Ipermestra : “Il cuore dell’uomo ingrato assomiglia alle botti delle Danaidi: per quanto bene tu vi possa versare dentro, rimane sempre vuoto.”

Il mito delle Danaidi ci racconta che furono condannate da Zeus a espiare la loro colpa versando in eterno acqua in un vaso senza fondo.

Il mito evidenzia che il cuore ingrato è come una di quelle anfore o botti: non è mai sazio e mai sa riconoscere il dono che ha ricevuto.

Questo raccontavano gli antichi greci e poi i Romani e Luciano, scrittore nato in Siria attorno al 120 e morto dopo il 180. E poi ancora il Boccaccio, Metastasio e Vivaldi. Le 50 figlie di Danao erano state spinte dal padre a uccidere i loro mariti, i 50 figli di suo fratello Egitto.

Perché i Greci venivano chiamati Danai?

Danai è un termine usato come sinonimo di Greci, i quali facevano parte dei Popoli del Mare. Letteralmente significa “la stirpe di Danao”. Secondo la leggenda Danao era il re di Libia, fratello gemello di Egitto, re dell’Egitto. Dopo varie vicissitudini scappò dal fratello verso occidente, approdando ad Argo in Grecia.

Nessuno inventa nulla. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, “Nescit vox missa reverti”, ( la parola detta non sa tornare indietro) era una locuzione latina di Orazio, tratta dall’Ars poetica, ma già Eschilo, nato a Eleusi, nel 525 a.C. , nella sua Trilogia composta da “Le Supplici e Gli Egizi”, mette in evidenza il Mito delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, re di Argo. Una tragedia che evidenzia la pietà e il concetto di amore, ma non puro e spontaneo, bensì un misto di senso di oppressione maschile che porta Ipermestra a ribellarsi al padre, ma anche un senso del dovere che la donna nutre nei confronti di Linceo, alla quale sarà fedele per sempre perché la parola data non può più tornare indietro.

Un tempo il potere regale era conferito dalla regina, e il trono era matrilineare seppure con il subentrante patriarcato. il personaggio di Danao il padre delle 50 fanciulle, le costringe a sposare i cinquanta cugini, figli del fratello gemello Egitto. Ma su ordine del padre le figlie, le Danaidi assassinarono i loro mariti, tranne una che si ribellò “ Ipermestra”. Per consiglio di Artemide, Ipermestra salvò la vita di Linceo il quale aveva rispettato la sua verginità, e lo aiutò a fuggire. All’alba, Danao seppe che una delle figlie aveva disubbidito ai suoi ordini e la portò in tribunale affinché fosse condannata a morte; ma i giudici la assolsero. Linceo e Ipermestra poterono riunirsi e divenire marito e moglie.

Nella tragedia il padre di Ipermnestra, non subisce un’evoluzione positiva, al contrario si contorce nella propria ostinazione e minaccia di uccidere la figlia, unica tra le 50 figlie che gli ha disobbedito. L’amore Universale era il filo che univa le tre tragedie, e sarà proprio Afrodite, negli unici frammenti pervenuti a dirci: “Il sacro cielo sente il desiderio di penetrare la terra, la terra desidera le nozze: la pioggia, figlia del cielo, feconda la terra ed essa genera agli uomini le greggi e il frutto di Demetra, e i germogli di primavera maturano da queste umide nozze: di tutto ciò io sono la causa.”

Boccaccio inserirà la figura dell’eroina greca nel suo “De Mulieribus Claris”, interpretando la decisione di disattendere la volontà di Danao come espressione estrema della rettitudine morale della donna, diversa dalle sorelle che invece compiono la strage dei figli d’Egitto. Il padre diviene qui esclusivamente carnefice che tenta di «allungare la sua vecchiezza con le piaghe dei viventi figliuoli».

Metastasio si ispirò ai versi di Eschilo, e di Boccaccio per scrivere la sua Ipermnestra, con i famosi versi: “Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale: non si trattiene lo strale, quando dall’arco usci’ “. È sempre la parola che scagliata come la freccia di un arco, non può essere più fermata.

Anche Antonio Vivaldi volle cimentarsi nel raccontare in musica il mito, tanto che Ipermestra fu la seconda opera commissionata dal teatro della Pergola di Firenze a Vivaldi nel carnevale dell’anno 1727 dal Grandica Giangastone dei Medici.

Ipermnestra non è solo l’ennesimo modello greco specchio di un femminino asservito al maschio, anzi, attraverso la sua scelta consapevole la donna si pone su un piano superiore anche rispetto alle sue sorelle, che ubbidiscono ciecamente alla volontà paterna e per questo verranno condannate dagli dei. Invece Ipermestra dimostra d’essere, pur nello spazio limitato assegnatole dalla vita, interamente libera. Un vetro romano, conservato nel museo di Colonia, è l’unica ma sicura rappresentazione figurata del mito di Ipermnestra.

Ipermestra scrive a Linceo. Miniatura di Robinet Testard tratta da un suntuoso manoscritto delle Heroides di Ovidio nella versione tradotta in francese dal poeta Octavien de Saint-Gelais. Bibliothèque nationale de France.

Il Ferro, combustibile che può diventare un accumulo di energia circolare e riciclabile all’infinito. Di Elena Tempestini

Verso la metà dell’Ottocento, Alesandro Volta grazie alla sua invenzione della pila, aiutato da Luigi Galvani , iniziò la lavorazione dello Sheffield, tecnica di produzione di lastre di rame ricoperte di argento mediante l’azione del calore.

Conosciamo tutti i famosi articoli preziosi di “Sheffield”, località che nel medioevo era nota per la produzione di coltelli e poi di soprammobili. Già Chaucer la cita nei “Canterbury Tales”, i racconti di Canterbury , i quali sono arricchiti dalla conoscenza intellettuale e letteraria forgiata da modelli italiani molto influenti, quali Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma se ancora pensiamo al metallo inglese, non dimentichiamo che le leghe ferrose, l’acciaio, sono composte da ferro all’80%. Il ferro nativo di origine terrestre è raro, si trova sulla Terra grazie all’impatto con i meteoriti.

La sua provenienza era già, in epoche remote, proveniente in gran parte dalla Svezia, dalla Russia, e dagli Urali, cioè da una zona, a quei tempi estremamente remota, considerata ai confini di un mondo conosciuto. Ed era proprio negli Urali che lo zar Pietro il Grande aveva voluto far nascere un’importante industria del ferro. Per ottenerla l’ obiettivo dello Zar Pietro, fu quello di procurare alla Russia un accesso diretto al mar Baltico per incrementare i mercati dell’Europa occidentale. Ciò richiese una lunga guerra con la Svezia, che fu comunque coronata dal successo. Nel 1703 iniziò la costruzione di Pietroburgo, nuovo centro urbano, luogo sulle rive del Baltico, destinato a diventare capitale dell’Impero. Lo sviluppo dell’industria era però ostacolato dalla scarsità di imprenditori, di capitali, di tecnici e operai specializzati, nonché dalle difficoltà che incontrava la circolazione delle merci per effetto delle grandi distanze da percorrere e per mancanza di vie di comunicazione. Il concetto di monopolio e il non saper formare compagnie industriali, come in occidente resero il tutto ancora più ostico. La regione degli Urali, abbondava di giacimenti di ferro, e risorse forestali necessarie per la fusione del minerale, che all’epoca veniva effettuata in forni a legna. Se la popolazione in quel luogo era scarsa, lo zar ovviò al problema imponendo ai contadini delle regioni circostanti agli Urali, di andare a lavorare in quelle fabbriche per una parte dell’anno. Dopo non molto tempo, alla fine del secolo gli europei e gli inglesi in particolare, divennero in grado di fare a meno del ferro russo, grazie all’affermarsi di una modalità di lavorazione e sopratutto di combustione. Non era più necessaria la disponibilità di ampie risorse forestali, l’uso del carbone prese il posto della legna.

Dopo ossigeno, silicio ed alluminio, il ferro è l’elemento più diffuso nella crosta terrestre, ma è disperso. Secondo gli scienziati e ricercatori di Oxford, sono stati scoperti i probabili meccanismi con cui il ferro ha influenzato lo sviluppo di forme di vita complesse sulla Terra. Il ferro è un nutriente essenziale per quasi tutte le forme di vita terrestri, per crescere e prosperare, e l’uomo ben lo sa, perché se ha carenza, il corpo avverte solo stanchezza.

L’uso del telescopio James Webb sta valutando la quantità di ferro nel mantello degli esopianeti, in quanto le concentrazioni di ferro nella crosta terrestre sono rari. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences.”

Fotografia Telescopio James Webb di un esopianeta

Il ferro quale combustibile e motore dell’evoluzione

“Proceedings of the National Academy of Sciences.” Giornale di ricerca rigorosa di tutte le scienze biologiche, mediche, fisiche, sociali e politiche, ingegneria e matematica.

Fin dall’antichità, la mitologia ci ricorda Prometeo, il Titano che è descritto come “colui che vede prima”. Ma a Prometeo non basta aver rubato il fuoco agli dei, aver plasmato l’umanità, ma vuole trasmettere agli esseri che ha creato qualcosa che li renda diversi e superiori rispetto agli altri animali. Per questo decide di regalare loro il fuoco. Questa è la storia, ma oggi il nostro presente continua a cercare ai confini conosciuti le fonti per la combustione.

La storia di Prometeo, Epimeteo e Pandora è un conosciutissimo mito dell’antica Grecia, raccontato e raccontato all’infinito nel corso dei millenni. Forse perché è la storia stessa dell’umanità, un mito che spiega la creazione dell’uomo, la nascita della conoscenza, e racconta di un’età felice senza dolore e degli orribili inizi di una condizione di miseria, in breve della rottura fra gli dei e gli uomini.
Prometeo crea l’uomo – Miniatura in calcedonio, 30 a.C, circa

Gli scienziati “cosmochimici”, sono scienziati che studiano l’origine e lo sviluppo degli elementi chimici nel cosmo, con prove di laboratorio, sono riusciti a dimostrare che il ferro potrebbe essere nascosto dentro molecole, in uno stato che finora non era stato rilevato dalle osservazioni umane e dalle nostre conoscenze. Sappiamo che tutta la materia può bruciare aggiungendo ossigeno, ma trovare la giusta miscela e generare abbastanza calore fa sì che alcuni materiali brucino più facilmente di altri, per esempio il ferro che brucia non emette gas nocivi.

Prometeo dà vita all’uomo Jean-Simon Barthelemy, 1802

La scienza tecnologica ha dato risposte positive nell’usufruire di strutture e infrastrutture della ricerca spaziale da parte delle Istituzioni e Agenzie Governative. È lo studio di fenomeni fisici che aiutino gli scienziati a migliorare le conoscenze fondamentali in varie discipline, con la conseguenza di accelerare lo sviluppo di applicazioni innovative nei campi della tecnologia, dei processi industriali e della medicina. Le sperimentazioni che avvengono in ambito diverso da quello terrestre, devono superare l’assenza di gravità la quale si mostra nelle stazioni spaziali o nei veicoli che orbitano vicino alla terra. Per poter ovviare a questo “problema”, sono nate le “microgravity platform” , piattaforme per effettuare voli parabolici e torri di caduta. Ognuna di queste manovre permette di ottenere fino a circa ventidue secondi di assenza di peso.

Siamo ad un punto di conoscenza, di studio, nelle quali, le condizioni di microgravità possono dare un contributo essenziale alla realizzazione di applicazioni innovative, di esperimenti scientifici e allo studio di fenomeni fisici, chimici e biologici che potrebbero essere mascherati o modificati dalla gravità terrestre. Tutti elementi che dimostrano che il ferro potrebbe essere nascosto dentro molecole, e legato a strutture di carbonio che ne rendono difficile la rivelazione. Gli scienziati sono convinti di aver fatto un passo in avanti: Il ferro sarebbe legato al carbonio a formare lunghe catene molecolari, abbondanti nel mezzo interstellare. Il ferro come combustibile può diventare un accumulo di energia circolare e riciclabile all’infinito.

si è scoperto che in effetti il ferro c’è nel mezzo interstellare, ma non è tutto in fase gassosa: è legato a strutture di carbonio che ne rendono difficile la rivelazione alle nostre conoscenze

L’Impianto dimostrativo del combustibile ferroso è già attivo e funzionante a Budel, vicino a Eindhoven, nei Paesi Bassi. Utilizzando il ferro come fonte di combustibile, questo generatore può produrre 1 MW, un milione di watt di vapore in un’unità che si trova in un magazzino. Una tale centrale elettrica in ferro potrebbe produrre ancora più energia.

Catena di carbonio e idrogeno collegata a un agglomerato di Fe13 (gli atomi di ferro sono rappresentati in colore bruno-rossastro, il carbonio in grigio, l’idrogeno in grigio chiaro). Crediti: P. Tarakeshwar / Asu

L’utilizzo del ferro come fonte di combustibile sulla Terra è iniziato come un’idea circa un decennio fa. Ora la comunità dei combustibili metallici, è formata da centinaia di scienziati e ingegneri sparsi in tutto il mondo, ed è una tecnologia molto importante per combustibili alternativi privi di carbonio. L’ ENEA svolge attività a zero-gravità fin dal 2004, nell’ambito della ricerca sulla trasmissione di calore per applicazioni spaziali, in particolare per la strumentazione elettronica di veicoli spaziali, satelliti e stazioni orbitanti. Le Agenzie Spaziali, come l’ESA si stanno preparando a costruire avamposti lunari sostenibili, per questo motivo sono stati stanziati 57 milioni di euro dal PNNR il 6 aprile del 2023, per la costruzione delle Space Factory, per la progettazione di tecnologie innovative per i servizi di esperimenti scientifici in microgravità: la ricerca del miglior combustibile serve a fornire energia agli astronauti sulla Luna. Ma questa è solo una delle tante sfide da superare. Utilizzando l’energia solare, non solo le polveri di alluminio e silicio, ma anche dai minerali lunari, l’idrogeno e l’ossigeno possono essere sfruttati dal ghiaccio lunare trovato in grande abbondanza. L’idrogeno può essere utilizzato per convertire la polvere lunare che è ricca di ferro e titanio per produrre acqua e polvere di ferro. Le polveri metalliche e l’ossigeno del ghiaccio d’acqua possono essere usati come propellenti per razzi o per il trasporto via terra, l’acqua può essere usata come acqua potabile

Anelli di ghiaccio e lune, un inedito Nettuno immortalato da Webb
Dal telescopio dettagli del più lontano pianeta del Sistema solare

Dalle antiche Grandi Madri, a Iside, da Plutarco a Lucrezio, da Raffaello, a Goethe. Di Elena Tempestini

Oggi è la festa della mamma, la vera festa di tutte coloro che donano amore alla vita, di chi genera armonia e bellezza, e di chi condivide parti di se… e non vive per se. Mamma, madre. Colei che non festeggiamo oggi come una “generatrice” biologica, ma colei che sa accogliere , colei che simboleggia con le mani il sostengo, colei che accoglie e si prende cura, fin dai primi giorni, dell’esistenza di un essere umano. Sono le mani che stringono e abbracciano la vita. La madre è accoglienza pura. Una antica “leggenda” avvalora tutto ciò:

Re Salomone e i bambini

Giudizio di Salomone è un affresco (120×105 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1508 e facente parte della decorazione della volta della Stanza della Segnatura nei Musei Vaticani.

Re Salomone, nel primo libro dei Re, rende ancora più chiaro quanto appena detto. Un giorno andarono dal re due donne che abitavano nella stessa dimora e che da poco erano diventate madri entrambe, si presentarono dinnanzi a lui e una disse che il figlio della ragazza che l’accompagnava era morto durante la notte perché questa vi si era addormentata sopra e che questa aveva posto su di lei, mentre dormiva, il figlio morto, prendendo invece quello vivo. L’altra donna replicò che non era vero, che il figlio morto non era dell’altra e che non vi era stato alcuno scambio. Allora il re ordinò di farsi portare una spada e disse che avrebbe tagliato a metà il figlio vivo e che avrebbe dato una parte all’una e un’altra parte all’altra. La madre del bambino si rivolse al re dicendo in lacrime di dare il bambino all’altra donna, mentre l’altra rispose che il bambino non doveva essere di nessuna delle due e doveva essere diviso a metà. Il re disse: “Date alla prima il bambino vivo. Questa è sua madre”.

Giovan Battista Tiepolo e il “Giudizio di Salomone”

È storicamente appurato che la gran parte dei culti devozionali legati alla Vergine Maria del mondo Cristiano delle origini, derivi in modo diretto o indiretto dalla venerazione della grande madre, fonte universale di vita e divinità, simboli dei miti cosmogonici, i miti della creazione. Miti presenti sopratutto negli Assiri, nei popoli mesopotamici, negli egizi con la dea Iside, metafora della notte che genera il giorno. La venerazione per queste divinità era talmente diffusa, da non interrompersi con l’avvento del cristianesimo, ma confluendo con diverse accezioni “nei culti Mariani”.

Iside la grande madre dell’antichità

Tutti noi viviamo in mezzo alla storia, alla leggenda, a racconti che si tramandano attraverso un albero genealogico. Siamo divisi dalla dualità umana, che si alterna tra misticismo e razionalità e che si contrappone in un itinerario fatto di date storiche, importanti reperti archeologici, dipinti e affreschi che ci raccontano e accertano la storia. La grande madre, Iside, diviene, soprattutto nel I secolo d.C., la Dea-Madre più onorata in tutto il bacino mediterraneo e il suo culto si afferma con forza nella grande Roma. Iside è la più importante dea egizia appartenente all’Enneade, le nove divinità alla base della nascita del mondo secondo la mitologia egiziana. Era la dea della luna e della terra, del ciclo della fertilità, della maternità. Spesso raffigurata mentre allatta il figlio Horus in braccio, una simbologia che richiama la Madonna con il bambino Gesù.

Iside e la Vergine Maria

Una memoria storica, a tratti sconosciuta ma le cui tracce sono disseminate tra strade, piazze, chiese e porte antiche che attraversano da secoli tutto il mondo.

Venere di Willendorf(Austria, circa XXII millennio a.C.)
Grande Dea Madre (Collezione Mainetti, New York)

Perché io sono colei che è prima e ultima
Io sono colei che è venerata e disprezzata,
Io sono colei che è prostituta e santa,
Io sono sposa e vergine,
Io sono madre e figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono donna sposata e nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono colei che consola dei dolori del parto.

Io sono sposa e sposo,
E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
Io sono Madre di mio padre,
Io sono sorella di mio marito,
Ed egli è il figlio che ho respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono colei che da Scandalo e colei che Santifica.

Inno a Iside
(Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto;
risalente al III-IV secolo a.C.)

Dopo secoli di questa fascinazione, testimoniata in Erodoto come in Platone e Pitagora, un sacerdote di Delfi, Plutarco, dedicò il suo “Iside e Osiride” a Clea, anch’essa sacerdotessa a Delfi, nel tempio di Iside. È questa la più importante fonte greca sulla religione egizia. La sua intenzione è mostrare come si interpreta un mito. E a tutt’oggi è difficile pensare un testo dedicato al mito che sappia introdurre così magistralmente. Plutarco vuole indicarci la concordanza fra la dottrina sacra che si cela nelle vicende di Iside e Osiride e quella che Platone aveva insegnato, nonché la concordanza di significati fra dèi greci ed egizi. Io sono colei che, è che è sempre stata e sempre sarà, e nessun mortale ha mai alzato il mio velo.” ( Plutarco dopo averla letta su una statua di Iside)

Kircher, il grande astronomo del seicento chiamava Isias” Isidis per le sue antiche associazioni con Venere. Iside era anche associata al pianeta Venere e ad Afrodite e condivideva titoli e identità anche con Ishtar, il cui pianeta sacro era appunto Venere.

La Grande Madre, o Triplice Dea, o Dea Trina. è la Dea Natura, colei che crea traendo le cose da se stessa, quindi in realtà non crea ma si trasforma nelle pietre della Terra, nei suoi mari e fiumi, negli uomini, negli animali, negli alberi e nelle piante. Lei è la formica del formicaio, e il lichene sul sasso e la ragnatela del ragno perchè anche il ragno è la trasformazione di se stessa, perchè lei trasformandosi crea nuove forme con nuove capacità.

Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei
e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo.
Di lei cantarono un tempo i dotti poeti di Grecia
che dal trono su un cocchio guidasse due leoni aggiogati,
significando così che l’immensa molte terrestre
è sospesa negli spazi dell’aria
e che la terra non può poggiare sulla terra.(
Lucretius, De Rerum Natura)

Anche la costellazione del Toro a volte era indicata con il nome di Iside perché le corna di vacca spesso comparivano in raffigurazioni della dea che simboleggiava così il suo ruolo di madre del toro sacro.

La morte e resurrezione di Osiride simboleggiava la promessa di vita eterna agli iniziati, come la morte e resurrezione di Cristo garantisce l’eternità ai cristiani. Iside che concepisce il Dio Horus quando Osiride è già morto, quindi una concezione immacolata, la Dea che schiaccia il Tartaro sotto ai suoi piedi, dai molti nomi e dai molteplici colori che segnano la sua veste, richiama molto della Vergine Maria, l’immacolata che schiaccia il serpente. Per le Grandi Madri Grandi il serpente, era simbolo di terra e materia e quindi di istinto, la materia che Iside unisce allo spirito ma che la Madonna divide.

Goethe, anche dopo aver letto Plutarco, facendo leva sulla sua sensibilità, seppe cogliere la piena portata dell’espressione “le Madri”, tanto che nella seconda parte del Faust scende nel regno delle Madri.

La Madonna Sistina di Raffaello, oggi esposta nelle Collezioni della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. Simboleggia un’immagine dell’anima umana che viene generata dall’universo spirituale. Quest’anima partorisce a sua volta ciò che di più sublime l’uomo è in grado di generare: la propria nascita spirituale.

È Mefisto che può dare a Faust la chiave di accesso per quel regno, non è in grado di entrare lui stesso nel luogo dove regnano le Madri. Mefisto è infatti lo spirito del materialismo: egli si avvicina all’uomo con le forze e i poteri dell’esistenza materiale. Il regno delle Madri per lui è il puro nulla. Faust invece, l’uomo spirituale, è colui che tende verso lo spirito e che sa rispondergli: “Nel tuo nulla io spero di trovare il mio tutto”. per Goethe che questo regno delle Madri è quello in cui deve entrare l’essere umano quando riesce a risvegliare le forze spirituali sopite nella sua anima. L’ingresso in questo regno avviene nel grande momento in cui gli si manifestano Esseri e realtà spirituali. Tutto ciò che è dato ai nostri sensi viene generato nel regno delle Madri, come il metallo dentro la montagna proviene dalla sua matrice. Goethe ebbe presentimento di questo regno misterioso che genera maternamente tutte le cose fisiche e terrene.

Nella seconda parte del Faust, Goethe entra nel Regno delle Grandi Madri

Ed è questo il motivo perché Goethe si rivolge all’anima umana definendola il femminile eterno. Essa ci trae in alto verso lo spirito universale del mondo. Alla fine della sua opera Faust, Goethe si pone ancora di fronte al grande enigma della Madonna. Dalle rappresentazioni più antiche è più semplici, per arrivare ad autori come Michelangelo e Raffaello, che forse senza avere la piena coscienza, erano in estasi davanti a un sentimento della profonda verità contenuta nel mistero della Madonna.

Non poteva mancare Dante, che della propria madre, Gabriella di Durante degli Abati, morta quando il poeta era molto piccolo, parlerà molto poco, ma il termine “mamma” lo farà comparire molte volte, fino al paradiso luogo in cui la figura simbolo della madre delle madri, la Vergine Maria, è celebrata. Ora è Beatrice la guida di Dante. Una volta giunti nei pressi dell’Empireo appare davanti a loro la figura della Madre di Cristo, circondata dagli Apostoli. L’arcangelo Gabriele innalza un inno di lode a Maria, imitato da tutti i beati. Dopodiché ella ascende all’Empireo e mentre ella si allontana verso l’alto, i santi, per manifestare tutto il loro affetto, si protendono, si allungano verso l’alto, verso di lei. Dante li paragona a dei bambini che cercano di raggiungere la propria mamma tendendo le braccia:


“E come fantolin che ‘nver’ la mamma
tende le braccia, poi che ‘l latte prese,
per l’animo che ‘nfin di fuor s’infiamma”

(Par. XXIII, 121-123).

Plutarco, mito e verità

La chiesa del Gesù di Roma, misteri ed illusioni la costituiscono, come la famosa cupola che non c’è. La meraviglia sono gli affreschi e la costruzione del “Corridoio di Andrea del Pozzo” , una simulazione di linguaggio. Di Elena Tempestini

La chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, la Chieda del Gesù, fu costruita nel 1551 per volere del suo fondatore. La chiesa nasconde molti scenari misteriosi, come una grande tela attribuita ad Andrea del Pozzo che rappresenta il Santo che riceve da Cristo il vessillo con il trigramma”IHS”. Il “mistero” è che ogni giorno alle 17,30, la tela, diviene un immenso sipario che scende grazie a un meccanismo a bilancieri e svela l’opera che si trova dietro. Una macchina barocca che definisce l’intera cappella come una sorta di teatro e che vuole rappresentare il percorso spirituale di Sant’Ignazio. La chiesa custodisce sorprendenti illusioni ottiche ad opera del genio di Andrea Pozzo, celebre autore di affreschi e trompe-l’oeil. Appena varcata la soglia della Chiesa, sul pavimento si possono ammirare le particolari geometrie dei marmi che portano al centro della navata in cui formano un cerchio. Da questo preciso punto, alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il fantastico affresco con la Gloria di Sant’Ignazio (1685), sempre di Andrea del Pozzo, che tramite l’effetto di “sfondamento” o “quadratura” del soffitto lo fa sembrare alto il doppio di quanto sia realmente, offrendo agli occhi dello spettatore la simulazione prospettica di una seconda chiesa tridimensionale che “poggia” direttamente su quella reale. Ma c’è anche una cupola finta, il soffitto è piatto e al di sopra è stato applicato un dipinto prospettico su tela: è solo un’illusione ottica tridimensionale. Infatti, se da quel tondo sul pavimento ci si sposta lateralmente, la cupola assume tutt’altra prospettiva e perde completamente di significato.

Corridoio dal Pozzo

Questo ingegnoso espediente venne ideato dal Frate pittore per sopperire alla mancanza di fondi destinati alla costruzione della cupola. Ma si dice anche che siano stati gli stessi abitanti del quartiere Campo Marzio a non volerne la costruzione. Essa, infatti, avrebbe oscurato il sole. Ma come non soffermarci sullo spettacolare Corridoio di Andrea del Pozzo. Costruito su disegno del matematico gesuita Orazio Grassi, in base ai progetti del Maderno, il frate pittore Andrea Pozzo, dipinse gli affreschi del corridoio che conduce alle quattro stanze della Casa professa dei gesuiti. Laddove, cioè, il santo Ignazio di Loyola visse i suoi ultimi 12 anni fino alla morte, datata 1556. Se all’apparenza sembra un corridoio di passaggio per accedere alle camere di Sant’Ignazio non è proprio cosi. Sono tredici metri e mezzo di corridoio, stretto e lungo, ma si ripropone la genialità di del Pozzo.

Mentre si cammina, ad ogni passo, l’affresco sembra muoversi intorno quasi fosse vivente e seguisse chi lompercorre: le travi dipinte sulla volta si curvano; le mensole che le sorreggono sembrano cadere; e le architravi sembrano piegarsi. In altre parole, le pitture dei miracoli del santo paiono deformarsi, trasformarsi in vere e proprie creature mostruose e il pavimento, comincia a diventare sempre più scosceso. Più si avanza in questo corridoio più l’ambiente cambia, praticamente seguendo i movimenti di chi lo percorre. Lo spazio trasfigurato del corridoio non dà solo l’impressione di essere più lungo, ma sembra camminare insieme a noi. Per questo, molti definiscono il corridoio, e l’effetto prospettico della sua architettura, come una sorta di pellegrinaggio ignaziano. Solo alla fine, dopo esservi sottoposti alla trasformazione e alla “magia” degli affreschi del Corridoio del Pozzo, si arriva alle stanze private del Santo.

La famosa scuola chirurgica Preciana, la migliore di Europa che operò di cataratta Elisabetta I nel 1588. Di Elena Tempestini

Elisabetta I soffriva di una cataratta che le impediva quasi completamente la vista. Dopo essersi informata sui migliori chirurghi dell’epoca, scelse Cesare Scacchi, un chirurgo di Preci, un borgo vicino a Perugia. Il chirurgo apparteneva ad una importante scuola di chirurgia che si era sviluppata attorno al centro culturale e religioso dell’Abbazia Benedettina di Sant’ Eutizio. La scuola chirurgica Preciana era famosa in tutta l’Europa, con l’appellativo di “Pulchra Sabina Preces Prisca Chirurgis Patria”: La bella Sabina prega Prisca Chirurghi Paese”.

Scuola chirurgica di Preci nell’Abbazia di sant’ Eutizio

La scuola fu nota per la conoscenza chirurgica di patologie dell’occhio quali la cataratta, e per l’urologia e il trattamento dei calcoli renali. Nella scuola si seguiva la regola di San Benedetto, il quale era nato nella vicina Norcia. Benedetto in persona chiedeva ai suoi monaci di imparare l’arte della chirurgia e l’arte della farmacologia.

Manoscritto della scuola chirurgica di Preci

«infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda es” “Devi prenderti cura dei malati prima di tutto” ( San Benedetto)

Con il quarto Concilio lateranense del 1215, fu vietato ai monaci l’arte chirurgica, potevano solo occuparsi di piante officinali per la farmacologia, ma non più esercitare la chirurgia che li avrebbe distratti dal loro ruolo teologico – spirituale.

Manoscritto della scuola di Preci

Per questo motivo, anche quali “intermediari” dell’antica Scuola Medica Salernitana, la prima e più importante istituzione medica dell’Europa Medioevale, l’antesignana delle moderne università, i monaci Benedettini insegnarono ai propri concittadini l’arte della chirurgia. Si consolidò in ambito prima contadino e familiare, con esperienze tramandate di padre in figlio, fino a costituire nel tempo vere e proprie dinastie di chirurghi. Le famiglie di chirurghi preciani raggiunsero l’apice della propria fama nel Cinquecento. La regina Elisabetta I, giorno dopo giorno vedeva sempre meno avendo il terrore di divenire cieca.

L’intervento era rischioso, ma non c’era in tutta l’Inghilterra qualcuno che avesse le capacità e le conoscenze adeguate per affrontare la difficile operazione. Il migliore medico al mondo abitava in Italia, il suo nome era Durante Scacchi, nativo di Preci, un piccolo borgo umbro conosciuto per la scuola chirurgica di Preci, famosa per aver dato i natali ai chirurghi più famosi dell’epoca. Ma vi era un ostacolo insormontabile. Durante Scacchi era il medico personale di Sisto V, il papa cattolico, grande nemico della regina Elisabetta I. Per l’Archiatra non è una scelta facile, è lusingato di essere stato scelto dalla regina, ma non si può creare un “caso diplomatico” nei confronti del Papa . Ed è allora che il chirurgo ebbe una brillante idea da riferire ai messaggeri londinesi, gli propose il nome di un altro medico, il suo allievo prediletto, che altri non era che suo fratello: Cesare Scacchi, notissimo per la sua perizia in anatomia e chirurgia.

Operazione della cataratta

Cesare Scacchi affrontò il viaggio a Londra dove ebbe molti incontri con i medici inglesi della corte. La salute di Elisabetta non solo era “un affare di Stato”, ma anche un segreto che tale doveva rimanere, chiuso a chiave. I nemici del trono che affollavano la Torre di Londra non dovevano sapere di questo “inconveniente” che rendeva debole la Regina. Elisabetta parlava sei lingue in modo fluente e da giovane, nei duri giorni dei sospetti e della prigionia, aveva studiato l’italiano. Furono giorni di intesi scambi tra la regina e il suo chirurgo, che le raccontò della scuola chirurgica di Preci. Il loro successo era dovuto anche alla grande attenzione che prestavano all’igiene e alla sterilizzazione degli strumenti usati nelle operazioni. Purtroppo le infezioni erano la causa più frequente di morte. I preciani introdussero l’uso del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie. Erano famosi anche per le medicazioni con impasti di erbe officinali, che favorivano una rapida cicatrizzazione delle ferite.

Elisabetta I

Arrivò il giorno dell’operazione, Cesare Scacchi prima bendò l’occhio che non era oggetto dell’operazione. Poi, con mano ferma, introdusse un ago d’oro nel bulbo oculare: raggiunse la cataratta e con una abile rotazione l’abbassò sotto la pupilla. Poi ripeté l’operazione sull’altro occhio, usando l’altra mano. Dopo nove giorni di cure la regina recuperò la vista e il buonumore. Il chirurgo preciano seguì il decorso post operatorio fino alla completa guarigione della importante paziente. Elisabetta I, felice di aver riavuto la vista, in segno di riconoscenza, ricompensò il medico umbro con mille scudi d’oro.

Elisabetta I

La Regina fu salvata, Dio le aveva concesso nuovamente la vista, il popolo, felice celebrò la sovrana. Elisabetta I aveva 55 anni e regnava da 30 anni, era all’apice della sua potenza. Ma il 1588 sarà un anno nefasto per la Regina conosciuta come la “Vergine Guerriera”, quell’anno morirà il suo amatissimo Leicester, l’antico favorito. Leicester era l’amante, ma anche il consigliere fidato che, come nessuno conosceva il suo carattere e i suoi segreti, sapendole stare vicino anche nei momenti difficili come quello dell’operazione. Una “leggenda “ si tramanda da secoli, grazie alle infermiere della scuola chirurgica di Preci, le quali provenivano dalla vicina Norcia, sembra che Elisabetta I appena tolse le bende e vide che i suoi occhi vedevano bene, riferendosi alla sua infermiera esclamò: “grazie nursia” . Da questa esclamazione si pensa che il termine inglese “nurse” richiami proprio la città di Norcia.

Edoardo VII, conosciuto come il “pacificatore”, era il nonno di sangue reale della nuova Regina Consorte inglese Camilla. Firenze fu testimone di questo amore che finì con la morte del Re proprio il 6 maggio del 1910. Di Elena Tempestini

Camilla è la nuova Regina consorte di Inghilterra, ma non proprio l’ultima arrivata perlomeno le sue discendenze hanno molto dì REALE e dì Firenze.

La figlia del Granduca di Toscana Francesco I, Enrichetta Maria, sposerà il Re Carlo I Stuart e sarà madre a sua volta dì due Re che siederanno sul trono inglese: Carlo II e Giacomo II Stuart, nonna di altre due regine e un re: Maria II Stuart, Guglielmo III d’Orange e Anna Stuart e zia paterna di Luigi XIV il Re Sole. Andiamo avanti nel tempo, siamo a fine del 1800 ed entrano in scena due aristocratici inglesi. George Keppel discendente dì Carlo II Stuart, nipote dì Maria dei Medici, e dì Lady Alice Frederica Edmonstone figlia dell’ammiraglio William Edmonstone di antico lignaggio scozzese coniugata Keppel.

George ed Alice Keppel

Alice era una donna bellissima per la quale il Re Edoardo VII perse letteralmente la testa. Ed ecco che la città di Firenze sarà protagonista della case regnanti inglesi .

Alice Keppel

Alice e George Keppel ebbero la prima figlia nel 1894, Violet Trefusis. Ma è nel 1898 che Alice Keppel diventerà l’amante UFFICIALE e riconosciuta di Re Edoardo VII. Il Re, figlio della regina Vittoria, si trovò a gestire l’impero coloniale più grande del pianeta, compito che la fine della seconda guerra anglo-boera (1902) gli rese meno gravoso, ma che si complicò con il riarmo navale della Germania.

Re Edoardo VII

Contribuì a riavvicinare il Regno Unito agli Stati Uniti, alla Russia, all’Italia e alla Spagna. Assunse anche delle iniziative di politica internazionale autonome e, coadiuvato dal ministro degli Esteri Lansdowne, concorse in modo decisivo alla stipula dell’Entente cordiale con la Francia al quale rimarrà vicina, con grande amore e dedizione fino alla morte del Sovrano. Nel 1900 durante la loro relazione, resa “ufficiale”, Alice ebbe la seconda figlia, Sonia Keppel. Sonia era la figlia del Re Edoardo VII. Sonia Keppel sposò Roland Cubitt, terzo Barone di Ashcombe dal quale ha avuto la figlia Rosalind Cubit sposata con il colonnello Shand, dal quale matrimonio nasce Camilla Shand. Camilla Shand diviene Camilla Parker Bowles e da oggi 6 maggio 2023 è la regina consorte del Re di Inghilterra. La nonna di Camilla, Alice Keppel, dopo la morte del Re Edoardo VII, si trasferì prima a Londra e poi a Firenze comprando Villa l’Ombrellino a Bellosguardo. La villa precedentemente era stata la casa dello scienziato Galileo Galilei e del grande poeta Foscolo.

Villa l’ombrellino Firenze

Violet Trefusis, diventerà famosa per la relazione con la poetessa Vita Sackville-West che per lei lascio’ Virginia Woolf. Relazione che continuò anche dopo i rispettivi matrimoni. Una storia che fece scalpore, raccontata anche da Virginia Woolf nella sua opera “Orlando”. Violet diventerà una scrittrice, un talento puro, una raffinata linguista. Tra i suoi libri c’è un ironico racconto ( che ho personalmente letto e che consiglio) descrizione della società fiorentina degli anni 30 del XX secolo, “Pappagalli sull’Arno”.

Sonia Keppel, vivrà sempre nel Regno Unito, la sorella Violet, cittadina del mondo, si stabilì a Firenze fino alla sua morte nel 1972 facendo seppellire presso il cimitero degli Allori il suo corpo ma il suo cuore sotto una torre in Francia. Praticamente Camilla è diventata regina consorte, ma è inevitabile raccontare delle sue discendenze reali, del sangue

George ed Alice Keppel riposano nel cimitero degli Allori di Firenze con una delle figlie: Violet Trefusis. La sorella, nonna di Camilla è sepolta
Carlo III E CAMILLA

Nelle Grotte Vaticane troviamo il Sepolcro degli Stuart, realizzato da Antonio Canova. Stendhal, definì i due angeli del Canova una delle maggiori opere d’arte europee:

“Di fronte c’è una panca sulla quale ho trascorso le ore più dolci del mio soggiorno a Roma. Soprattutto nell’approssimarsi della notte, la bellezza di questi angeli appare celestiale. Giungendo a Roma bisognare venire presso la tomba degli Stuart per provare se si abbia per caso un cuore fatto per comprendere la scultura“

Sepolcro degli Stuart nelle grotte vaticane, scolpito da Antonio Canova

Molti documenti, che riguardano Alice Keppel e Violet Trefusis sono conservati presso la Yale University Library.

Calendimaggio l’Amor Cortese scritto e cantato. L’Occitania, Francesco d’Assisi, Dante e il latino d’Oc. Di Elena Tempestini

Pica de Bourlemont, proveniente dalla Provenza e madre di Francesco di Assisi.

Calendimaggio, canti, maggiolate e serenate. Maggio è il mese delle rose e della Madonna, con origini medievali, quando nel tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia, si pensò che alla Madonna, la creatura più Alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine. Maggio, mese della Madonna, che nel medioevo simboleggiava “la mia donna”, come a Parigi la meravigliosa “Notre Dame” è un dono che significa “Nostra Signora”. Ovunque la Madonna viene chiamata Nostra Signora, per gli Etruschi era la Dea Turan che significava “La Signora”. Nell’antica Roma era la dea Maia e sempre a lei erano dedicate anche le rose. La dea Maia veniva festeggiata il primo Maggio, ed è a lei che si attribuisce la radice “Ma” come Madre, radice che appartiene anche al nome di Maria.

Mosaico dell’antica Roma raffigurante la dea Maia

Alla fine del primo millennio, intorno al 960, in tutte le terre occitane, terre che si estendevano dal sud della Francia fino ai piedi dei Pirenei, vi erano i menestrelli, i trovatori, cioè coloro che erano compositori ed esecutori della poesia musicale. Le opere trobadoriche sono note principalmente attraverso le raccolte manoscritte che presero il nome di “Canzonieri”.

Dall’Occitana, precisamente dalla Provenza proveniva la madre di Francesco di Assisi, la nobildonna Pica de Bourlemont, probabilmente di religione Catara, dalla quale Francesco prese il concetto di servizio ai poveri e rifiuto della proprietà. In terra d’Occitania si parlava, e sopratutto si scriveva l’antico “latino d’oc“, il vero archetipo di tutte le lingue padane, del provenzale, del catalano, dell’aquitano, ed ovviamente delle forme moderne di occitano e linguadoca. Dante scriverà nella “Divina Commedia” dei versi in lingua Occitana che farà dire a Arnaut Daniel, il grande trovatore che poetava in lingua d’oc. L’aver messo nel suo poema otto versi in lingua occitana fu un grande atto di coraggio per il Sommo Poeta, un atto che oggi forse non comprendiamo. Non fu solo un gesto di ringraziamento ad una lingua che fu la prima poesia europea in volgare, ma con quei versi, Dante prende una posizione importante e si schiera dalla parte dei vinti e non da quella dei vincitori, per evincere i valori condivisi tra il Sommo Poeta e il messaggio di Amore Universale dei trovatori. Vi era “l’anima austera e segreta della raffinatissima civiltà dei trovatori” scrisse Denis de Rougemont, saggista e filosofo svizzero. Ai tempi era in atto una feroce persecuzione e Dante era costretto a esprimere il suo pensiero con molta attenzione, celandolo tra le righe:

Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

(Purg.XXVI, 140-147)

Arnaut Daniel, e le terzine Provenzali

È l’Amore Universale che Dante nell’XI canto del Paradiso parlando di Francesco d’Assisi, descriverà nelle nozze mistiche con “Madonna Povertà” . Perché tutti gli ordini religiosi hanno per “amante” la povertà, ma solo uno, Francesco, avrà l’Amore di sposarla.

Nozze mistiche di Francesco e Madonna Povertà, Basilica di Assisi

È così sarà Beatrice, simbolo d’Amore, Sapienza e ansia eterna di Bellezza. Nel “Convivio”, Dante scriverà che l’amore per una donna, diventerà amore per il sapere, per la conoscenza, incarnata e incontrata proprio nel mese di maggio, in casa del padre di Beatrice, Folco Portinari.

Convivio significa “banchetto”, questo perché lo scopo di Dante era quello di donare il “cibo della sapienza” a coloro che non se lo potevano permettere. Il poeta voleva inserire nell’opera tutti i temi della cultura del tempo, inerenti alla filosofia, alla teologia e alla politica.

Ma già in Occitania, cento anni prima che Dante scrivesse la Commedia, un menestrello, Raimbaut de Vaquerais , scrisse una poesia composta per essere cantata con l’accompagnamento di una musica ritmata e allegra sulla quale era ed è possibile ballare: “Kalenda Maya”, dedicata alla più bella e coraggiosa Dama di Corte di nome Beatrice, colei che Raimbaut de Vaquerais non toccherà mai fisicamente, ma verso la quale il menestrello si porrà al suo servizio con la stessa dedizione con cui un cavaliere della tavola rotonda servirebbe la sua dama: Amore fu, era l’Amor Cortese.

Kalenda Maya Branduardi

l’Occitano antico era la lingua dei poeti, ed essendo, al tempo, tutte le poesie provviste di musica, i poeti erano compositori ed esecutori di musica. Lo stesso italiano può essere considerato una variante dell’occitano antico, come lo sono il catalano, l’occitano moderno, il provenzale, la linguadoca, e molte lingue locali, quali il piemontese. Assisi ha scelto la dimensione medievale come seme delle proprie radici e della propria memoria storica. Questo “vissuto” medievale esplode nel Calendimaggio che possiamo trovare in quasi tutte le nazioni europee.

Ma è proprio ad Assisi che ancora oggi è tenuta viva la festa del Calendimaggio.

La città di Assisi è divisa in due parti: la “Nobilissima Parte de Sopra” e la “Magnifica Parte de Sotto”, ciascuna delle due formata da tre terzieri che ogni anno si sfidano dando vita al “Calendimaggio”, un rito medioevale reale che lega il passato al futuro. A maggio si celebrava la rinascita, il ritorno alla vita della natura dopo la sua morte durante l’inverno. Vita della terra e vita delle donne e degli uomini che sulla loro terra vivevano. Negli Anni Venti del secolo scorso, la città di Assisi ha riportato in luce questi riti. Sospesi durante la guerra, sono ricominciati negli anni cinquanta e mai interrotti fino all’arrivo Covid. Dal 4 al 7 maggio del 2022 sono riprese le celebrazioni.

La curva geometrica “RODONEA” dal greco rhòdon, Rosa. Di Elena Tempestini

Rodonea

Inizia maggio il fiorir delle Rose. È il mese del Calendimaggio l’antica festa delle calende romane in cui si onorava la dea Flora, colei che accoglie la natura della primavera.

La Rosa è un simbolo spirituale è una perfetta forma matematica geometrica. È formata da una curva rodonea chiamata anche rosa di Grandi: Luigi Guido Grandi, pseudonimo di Francesco Lodovico Grandi, il matematico che la battezzò e la studiò intorno al 1725, proprio a Firenze nel Monastero Camaldolese. Nel 1703 pubblicò il libro “La quadratura del cerchio e dell’iperbole”, al cui interno scoprì lo stesso paradosso matematico intuito anche da Leibniz. In natura non esistono, come avviene invece in matematica, due realtà perfettamente identiche, quindi l’azione umana è sempre determinata da una precisa causa, magari a noi sconosciuta ma esistente

Ma è la matematica che spiega la realtà, o la realtà che crea la matematica?

L’affermazione di Galileo “Il libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica” è stato un principio guida della scienza dalla rivoluzione scientifica. La questione del rapporto tra matematica e realtà è diventata sempre più urgente nel corso dell’ultimo secolo poiché la fisica sta facendo passi da gigante. L’idea dell’universo quale gigantesco computer chiamato dalla scienza Web cosmico, e la convinzione che ogni cosa, inclusa la nostra esperienza cosciente, sia un’informazione che è di per sé digitale o che può essere digitalizzata senza perdita, potremmo azzardarci a dire che è una manifestazione “moderna” del pitagorismo? La fisica è matematica non perché sappiamo così tanto sul mondo ma perché sappiamo così poco; sono solo le sue proprietà matematiche che possiamo scoprire ”(Bertrand Russell in An Outline of Philosophy , del 1927)

La geometria nei fiori: del matematico Guido Grandi

Il segreto della Rosa, di tanta bellezza è la matematica. La Rosa è un simbolo di millenaria antichità, un archetipo che a seconda del periodo storico, del luogo geografico o delle usanze di ogni epoca ha trasmesso, rappresentato il suo simbolismo. La purezza e la perfezione, la sensualità e l’amore passionale, il segreto e la riservatezza, l’elevazione spirituale, l’eternità e la decadenza della vita terrena.

Nella rosa il bene e il male si intreccia, è la polarità umana, l’associazione alla bellezza più eterea e la contemporanea presenza di pericolose spine lungo il loro stelo. Fiorire e sfiorire non è solo un concetto “filosofico spirituale”, non è solo l’atavico conflitto tra scienza e spirito, bensì la dimostrazione di come in natura vi siano dei modelli matematici frutto di precisi calcoli sintetizzati da un’ equazione.

La curva algebrica chiamata RODONEA, dal greco rhódon = ròsa, è una curva che crea degli avvolgimenti attorno ad un punto centrale, esattamente come osserviamo in una rosa ρ=Rcosώθ , praticamente una “grande linea evolutiva”.
“la rosa è senza perché, fiorisce poiché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista”. ( Angelus Silesius)

Angelus Silesius, nato Johannes Scheffler, mistico tedesco

“ I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio” diceva Leonardo da Vinci.
Solo chi sceglie di guardare oltre e dentro la forma, può sorprendersi un giorno nello scoprirsi intento a osservare con altri occhi qualcosa che ha sempre avuto davanti.

Le Rose, i Rosoni di Luigi Grandi, la curva Rodonea

Vincita o sconfitta, la grande sfida di questa epoca. Crescere in consapevolezza può far nascere il timore di tornare indietro. Di Elena Tempestini

Molti anni fa, durante un torneo di tennis fui scelta come testa di serie di una squadra. Riuscì a vincere quasi tutte le partite, tranne l’ultima. Nonostante il buon vantaggio, persi ai tie-break

in una maniera quasi ridicola. Uscì dal campo e mi venne urlato dall’allenatore che avevo perso, non per mancanza di tecnica ma per la mia “paura di vincere”.   

Questa frase, durante le fasi della vita mi è ritornata alla mente in più occasioni, perché saper vincere non è così facile, ma è sicuramente più facile che saper perdere senza cercare i colpevoli al di fuori di noi stessi.

Noto oggi che si sta concretizzando una nuova cultura della sconfitta, atta ad  esaltare una effimera cultura della vittoria. 

Sconfitta e vittoria sono l’estrema espressione della competizione, ma attenzione sono anche due grandi ingannatori, in quanto sono le due facce di una stessa medaglia.

Nike è la dea della vittoria, raffigurata come una donna con le ali; da qui, l’appellativo di Vittoria Alata. La troviamo sulle medaglie Olimpiche.

La paura di vincere è spesso celata nel nostro profondo, la temiamo e soprattutto siamo intimoriti a parlarne pubblicamente. La paura di vincere interessa tutte le persone che ambiscono e al tempo stesso temono di raggiungere obiettivi importanti e conseguire risultati positivi. Sembra così assurdo? No non lo è, e rileggendo la lettera scritta al proprio figlio dallo scrittore britannico e premio Nobel per la letteratura nel 1907, Rudyard Kipling , possiamo capire un po’ meglio:

Rudyard Kipling, britannico premio Nobel per la letteratura nel 1907. Autore di libri senza tempo come il “libro della giungla”, scrisse una lettera a suo figlio intitolata “Se”.

SE

“Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te

l’hanno persa e danno la colpa a te,

se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,

ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.

Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,

o essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,

o essendo odiato, non dare spazio all’odio,

senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;

se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo,

se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta

e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto

Distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui,

o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,

e piegarti a ricostruirle con strumenti usurati. Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio di una monetina,
e perdere, e ricominciare daccapo
senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
o passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con la gente comune,
se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.
Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
dando valore a ognuno dei sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!”

 

Kipling evidenzia i due impostori, successo e sconfitta, da trattare allo stesso modo, il sapersi liberare dal timore di deludere, di sbagliare, dalla paura di non essere all’altezza delle aspettative delle persone che amiamo, dall’ansia di dover mantenere il prestigio sociale che deriva dalle vittorie. Eppure sappiamo, sperimentiamo e comprendiamo che la vita è composta di alti e bassi, di momenti vincenti e momenti nei quali ognuno di noi perde qualcosa. Nella vita si presentano ostacoli, alcuni dei quali rischiano di sfuggire alla nostra illusione di controllo. Tuttavia, spesso, non sappiamo, che è la nostra mente che ci mette alla prova, in poche parole, ci “autosabotiamo” per paura del cambiamento e delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

 

 

 

Perché la sconfitta, se così si può chiamare, ci spaventa  tanto? 

 

Forse la nostra è un’epoca in cui la vittoria sembra essere l’unico metro di misura per decretare  il bene e il male di una persona, il giusto e lo sbagliato, il valore più superficiale. A volte il successo può “coprire” molti errori, al tempo stesso importanti azioni di valore possono finire nel caos di una sconfitta.  È un perverso iter che ci imponiamo per voler primeggiare a tutti i costi. Accade nella vita di tutti noi: inizia con la scuola, dove gareggiano i genitori quali procreatori di futuri geni delle scienze, delle lettere o possibilmente dello sport più remunerativo. A volte nessuno si pone il problema che un figlio diventi una persona priva di talento volontario, l’importante è che sia capace di sapersi vendere ad un pubblico sempre più affamato di vite complesse da esibire in pubblico. Non c’è la preoccupazione di una preparazione fatta di studio e fatica, l’importante sono le scorciatoie per realizzare denaro e fama, per divenire coloro che hanno conquistato quello che oggi è il successo. È come se la vittoria  potesse divenire uno scudo contro tutte le nostre ansie e paure quotidiane.  Poi  c’è il lavoro, ovvero sarebbe meglio chiamarlo il ruolo del lavoro, il ruolo può divenire soggiogante, la conquista di una identità da poter da esercitare sugli altri per ottenere un sorta di rispetto di apparenza. E la vita privata? A quale costo è vissuta? In questo caso la sconfitta non è prevista, non è assolutamente contemplata, sarebbe un fallimento difficile da elaborare, un lutto che imporrebbe l’esclusione dalle relazioni sociali. 

 

La sconfitta oggi viene ritenuta una debolezza?

 

Gli errori sono protagonisti della nostra esistenza, noi tutti abbiamo bisogno di sbagliare per comprendere, a patto ovviamente di trarne la giusta lezione che ci servirà per andare avanti nel cammino della vita, una caduta che ci insegni a saperci rialzare. Praticamente non tutti quelli che “errano” si sono persi.

 

Per quanto possa sembrare strano, alle volte, abbiamo proprio bisogno di commettere sbagli. Sbagliare, un verbo che ha un’etimologia particolare: deriva da abbagliare, che a sua volta deriva da bagliore, ovvero dal latino “balium”, variante di phaliós ‘bianco, lucente’, quindi con davanti la s- sottrattiva, il significato diventa “senza luce”.  Come se i nostri errori togliessero in qualche modo luce, trasparenza alla nostra vita. Sbagliare non è mai piacevole, ma è una condizione umana che dobbiamo accettare, in alcuni casi è anche liberatoria. Solo conoscendo i nostri limiti, possiamo liberarci  delle nostre paure e imparare dai nostri errori. Ci sorprenderà  apprendere che ogni errore, non solo è un’opportunità di consapevolezza, ma è la chiave di volta per crescere, per stupirsi ed attivare il nostro motore dell’apprendimento .

È la nostra epoca sempre più velocizzata che conferisce significato solo alla vittoria, che non prevede errori e non contempla la sconfitta, o perlomeno la considera come qualcosa di degradante, di cui vergognarsi. Ma è proprio nella sconfitta che avviene il miglioramento della nostra vita, la rinascita, la “lezione” per imparare la cosa più importante per l’essere umano, avere il coraggio di cadere per imparare a sapersi rialzare. Non esiste essere umano che vinca sempre, si insegna ad esaltare il “successo” e si denigra la sconfitta. Una vita costruita sul mito dell’eroe, che non ci aiuta a crescere. È la vita che pulsa, che chiede di essere alimentata dallo stupore, perché tutto finisce quando ci si arrende, quando non si ha più la volontà di commettere errori, quando siamo disposti a subire la vita per non doverla vivere con tutte le sue incognite. Il concetto di sconfitta non è la fine, non è il fallimento, bensì l’accettazione di una condizione per un nuovo inizio. Non sempre è la conseguenza di un demerito, anzi, più siamo disposti a riconoscerlo, più aumentano le possibilità di superarlo, ma sopratutto di ribaltarlo a nostro favore. È un’epoca nella quale non “educhiamo, non contempliamo la comprensione della paura” del superamento dell’errore, della sconfitta per dimostrare a noi stessi che siamo in grado, che abbiamo i mezzi e le risorse per rialzarci. Accettare, riconoscere la sconfitta dimostra il coraggio di riprovarci. In cambio la vittoria ci ricorda che non può mai essere definitiva, non permette di sedere sui suoi allori. Essere capaci di sorridere alla vita, dopo una sconfitta, quella si che è la vera vittoria finale.

Il destino dell’uomo è quello di essere unito, non diviso.

 

 

 

Mary Quant: la stilista che inventò la “minigonna” simbolo della libertà femminile e dell’automobile che la ispirò nel nome, la Mini Cooper. Di Elena Tempestini

Scompare a 93 anni la stilista britannica che 60 anni fa diede vita a uno dei capi più moderni e femministi di sempre. Amato ancora oggi dalle donne di tutto il mondo.

Nel 1965 (Photo by Keystone/Getty Images)

Christian Dior criticava la gonna corta perchè metteva in mostra l’antiestetico ginocchio di tutte le donne, ma erano gli anni dove Londra era l’ombelico di una nuova ventata di primavera. L’automobile Mini Cooper era il simbolo di quella libertà che premeva sull’accelleratore.

“E’ stato dato a pochi fortunati di essere nati nel tempo giusto, nel posto giusto, e con i talenti giusti. La moda di oggi è fatta di tre persone: Chanel, Dior e Mary Quant.” (Ernestine Carter)

“Non avevo il tempo di aspettare la liberazione delle donne, e così ho fatto da sola”. Figlia di due professori universitari, destinata a diventare a sua volta insegnante, rifiuta il tranquillo destino che la famiglia ha scritto per lei e a 16 anni va a vivere da sola a Londra. Qui conosce quello che diventerà suo marito, Alexander Plunket Greene, rampollo di una nobile famiglia inglese. Con lui conduce una vita da “Bohémien” e, nel 1955, comprano casa in uno scantinato, aprono un ristorante, e al primo piano una boutique Bazaar. La casa era sulla King’s Road. Mary Quant propone capi che compra all’ingrosso, ma in pochi mesi disegna e produce la moda che lei stessa crea per le sue clienti. Impara, studia, segue corsi serali per tagliare e modellare le stoffe stampate, secondo un nuovo linguaggio e una nuova idea di femminilità. Nel suo negozio inizia una vera rivoluzione sociale: si possono bere “free drinks”, ascoltare musica a tutto volume e rimanere a chiacchierare fino a tarda sera.

Mary Quant non si è limitata a creare un dettaglio di abbigliamento, con le sue idee e la sua creatività, ha avviato un nuovo modo di vivere, di comprare e di indossare le giornate quotidiane. È lei che abbina e crea le calze colorate a vista, i pantaloni, gli abiti a sacchetto, i capelli corti con le frange lunghe, i caschetti corti e gonfi di Vidal Sassoon il Parucchiere stilista che ha inventato il “bob cut”, tutti simboli della stagione di emancipazione femminile.

Vidal Sassoon e Mary Quant


Il Sessantotto arrivò in quel clima con la sua carica sociale rivoluzionaria portandosi dietro l’amore libero, la pillola anticoncezionale, i capelli lunghi, e i jeans, era nata un’ideologia di libertà e non una dottrina economica.

Il 15 Aprile 1966 un articolo del “Time” coniò il termine “Swinging London” per sancire uno stato di fatto: Londra era la città dove tutto si muoveva, la capitale indiscussa della musica, della moda, dell’arte. Non solo la minigonna di Mary Quant, ma anche la musica dei Beatles, il fenomeno cinematografico di James Bond: tutto ciò che era di tendenza partiva da Londra e tutto ciò che partiva da Londra faceva tendenza.

“La snobberia non va più di moda, e nel mio negozio potrete trovare duchesse e segretarie che si accalcano per comprare lo stesso vestito.” (Mary Quant)

A conferma della sua importanza nella storia del costume, nel 2019 il “Victoria & Albert Museum” di Londra ha dedicato a Mary Quant la prima retrospettiva internazionale. La mostra, curata da Steph Wood e Jenny Lister, ripercorre gli anni dal 1955 al 1975 ed esplora la rivoluzione lanciata da Quant nel campo della moda, influenzando non solo il mercato britannico, ma anche quello mondiale. Mary Quant era animata dall’idea che la moda non solo non fosse “frivola”, ma una possibilità per essere accessibile a tutti in quanto parte essenziale dell’essere vivi. La stilista cavalcò l’onda della nuova emancipazione femminile affermandosi nel mondo dell’imprenditoria, esportando il suo marchio negli Stati Uniti. Nel 1966 ricevette la prima onorificenza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico.

In fin dei conti la creatività, per chi riesce a farne uno stile mondiale, è la dimostrazione che l’intelligenza si diverte, è la rivoluzione più grande e più pura di tutte, e che piaccia o non piaccia, costringe tutto il resto del mondo a seguire i suoi passi.