Edoardo VII, conosciuto come il “pacificatore”, era il nonno di sangue reale della nuova Regina Consorte inglese Camilla. Firenze fu testimone di questo amore che finì con la morte del Re proprio il 6 maggio del 1910. Di Elena Tempestini

Camilla è la nuova Regina consorte di Inghilterra, ma non proprio l’ultima arrivata perlomeno le sue discendenze hanno molto dì REALE e dì Firenze.

La figlia del Granduca di Toscana Francesco I, Enrichetta Maria, sposerà il Re Carlo I Stuart e sarà madre a sua volta dì due Re che siederanno sul trono inglese: Carlo II e Giacomo II Stuart, nonna di altre due regine e un re: Maria II Stuart, Guglielmo III d’Orange e Anna Stuart e zia paterna di Luigi XIV il Re Sole. Andiamo avanti nel tempo, siamo a fine del 1800 ed entrano in scena due aristocratici inglesi. George Keppel discendente dì Carlo II Stuart, nipote dì Maria dei Medici, e dì Lady Alice Frederica Edmonstone figlia dell’ammiraglio William Edmonstone di antico lignaggio scozzese coniugata Keppel.

George ed Alice Keppel

Alice era una donna bellissima per la quale il Re Edoardo VII perse letteralmente la testa. Ed ecco che la città di Firenze sarà protagonista della case regnanti inglesi .

Alice Keppel

Alice e George Keppel ebbero la prima figlia nel 1894, Violet Trefusis. Ma è nel 1898 che Alice Keppel diventerà l’amante UFFICIALE e riconosciuta di Re Edoardo VII. Il Re, figlio della regina Vittoria, si trovò a gestire l’impero coloniale più grande del pianeta, compito che la fine della seconda guerra anglo-boera (1902) gli rese meno gravoso, ma che si complicò con il riarmo navale della Germania.

Re Edoardo VII

Contribuì a riavvicinare il Regno Unito agli Stati Uniti, alla Russia, all’Italia e alla Spagna. Assunse anche delle iniziative di politica internazionale autonome e, coadiuvato dal ministro degli Esteri Lansdowne, concorse in modo decisivo alla stipula dell’Entente cordiale con la Francia al quale rimarrà vicina, con grande amore e dedizione fino alla morte del Sovrano. Nel 1900 durante la loro relazione, resa “ufficiale”, Alice ebbe la seconda figlia, Sonia Keppel. Sonia era la figlia del Re Edoardo VII. Sonia Keppel sposò Roland Cubitt, terzo Barone di Ashcombe dal quale ha avuto la figlia Rosalind Cubit sposata con il colonnello Shand, dal quale matrimonio nasce Camilla Shand. Camilla Shand diviene Camilla Parker Bowles e da oggi 6 maggio 2023 è la regina consorte del Re di Inghilterra. La nonna di Camilla, Alice Keppel, dopo la morte del Re Edoardo VII, si trasferì prima a Londra e poi a Firenze comprando Villa l’Ombrellino a Bellosguardo. La villa precedentemente era stata la casa dello scienziato Galileo Galilei e del grande poeta Foscolo.

Villa l’ombrellino Firenze

Violet Trefusis, diventerà famosa per la relazione con la poetessa Vita Sackville-West che per lei lascio’ Virginia Woolf. Relazione che continuò anche dopo i rispettivi matrimoni. Una storia che fece scalpore, raccontata anche da Virginia Woolf nella sua opera “Orlando”. Violet diventerà una scrittrice, un talento puro, una raffinata linguista. Tra i suoi libri c’è un ironico racconto ( che ho personalmente letto e che consiglio) descrizione della società fiorentina degli anni 30 del XX secolo, “Pappagalli sull’Arno”.

Sonia Keppel, vivrà sempre nel Regno Unito, la sorella Violet, cittadina del mondo, si stabilì a Firenze fino alla sua morte nel 1972 facendo seppellire presso il cimitero degli Allori il suo corpo ma il suo cuore sotto una torre in Francia. Praticamente Camilla è diventata regina consorte, ma è inevitabile raccontare delle sue discendenze reali, del sangue

George ed Alice Keppel riposano nel cimitero degli Allori di Firenze con una delle figlie: Violet Trefusis. La sorella, nonna di Camilla è sepolta
Carlo III E CAMILLA

Nelle Grotte Vaticane troviamo il Sepolcro degli Stuart, realizzato da Antonio Canova. Stendhal, definì i due angeli del Canova una delle maggiori opere d’arte europee:

“Di fronte c’è una panca sulla quale ho trascorso le ore più dolci del mio soggiorno a Roma. Soprattutto nell’approssimarsi della notte, la bellezza di questi angeli appare celestiale. Giungendo a Roma bisognare venire presso la tomba degli Stuart per provare se si abbia per caso un cuore fatto per comprendere la scultura“

Sepolcro degli Stuart nelle grotte vaticane, scolpito da Antonio Canova

Molti documenti, che riguardano Alice Keppel e Violet Trefusis sono conservati presso la Yale University Library.

Calendimaggio l’Amor Cortese scritto e cantato. L’Occitania, Francesco d’Assisi, Dante e il latino d’Oc. Di Elena Tempestini

Pica de Bourlemont, proveniente dalla Provenza e madre di Francesco di Assisi.

Calendimaggio, canti, maggiolate e serenate. Maggio è il mese delle rose e della Madonna, con origini medievali, quando nel tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia, si pensò che alla Madonna, la creatura più Alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine. Maggio, mese della Madonna, che nel medioevo simboleggiava “la mia donna”, come a Parigi la meravigliosa “Notre Dame” è un dono che significa “Nostra Signora”. Ovunque la Madonna viene chiamata Nostra Signora, per gli Etruschi era la Dea Turan che significava “La Signora”. Nell’antica Roma era la dea Maia e sempre a lei erano dedicate anche le rose. La dea Maia veniva festeggiata il primo Maggio, ed è a lei che si attribuisce la radice “Ma” come Madre, radice che appartiene anche al nome di Maria.

Mosaico dell’antica Roma raffigurante la dea Maia

Alla fine del primo millennio, intorno al 960, in tutte le terre occitane, terre che si estendevano dal sud della Francia fino ai piedi dei Pirenei, vi erano i menestrelli, i trovatori, cioè coloro che erano compositori ed esecutori della poesia musicale. Le opere trobadoriche sono note principalmente attraverso le raccolte manoscritte che presero il nome di “Canzonieri”.

Dall’Occitana, precisamente dalla Provenza proveniva la madre di Francesco di Assisi, la nobildonna Pica de Bourlemont, probabilmente di religione Catara, dalla quale Francesco prese il concetto di servizio ai poveri e rifiuto della proprietà. In terra d’Occitania si parlava, e sopratutto si scriveva l’antico “latino d’oc“, il vero archetipo di tutte le lingue padane, del provenzale, del catalano, dell’aquitano, ed ovviamente delle forme moderne di occitano e linguadoca. Dante scriverà nella “Divina Commedia” dei versi in lingua Occitana che farà dire a Arnaut Daniel, il grande trovatore che poetava in lingua d’oc. L’aver messo nel suo poema otto versi in lingua occitana fu un grande atto di coraggio per il Sommo Poeta, un atto che oggi forse non comprendiamo. Non fu solo un gesto di ringraziamento ad una lingua che fu la prima poesia europea in volgare, ma con quei versi, Dante prende una posizione importante e si schiera dalla parte dei vinti e non da quella dei vincitori, per evincere i valori condivisi tra il Sommo Poeta e il messaggio di Amore Universale dei trovatori. Vi era “l’anima austera e segreta della raffinatissima civiltà dei trovatori” scrisse Denis de Rougemont, saggista e filosofo svizzero. Ai tempi era in atto una feroce persecuzione e Dante era costretto a esprimere il suo pensiero con molta attenzione, celandolo tra le righe:

Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

(Purg.XXVI, 140-147)

Arnaut Daniel, e le terzine Provenzali

È l’Amore Universale che Dante nell’XI canto del Paradiso parlando di Francesco d’Assisi, descriverà nelle nozze mistiche con “Madonna Povertà” . Perché tutti gli ordini religiosi hanno per “amante” la povertà, ma solo uno, Francesco, avrà l’Amore di sposarla.

Nozze mistiche di Francesco e Madonna Povertà, Basilica di Assisi

È così sarà Beatrice, simbolo d’Amore, Sapienza e ansia eterna di Bellezza. Nel “Convivio”, Dante scriverà che l’amore per una donna, diventerà amore per il sapere, per la conoscenza, incarnata e incontrata proprio nel mese di maggio, in casa del padre di Beatrice, Folco Portinari.

Convivio significa “banchetto”, questo perché lo scopo di Dante era quello di donare il “cibo della sapienza” a coloro che non se lo potevano permettere. Il poeta voleva inserire nell’opera tutti i temi della cultura del tempo, inerenti alla filosofia, alla teologia e alla politica.

Ma già in Occitania, cento anni prima che Dante scrivesse la Commedia, un menestrello, Raimbaut de Vaquerais , scrisse una poesia composta per essere cantata con l’accompagnamento di una musica ritmata e allegra sulla quale era ed è possibile ballare: “Kalenda Maya”, dedicata alla più bella e coraggiosa Dama di Corte di nome Beatrice, colei che Raimbaut de Vaquerais non toccherà mai fisicamente, ma verso la quale il menestrello si porrà al suo servizio con la stessa dedizione con cui un cavaliere della tavola rotonda servirebbe la sua dama: Amore fu, era l’Amor Cortese.

Kalenda Maya Branduardi

l’Occitano antico era la lingua dei poeti, ed essendo, al tempo, tutte le poesie provviste di musica, i poeti erano compositori ed esecutori di musica. Lo stesso italiano può essere considerato una variante dell’occitano antico, come lo sono il catalano, l’occitano moderno, il provenzale, la linguadoca, e molte lingue locali, quali il piemontese. Assisi ha scelto la dimensione medievale come seme delle proprie radici e della propria memoria storica. Questo “vissuto” medievale esplode nel Calendimaggio che possiamo trovare in quasi tutte le nazioni europee.

Ma è proprio ad Assisi che ancora oggi è tenuta viva la festa del Calendimaggio.

La città di Assisi è divisa in due parti: la “Nobilissima Parte de Sopra” e la “Magnifica Parte de Sotto”, ciascuna delle due formata da tre terzieri che ogni anno si sfidano dando vita al “Calendimaggio”, un rito medioevale reale che lega il passato al futuro. A maggio si celebrava la rinascita, il ritorno alla vita della natura dopo la sua morte durante l’inverno. Vita della terra e vita delle donne e degli uomini che sulla loro terra vivevano. Negli Anni Venti del secolo scorso, la città di Assisi ha riportato in luce questi riti. Sospesi durante la guerra, sono ricominciati negli anni cinquanta e mai interrotti fino all’arrivo Covid. Dal 4 al 7 maggio del 2022 sono riprese le celebrazioni.

La curva geometrica “RODONEA” dal greco rhòdon, Rosa. Di Elena Tempestini

Rodonea

Inizia maggio il fiorir delle Rose. È il mese del Calendimaggio l’antica festa delle calende romane in cui si onorava la dea Flora, colei che accoglie la natura della primavera.

La Rosa è un simbolo spirituale è una perfetta forma matematica geometrica. È formata da una curva rodonea chiamata anche rosa di Grandi: Luigi Guido Grandi, pseudonimo di Francesco Lodovico Grandi, il matematico che la battezzò e la studiò intorno al 1725, proprio a Firenze nel Monastero Camaldolese. Nel 1703 pubblicò il libro “La quadratura del cerchio e dell’iperbole”, al cui interno scoprì lo stesso paradosso matematico intuito anche da Leibniz. In natura non esistono, come avviene invece in matematica, due realtà perfettamente identiche, quindi l’azione umana è sempre determinata da una precisa causa, magari a noi sconosciuta ma esistente

Ma è la matematica che spiega la realtà, o la realtà che crea la matematica?

L’affermazione di Galileo “Il libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica” è stato un principio guida della scienza dalla rivoluzione scientifica. La questione del rapporto tra matematica e realtà è diventata sempre più urgente nel corso dell’ultimo secolo poiché la fisica sta facendo passi da gigante. L’idea dell’universo quale gigantesco computer chiamato dalla scienza Web cosmico, e la convinzione che ogni cosa, inclusa la nostra esperienza cosciente, sia un’informazione che è di per sé digitale o che può essere digitalizzata senza perdita, potremmo azzardarci a dire che è una manifestazione “moderna” del pitagorismo? La fisica è matematica non perché sappiamo così tanto sul mondo ma perché sappiamo così poco; sono solo le sue proprietà matematiche che possiamo scoprire ”(Bertrand Russell in An Outline of Philosophy , del 1927)

La geometria nei fiori: del matematico Guido Grandi

Il segreto della Rosa, di tanta bellezza è la matematica. La Rosa è un simbolo di millenaria antichità, un archetipo che a seconda del periodo storico, del luogo geografico o delle usanze di ogni epoca ha trasmesso, rappresentato il suo simbolismo. La purezza e la perfezione, la sensualità e l’amore passionale, il segreto e la riservatezza, l’elevazione spirituale, l’eternità e la decadenza della vita terrena.

Nella rosa il bene e il male si intreccia, è la polarità umana, l’associazione alla bellezza più eterea e la contemporanea presenza di pericolose spine lungo il loro stelo. Fiorire e sfiorire non è solo un concetto “filosofico spirituale”, non è solo l’atavico conflitto tra scienza e spirito, bensì la dimostrazione di come in natura vi siano dei modelli matematici frutto di precisi calcoli sintetizzati da un’ equazione.

La curva algebrica chiamata RODONEA, dal greco rhódon = ròsa, è una curva che crea degli avvolgimenti attorno ad un punto centrale, esattamente come osserviamo in una rosa ρ=Rcosώθ , praticamente una “grande linea evolutiva”.
“la rosa è senza perché, fiorisce poiché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista”. ( Angelus Silesius)

Angelus Silesius, nato Johannes Scheffler, mistico tedesco

“ I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio” diceva Leonardo da Vinci.
Solo chi sceglie di guardare oltre e dentro la forma, può sorprendersi un giorno nello scoprirsi intento a osservare con altri occhi qualcosa che ha sempre avuto davanti.

Le Rose, i Rosoni di Luigi Grandi, la curva Rodonea

Vincita o sconfitta, la grande sfida di questa epoca. Crescere in consapevolezza può far nascere il timore di tornare indietro. Di Elena Tempestini

Molti anni fa, durante un torneo di tennis fui scelta come testa di serie di una squadra. Riuscì a vincere quasi tutte le partite, tranne l’ultima. Nonostante il buon vantaggio, persi ai tie-break

in una maniera quasi ridicola. Uscì dal campo e mi venne urlato dall’allenatore che avevo perso, non per mancanza di tecnica ma per la mia “paura di vincere”.   

Questa frase, durante le fasi della vita mi è ritornata alla mente in più occasioni, perché saper vincere non è così facile, ma è sicuramente più facile che saper perdere senza cercare i colpevoli al di fuori di noi stessi.

Noto oggi che si sta concretizzando una nuova cultura della sconfitta, atta ad  esaltare una effimera cultura della vittoria. 

Sconfitta e vittoria sono l’estrema espressione della competizione, ma attenzione sono anche due grandi ingannatori, in quanto sono le due facce di una stessa medaglia.

Nike è la dea della vittoria, raffigurata come una donna con le ali; da qui, l’appellativo di Vittoria Alata. La troviamo sulle medaglie Olimpiche.

La paura di vincere è spesso celata nel nostro profondo, la temiamo e soprattutto siamo intimoriti a parlarne pubblicamente. La paura di vincere interessa tutte le persone che ambiscono e al tempo stesso temono di raggiungere obiettivi importanti e conseguire risultati positivi. Sembra così assurdo? No non lo è, e rileggendo la lettera scritta al proprio figlio dallo scrittore britannico e premio Nobel per la letteratura nel 1907, Rudyard Kipling , possiamo capire un po’ meglio:

Rudyard Kipling, britannico premio Nobel per la letteratura nel 1907. Autore di libri senza tempo come il “libro della giungla”, scrisse una lettera a suo figlio intitolata “Se”.

SE

“Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te

l’hanno persa e danno la colpa a te,

se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,

ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.

Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,

o essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,

o essendo odiato, non dare spazio all’odio,

senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;

se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo,

se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta

e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto

Distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui,

o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,

e piegarti a ricostruirle con strumenti usurati. Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio di una monetina,
e perdere, e ricominciare daccapo
senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
o passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con la gente comune,
se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.
Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
dando valore a ognuno dei sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!”

 

Kipling evidenzia i due impostori, successo e sconfitta, da trattare allo stesso modo, il sapersi liberare dal timore di deludere, di sbagliare, dalla paura di non essere all’altezza delle aspettative delle persone che amiamo, dall’ansia di dover mantenere il prestigio sociale che deriva dalle vittorie. Eppure sappiamo, sperimentiamo e comprendiamo che la vita è composta di alti e bassi, di momenti vincenti e momenti nei quali ognuno di noi perde qualcosa. Nella vita si presentano ostacoli, alcuni dei quali rischiano di sfuggire alla nostra illusione di controllo. Tuttavia, spesso, non sappiamo, che è la nostra mente che ci mette alla prova, in poche parole, ci “autosabotiamo” per paura del cambiamento e delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

 

 

 

Perché la sconfitta, se così si può chiamare, ci spaventa  tanto? 

 

Forse la nostra è un’epoca in cui la vittoria sembra essere l’unico metro di misura per decretare  il bene e il male di una persona, il giusto e lo sbagliato, il valore più superficiale. A volte il successo può “coprire” molti errori, al tempo stesso importanti azioni di valore possono finire nel caos di una sconfitta.  È un perverso iter che ci imponiamo per voler primeggiare a tutti i costi. Accade nella vita di tutti noi: inizia con la scuola, dove gareggiano i genitori quali procreatori di futuri geni delle scienze, delle lettere o possibilmente dello sport più remunerativo. A volte nessuno si pone il problema che un figlio diventi una persona priva di talento volontario, l’importante è che sia capace di sapersi vendere ad un pubblico sempre più affamato di vite complesse da esibire in pubblico. Non c’è la preoccupazione di una preparazione fatta di studio e fatica, l’importante sono le scorciatoie per realizzare denaro e fama, per divenire coloro che hanno conquistato quello che oggi è il successo. È come se la vittoria  potesse divenire uno scudo contro tutte le nostre ansie e paure quotidiane.  Poi  c’è il lavoro, ovvero sarebbe meglio chiamarlo il ruolo del lavoro, il ruolo può divenire soggiogante, la conquista di una identità da poter da esercitare sugli altri per ottenere un sorta di rispetto di apparenza. E la vita privata? A quale costo è vissuta? In questo caso la sconfitta non è prevista, non è assolutamente contemplata, sarebbe un fallimento difficile da elaborare, un lutto che imporrebbe l’esclusione dalle relazioni sociali. 

 

La sconfitta oggi viene ritenuta una debolezza?

 

Gli errori sono protagonisti della nostra esistenza, noi tutti abbiamo bisogno di sbagliare per comprendere, a patto ovviamente di trarne la giusta lezione che ci servirà per andare avanti nel cammino della vita, una caduta che ci insegni a saperci rialzare. Praticamente non tutti quelli che “errano” si sono persi.

 

Per quanto possa sembrare strano, alle volte, abbiamo proprio bisogno di commettere sbagli. Sbagliare, un verbo che ha un’etimologia particolare: deriva da abbagliare, che a sua volta deriva da bagliore, ovvero dal latino “balium”, variante di phaliós ‘bianco, lucente’, quindi con davanti la s- sottrattiva, il significato diventa “senza luce”.  Come se i nostri errori togliessero in qualche modo luce, trasparenza alla nostra vita. Sbagliare non è mai piacevole, ma è una condizione umana che dobbiamo accettare, in alcuni casi è anche liberatoria. Solo conoscendo i nostri limiti, possiamo liberarci  delle nostre paure e imparare dai nostri errori. Ci sorprenderà  apprendere che ogni errore, non solo è un’opportunità di consapevolezza, ma è la chiave di volta per crescere, per stupirsi ed attivare il nostro motore dell’apprendimento .

È la nostra epoca sempre più velocizzata che conferisce significato solo alla vittoria, che non prevede errori e non contempla la sconfitta, o perlomeno la considera come qualcosa di degradante, di cui vergognarsi. Ma è proprio nella sconfitta che avviene il miglioramento della nostra vita, la rinascita, la “lezione” per imparare la cosa più importante per l’essere umano, avere il coraggio di cadere per imparare a sapersi rialzare. Non esiste essere umano che vinca sempre, si insegna ad esaltare il “successo” e si denigra la sconfitta. Una vita costruita sul mito dell’eroe, che non ci aiuta a crescere. È la vita che pulsa, che chiede di essere alimentata dallo stupore, perché tutto finisce quando ci si arrende, quando non si ha più la volontà di commettere errori, quando siamo disposti a subire la vita per non doverla vivere con tutte le sue incognite. Il concetto di sconfitta non è la fine, non è il fallimento, bensì l’accettazione di una condizione per un nuovo inizio. Non sempre è la conseguenza di un demerito, anzi, più siamo disposti a riconoscerlo, più aumentano le possibilità di superarlo, ma sopratutto di ribaltarlo a nostro favore. È un’epoca nella quale non “educhiamo, non contempliamo la comprensione della paura” del superamento dell’errore, della sconfitta per dimostrare a noi stessi che siamo in grado, che abbiamo i mezzi e le risorse per rialzarci. Accettare, riconoscere la sconfitta dimostra il coraggio di riprovarci. In cambio la vittoria ci ricorda che non può mai essere definitiva, non permette di sedere sui suoi allori. Essere capaci di sorridere alla vita, dopo una sconfitta, quella si che è la vera vittoria finale.

Il destino dell’uomo è quello di essere unito, non diviso.

 

 

 

Mary Quant: la stilista che inventò la “minigonna” simbolo della libertà femminile e dell’automobile che la ispirò nel nome, la Mini Cooper. Di Elena Tempestini

Scompare a 93 anni la stilista britannica che 60 anni fa diede vita a uno dei capi più moderni e femministi di sempre. Amato ancora oggi dalle donne di tutto il mondo.

Nel 1965 (Photo by Keystone/Getty Images)

Christian Dior criticava la gonna corta perchè metteva in mostra l’antiestetico ginocchio di tutte le donne, ma erano gli anni dove Londra era l’ombelico di una nuova ventata di primavera. L’automobile Mini Cooper era il simbolo di quella libertà che premeva sull’accelleratore.

“E’ stato dato a pochi fortunati di essere nati nel tempo giusto, nel posto giusto, e con i talenti giusti. La moda di oggi è fatta di tre persone: Chanel, Dior e Mary Quant.” (Ernestine Carter)

“Non avevo il tempo di aspettare la liberazione delle donne, e così ho fatto da sola”. Figlia di due professori universitari, destinata a diventare a sua volta insegnante, rifiuta il tranquillo destino che la famiglia ha scritto per lei e a 16 anni va a vivere da sola a Londra. Qui conosce quello che diventerà suo marito, Alexander Plunket Greene, rampollo di una nobile famiglia inglese. Con lui conduce una vita da “Bohémien” e, nel 1955, comprano casa in uno scantinato, aprono un ristorante, e al primo piano una boutique Bazaar. La casa era sulla King’s Road. Mary Quant propone capi che compra all’ingrosso, ma in pochi mesi disegna e produce la moda che lei stessa crea per le sue clienti. Impara, studia, segue corsi serali per tagliare e modellare le stoffe stampate, secondo un nuovo linguaggio e una nuova idea di femminilità. Nel suo negozio inizia una vera rivoluzione sociale: si possono bere “free drinks”, ascoltare musica a tutto volume e rimanere a chiacchierare fino a tarda sera.

Mary Quant non si è limitata a creare un dettaglio di abbigliamento, con le sue idee e la sua creatività, ha avviato un nuovo modo di vivere, di comprare e di indossare le giornate quotidiane. È lei che abbina e crea le calze colorate a vista, i pantaloni, gli abiti a sacchetto, i capelli corti con le frange lunghe, i caschetti corti e gonfi di Vidal Sassoon il Parucchiere stilista che ha inventato il “bob cut”, tutti simboli della stagione di emancipazione femminile.

Vidal Sassoon e Mary Quant


Il Sessantotto arrivò in quel clima con la sua carica sociale rivoluzionaria portandosi dietro l’amore libero, la pillola anticoncezionale, i capelli lunghi, e i jeans, era nata un’ideologia di libertà e non una dottrina economica.

Il 15 Aprile 1966 un articolo del “Time” coniò il termine “Swinging London” per sancire uno stato di fatto: Londra era la città dove tutto si muoveva, la capitale indiscussa della musica, della moda, dell’arte. Non solo la minigonna di Mary Quant, ma anche la musica dei Beatles, il fenomeno cinematografico di James Bond: tutto ciò che era di tendenza partiva da Londra e tutto ciò che partiva da Londra faceva tendenza.

“La snobberia non va più di moda, e nel mio negozio potrete trovare duchesse e segretarie che si accalcano per comprare lo stesso vestito.” (Mary Quant)

A conferma della sua importanza nella storia del costume, nel 2019 il “Victoria & Albert Museum” di Londra ha dedicato a Mary Quant la prima retrospettiva internazionale. La mostra, curata da Steph Wood e Jenny Lister, ripercorre gli anni dal 1955 al 1975 ed esplora la rivoluzione lanciata da Quant nel campo della moda, influenzando non solo il mercato britannico, ma anche quello mondiale. Mary Quant era animata dall’idea che la moda non solo non fosse “frivola”, ma una possibilità per essere accessibile a tutti in quanto parte essenziale dell’essere vivi. La stilista cavalcò l’onda della nuova emancipazione femminile affermandosi nel mondo dell’imprenditoria, esportando il suo marchio negli Stati Uniti. Nel 1966 ricevette la prima onorificenza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico.

In fin dei conti la creatività, per chi riesce a farne uno stile mondiale, è la dimostrazione che l’intelligenza si diverte, è la rivoluzione più grande e più pura di tutte, e che piaccia o non piaccia, costringe tutto il resto del mondo a seguire i suoi passi.

Nicola Cabibbo e la “fisica italiana delle alte energie”. Di Elena Tempestini


Nicola Cabibbo era nato a Roma nel 1935, laureato in fisica, discusse una tesi sulle interazioni deboli, il meccanismo dei decadimenti radioattivi degli atomi, nel 1958 con Bruno Touschek, un fisico teorico austriaco trapiantato nella capitale. Dopo la laurea, Cabibbo fu chiamato a lavorare a Frascati ai Laboratori Nazionali di Fisica insieme a Touschek. Lavorarono alla realizzazione di Adone, un’evoluzione a grande scala dell’acceleratore Ada, il primo acceleratore di particelle, un prototipo della “fisica italiana delle alte energie”. Insieme al fisico Raoul Gatto, stila un elenco dettagliato di tutti i processi che possono prevedibilmente nascere dall’urto ad alta energia fra elettroni e positroni. Questo lavoro a Frascati era noto come «la Bibbia».
Cabibbo a ventotto anni, parte per gli Stati Uniti. Ed è in America che nel 1963 scriverà e pubblicherà l’articolo scientifico più citato nella storia della “Phisical Review Letters”, la rivista accademica di fisica più prestigiosa al mondo. In quell’articolo introduce un nuovo parametro, che da allora in poi sarà chiamato “l’angolo di Cabibbo”. Il parametro consente di spiegare come un insieme di particelle diverse possa essere confinato in una sola particella. Ancora non si conoscevano i “quark”( particelle elementari fondamentali per costituire la materia) , ma Cabibbo già spiegava come tre di loro potessero, per esempio, ritrovarsi in un protone o in un neutrone. Spiegava, in altri termini, come possa esistere quella che noi chiamiamo la “materia ordinaria”.
Il “mescolamento” di quark spiegato in anticipo da Nicola Cabibbo è oggi alla base della cromodinamica quantistica e del Modello Standard delle Alte Energie. Ovvero di tutta la fisica delle particelle elementari. A illustrarne l’importanza, sempre con grande modestia, era lui stesso: “oggi esistono, diceva, venti parametri fondamentali con cui siamo in grado di spiegare la fisica delle particelle.”Otto di quei parametri hanno a che fare con il mescolamento e, dunque, con l’angolo di Cabibbo. Ciò spiega perché quell’articolo giovanile sia così citato dalla comunità dei fisici.

Cabibbo può essere considerato a buon diritto il “padre” della fisica del sapore, cioè di quel settore della fisica subnucleare che studia la dinamica dei diversi tipi di quark e leptoni. Particelle elementari fondamentali e indivisibili. All’interno dell’atomo, vi sono le particelle elementari e per cercare di comprenderle, andrebbero immaginate come dei puntini che disegnano e compongono la materia universale. Noi esseri umani non solo siamo composti di particelle, ma ne produciamo al nostro interno e ne siamo “bombardati” per tutto il giorno dall’esterno. Fin dai tempi della nascita dell’universo c’era una infinita’ di particelle, ma non qualsiasi, ma aventi precisamente la massa e la carica elettrica atte a consentire lo sviluppo della vita umana. I raggi cosmici, radiazione ad alta energia proveniente dallo spazio, sbattono costantemente contro la nostra atmosfera. Lì, essi collidono con altri nuclei producendo mesoni, molti dei quali decadono in particelle quali muoni e neutrini. Tutte queste particelle piovono sulla superficie terrestre e attraversano anche il nostro corpo a un tasso di circa 10 al secondo, aggiungendo circa 27 millirem alla “nostra” dose annuale. Queste particelle cosmiche possono talvolta perturbare la nostra genetica, causando leggere mutazioni, e potrebbero essere un fattore determinante del processo evolutivo. Oltre ad essere bombardati di fotoni, particelle di luce che determinano il modo in cui vediamo il mondo che ci circonda, il nostro Sole libera un’orda di particelle chiamate neutrini. I neutrini sono degli assidui visitatori del nostro corpo, praticamente hanno una velocità altissima, hanno un ritmo che sfiora i 100 trilioni al secondo. A parte quelli provenienti dal Sole, i neutrini vengono scaturiti anche da altre fonti, incluse le reazioni nucleari che si compiono in altre stelle e sul nostro pianeta.

Nicola Cabibbo con Makoto Kobayashi nel 2008.

Direi che comprendere cosa siano e come funzionino le particelle elementari sia molto affascinante, complesso sicuramente, ma è una realtà scientifica ormai consolidata nel Modello Standard da cercare di comprendere per conoscere meglio noi stessi. Il Modello standard è una teoria fisica che riassume tutte le attuali conoscenze nel campo delle particelle elementari e delle forze che ne regolano le interazioni fondamentali.
Tutte le interazioni osservate in natura possono spiegarsi mediante lo studio del comportamento di un certo numero di particelle elementari. Poiché la materia è composta dalle stesse particelle elementari, la base dello studio delle interazioni consiste nell’analisi delle leggi che regolano l’azione mutua tra le particelle elementari. Questa analisi può essere semplificata considerando che tutte le forze conosciute si possono ridurre a quattro tipi fondamentali i quali dovrebbero spiegare tutte le forze che si esercitano tra le diverse parti dell’Universo.

Compreso come siano state fondamentali per la scienza e per la conoscenza dell’universo e dell’essere vivente che ci vive, tutto questo non spiega come mai il fisico Nicola Cabibbo non abbia mai ricevuto il Nobel, sebbene nel 2008 il Nobel lo abbiamo ricevuto i ricercatori che insieme a Cabibbo vi hanno lavorato.


Nicola Cabibbo dopo il successo della pubblicazione, lavora e insegna tra gli Stati Uniti e l’Europa. Torna in Italia, a L’Aquila e poi alla Sapienza di Roma. La sua carriera ormai non è più solo quella del ricercatore, ma anche quella del manager della scienza. Viene chiamato, tra l’altro, a presiedere l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, INFN, ed è durante la sua presidenza che vengono inaugurati i Laboratori del Gran Sasso, i più grandi al mondo nel campo della fisica “sotterranea”, successivamente entra in l’ENEA, l’Ente Nazionale per la ricerca e lo sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative. I suoi interessi spaziano dalla fisica quantistica all’alta informatica; dall’insegnamento al lavoro ininterrotto con l’INFN. I riconoscimenti sono eccezionali: diventa membro, tra l’altro, dell’Accademia dei Lincei di Roma; della National Academy of Sciences degli Stati Uniti , solo altri tre italiani Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia e Giorgio Parisi ne fanno parte, e dal 1993 fino alla morte del 2010 è stato Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.
Nicola Cabibbo era, infatti, cattolico. Pensava che i frutti economici e sociali della scienza dovessero essere più equamente ripartiti. Non vedeva un contrasto tra la scienza e la fede, riconoscendone con grande lucidità i rispettivi ambiti. Proprio per questo non entrava mai nelle polemiche. Anche se, quando c’erano questioni dirimenti, non si tirava affatto indietro. È il caso del dibattito sulla teoria dell’evoluzione biologica di Darwin, messa in discussione di recente anche in autorevoli ambienti cattolici. Ebbene, sosteneva Cabibbo, non dimenticando affatto di essere Presidente della Pontificia Accademia delle Scienza, che non solo la teoria è compatibile con la religione cattolica, ma metterla in discussione è come credere ancora che il Sole ruoti intorno alla Terra.

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? ( delle parabole di Gesù, riportata dal Vangelo secondo Marco e dal Vangelo secondo Matteo.)

Che sapore ha un quark? Nella fisica particellare, questa domanda ha perfettamente senso. Siamo nel mondo dell’infinitamente piccolo: impossibile chiamare gli elementi ultimi della materia per nome, o anche solo trovare caratteristiche per distinguerli gli uni dagli altri. E così è entrata in gioco una nuova proprietà, detta appunto sapore: si tratta di un insieme di numeri quantici che distingue i due blocchi principali che costituiscono la materia, i quark e i leptoni. Il Quark è una particella elementare, costituente fondamentale della materia. I Quark sono sei, e sono anche le uniche particelle elementari del modello standard a prendere parte a tutte e quattro le interazioni fondamentali (elettromagnetica, gravitazionale, forte e debole) “Credere alle categorie di spazio e di tempo è stupidità manifesta” ( Giordano Bruno)
È la realtà fondamentale unica e indivisibile a generare e governare il comportamento delle particelle. Per come è fatto il nostro cervello, vediamo solo ciò che crediamo possibile; combiniamo, cioè, schemi che già esistono dentro di noi, a causa dei condizionamenti”. Il nostro cervello non sa la differenza tra ciò che avviene là fuori e ciò che avviene qua dentro. Il fatto è che là fuori non c’è qualcosa di indipendente da quello che succede qua dentro.

Affreschi oratorio di San Silvestro nella Basilica dei Quattro Santi Coronati sul Celio a Roma.

La cucina storica: gli Etruschi a tavola

Gli Etruschi furono sicuramente abili agricoltori e dediti alla pastorizia. Poche sono le fonti che abbiamo a disposizione per approfondire la loro alimentazione. Abbiamo a disposizione delle testimonianze letterarie di greci e latini che parlano di prodotti alimentari e agricoltura. Sappiamo tramite il filosofo e storico Posodonio che gli Etruschi due volte al giorno apparecchiavano sontuose mense.I principali alimenti erano derivati da suini, ovini, pollame e cacciagione e sicuramente legumi e frutta. In scavi di insediamenti Etruschi sono stati rinvenuti semi di noccioli, ghiande, olivo, fico, orzo, prugna e addirittura resti di fave.
La loro cucina era sicuramente basata su aglio che cresceva spontaneamente nelle zone ombrose e cipolla ritenuti da loro, alimenti curativi, afrodisiaci e stimolanti. La cipolla veniva usato in modo moderato dai nobili esclusivamente cotta al contrario della servitù che ne faceva uso smodato e cruda condita con poco sale. Anche il porro o Allium orrum era usato nella cucina popolare delle lucumonie dell’Etruria, conosciuto come pianta tipica mediterranea con sapore meno forte e più delicato dell’aglio. Per insaporire e togliere il sapore selvatico dalla selvaggina. Gli Etruschi usavano molto le foglie di alloro, che cresceva spontaneo nei “boschi” come testimonia uno studio di un paese della provincia di Arezzo di un “lauretum” ovvero un bosco di alloro!

Cosa mangiavano gli Etruschi? 

Purtroppo le notizie giunte a noi sono poche e frammentarie ma sicuramente nei tempi antichi mangiavano minestre di cereali e legumi, zuppe a base di verdure che crescevano spontanee. Per le frittelle o le focacce, venivano usate le farine di cereali. La carne veniva bollita o arrostita, condimento per tutti i cibi, l’ottimo olio di oliva. Gli Etruschi amavano banchettare. Il banchetto o convivio, aveva per gli Etruschi un doppio significato: 
– Religioso (veniva celebrato in occasioni di cerimonie funebri); 
– Sociale (veniva offerto da appartenenti a una classe agiata, in segno di ricchezza). 
Una figura molto importante durante i convivi era il “direttore di mensa” che aveva il compito di vigilare sul buon andamento e riuscita del convivio. Un moderno Maitre d’Hotel dei tempi nostri!

Solitamente la prima parte del banchetto, del rito che amavano condividere uomini e donne, si apriva con l’uovo poi con le carni arrostite, i volatili, porchette ripiene di vari animali, pesci d’acqua dolce e di mare, molluschi. La seconda era un trionfo di dolci, con frutta fresca o essiccata, torte a base di formaggi, miele e uova. Ed ora alcune ricette per… provare la cucina degli antichi Etruschi.

Ricette etrusche

Miele fritto 

Sbattere in un recipiente 250 gr. di latte cagliato con 3-4 cucchiai di miele e sale (qb.) aggiungendo poco alla volta della farina setacciata fino ad ottenere un impasto da stendere. 
Dopo averlo steso, ricavate dei dischi rotondi di circa 1/2 cm. di spessore e friggeteli in olio d’oliva. 
Disponeteli su carta assorbente e serviteli caldi addolciti con un po’ di miele. 

Favata 

Sgranate delle fave piccole e fresche e fatele cuocere in tegame dove avrete fatto insaporire un porro (solo il bianco) e qualche fettina tagliata a dadini di guanciale. 
A meta cottura (circa 4-5 minuti) aggiungete un trito di timo e alloro bagnando con vino bianco. 
Portare a cottura. (ricordarsi che le fave cuociono in fretta!) 
Prima di servire aggiustare di sale e pepe nero macinato al momento. 

Terrina di cipolle e uova 

Affettate delle cipolle (tagliate a anelli sottili), e fatele soffriggere in olio di oliva.
Salate. qb.
Disporre le cipolle così preparate in una teglia a bordi alti o una terrina, coprite il soffritto con un leggero strato di farina di farro senza mescolare.
Rompete sulla preparazione delle uova fresche (cercando di farle rimanere intere).
Cospargete di cacio fresco grattugiato e infornate a 180° (forno preriscaldato) fino alla completa cottura delle uova.
Servite con leggero prezzemolo tritato e pepe nero macinato al momento.

l’insalata di farro.

Come condimento aggiungevano capperi, sedano, aceto, filetti di acciughe e spicchi d’aglio.
La farina di farro era utilizzata anche per preparare dei biscotti con miele, olio d’oliva e semi di finocchio.

Mulsum il vino speziato

Versare il vino a temperatura ambiente in un recipiente molto largo e capiente (una grande boule) ed aggiungere g. 125 di miele di timo per ogni litro di vino: Columella consiglia di riscaldare il miele prima di versarlo ma, a meno che non vogliate privilegiare una bevanda calda, non lo riteniamo necessario con i vini odierni, anche per evitare che il calore ne possa corrompere la struttura.
Con una frusta di metallo sciogliere completamente il miele fino a ottenere un vino di liquidità assolutamente uguale all’originario; l’uso di un cucchiaio o di una forchetta non ottiene lo stesso risultato, e si rischia di lasciare grumi.

Aggiungere, sempre mescolando a lungo con la frusta, il pepe macinato (orientativamente un cucchiaio da minestra per litro di vino) fino a quando assaggiando il vino non si senta il gusto del pepe ritornare leggermente al palato qualche secondo dopo aver deglutito la bevanda.
Versare di nuovo il vino nelle bottiglie e porle in frigorifero fino al momento della cena, tenendo conto che se preparato il giorno prima, anche per effetto del miele, la gradazione potrebbe leggermente aumentare, donando al vino, a nostro parere, un gusto ed una consistenza ancora migliore.
Servire il vino in una brocca, per poterlo mescolare con un cucchiaio di legno prima di versarlo nel bicchiere e permettere così al pepe, che si sarà  addensato sul fondo, di diffondersi per tutta la bevanda.

Ingredienti per litro
un litro di vino rosso di buona qualità
125 gr di miele di timo
1 cucchiaio di pepe macinato

La domenica delle Palme: La Palma e la vittoria

“Il giusto fiorirà come la palma, Crescerà come il cedro nel Libano. Nell’estrema vecchiezza ancor frutteranno, E saranno prosperi e verdeggianti. “

A volte la storicizzazione dei miti è necessaria per fare chiarezza, per conoscere l’origine che ci appartiene attraverso i secoli, e per curiosità. È opinione comune considerare la mitologia come un ‘sottoprodotto’ culturale; a rinforzare tale convinzione concorre la stessa concezione di mito, inteso come idea, immagine o avvenimento di costruzione astratta, in netta contrapposizione al mondo materiale. Da una parte abbiamo un mondo ancorato alla ragione (quello stabile e rassicurante della scienza e dell’esistenza quotidiana), dall’altra una dimensione mitologica, apparentemente caotica, illogica e priva di regole.

L’etimologia del termine “mythos” rivela un significato più autorevole essendo legata, oltre che al concetto di narrazione, anche a quello di parola fondante, di verità di cui ogni esperienza umana è il riflesso. Non è un caso che, in quasi tutte le tradizioni, in tutte le culture, l’immagine dell’asse del mondo sia rappresentata dalla natura, da alberi cosmici’, tra cui i più importanti sono la quercia, il frassino, la betulla, il faggio, il cedro e la palma; queste piante catalizzano un centro, uno spazio sacro ideale, frutto dell’unione tra cielo e terra, e rappresentano un punto di congiunzione tra la realtà materiale e quella spirituale. C’è fin dall’antichità un’ analogia tra il regno vegetale e l’essere umano, secondo un processo di significazione generato dalla tripartizione della pianta in radice, fusto-foglie e fiore-frutto, e nella rispettiva proiezione speculare rovesciata del corpo umano, suddiviso in testa-torace e addome: visione introdotta anche da Goethe nel suo saggio “la Metamorfosi delle Piante” .

“Perchè di tutti gli alberi, questo solo produce un nuovo ramo a ogni novilunio, così che nei dodici rami l’anno è completo ” (I Geroglifici 1,3) . La palma del martirio si incontra su epigrafi sepolcrali, sarcofagi, affreschi, lastre e stemmi spesso unita al monogramma di Cristo. La pianta è anche immagine di Maria, madre di Gesù con riferimento al brano del Cantico dei Cantici : “La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni a grappoli

Cantico dei Cantici

ma anche alla Dea cartaginese Tanit, simboleggiata con una palma con due serpenti, un chiaro riferimento al culto della Dea Madre e Albero della vita.

dea Cartaginese Tanit

La domenica delle Palme, è l’allegoria del giorno della vittoria, dell’ascesa, della rinascita e dell’immortalità dell’essere umano. Un tempo il linguaggio era simbolo per tutti: La palma è un’iconografia rappresentata in epoca greco-romana, nella mano della Nike di Efeso, la dea della vittoria, raffigurata con una palma e una corona di alloro

Nike di Efeso dea della vittoria

così come la vediamo incisa sulle medaglie olimpiche

come fiorirà la palma così farà il giusto: la palma è legata al sogno premonitore di Rea Silva che vide due palme di smisurata grandezza ergersi fino al cielo, fu presagio della nascita di Romolo e Remo. La palma ha una forma che richiama i raggi del sole: in Egitto il dio Thot è rappresentato intento a contare gli anni sulle foglie di palma, in quanto a ogni lunazione essa produce una nuova foglia. La palma simboleggia la pace, la rinascita, ma è una pianta che noi non abbiamo geograficamente, per questo fu sostituita con l’Ulivo, quale albero della vita, simbolo dell’immortalità dell’anima. Conoscere la palma e le sue caratteristiche ha un grande significato. La palma ha una continua crescita interna, La vita della palma, la sua energia vitale, risiede in una colonna che si trova al centro del tronco. La parte esterna può essere staccata, tagliata, graffiata, ma internamente, la palma continuerà a crescere verso l’alto, poiché la copertura è il sostegno e la protezione della vita, la linfa interna della pianta stessa che continua a scorrere. La quantità e la qualità del suo frutto, saranno determinate dal successo della crescita e della energia interiore al tronco.


È Domenica, Gesù entra nella città santa di Gerusalemme seduto su un asino, accolto da una folla festante che agitava foglie di palma”. Gesù non entra trionfante sopra un cavallo come spetterebbe a un re per mostrare il suo potere, sceglie di essere trasportato dall’animale più umile e servizievole, ma che si può trovare in tutte le rappresentazioni più antiche, un Asino. L’Asino simbolo della mente, ma quella parte “razionale” più terrena, la parte che cede con facilità al nostro “chiacchiericcio” interno, al caos e rumore che procurano i nostri pensieri, che immette paura, che spesso ci limita nelle nostre più nascoste possibilità: i nostri doni, i TALENTI.
Sventolare le palme o l’Ulivo quale segno di Vittoria della vita sulla morte.

Tutti noi, siamo come l’araba fenice che riesce a risorge dalle sue ceneri, si muore al vecchio per risorgere al nuovo.

Giotto: L’Ingresso a Gerusalemme è un affresco (200×185 cm) di Giotto, databile al 13031305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compresa nelle Storie di Gesù

Angelo Colocci: la bellezza del numero e le origini dello stato nazione. Elena Tempestini

Un personaggio esotico con un cappello da mago e il cosmo in mano sta in piedi al centro del bellissimo affresco della “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio nella Stanza della Segnatura vaticana. Vasari osservandolo pensò che Raffaello avesse dipinto Zoroastro. Invece è la figura di un grande Maestro, un umanista conosciuto come il Virgilio di Roma per la sua smisurata conoscenza: Angelo Colocci (Jesi 1474 – Roma 1549), Segretario Apostolico di Papa Giulio II e per trenta anni di Leone X, il Papa della famiglia Medici. Presidente dell’Accademia Romana, studioso di geografia, cosmologia e di corrispondenze micro-macrocosmiche, amico di Bramante, Raffaello e di Egidio da Viterbo. Traduttore di Vitruvio, studioso insieme a Pietro Bembo, personaggio centrale per la cultura, l’arte e il rinnovamento urbanistico della città di Roma, per la letteratura e la scienza nella prima metà del Cinquecento. Primo collezionista di antichità, studioso dell’antica metrologia, e a lui si deve l’identificazione della misura del piede romano, poi chiamato piede colocciano, bibliofilo, curatore di edizioni di poeti contemporanei, teorico della lingua volgare e pioniere degli studi romanzi, Colocci si è rivelato un figura decisiva in numerosi contesti disciplinari, al centro di una vastissima rete di contatti e di relazioni che sarebbero divenute nel tempo i fondamenti dello “stato nazione” moderno: l’impiego dell’heritage come veicolo di sovranità, la lingua e la formazione delle classi dirigenti. Angelo Colocci fu una figura intellettuale di grande vastità, un punto di riferimento per i grandi artisti che gravitavano alla corte papale, gli antiquari, i poeti, gli studiosi della lingua e i cultori della scienza e della cosmologia. Personaggio coltissimo e poliedrico, impartì a Raffaello la conoscenza. Il giovane pittore talentuoso, era completamente all’oscuro della lingua greca del latino, della cosmologia, della Teogonia e della Teologia. Grazie a Colocci trasse ispirazione per dare vita, forme e colori a uno dei suoi più grandi capolavori, la Stanza della Segnatura Vaticana.

Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

Nell’affresco della ‘Scuola di Atene’, Raffaello rappresentò tra le figure centrali l’umanista Colocci. È proprio lui nelle sembianze di un uomo barbuto con un cappello esotico e con la sfera del cosmo nella mano destra. Grazie a Colocci iniziò un contesto intellettuale, artistico e umano che contribuì a dare forma alla civiltà del Rinascimento: fu l’origine dello stato nazione. Arte, scienza, numero, geografia, lingua. Colocci ebbe un ruolo decisivo nell’evidenziare che il collezionismo di antichità era un potente strumento della sovranità. Non era collezionare per rappresentare la propria potenza, per mostrare il potere, era la grande capacità di influenzare i comportamenti “presenti” attraverso le storie e gli esempi virtuosi del passato. L’intelligenza di comprensione e attitudine di Angelo Colocci, fu quella di “dilatare il suo piccolo mondo“, tramite le biblioteche e i musei, luoghi concepiti per documentare i fondamenti, i principi e le strutture del sapere, esattamente come delle mappe cartografiche in scala. La vera difficoltà consisteva nel rappresentare anche le sfumature della realtà quotidiana. Praticamente la biblioteca e le collezioni divennero per Colocci uno strumento di lavoro, come sarebbe divenuto normale nel secondo Rinascime to. Angelo Colocci documentava le infinite diversità dei mondi fisici, geografici, antropologici, linguistici, cercandone le leggi regolative, cioè la numerazione. La ricerca per trovare una formula matematica da adattare universalmente alla conoscenza del mondo, dimostrare che l’ordinamento prevaleva sull’ornamento. Fu alla ricerca continua per identificare la misura standard “del piede romano”, il quale rappresentava l’unità di base del creato. Il mondo umano, fisico, storico, sacro, naturale e “sopraceleste” si fondavano sugli stessi principi numerici. Tutto poteva essere mescolato, dalla retorica ai principi dell’universo fisico: tutto poteva essere scomposto e ricomposto. Insieme all’amico Pietro Bembo, umanista, che affrontò per primo il tema della codificazione della lingua italiana, fornendo regole che trasformarono il toscano da dialetto in lingua: pensare alla Bellezza del numero matematico, derivandolo dalla poesia. Bembo e Colocci studiarono la Sestina lirica di Petrarca, celebrandone l’armonia, e trovarono che la prima rima corrispondeva alla sesta della stanza precedente, la seconda alla prima, la terza alla penultima, la quarta alla seconda, la quinta alla terzultima e l’ultima alla terza: numericamente erano 6-1-5-2-4-3. Una sequenza matematica che è stata collegata alla collocazione dei numeri sui dadi da gioco.

Stele funeraria degli Aebutii, raffiguranti gli strumenti utilizzati da Angelo Colocci per identificare la misura del “piede romano”, I secolo d.C.

E “ l’Arianna addormentata” ? La Statua, oggi esposta al Museo Archeologico di Firenze, che in origine si trovava nel giardino romano di Colocci, rappresentava il giardino dell’isola di Cythera descritto nel libro di Francesco Colonna, legato alla fonte di Venere come lo era alla ninfa dormiente. È la testimonianza di come ogni epoca abbia avuto canoni estetici propri, e che in qualche modo hanno accompagnato, mutato e codificato le arti, gli studi e gli stili di vita, ma capaci di sopravvivere dall’antichità fino a divenire un mito popolare, come possiamo riconoscerla nella “Bella addormentata” che ispirò Charles Perrault, i fratelli Grimm, e pure Walt Disney, per la famosa fiaba.

Arianna addormentata, Arte Romana del II secolo d.C. Gallerie degli Uffizi

Angelo Colocci si occupo’ della nascente lingua, essendo il padre della definizione con la quale noi oggi concepiamo il “dialetto”, parola tradotta da Colocci, dal greco parlare, conversare. La parola dialetto era apparsa nel 1502 nel primo dizionario italiano: il Calepino. Colocci pensava che vi potesse essere la coesistenza di una varietà di idiomi, una tassonomia, classificazione che è composta di espressioni idiomatiche e modi di dire non sempre trasferibili . Quindi la lingua non può vivere da sola ma in simbiosi con la società, che vi si specchia. L’antico “Ethnos” greco, la razza, il popolo si era conservata fin nel Rinascimento di Gemisto Pletone, il filosofo che voleva far rivivere il pensiero di Platone, con il quale Firenze, durante il Concilio del 1438 divenne la Capitale della Conoscenza. Dietro l’adozione di una lingua e dei suoi concetti, la società, anche la più moderna di oggi, si cela la vocazione per costruire una leadership mondiale. È la capacità della cultura e dell’educazione, garantire la tenuta di una comunità e di trasmetterla senza perdite e mutamenti lungo la linea Intergenerazionale.

Angelo Colocci, Segretario Apostolico di Papa Leone X

È l’Habitus, il comportamento di chi pratica la veracità, cioè la capacità di “stare al mondo “. L’obiettivo di integrarsi in una società armoniosa come quella cosmica dell’uomo “vitruviano”, una costrizione scenografica che ritroveremo nella “Scuola di Atene” di Raffaello, nel quale i personaggi si muovono con gesti codificati e interiorizzati, come dei “quadri viventi” di una rappresentazione teatrale della vita.

Angelo Colocci dipinto da Raffaello nella Scuola di Atene, con il globo nella mano

Rocchetta Mattei: un castello da scoprire sull’Appennino bolognese. Di Elena tempestini

Rocchetta Mattei

Le bellezze italiane delle nostre città, dei nostri borghi e dei nostri paesaggi naturali sono un patrimonio inestimabile unico al mondo. Se impariamo a comprendere il nostro territorio a leggere la sua storia e a vedere il suo futuro, riusciremo a valorizzarne le bellezze ed anche riconoscerne le criticità.

L’Italia è la nazione conosciuta come il “ Bel Paese”. Con le sue opere d’arte e monumenti di altissimo valore artistico è a tutti gli effetti un vero e proprio museo a cielo aperto, fonte di ricordi indimenticabili per tutti coloro che la visitano. Ogni regione ha degli angoli di stupore, dei gioielli poco conosciuti e incastonati nel verde delle colline. Sono andata in Emilia Romagna precisamente a Riola, comune di Grizzana Morandi, a breve distanza da Bologna. All’improvviso sono stata catapultata in un libro di fiabe. Davanti ai miei occhi, su una Rocca si erge un maestoso e misterioso “castello”. È la Rocca Mattei.

Il castello è conosciuto come “Rocchetta Mattei” grazie al nome del suo proprietario ed architetto, il Conte Cesare Mattei (1809-1886) che lo fece edificare sulle rovine di una antica costruzione risalente all’XIII secolo, la Rocca di Savigano, appartenuto quasi sicuramente a Matilde di Canossa. La storia racconta che la Rocca aveva già un complesso medievale, appartenuta agli imperatori Federico il Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, re dei romani e re d’Italia, Successivamente di Ottone IV e poi dominio della Contessa Matilde di Canossa, conosciuta come la grande Matilde di Toscana. La quale tenne la Rocca facendola custodire da un vassallo di nome Lanfranco da Savignano. La necessità della difesa del passaggio sul fiume Reno, rese prezioso questo castello ai sovrani del tempo; successivamente caduto in potere dei Bolognesi la rocca divenne inutile e fu distrutta nel 1293.

Nel 1850 il Conte Mattei, trovò il luogo “magico” dove edificare il castello che lo avrebbe ospitato per tutta la vita, conducendovi all’interno una vita da castellano medievale.
La struttura del castello fu modificata molte volte dal conte durante la sua vita, rendendola un labirinto di torri, scalinate monumentali, sale di ricevimento, camere private che richiamano stili diversi, dal medievale al moresco, dal liberty al gotico. Dal cortile centrale tramite una scala a chiocciola policroma, si giunge al celebre Cortile dei Leoni.

Realizzato sul modello del complesso palaziale andaluso dell’Alhambra, è una tra le aree più affascinanti dell’intero Castello. Al centro si trova una fontana alla cui base sono situati 4 leoni. Ci si gira all’interno e di entra nella Sala della Musica, ispirata alla Cattedrale di Cordoba, dove Mattei si intratteneva con personaggi quali Gioacchino Rossini, e che oggi custodisce gli strumenti musicali meccanici, perfettamente accordati, di Marino Marini. 

Impossibile, in ultimo, non rimanere ammaliati dalla Cappella, riproduzione in miniatura della famosa Mezquita di Cordoba. Qui gli elementi di impronta arabo-islamica si uniscono allo stile andaluso degli archi all’interno dei quali, come preziosi ricami, si sviluppano le varie sezioni del soffitto. Vi è il sepolcro che ospita il Conte, sul quale vi è una scritta :

« Anima requiescat in manu dei »

« Diconsi stelle di XVI grandezza e tanto più lontane sono che la luce loro solo dopo XXIV secoli arriva a noi. Visibili furono esse coi telescopi Herschel. Ma chi narrerà delle stelle anche più remote: atomi percettibili solo colle più meravigliose lenti che la scienza possegga o trovi? Quale cifra rappresenterà tale distanza che solo correndo per milioni d’anni la luce alata valicherebbe? Uomini udite: oltre quelle spaziano ancora i confini dell’Universo! »

Il Conte Cesare Mattei, politico e medico autodidatta, dopo la morte della madre, alla quale assistette impotente, divenne il fondatore dell’elettromeopatia una pratica fondata sull’omeopatia. Per i tempi ebbe una grandissima risonanza e curiosità, tanto che Fëdor Dostoevskij , nel 1880 cito’ il conte nel romanzo “I fratelli Karamazov”, un romanzo nel quale sono descritti i dibattiti etici concernenti Dio, il libero arbitrio e la moralità; il dramma spirituale di una lotta che coinvolge la fede, il dubbio, la ragione, messi in rapporto con il contesto storico di una Russia allora pervasa da fermenti modernizzatori. Dostoevskij fa raccontare al diavolo di essere riuscito a guarire da terribili dolori causati dai reumatismi, solo grazie a un libro e delle gocce preparate dal Conte Mattei.

Il castello ospitava illustri personaggi che arrivavano da ogni luogo per sottoporsi alle cure di Mattei. Dallo Zar Alessandro II a Ludovico di Baviera.

Alla morte del Conte Mattei, nell’Aprile del 1896, il castello venne ultimata dal figlio adottivo Mario Venturoli Mattei, che parallelamente continuò la produzione e distribuzione dei “Rimedi Mattei” fino al 1959, quando i laboratori furono costretti a chiudere.

Dopo vari tentativi di cederlo al Comune di Bologna o ad altri enti, gli eredi conclusero la vendita con Primo Stefanelli, il quale voleva rendere il castello un’attrazione turistica di interesse. Con la morte di Stefanelli la Rocchetta venne definitivamente chiusa al pubblico.

Grazie alla Fondazione Cassa in Risparmio di Bologna che l’ha acquistata nel 2005 e riaperta al pubblico nel 2015, e al Comune di Grizzana Morandi che lo gestisce grazie al patrocinio dell’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e della Città Metropolitana di Bologna, la Rocchetta Mattei è un gioiello architettonico che oggi ho potuto scoprire, visitare e fotografare con grande stupore.