodoto il “ padre della storia” e ancora oggi noi “moderni” gli siamo grati per averci trasmesso notizie sulla storia arcaica di civiltà, popoli, città e sulle loro abitudini di vita.
Ma chi era Rodopi?
la storia di Rodopi racconta di una giovane donna vissuta nel VII secolo a.C in Egitto. Solo che la storia si ribalta rispetto alla moderna, perché Rodopi era una straniera forse greca o del nord Europa divenuta schiava in Egitto. Descritta come molto bella, ma con carnagione chiara, capelli chiari e occhi chiari, e quindi non ben vista dalle altre donne a causa della sua diversità. Rodopi visse nell’epoca del Faraone Ahmose II, e il faraone secondo le attendibili fonti di Esopo che lo conobbe personalmente , sposò realmente una “schiava” di nome Rodopi facendola divenire regina. Fiaba e realtà, due ingredienti dei racconti che si tramandano nei secoli.
La storia egizia più antica narra di una ragazza greca schiava, di nome Rodopi, che riuscì a farsi notare dal suo padrone grazie alle sue capacità di seducente ballerina. Fu questo il vero motivo per il quale venne invidiata e disprezzata dalle altre schiave. L’invidia ahimè è sempre stata la miccia di tutti i vizi umani, e Rodopi era ambita da tutti gli uomini che la vedevano. Uno di loro, uno spasimante, le fece trovare delle scarpette fatte forgiare appositamente per i suoi piedi con del prezioso oro rosso.
Il faraone Ahmose decise di organizzare un grande ballo, invitando tutte le giovani fanciulle del suo regno. Il buon padrone di Rodopi voleva che la ragazza partecipasse, ma la schiava più anziana le diede così tanti incarichi da impedirle di potersi preparare. Il dio Horus, la divinità dalla testa di falco protettore dei faraoni, venuto a sapere della triste storia di Rodopi, prese le sembianze di un grande falco e volò’ a casa di Rodopi per rubarle una scarpetta. Durante il ballo, Horus fece cadere nelle mani del Faraone la scarpetta. Il Faraone volendo seguire il fato e la propria curiosità, fece cercare in tutte le case del regno la fanciulla che calzasse perfettamente la scarpetta.
In base alle epoche i racconti, le fiabe, e le leggende continuano a tramandarsi. La popolazione ama ripeterli, spesso aggiungendo o togliendo particolari, creando finali alternativi, adatti al periodo storico del momento. La storia di Rodopi ci ricorda l’Archetipo della libertà femminile, in ogni epoca e in ogni racconto, da Rodopi a Cenerentola, possiamo osservare una ragazza capace di accettare la propria umile condizione ma al tempo stesso di osare per cambiarla. Non c’è lamentela, c’è azione e speranza. Questo succede fin dal VII secolo a.C., donne che per quanto straniere e malviste a causa di una diversità, non sono cadute nel vittimismo ma sono riuscite a mutare e migliorare la loro condizione.
Il consumo alimentare di ostriche risale agli albori dell’umanità, e l’ostrica è uno dei primi alimenti consumati dalla specie umana. Scavi archeologici lo testimoniano nel bacino del Mar Mediterraneo, il geografo e storico Strabone ne parla nei suoi scritti, a Pompei sono state rinvenute le conchiglie negli scavi, Cicerone e Varrone le citano. Fu poi nella Roma Imperiale di Nerone che consumare ostriche divenne una vera e propria “moda”, tanto che da piatto povero divenne un alimento riservato ai ceti sociali più facoltosi.
La cosa più curiosa è che le cronache del tempo, tramandate anche da Plinio il Vecchio, raccontano di navi provenienti dalla Britannia piene di ostriche, ma diverse da quelle che si potevano raccogliere lungo le coste italiane, la curiosità continua: come potevano giungere fresche a Roma con un viaggio fino dalla Manica? Probabilmente esistendo già il commercio del ghiaccio, le ostriche venivano messe nelle giare, le antiche anfore romane, ricoperte di acqua di mare e uno strato di ghiaccio.
Per la nascita delle perle, Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale racconta: “Quando la stagione della fecondità stimola le ostriche, dicono che, aprendosi con un certo movimento della bocca, si riempiano di un elemento fecondante e rugiadoso; poi gravide partoriscono, e il parto delle conchiglie sono le perle, di vario tipo secondo la qualità della rugiada che hanno ricevuto: se vi è affluita pura, cade sotto gli occhi il candore della perla; se invece la rugiada è impura, anche il feto diventa sporco; la medesima perla è di color pallido se viene concepita quando il cielo è minaccioso. Certamente dipendono dal cielo ed hanno maggiori relazioni con il cielo che con il mare: di là traggono il colorito scuro o il colorito limpido, in rapporto alla chiarezza mattutina”.
Delle ostriche ci racconta anche Claudio Eliano, scrittore romano ma di lingua greca, che nel II secolo d.C. scrisse diciassette libri “Sulla natura degli animali”, libri che attingevano agli antichi racconti e a Plinio il Vecchio. Dell’ostrica è descritta la nascita delle perle che affiorando alla superficie del mare e grazie a “lampi che riversano i loro bagliori sulle valve aperte” ( libro X) e fecondate dalla rugiada notturna danno alla luce la perla. Grazie al lampo fecondante e penetrante di natura maschile e proveniente dal cielo, trova l’accogliente conchiglia, componente femminile, ricordata dalla forma rotondeggiante che evoca la perfezione nella geometria sacra ed emblema dell’Eterno Femminino. Gaio Lucilio, poeta latino del II secolo a.C., autore delle Saturae, scrive “luna alit ostrea”, “la luna nutre le ostriche”.
L’ostrica si apre dando vita alla perla, la quale assume dentro di se’, contemporaneamente le energie di due elementi basilari, il Fuoco e l’Acqua. La perla preziosa e lucente, era sospesa nell’Arca ad illuminare Noe’.
Una vera e propria rugiada fattasi pietra preziosa.
Sarà per questo motivo prezioso che nel Vangelo secondo Matteo, Gesù dice “non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”? Ammonimento per non disperdere le energie con persone che non vi ascoltano, o che non sono in grado, oppure non vogliono comprendere. Come ammonisce Gesù, magari potrebbero anche attaccarvi e sbranarvi uccidendovi, in quanto vedono le cose in modo troppo diverso dal vostro.
Nei racconti di Ildegarda di Bingen, le perle sono preziose quali rimedi terapeutici, tanto da purificare l’acqua in superficie. Immergendo una perla, essa precipita verso il fondo, attirando e raccogliendo intorno a sé tutte le impurità. Tra i suoi rimedi medici, Ildegarda raccomandava di curare la febbre bevendo spesso l’acqua depurata con la perla, ed il mal di testa con perle riscaldate al sole e fasciate attorno alle tempie. Anche a Lorenzo il Magnifico morente furono somministrate perle tritate, forse per accertarsi se di veleno si fosse trattato. Se Ildegarda di Bingen conosceva bene i rimedi medici delle perle, in tutte le culture erano conosciute fin dall’antichità come un rimedio sicuro nei confronti dei veleni: dall’Arabia, dalla Mesopotamia, dalla Cina e dal Kashmir i mercanti vendevano a caro prezzo le perle ai medici più esperti.
«L’uomo è una goccia d’acqua attraversata dalle forme del mondo» ( Ildegarda di Bingen)
La perla quale frutto prezioso dell’unione di due elementi: l’acqua componente femminile, e il fuoco componente maschile.
Tutti noi abbiamo chiara davanti agli occhi l’immagine della Venere botticelliana che nasce da una grande conchiglia, e quella conchiglia sembra essere proprio il guscio di un’ostrica. Un’immagine di straordinaria bellezza, la dea Venere, è in piedi sopra la valva della conchiglia, pura e perfetta come una perla. L’accoglie una giovane donna, identificata talvolta con una delle Grazie oppure con l’Ora della primavera, che le porge un manto rosso come il fuoco, cosparso di fiori primaverili e di rose portate dai venti. La tela botticelliana ritrae Simonetta Vespucci, chiamata la Perla di Firenze, quale Venere principio fecondatore del mondo.
Vi meravigliereste se scopriste che ciò che vi sembra “nuovo” tecnologicamente avanzato fosse già esistito in un tempo antico? No, è la storia che spesso non consideriamo. Gli automi nel mondo Greco erano concepiti come giocattoli, idoli religiosi per impressionare i fedeli o strumenti per dimostrare basilari principi scientifici, come quelli costruiti da Filone di Bisanzio nel III secolo A.C. oppure Erone di Alessandria nel I secolo A.C. , il quale scriveva di idraulica e pneumatica, trattati di meccanica, conservati a opera degli arabi e dei bizantini, e che furono successivamente tradotti in latino e italiano nel cinquecento. Trattati che servivano per costruire idranti, sifoni, organi idraulici: organi a canne che venivano usati con aria compressa per simulare il canto degli uccelli. Poi c’erano gli automi, sulla cui costruzione Erone aveva scritto uno dei suoi trattati di maggior successo, “Automata” . All’interno dello scritto la descrizione di teatrini automatici dotati di moto autonomo, rettilineo o circolare, per tutta la durata dello spettacolo. L’automa è una macchina in grado di operare in modo autonomo. Si conosce l’esistenza di complessi dispositivi meccanici nella Grecia antica benché l’unico esemplare sopravvissuto sia la “ Macchina di Anticitera “ che risale al circa 150-100 a.C.. il più antico calcolatore meccanico conosciuto. In pratica il meccanismo di Anticitera era un calendario solare e lunare: mostrava le fasi lunari, la posizione del Sole e della Luna nello zodiaco, la posizione e le orbite dei pianeti. Inoltre calcolava gli anni bisestili e prevedeva le eclissi. È importante notare altresì che, sebbene le fonti antiche parlino dell’esistenza di tali meccanismi, quello di Anticitera è l’unico a essere sopravvissuto. In origine si pensava provenisse da Rodi, dove sembra esistesse una tradizione di ingegneria meccanica, in quanto l’isola era molto rinomata per i suoi automi. Ma anche in luoghi molto lontani, per i tempi, come l’antica Cina, la descrizione degli automi si trovano nel testo del Libro del vuoto perfetto “Liè Zĭ” scritto nel III secolo A.C. Nel libro vi è una descrizione di antico incontro tra il re Mu del regno di Zhou (1023-957 a.C.) con un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi. «Il re rimase stupito alla vista della figura. Camminava rapidamente, muovendo su e giù la testa, e chiunque avrebbe potuto scambiarlo per un essere umano vivo. L’artefice ne toccò il mento e iniziò a cantare perfettamente intonato. Toccò la sua mano e mimò delle posizioni tenendo perfettamente il tempo… Verso la fine della dimostrazione, l’automa ammiccò e fece delle avance ad alcune signore lì presenti, il che fece infuriare il re che avrebbe voluto Yen Shih [Yan Shi] giustiziato sul posto ed egli, per la paura mortale, istantaneamente ridusse in pezzi l’automa al fine di spiegarne il suo funzionamento. E, in effetti, dimostrò che l’automa era fatto con del cuoio del legno della colla e della lacca, bianco, nero, rosso e blu. Esaminandolo più da vicino il re vide che erano presenti tutti gli organi interni: un fegato completo, una cistifelia, un cuore dei polmoni, , una milza, , dei reni, lo stomaco, ed un intestino. Inoltre vide che era fatto anche di muscoli, ossa, braccia con le relative giunture, pelle, denti e capelli, ma tutto artificiale… Poi il re fece la prova di togliergli il cuore e osservò che la bocca non era più in grado di proferir parola. Gli tolse il fegato e gli occhi non furono più in grado di vedere; gli tolse infine i reni e le gambe non furono più in grado di muoversi. Il re ne fu deliziato.
E se il termine “robot” è oggigiorno usato per indicare una macchina meccanica ricordate che un tempo antico il termine era usato per costruire automi somiglianti ad esseri umani o ad animali.
Se la robotica, oggigiorno è una disciplina dell’ingegneria in grande espansione che studia e sviluppa metodi che permettano a un robot di eseguire dei compiti specifici riproducendo in modo automatico il lavoro umano, ha necessità di avvalersi di molte discipline di natura umanistica, come linguistica, filosofica e psicologica. Nel diciottesimo libro di Omero, l’Iliade, parla e racconta di robotica:
Omero racconta che, Teti si recava a fare visita a Efesto nella sua fucina. Efesto era il dio dell’ingegneria, del fuoco e della metallurgia:
“venti tripodi ei forgiava per collocarli lungo le pareti dell’aula ben costrutta; e avea disposto sotto i loro piedi rotelline d’oro, perché da soli entrassero ai concilii degl’immortali, e poi, mirabil cosa ritornassero all’aula.”
Quindi, degli automi con 3 piedi muniti di ruote da utilizzare come aiutanti meccanici per trasportare bevande a tutti gli dei durante le loro riunioni. E ancora:
“ancelle d’oro simili in tutto a giovinette vive venivan sorreggendo il lor signore;ché vivo senso chiudon esse in petto, e hanno forza e favella, e in bei lavori instrutte son dagl’immortali Dei.” (Omero, Iliade, XVIII)
Karl Popper nel capitolo “Uomini e macchine” ci ricorda che la scienza che avvicina l’uomo al robot… è antica. Si potrebbe continuare per pagine intere a raccontare tutti i meccanismi automatici creati nel mondo antico, come i molti gioielli delle “mille e una notte” che non erano solo leggende o fiabe. prova che l’avvenire la porta, il passato ne è la chiave. Perché La vita è un continuo stupore, può essere compresa solo all’indietro, ma deve essere vissuta solo in avanti.
Il mito delle Danaidi ci racconta che furono condannate da Zeus a espiare la loro colpa versando in eterno acqua in un vaso senza fondo.
Il mito evidenzia che il cuore ingrato è come una di quelle anfore o botti: non è mai sazio e mai sa riconoscere il dono che ha ricevuto.
Questo raccontavano gli antichi greci e poi i Romani e Luciano, scrittore nato in Siria attorno al 120 e morto dopo il 180. E poi ancora il Boccaccio, Metastasio e Vivaldi. Le 50 figlie di Danao erano state spinte dal padre a uccidere i loro mariti, i 50 figli di suo fratello Egitto.
Perché i Greci venivano chiamati Danai?
Danai è un termine usato come sinonimo di Greci, i quali facevano parte dei Popoli del Mare. Letteralmente significa “la stirpe di Danao”. Secondo la leggenda Danao era il re di Libia, fratello gemello di Egitto, re dell’Egitto. Dopo varie vicissitudini scappò dal fratello verso occidente, approdando ad Argo in Grecia.
Nessuno inventa nulla. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, “Nescit vox missa reverti”, ( la parola detta non sa tornare indietro) era una locuzione latina di Orazio, tratta dall’Ars poetica, ma già Eschilo, nato a Eleusi, nel 525 a.C. , nella sua Trilogia composta da “Le Supplici e Gli Egizi”, mette in evidenza il Mito delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, re di Argo. Una tragedia che evidenzia la pietà e il concetto di amore, ma non puro e spontaneo, bensì un misto di senso di oppressione maschile che porta Ipermestra a ribellarsi al padre, ma anche un senso del dovere che la donna nutre nei confronti di Linceo, alla quale sarà fedele per sempre perché la parola data non può più tornare indietro.
Un tempo il potere regale era conferito dalla regina, e il trono era matrilineare seppure con il subentrante patriarcato. il personaggio di Danao il padre delle 50 fanciulle, le costringe a sposare i cinquanta cugini, figli del fratello gemello Egitto. Ma su ordine del padre le figlie, le Danaidi assassinarono i loro mariti, tranne una che si ribellò “ Ipermestra”. Per consiglio di Artemide, Ipermestra salvò la vita di Linceo il quale aveva rispettato la sua verginità, e lo aiutò a fuggire. All’alba, Danao seppe che una delle figlie aveva disubbidito ai suoi ordini e la portò in tribunale affinché fosse condannata a morte; ma i giudici la assolsero. Linceo e Ipermestra poterono riunirsi e divenire marito e moglie.
Nella tragedia il padre di Ipermnestra, non subisce un’evoluzione positiva, al contrario si contorce nella propria ostinazione e minaccia di uccidere la figlia, unica tra le 50 figlie che gli ha disobbedito. L’amore Universale era il filo che univa le tre tragedie, e sarà proprio Afrodite, negli unici frammenti pervenuti a dirci: “Il sacro cielo sente il desiderio di penetrare la terra, la terra desidera le nozze: la pioggia, figlia del cielo, feconda la terra ed essa genera agli uomini le greggi e il frutto di Demetra, e i germogli di primavera maturano da queste umide nozze: di tutto ciò io sono la causa.”
Boccaccio inserirà la figura dell’eroina greca nel suo “De Mulieribus Claris”, interpretando la decisione di disattendere la volontà di Danao come espressione estrema della rettitudine morale della donna, diversa dalle sorelle che invece compiono la strage dei figli d’Egitto. Il padre diviene qui esclusivamente carnefice che tenta di «allungare la sua vecchiezza con le piaghe dei viventi figliuoli».
Metastasio si ispirò ai versi di Eschilo, e di Boccaccio per scrivere la sua Ipermnestra, con i famosi versi: “Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale: non si trattiene lo strale, quando dall’arco usci’ “. È sempre la parola che scagliata come la freccia di un arco, non può essere più fermata.
Anche Antonio Vivaldi volle cimentarsi nel raccontare in musica il mito, tanto che Ipermestra fu la seconda opera commissionata dal teatro della Pergola di Firenze a Vivaldi nel carnevale dell’anno 1727 dal Grandica Giangastone dei Medici.
Ipermnestra non è solo l’ennesimo modello greco specchio di un femminino asservito al maschio, anzi, attraverso la sua scelta consapevole la donna si pone su un piano superiore anche rispetto alle sue sorelle, che ubbidiscono ciecamente alla volontà paterna e per questo verranno condannate dagli dei. Invece Ipermestra dimostra d’essere, pur nello spazio limitato assegnatole dalla vita, interamente libera. Un vetro romano, conservato nel museo di Colonia, è l’unica ma sicura rappresentazione figurata del mito di Ipermnestra.
Ipermestra scrive a Linceo. Miniatura di Robinet Testard tratta da un suntuoso manoscritto delle Heroides di Ovidio nella versione tradotta in francese dal poeta Octavien de Saint-Gelais. Bibliothèque nationale de France.
Verso la metà dell’Ottocento, Alesandro Volta grazie alla sua invenzione della pila, aiutato da Luigi Galvani , iniziò la lavorazione dello Sheffield, tecnica di produzione di lastre di rame ricoperte di argento mediante l’azione del calore.
Conosciamo tutti i famosi articoli preziosi di “Sheffield”, località che nel medioevo era nota per la produzione di coltelli e poi di soprammobili. Già Chaucer la cita nei “Canterbury Tales”, i racconti di Canterbury , i quali sono arricchiti dalla conoscenza intellettuale e letteraria forgiata da modelli italiani molto influenti, quali Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma se ancora pensiamo al metallo inglese, non dimentichiamo che le leghe ferrose, l’acciaio, sono composte da ferro all’80%. Il ferro nativo di origine terrestre è raro, si trova sulla Terra grazie all’impatto con i meteoriti.
La sua provenienza era già, in epoche remote, proveniente in gran parte dalla Svezia, dalla Russia, e dagli Urali, cioè da una zona, a quei tempi estremamente remota, considerata ai confini di un mondo conosciuto. Ed era proprio negli Urali che lo zar Pietro il Grande aveva voluto far nascere un’importante industria del ferro. Per ottenerla l’ obiettivo dello Zar Pietro, fu quello di procurare alla Russia un accesso diretto al mar Baltico per incrementare i mercati dell’Europa occidentale. Ciò richiese una lunga guerra con la Svezia, che fu comunque coronata dal successo. Nel 1703 iniziò la costruzione di Pietroburgo, nuovo centro urbano, luogo sulle rive del Baltico, destinato a diventare capitale dell’Impero. Lo sviluppo dell’industria era però ostacolato dalla scarsità di imprenditori, di capitali, di tecnici e operai specializzati, nonché dalle difficoltà che incontrava la circolazione delle merci per effetto delle grandi distanze da percorrere e per mancanza di vie di comunicazione. Il concetto di monopolio e il non saper formare compagnie industriali, come in occidente resero il tutto ancora più ostico. La regione degli Urali, abbondava di giacimenti di ferro, e risorse forestali necessarie per la fusione del minerale, che all’epoca veniva effettuata in forni a legna. Se la popolazione in quel luogo era scarsa, lo zar ovviò al problema imponendo ai contadini delle regioni circostanti agli Urali, di andare a lavorare in quelle fabbriche per una parte dell’anno. Dopo non molto tempo, alla fine del secolo gli europei e gli inglesi in particolare, divennero in grado di fare a meno del ferro russo, grazie all’affermarsi di una modalità di lavorazione e sopratutto di combustione. Non era più necessaria la disponibilità di ampie risorse forestali, l’uso del carbone prese il posto della legna.
Dopo ossigeno, silicio ed alluminio, il ferro è l’elemento più diffuso nella crosta terrestre, ma è disperso. Secondo gli scienziati e ricercatori di Oxford, sono stati scoperti i probabili meccanismi con cui il ferro ha influenzato lo sviluppo di forme di vita complesse sulla Terra. Il ferro è un nutriente essenziale per quasi tutte le forme di vita terrestri, per crescere e prosperare, e l’uomo ben lo sa, perché se ha carenza, il corpo avverte solo stanchezza.
L’uso del telescopio James Webb sta valutando la quantità di ferro nel mantello degli esopianeti, in quanto le concentrazioni di ferro nella crosta terrestre sono rari. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences.”
Fotografia Telescopio James Webb di un esopianeta
Il ferro quale combustibile e motore dell’evoluzione
“Proceedings of the National Academy of Sciences.” Giornale di ricerca rigorosa di tutte le scienze biologiche, mediche, fisiche, sociali e politiche, ingegneria e matematica.
Fin dall’antichità, la mitologia ci ricorda Prometeo, il Titano che è descritto come “colui che vede prima”. Ma a Prometeo non basta aver rubato il fuoco agli dei, aver plasmato l’umanità, ma vuole trasmettere agli esseri che ha creato qualcosa che li renda diversi e superiori rispetto agli altri animali. Per questo decide di regalare loro il fuoco. Questa è la storia, ma oggi il nostro presente continua a cercare ai confini conosciuti le fonti per la combustione.
La storia di Prometeo, Epimeteo e Pandora è un conosciutissimo mito dell’antica Grecia, raccontato e raccontato all’infinito nel corso dei millenni. Forse perché è la storia stessa dell’umanità, un mito che spiega la creazione dell’uomo, la nascita della conoscenza, e racconta di un’età felice senza dolore e degli orribili inizi di una condizione di miseria, in breve della rottura fra gli dei e gli uomini.Prometeo crea l’uomo – Miniatura in calcedonio, 30 a.C, circa
Gli scienziati “cosmochimici”, sono scienziati che studiano l’origine e lo sviluppo degli elementi chimici nel cosmo, con prove di laboratorio, sono riusciti a dimostrare che il ferro potrebbe essere nascosto dentro molecole, in uno stato che finora non era stato rilevato dalle osservazioni umane e dalle nostre conoscenze. Sappiamo che tutta la materia può bruciare aggiungendo ossigeno, ma trovare la giusta miscela e generare abbastanza calore fa sì che alcuni materiali brucino più facilmente di altri, per esempio il ferro che brucia non emette gas nocivi.
Prometeo dà vita all’uomo Jean-Simon Barthelemy, 1802
La scienza tecnologica ha dato risposte positive nell’usufruire di strutture e infrastrutture della ricerca spaziale da parte delle Istituzioni e Agenzie Governative. È lo studio di fenomeni fisici che aiutino gli scienziati a migliorare le conoscenze fondamentali in varie discipline, con la conseguenza di accelerare lo sviluppo di applicazioni innovative nei campi della tecnologia, dei processi industriali e della medicina. Le sperimentazioni che avvengono in ambito diverso da quello terrestre, devono superare l’assenza di gravità la quale si mostra nelle stazioni spaziali o nei veicoli che orbitano vicino alla terra. Per poter ovviare a questo “problema”, sono nate le “microgravity platform” , piattaforme per effettuare voli parabolici e torri di caduta. Ognuna di queste manovre permette di ottenere fino a circa ventidue secondi di assenza di peso.
Siamo ad un punto di conoscenza, di studio, nelle quali, le condizioni di microgravità possono dare un contributo essenziale alla realizzazione di applicazioni innovative, di esperimenti scientifici e allo studio di fenomeni fisici, chimici e biologici che potrebbero essere mascherati o modificati dalla gravità terrestre. Tutti elementi che dimostrano che il ferro potrebbe essere nascosto dentro molecole, e legato a strutture di carbonio che ne rendono difficile la rivelazione. Gli scienziati sono convinti di aver fatto un passo in avanti: Il ferro sarebbe legato al carbonio a formare lunghe catene molecolari, abbondanti nel mezzo interstellare. Il ferro come combustibile può diventare un accumulo di energia circolare e riciclabile all’infinito.
si è scoperto che in effetti il ferro c’è nel mezzo interstellare, ma non è tutto in fase gassosa: è legato a strutture di carbonio che ne rendono difficile la rivelazione alle nostre conoscenze
L’Impianto dimostrativo del combustibile ferroso è già attivo e funzionante a Budel, vicino a Eindhoven, nei Paesi Bassi. Utilizzando il ferro come fonte di combustibile, questo generatore può produrre 1 MW, un milione di watt di vapore in un’unità che si trova in un magazzino. Una tale centrale elettrica in ferro potrebbe produrre ancora più energia.
Catena di carbonio e idrogeno collegata a un agglomerato di Fe13 (gli atomi di ferro sono rappresentati in colore bruno-rossastro, il carbonio in grigio, l’idrogeno in grigio chiaro). Crediti: P. Tarakeshwar / Asu
L’utilizzo del ferro come fonte di combustibile sulla Terra è iniziato come un’idea circa un decennio fa. Ora la comunità dei combustibili metallici, è formata da centinaia di scienziati e ingegneri sparsi in tutto il mondo, ed è una tecnologia molto importante per combustibili alternativi privi di carbonio. L’ ENEA svolge attività a zero-gravità fin dal 2004, nell’ambito della ricerca sulla trasmissione di calore per applicazioni spaziali, in particolare per la strumentazione elettronica di veicoli spaziali, satelliti e stazioni orbitanti. Le Agenzie Spaziali, come l’ESA si stanno preparando a costruire avamposti lunari sostenibili, per questo motivo sono stati stanziati 57 milioni di euro dal PNNR il 6 aprile del 2023, per la costruzione delle Space Factory, per la progettazione di tecnologie innovative per i servizi di esperimenti scientifici in microgravità: la ricerca del miglior combustibile serve a fornire energia agli astronauti sulla Luna. Ma questa è solo una delle tante sfide da superare. Utilizzando l’energia solare, non solo le polveri di alluminio e silicio, ma anche dai minerali lunari, l’idrogeno e l’ossigeno possono essere sfruttati dal ghiaccio lunare trovato in grande abbondanza. L’idrogeno può essere utilizzato per convertire la polvere lunare che è ricca di ferro e titanio per produrre acqua e polvere di ferro. Le polveri metalliche e l’ossigeno del ghiaccio d’acqua possono essere usati come propellenti per razzi o per il trasporto via terra, l’acqua può essere usata come acqua potabile
Anelli di ghiaccio e lune, un inedito Nettuno immortalato da Webb Dal telescopio dettagli del più lontano pianeta del Sistema solare
Oggi è la festa della mamma, la vera festa di tutte coloro che donano amore alla vita, di chi genera armonia e bellezza, e di chi condivide parti di se… e non vive per se. Mamma, madre. Colei che non festeggiamo oggi come una “generatrice” biologica, ma colei che sa accogliere , colei che simboleggia con le mani il sostengo, colei che accoglie e si prende cura, fin dai primi giorni, dell’esistenza di un essere umano. Sono le mani che stringono e abbracciano la vita. La madre è accoglienza pura. Una antica “leggenda” avvalora tutto ciò:
Re Salomone, nel primo libro dei Re, rende ancora più chiaro quanto appena detto. Un giorno andarono dal re due donne che abitavano nella stessa dimora e che da poco erano diventate madri entrambe, si presentarono dinnanzi a lui e una disse che il figlio della ragazza che l’accompagnava era morto durante la notte perché questa vi si era addormentata sopra e che questa aveva posto su di lei, mentre dormiva, il figlio morto, prendendo invece quello vivo. L’altra donna replicò che non era vero, che il figlio morto non era dell’altra e che non vi era stato alcuno scambio. Allora il re ordinò di farsi portare una spada e disse che avrebbe tagliato a metà il figlio vivo e che avrebbe dato una parte all’una e un’altra parte all’altra. La madre del bambino si rivolse al re dicendo in lacrime di dare il bambino all’altra donna, mentre l’altra rispose che il bambino non doveva essere di nessuna delle due e doveva essere diviso a metà. Il re disse: “Date alla prima il bambino vivo. Questa è sua madre”.
Giovan Battista Tiepolo e il “Giudizio di Salomone”
È storicamente appurato che la gran parte dei culti devozionali legati alla Vergine Maria del mondo Cristiano delle origini, derivi in modo diretto o indiretto dalla venerazione della grande madre, fonte universale di vita e divinità, simboli dei miti cosmogonici, i miti della creazione. Miti presenti sopratutto negli Assiri, nei popoli mesopotamici, negli egizi con la dea Iside, metafora della notte che genera il giorno. La venerazione per queste divinità era talmente diffusa, da non interrompersi con l’avvento del cristianesimo, ma confluendo con diverse accezioni “nei culti Mariani”.
Iside la grande madre dell’antichità
Tutti noi viviamo in mezzo alla storia, alla leggenda, a racconti che si tramandano attraverso un albero genealogico. Siamo divisi dalla dualità umana, che si alterna tra misticismo e razionalità e che si contrappone in un itinerario fatto di date storiche, importanti reperti archeologici, dipinti e affreschi che ci raccontano e accertano la storia. La grande madre, Iside, diviene, soprattutto nel I secolo d.C., la Dea-Madre più onorata in tutto il bacino mediterraneo e il suo culto si afferma con forza nella grande Roma. Iside è la più importante dea egizia appartenente all’Enneade, le nove divinità alla base della nascita del mondo secondo la mitologia egiziana. Era la dea della luna e della terra, del ciclo della fertilità, della maternità. Spesso raffigurata mentre allatta il figlio Horus in braccio, una simbologia che richiama la Madonna con il bambino Gesù.
Iside e la Vergine Maria
Una memoria storica, a tratti sconosciuta ma le cui tracce sono disseminate tra strade, piazze, chiese e porte antiche che attraversano da secoli tutto il mondo.
Perché io sono colei che è prima e ultima Io sono colei che è venerata e disprezzata, Io sono colei che è prostituta e santa, Io sono sposa e vergine, Io sono madre e figlia, Io sono le braccia di mia madre, Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli, Io sono donna sposata e nubile, Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito, Io sono colei che consola dei dolori del parto.
Io sono sposa e sposo, E il mio uomo nutrì la mia fertilità, Io sono Madre di mio padre, Io sono sorella di mio marito, Ed egli è il figlio che ho respinto. Rispettatemi sempre, Poiché io sono colei che da Scandalo e colei che Santifica.
Inno a Iside (Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto; risalente al III-IV secolo a.C.)
Dopo secoli di questa fascinazione, testimoniata in Erodoto come in Platone e Pitagora, un sacerdote di Delfi, Plutarco, dedicò il suo “Iside e Osiride” a Clea, anch’essa sacerdotessa a Delfi, nel tempio di Iside. È questa la più importante fonte greca sulla religione egizia. La sua intenzione è mostrare come si interpreta un mito. E a tutt’oggi è difficile pensare un testo dedicato al mito che sappia introdurre così magistralmente. Plutarco vuole indicarci la concordanza fra la dottrina sacra che si cela nelle vicende di Iside e Osiride e quella che Platone aveva insegnato, nonché la concordanza di significati fra dèi greci ed egizi. Io sono colei che, è che è sempre stata e sempre sarà, e nessun mortale ha mai alzato il mio velo.” ( Plutarco dopo averla letta su una statua di Iside)
Kircher, il grande astronomo del seicento chiamava Isias” Isidis per le sue antiche associazioni con Venere. Iside era anche associata al pianeta Venere e ad Afrodite e condivideva titoli e identità anche con Ishtar, il cui pianeta sacro era appunto Venere.
La Grande Madre, o Triplice Dea, o Dea Trina. è la Dea Natura, colei che crea traendo le cose da se stessa, quindi in realtà non crea ma si trasforma nelle pietre della Terra, nei suoi mari e fiumi, negli uomini, negli animali, negli alberi e nelle piante. Lei è la formica del formicaio, e il lichene sul sasso e la ragnatela del ragno perchè anche il ragno è la trasformazione di se stessa, perchè lei trasformandosi crea nuove forme con nuove capacità.
Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo. Di lei cantarono un tempo i dotti poeti di Grecia che dal trono su un cocchio guidasse due leoni aggiogati, significando così che l’immensa molte terrestre è sospesa negli spazi dell’aria e che la terra non può poggiare sulla terra.(Lucretius, De Rerum Natura)
Anche la costellazione del Toro a volte era indicata con il nome di Iside perché le corna di vacca spesso comparivano in raffigurazioni della dea che simboleggiava così il suo ruolo di madre del toro sacro.
La morte e resurrezione di Osiride simboleggiava la promessa di vita eterna agli iniziati, come la morte e resurrezione di Cristo garantisce l’eternità ai cristiani. Iside che concepisce il Dio Horus quando Osiride è già morto, quindi una concezione immacolata, la Dea che schiaccia il Tartaro sotto ai suoi piedi, dai molti nomi e dai molteplici colori che segnano la sua veste, richiama molto della Vergine Maria, l’immacolata che schiaccia il serpente. Per le Grandi Madri Grandi il serpente, era simbolo di terra e materia e quindi di istinto, la materia che Iside unisce allo spirito ma che la Madonna divide.
Goethe, anche dopo aver letto Plutarco, facendo leva sulla sua sensibilità, seppe cogliere la piena portata dell’espressione “le Madri”, tanto che nella seconda parte del Faust scende nel regno delle Madri.
La Madonna Sistina di Raffaello, oggi esposta nelle Collezioni della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. Simboleggia un’immagine dell’anima umana che viene generata dall’universo spirituale. Quest’anima partorisce a sua volta ciò che di più sublime l’uomo è in grado di generare: la propria nascita spirituale.
È Mefisto che può dare a Faust la chiave di accesso per quel regno, non è in grado di entrare lui stesso nel luogo dove regnano le Madri. Mefisto è infatti lo spirito del materialismo: egli si avvicina all’uomo con le forze e i poteri dell’esistenza materiale. Il regno delle Madri per lui è il puro nulla. Faust invece, l’uomo spirituale, è colui che tende verso lo spirito e che sa rispondergli: “Nel tuo nulla io spero di trovare il mio tutto”. per Goethe che questo regno delle Madri è quello in cui deve entrare l’essere umano quando riesce a risvegliare le forze spirituali sopite nella sua anima. L’ingresso in questo regno avviene nel grande momento in cui gli si manifestano Esseri e realtà spirituali. Tutto ciò che è dato ai nostri sensi viene generato nel regno delle Madri, come il metallo dentro la montagna proviene dalla sua matrice. Goethe ebbe presentimento di questo regno misterioso che genera maternamente tutte le cose fisiche e terrene.
Nella seconda parte del Faust, Goethe entra nel Regno delle Grandi Madri
Ed è questo il motivo perché Goethe si rivolge all’anima umana definendola il femminile eterno. Essa ci trae in alto verso lo spirito universale del mondo. Alla fine della sua opera Faust, Goethe si pone ancora di fronte al grande enigma della Madonna. Dalle rappresentazioni più antiche è più semplici, per arrivare ad autori come Michelangelo e Raffaello, che forse senza avere la piena coscienza, erano in estasi davanti a un sentimento della profonda verità contenuta nel mistero della Madonna.
Non poteva mancare Dante, che della propria madre, Gabriella di Durante degli Abati, morta quando il poeta era molto piccolo, parlerà molto poco, ma il termine “mamma” lo farà comparire molte volte, fino al paradiso luogo in cui la figura simbolo della madre delle madri, la Vergine Maria, è celebrata. Ora è Beatrice la guida di Dante. Una volta giunti nei pressi dell’Empireo appare davanti a loro la figura della Madre di Cristo, circondata dagli Apostoli. L’arcangelo Gabriele innalza un inno di lode a Maria, imitato da tutti i beati. Dopodiché ella ascende all’Empireo e mentre ella si allontana verso l’alto, i santi, per manifestare tutto il loro affetto, si protendono, si allungano verso l’alto, verso di lei. Dante li paragona a dei bambini che cercano di raggiungere la propria mamma tendendo le braccia:
“E come fantolin che ‘nver’ la mamma tende le braccia, poi che ‘l latte prese, per l’animo che ‘nfin di fuor s’infiamma” (Par. XXIII, 121-123).
La chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, la Chieda del Gesù, fu costruita nel 1551 per volere del suo fondatore. La chiesa nasconde molti scenari misteriosi, come una grande tela attribuita ad Andrea del Pozzo che rappresenta il Santo che riceve da Cristo il vessillo con il trigramma”IHS”. Il “mistero” è che ogni giorno alle 17,30, la tela, diviene un immenso sipario che scende grazie a un meccanismo a bilancieri e svela l’opera che si trova dietro. Una macchina barocca che definisce l’intera cappella come una sorta di teatro e che vuole rappresentare il percorso spirituale di Sant’Ignazio. La chiesa custodisce sorprendenti illusioni ottiche ad opera del genio di Andrea Pozzo, celebre autore di affreschi e trompe-l’oeil. Appena varcata la soglia della Chiesa, sul pavimento si possono ammirare le particolari geometrie dei marmi che portano al centro della navata in cui formano un cerchio. Da questo preciso punto, alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il fantastico affresco con la Gloria di Sant’Ignazio (1685), sempre di Andrea del Pozzo, che tramite l’effetto di “sfondamento” o “quadratura” del soffitto lo fa sembrare alto il doppio di quanto sia realmente, offrendo agli occhi dello spettatore la simulazione prospettica di una seconda chiesa tridimensionale che “poggia” direttamente su quella reale. Ma c’è anche una cupola finta, il soffitto è piatto e al di sopra è stato applicato un dipinto prospettico su tela: è solo un’illusione ottica tridimensionale. Infatti, se da quel tondo sul pavimento ci si sposta lateralmente, la cupola assume tutt’altra prospettiva e perde completamente di significato.
Corridoio dal Pozzo
Questo ingegnoso espediente venne ideato dal Frate pittore per sopperire alla mancanza di fondi destinati alla costruzione della cupola. Ma si dice anche che siano stati gli stessi abitanti del quartiere Campo Marzio a non volerne la costruzione. Essa, infatti, avrebbe oscurato il sole. Ma come non soffermarci sullo spettacolare Corridoio di Andrea del Pozzo. Costruito su disegno del matematico gesuita Orazio Grassi, in base ai progetti del Maderno, il frate pittore Andrea Pozzo, dipinse gli affreschi del corridoio che conduce alle quattro stanze della Casa professa dei gesuiti. Laddove, cioè, il santo Ignazio di Loyola visse i suoi ultimi 12 anni fino alla morte, datata 1556. Se all’apparenza sembra un corridoio di passaggio per accedere alle camere di Sant’Ignazio non è proprio cosi. Sono tredici metri e mezzo di corridoio, stretto e lungo, ma si ripropone la genialità di del Pozzo.
Mentre si cammina, ad ogni passo, l’affresco sembra muoversi intorno quasi fosse vivente e seguisse chi lompercorre: le travi dipinte sulla volta si curvano; le mensole che le sorreggono sembrano cadere; e le architravi sembrano piegarsi. In altre parole, le pitture dei miracoli del santo paiono deformarsi, trasformarsi in vere e proprie creature mostruose e il pavimento, comincia a diventare sempre più scosceso. Più si avanza in questo corridoio più l’ambiente cambia, praticamente seguendo i movimenti di chi lo percorre. Lo spazio trasfigurato del corridoio non dà solo l’impressione di essere più lungo, ma sembra camminare insieme a noi. Per questo, molti definiscono il corridoio, e l’effetto prospettico della sua architettura, come una sorta di pellegrinaggio ignaziano. Solo alla fine, dopo esservi sottoposti alla trasformazione e alla “magia” degli affreschi del Corridoio del Pozzo, si arriva alle stanze private del Santo.
Elisabetta I soffriva di una cataratta che le impediva quasi completamente la vista. Dopo essersi informata sui migliori chirurghi dell’epoca, scelse Cesare Scacchi, un chirurgo di Preci, un borgo vicino a Perugia. Il chirurgo apparteneva ad una importante scuola di chirurgia che si era sviluppata attorno al centro culturale e religioso dell’Abbazia Benedettina di Sant’ Eutizio. La scuola chirurgica Preciana era famosa in tutta l’Europa, con l’appellativo di “Pulchra Sabina Preces Prisca Chirurgis Patria”: La bella Sabina prega Prisca Chirurghi Paese”.
Scuola chirurgica di Preci nell’Abbazia di sant’ Eutizio
La scuola fu nota per la conoscenza chirurgica di patologie dell’occhio quali la cataratta, e per l’urologia e il trattamento dei calcoli renali. Nella scuola si seguiva la regola di San Benedetto, il quale era nato nella vicina Norcia. Benedetto in persona chiedeva ai suoi monaci di imparare l’arte della chirurgia e l’arte della farmacologia.
Manoscritto della scuola chirurgica di Preci
«infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda es” “Devi prenderti cura dei malati prima di tutto” ( San Benedetto)
Con il quarto Concilio lateranense del 1215, fu vietato ai monaci l’arte chirurgica, potevano solo occuparsi di piante officinali per la farmacologia, ma non più esercitare la chirurgia che li avrebbe distratti dal loro ruolo teologico – spirituale.
Manoscritto della scuola di Preci
Per questo motivo, anche quali “intermediari” dell’antica Scuola Medica Salernitana, la prima e più importante istituzione medica dell’Europa Medioevale, l’antesignana delle moderne università, i monaci Benedettini insegnarono ai propri concittadini l’arte della chirurgia. Si consolidò in ambito prima contadino e familiare, con esperienze tramandate di padre in figlio, fino a costituire nel tempo vere e proprie dinastie di chirurghi. Le famiglie di chirurghi preciani raggiunsero l’apice della propria fama nel Cinquecento. La regina Elisabetta I, giorno dopo giorno vedeva sempre meno avendo il terrore di divenire cieca.
L’intervento era rischioso, ma non c’era in tutta l’Inghilterra qualcuno che avesse le capacità e le conoscenze adeguate per affrontare la difficile operazione. Il migliore medico al mondo abitava in Italia, il suo nome era Durante Scacchi, nativo di Preci, un piccolo borgo umbro conosciuto per la scuola chirurgica di Preci, famosa per aver dato i natali ai chirurghi più famosi dell’epoca. Ma vi era un ostacolo insormontabile. Durante Scacchi era il medico personale di Sisto V, il papa cattolico, grande nemico della regina Elisabetta I. Per l’Archiatra non è una scelta facile, è lusingato di essere stato scelto dalla regina, ma non si può creare un “caso diplomatico” nei confronti del Papa . Ed è allora che il chirurgo ebbe una brillante idea da riferire ai messaggeri londinesi, gli propose il nome di un altro medico, il suo allievo prediletto, che altri non era che suo fratello: Cesare Scacchi, notissimo per la sua perizia in anatomia e chirurgia.
Operazione della cataratta
Cesare Scacchi affrontò il viaggio a Londra dove ebbe molti incontri con i medici inglesi della corte. La salute di Elisabetta non solo era “un affare di Stato”, ma anche un segreto che tale doveva rimanere, chiuso a chiave. I nemici del trono che affollavano la Torre di Londra non dovevano sapere di questo “inconveniente” che rendeva debole la Regina. Elisabetta parlava sei lingue in modo fluente e da giovane, nei duri giorni dei sospetti e della prigionia, aveva studiato l’italiano. Furono giorni di intesi scambi tra la regina e il suo chirurgo, che le raccontò della scuola chirurgica di Preci. Il loro successo era dovuto anche alla grande attenzione che prestavano all’igiene e alla sterilizzazione degli strumenti usati nelle operazioni. Purtroppo le infezioni erano la causa più frequente di morte. I preciani introdussero l’uso del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie. Erano famosi anche per le medicazioni con impasti di erbe officinali, che favorivano una rapida cicatrizzazione delle ferite.
Elisabetta I
Arrivò il giorno dell’operazione, Cesare Scacchi prima bendò l’occhio che non era oggetto dell’operazione. Poi, con mano ferma, introdusse un ago d’oro nel bulbo oculare: raggiunse la cataratta e con una abile rotazione l’abbassò sotto la pupilla. Poi ripeté l’operazione sull’altro occhio, usando l’altra mano. Dopo nove giorni di cure la regina recuperò la vista e il buonumore. Il chirurgo preciano seguì il decorso post operatorio fino alla completa guarigione della importante paziente. Elisabetta I, felice di aver riavuto la vista, in segno di riconoscenza, ricompensò il medico umbro con mille scudi d’oro.
Elisabetta I
La Regina fu salvata, Dio le aveva concesso nuovamente la vista, il popolo, felice celebrò la sovrana. Elisabetta I aveva 55 anni e regnava da 30 anni, era all’apice della sua potenza. Ma il 1588 sarà un anno nefasto per la Regina conosciuta come la “Vergine Guerriera”, quell’anno morirà il suo amatissimo Leicester, l’antico favorito. Leicester era l’amante, ma anche il consigliere fidato che, come nessuno conosceva il suo carattere e i suoi segreti, sapendole stare vicino anche nei momenti difficili come quello dell’operazione. Una “leggenda “ si tramanda da secoli, grazie alle infermiere della scuola chirurgica di Preci, le quali provenivano dalla vicina Norcia, sembra che Elisabetta I appena tolse le bende e vide che i suoi occhi vedevano bene, riferendosi alla sua infermiera esclamò: “grazie nursia” . Da questa esclamazione si pensa che il termine inglese “nurse” richiami proprio la città di Norcia.
Camilla è la nuova Regina consorte di Inghilterra, ma non proprio l’ultima arrivata perlomeno le sue discendenze hanno molto dì REALE e dì Firenze.
La figlia del Granduca di Toscana Francesco I, Enrichetta Maria, sposerà il Re Carlo I Stuart e sarà madre a sua volta dì due Re che siederanno sul trono inglese: Carlo II e Giacomo II Stuart, nonna di altre due regine e un re: Maria II Stuart, Guglielmo III d’Orange e Anna Stuart e zia paterna di Luigi XIV il Re Sole. Andiamo avanti nel tempo, siamo a fine del 1800 ed entrano in scena due aristocratici inglesi. George Keppel discendente dì Carlo II Stuart, nipote dì Maria dei Medici, e dì Lady Alice Frederica Edmonstone figlia dell’ammiraglio William Edmonstone di antico lignaggio scozzese coniugata Keppel.
George ed Alice Keppel
Alice era una donna bellissima per la quale il Re Edoardo VII perse letteralmente la testa. Ed ecco che la città di Firenze sarà protagonista della case regnanti inglesi .
Alice Keppel
Alice e George Keppel ebbero la prima figlia nel 1894, Violet Trefusis. Ma è nel 1898 che Alice Keppel diventerà l’amante UFFICIALE e riconosciuta di Re Edoardo VII. Il Re, figlio della regina Vittoria, si trovò a gestire l’impero coloniale più grande del pianeta, compito che la fine della seconda guerra anglo-boera (1902) gli rese meno gravoso, ma che si complicò con il riarmo navale della Germania.
Re Edoardo VII
Contribuì a riavvicinare il Regno Unito agli Stati Uniti, alla Russia, all’Italia e alla Spagna. Assunse anche delle iniziative di politica internazionale autonome e, coadiuvato dal ministro degli Esteri Lansdowne, concorse in modo decisivo alla stipula dell’Entente cordiale con la Francia al quale rimarrà vicina, con grande amore e dedizione fino alla morte del Sovrano. Nel 1900 durante la loro relazione, resa “ufficiale”, Alice ebbe la seconda figlia, Sonia Keppel. Sonia era la figlia del Re Edoardo VII. Sonia Keppel sposò Roland Cubitt, terzo Barone di Ashcombe dal quale ha avuto la figlia Rosalind Cubit sposata con il colonnello Shand, dal quale matrimonio nasce Camilla Shand. Camilla Shand diviene Camilla Parker Bowles e da oggi 6 maggio 2023 è la regina consorte del Re di Inghilterra. La nonna di Camilla, Alice Keppel, dopo la morte del Re Edoardo VII, si trasferì prima a Londra e poi a Firenze comprando Villa l’Ombrellino a Bellosguardo. La villa precedentemente era stata la casa dello scienziato Galileo Galilei e del grande poeta Foscolo.
Villa l’ombrellino Firenze
Violet Trefusis, diventerà famosa per la relazione con la poetessa Vita Sackville-West che per lei lascio’ Virginia Woolf. Relazione che continuò anche dopo i rispettivi matrimoni. Una storia che fece scalpore, raccontata anche da Virginia Woolf nella sua opera “Orlando”. Violet diventerà una scrittrice, un talento puro, una raffinata linguista. Tra i suoi libri c’è un ironico racconto ( che ho personalmente letto e che consiglio) descrizione della società fiorentina degli anni 30 del XX secolo, “Pappagalli sull’Arno”.
Sonia Keppel, vivrà sempre nel Regno Unito, la sorella Violet, cittadina del mondo, si stabilì a Firenze fino alla sua morte nel 1972 facendo seppellire presso il cimitero degli Allori il suo corpo ma il suo cuore sotto una torre in Francia. Praticamente Camilla è diventata regina consorte, ma è inevitabile raccontare delle sue discendenze reali, del sangue
George ed Alice Keppel riposano nel cimitero degli Allori di Firenze con una delle figlie: Violet Trefusis. La sorella, nonna di Camilla è sepolta Carlo III E CAMILLA
Nelle Grotte Vaticane troviamo il Sepolcro degli Stuart, realizzato da Antonio Canova. Stendhal, definì i due angeli del Canova una delle maggiori opere d’arte europee:
“Di fronte c’è una panca sulla quale ho trascorso le ore più dolci del mio soggiorno a Roma. Soprattutto nell’approssimarsi della notte, la bellezza di questi angeli appare celestiale. Giungendo a Roma bisognare venire presso la tomba degli Stuart per provare se si abbia per caso un cuore fatto per comprendere la scultura“
Sepolcro degli Stuart nelle grotte vaticane, scolpito da Antonio Canova
Molti documenti, che riguardano Alice Keppel e Violet Trefusis sono conservati presso la Yale University Library.
Pica de Bourlemont, proveniente dalla Provenza e madre di Francesco di Assisi.
Calendimaggio, canti, maggiolate e serenate. Maggio è il mese delle rose e della Madonna, con origini medievali, quando nel tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia, si pensò che alla Madonna, la creatura più Alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine. Maggio, mese della Madonna, che nel medioevo simboleggiava “la mia donna”, come a Parigi la meravigliosa “Notre Dame” è un dono che significa “Nostra Signora”. Ovunque la Madonna viene chiamata Nostra Signora, per gli Etruschi era la Dea Turan che significava “La Signora”. Nell’antica Roma era la dea Maia e sempre a lei erano dedicate anche le rose. La dea Maia veniva festeggiata il primo Maggio, ed è a lei che si attribuisce la radice “Ma” come Madre, radice che appartiene anche al nome di Maria.
Mosaico dell’antica Roma raffigurante la dea Maia
Alla fine del primo millennio, intorno al 960, in tutte le terre occitane, terre che si estendevano dal sud della Francia fino ai piedi dei Pirenei, vi erano i menestrelli, i trovatori, cioè coloro che erano compositori ed esecutori della poesia musicale. Le opere trobadoriche sono note principalmente attraverso le raccolte manoscritte che presero il nome di “Canzonieri”.
Dall’Occitana, precisamente dalla Provenza proveniva la madre di Francesco di Assisi, la nobildonna Pica de Bourlemont, probabilmente di religione Catara, dalla quale Francesco prese il concetto di servizio ai poveri e rifiuto della proprietà. In terra d’Occitania si parlava, e sopratutto si scriveva l’antico “latino d’oc“, il vero archetipo di tutte le lingue padane, del provenzale, del catalano, dell’aquitano, ed ovviamente delle forme moderne di occitano e linguadoca. Dante scriverà nella “Divina Commedia” dei versi in lingua Occitana che farà dire a Arnaut Daniel, il grande trovatore che poetava in lingua d’oc. L’aver messo nel suo poema otto versi in lingua occitana fu un grande atto di coraggio per il Sommo Poeta, un atto che oggi forse non comprendiamo. Non fu solo un gesto di ringraziamento ad una lingua che fu la prima poesia europea in volgare, ma con quei versi, Dante prende una posizione importante e si schiera dalla parte dei vinti e non da quella dei vincitori, per evincere i valori condivisi tra il Sommo Poeta e il messaggio di Amore Universale dei trovatori. Vi era “l’anima austera e segreta della raffinatissima civiltà dei trovatori” scrisse Denis de Rougemont, saggista e filosofo svizzero. Ai tempi era in atto una feroce persecuzione e Dante era costretto a esprimere il suo pensiero con molta attenzione, celandolo tra le righe:
Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».
(Purg.XXVI, 140-147)
Arnaut Daniel, e le terzine Provenzali
È l’Amore Universale che Dante nell’XI canto del Paradiso parlando di Francesco d’Assisi, descriverà nelle nozze mistiche con “Madonna Povertà” . Perché tutti gli ordini religiosi hanno per “amante” la povertà, ma solo uno, Francesco, avrà l’Amore di sposarla.
Nozze mistiche di Francesco e Madonna Povertà, Basilica di Assisi
È così sarà Beatrice, simbolo d’Amore, Sapienza e ansia eterna di Bellezza. Nel “Convivio”, Dante scriverà che l’amore per una donna, diventerà amore per il sapere, per la conoscenza, incarnata e incontrata proprio nel mese di maggio, in casa del padre di Beatrice, Folco Portinari.
Convivio significa “banchetto”, questo perché lo scopo di Dante era quello di donare il “cibo della sapienza” a coloro che non se lo potevano permettere. Il poeta voleva inserire nell’opera tutti i temi della cultura del tempo, inerenti alla filosofia, alla teologia e alla politica.
Ma già in Occitania, cento anni prima che Dante scrivesse la Commedia, un menestrello, Raimbaut de Vaquerais , scrisse una poesia composta per essere cantata con l’accompagnamento di una musica ritmata e allegra sulla quale era ed è possibile ballare: “Kalenda Maya”, dedicata alla più bella e coraggiosa Dama di Corte di nome Beatrice, colei che Raimbaut de Vaquerais non toccherà mai fisicamente, ma verso la quale il menestrello si porrà al suo servizio con la stessa dedizione con cui un cavaliere della tavola rotonda servirebbe la sua dama: Amore fu, era l’Amor Cortese.
Kalenda Maya Branduardi
l’Occitano antico era la lingua dei poeti, ed essendo, al tempo, tutte le poesie provviste di musica, i poeti erano compositori ed esecutori di musica. Lo stesso italiano può essere considerato una variante dell’occitano antico, come lo sono il catalano, l’occitano moderno, il provenzale, la linguadoca, e molte lingue locali, quali il piemontese. Assisi ha scelto la dimensione medievale come seme delle proprie radici e della propria memoria storica. Questo “vissuto” medievale esplode nel Calendimaggio che possiamo trovare in quasi tutte le nazioni europee.
Ma è proprio ad Assisi che ancora oggi è tenuta viva la festa del Calendimaggio.
La città di Assisi è divisa in due parti: la “Nobilissima Parte de Sopra” e la “Magnifica Parte de Sotto”, ciascuna delle due formata da tre terzieri che ogni anno si sfidano dando vita al “Calendimaggio”, un rito medioevale reale che lega il passato al futuro. A maggio si celebrava la rinascita, il ritorno alla vita della natura dopo la sua morte durante l’inverno. Vita della terra e vita delle donne e degli uomini che sulla loro terra vivevano. Negli Anni Venti del secolo scorso, la città di Assisi ha riportato in luce questi riti. Sospesi durante la guerra, sono ricominciati negli anni cinquanta e mai interrotti fino all’arrivo Covid. Dal 4 al 7 maggio del 2022 sono riprese le celebrazioni.