Solare ed energica, sorridente e determinata, curiosa, lungimirante, colta, generosa, disponibile e organizzata al millimetro. Stiamo parlando di Alba Cappellieri di cui qui riporto alcune riflessioni: “Non mi godo i risultati, lo stop forzato mi ha insegnato a riflettere sulle scelte innocue della vita non é sufficiente la vocazione” e ancora “non riesco a smettere di conoscere” . “Fare il professore non è un lavoro lo farei comunque perché è una di ragione di vita”. Professore ordinario al Politecnico di Milano, cattedra di Design del Gioiello e Accessori Moda, Direttore del Master internazionale in Design degli Accessori di Moda, del Master in Brand and Product Management presso Milano Fashion Institute, presidente di Milano Fashion Institute, scrittrice, curatore di moda internazionale in Design degli Accessori di Moda, del Master in Brand and Product Management presso Milano Fashion Institute, presidente di Milano Fashion Institute, scrittrice, curatore di mostre, tra i suoi committenti Van Cleef & Arpels, direttore e fondatore del Museo del gioiello di Vicenza. La provenienza dalla Federico II si sente… La Prof. Cappellieri sa trasmettere il suo sapere in modo modo semplice e coinvolgente, un dono che appartiene a chi possiede una cultura vera, profonda. Le sue lezioni aprono ad un mondo di altissima professionalità, fatto di competenza e di rispetto e per questo è adorata dai suoi studenti così come l’adorano i suoi colleghi. E il Mondo è la sua casa ormai, chiamata ovunque com’é a tenere conferenze e master. Figura bellissima sotto ogni punto di vista e con una famiglia meravigliosa completa di cani e gatti di cui uno va in deliquio per il profumo dei fiori, è grande amica di ARTOUROilMUST a cui partecipato diverse volte con il Politecnico di Milano, è Artour-o d’Argento il riconoscimento destinato a chi ha fatto della bellezza sistema di vita e di lavoro. Tante le sfaccettature della sua brillante personalità, tra cui spiccano la sua insaziabile curiosità, la passione per l’insegnamento il suo habitus mentale, e per i suoi studenti che sono la sua linfa. Lieti di conoscerla Prof!
Lucchio. Il paesaggio toscano. Dolci colline, cipressi solitari che appaiono come sentinelle a guardia delle strade sterrate abbracciate da vigneti illuminati dal sole. La Toscana regala antichi paesaggi, come regala autentiche “perle” di pietra e mattoni, piccoli borghi un tempo carichi di vita.
Lucchio, il borgo più nascosto della Toscana
Lucchio è il paese, il borgo, più nascosto e arroccato della regione Toscana: Lucchio. Si trova nella valle del fiume Lima. All’incrocio della strada che da Bagni di Lucca si incontra con la via del Brennero che sale da Pistoia. Una valle inselvatichita di vegetazione che ricrea paesaggi medioevali e danteschi. Una valle quasi sicuramente già abitata dai Celti, anche grazie alla sacralità di una vegetazione così verde e ricca.
La città delle aquile reali
Lucchio appare in tutta la sua magia salendo per una strada tortuosa, piena di curve. Lasciata così, come era stata costruita secoli addietro. Sembra la città delle aquile reali da quanto è inaccessibile. Secoli e secoli hanno scolpito Lucchio quale parte della roccia maestosa. Una fortezza di un paese abbandonato e oggi fantasma del tempo che fu. Nel camminare davanti a queste case di roccia, alcune restaurate per le vacanze estive, incontro su una seggiola di paglia un anziano del luogo. Con il suo sorriso rassicurante, mi racconta di storie di cavalieri e di un castello che sovrasta la cima della montagna. Alzo gli occhi e non vedo castelli, vedo delle pietre e qualche muretto che forse un tempo remoto furono il perimetro di un castello. La tradizione racconta che la Rocca sarebbe stata commissionata da Matilde di Canossa ma studiosi hanno scoperto che sicuramente fu un insediamento molto più antico, risalente ai romani e ai longobardi.
Lucchio, contesa fra Firene e Lucca
Il castello, o rocca di Lucchio per molti anni venne conteso dal dominio lucchese e da quello fiorentino. Intrighi e guerriglie per una rocca seminascosta che dominava l’intera vallata della Lima. Una posizione molto strategica. Il vecchio signore ha voglia di raccontare. Non molti viaggiatori vengono in questo paese, la strada ha un accesso molto ripido, tanto da aver paura di scivolare indietro. L’anziano del luogo continua il suo racconto, ed è la storia, o leggenda, di due giovani fanciulle che con l’arte della femminilità salvarono la rocca da alcuni cavalieri fiorentini che volevano impossessarsene.
le due giovani fanciulle che salvarono la rocca si chiamavano Anastasia e Lucia di Vico Pancellorum.
Vico Pancellorum
(Dal volume di storia lucchese, Volume 2 Di Antonio Nicolao Cianelli, apprendiamo che non fu leggenda ma storia vera) :, nel giugno del 1437 scoprirono, con gran scaltrezza femminile, il tradimento di Gasparo da Slazzema, Castellano di Lucchio, e sventarono il tradimento. Attirato con l’inganno, scherzando e giocando con lui, sfoderarono armi femminili a cui era impossibile rimanere immuni. Sotto la loro seduzione il tradimento a favore dei fiorentini venne sventato. Questo luogo mantiene un fascino particolare, ha i colori della pietra confusi nel verde di una vegetazione sacra, inviolata, la magia di antiche sensazioni medioevali che rendono per qualche ora il viandante parte di un paesaggio presente, un piccolo grande tesoro ancora incontaminato . Vi posso assicurare, essendomi arrampicata varie volte a toccare i resti di quelle pietre che un tempo furono un castello, che si percepisce una antica energia.
Venerdì 18 marzo 2022, Tornabuoni Arte – Arte Antica, ha presentato alla stampa la nuova collezione di ‘Dipinti e Arredi Antichi 2022’, esponendo una selezione delle opere più significative del catalogo. Un ritorno alle origini, Casamonti torna nella sua prima Galleria, in via Tornabuoni, 5 a Firenze. aperta negli stessi spazi dove nel 1981 è nata tutta la storia della Tornabuoni Arte. #tuttoilbelloeilbuonochece #etpress #comunichiamoalmondolitalia @davis & Co.
Lo scultore Henry Moore è stato il primo grande artista a scoprire il libro scritto da D’Arcy Thompson: “On Growth and Form”, Sulla crescita e sulle forme.
D’Arcy Thompson, biologo, matematico ed umanista, fu antesignano nell’evidenziare il rapporto tra l’arte e la matematica, osservando e studiando le strutture geometriche della fillotassi: l’ordine e la disposizione con la quale la natura si sviluppa. Thompson, dimostrò che tutta la natura segue i modelli matematici della sequenza numerica di Fibonacci, la sezione aurea e le spirali logaritmiche.
Lo studio della fillotassi lo possiamo ritrovare nelle osservazioni sulla crescita delle piante, già conosciuto da Teofrasto nel 200 A.C., da Plinio il Vecchio, da Leonardo Da Vinci che evinse la struttura spiraliforme, fino a Keplero che nel 1600 intuì la relazione tra fillotassi e i numeri di Fibonacci, anche se la dimostrazione scientifica ebbe la sua manifestazione solo nel XIX secolo. La “curiosità” meno conosciuta della scoperta della successione di Fibonacci, nasce nel 1223, a Pisa, quando l’imperatore Federico II di Svevia assiste a un singolare torneo. Gli sfidanti sono i più insigni matematici dell’epoca e le armi sono le loro conoscenze e intuizioni. La gara consisteva nel risolvere, nel minore tempo possibile, un problema matematico: “quante coppie di conigli si ottengono in un anno a partire da una sola coppia?”
Assumendo l’ipotesi di avere a disposizione una coppia di conigli appena nati, che diventi fertile dopo un mese, dia alla luce una nuova coppia all’inizio del secondo mese e tutte le generazioni future si comportino in maniera analoga, dando vita a una nuova coppia ogni mese.
La risposta fu data velocemente da Leonardo Fibonacci, matematico pisano: il numero è 144! Fibonacci applicò la sequenza che poi prese il suo nome così rappresentata: ciascun numero è la somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144…fino all’infinito.
D’Arcy Thompson un precursore? Scienza antica e scienza moderna, sono una convergenza?
Con il suo libro “sulla crescita e sulle forme”, Thompson getta le basi della biologia matematica fin dal XIX secolo: creando un “ponte tra scienza e arte”.
Possiamo affermarlo oggi in questo inizio del 2022, nel quale dopo due anni di pandemia, dobbiamo capire, tornare a comprendere il rapporto tra bellezza e società. La fondamentale connessione tra il benessere collettivo e la qualità estetica dei nostri contesti di vita. Praticamente il costante dialogo della vita che si alterna tra disperazione e speranza.
Pochi anni dopo la sensazionale scoperta del “Bosone di Higgs”: una particella molto speciale che permette di comprendere il perché le altre particelle elementari che costituiscono il nucleo atomico, hanno massa. Se non ci fosse la massa gli atomi non starebbero insieme, se non ci fossero gli atomi non ci sarebbe la materia e di conseguenza neanche noi esseri umani e l’universo. E’ dalla massa nascono le forme e le loro proporzioni. Questi studi avvengono presso il CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, nel quale si trova l’LHC, l’accelleratore di particelle elementari.
Ed è questa continua ricerca di ciò che ancora non si conosce, che ha dato vita ad un esperimento che è, allo stesso tempo, un viaggio nel tempo più lontano e nello spazio più piccolo che possiamo immaginare. Un esperimento innovativo che varca una soglia che ci ricorda che l’essenziale è spesso invisibile agli occhi.
È l’immagine che aiuta l’interpretazione della scienza, vista anche dalla prospettiva di un visionario.
Il senso della bellezza
Il titolo del progetto si chiama Il Senso della Bellezza. Un’opera concepita e realizzata da Valerio Jalongo, filosofo, regista e, autore di scrittura creativa. Un docufilm, nato insieme alla direttrice del CERN, la fisica italiana Fabiola Giannotti e,circa centocinquanta scienziati che lavorano al progetto scientifico. È la documentazione della continua ricerca della bellezza e del suo concreto concetto.
La conoscenza, come l’arte, è un bene che appartiene all’umanità. (Fabiola Giannotti direttrice CERN)
Quale migliore occasione se non filmando la ricerca scientifica, attraverso gli esperimenti e le conseguenze che si presentano agli scienziati?
Valerio Jalongo e il CERN, ci dimostrano nel documentario, che la bellezza non è solo quella che si vede con gli occhi, ma è un’immagine che può essere penetrata con la mente.
È una bellezza che si manifesta attraverso le parole e i sentimenti degli scienziati, nella bellezza delle leggi fisiche e nella simmetria come criterio guida per la ricerca delle leggiancora ignote. Leggi non così lontane dalle ricerche estetiche di artisti che usano mezzi visivi.
Ed ecco la visione di D’Arcy Thompson, lo scienziato ottocentesco che dimostrò che la forma di un organismo è il punto di contatto tra i due mondi: Arte e scienza. Divenendo il risultato di leggi fisiche che operano e descrivono la crescita e la forma biologica secondo schemi matematici, come la conchiglia del mollusco Nautilus, il quale cresce ad un ritmo costante e il suo guscio è una delle forme più note della sezione aurea; una spirale logaritmica. La quale sezione aurea altro non è che il numero cui tende il rapporto tra ogni numero della successione di Fibonacci e il suo precedente cioè 1,6180334… Alla sezione aurea, fa capo il concetto artistico-matematico di perfezione, rinvenibile nelle proporzioni di tante architetture.
D’Arcy Thompson è stato un grande comunicatore di scienza del Regno Unito, colui che ha ispirato un’intera schiera di disegnatori che si sono impegnati nei secoli successivi, nello studio delle forme. Per D’Arcy non ha senso la parola “astratto”, dal momento che ogni forma che abbia preso corpo è già concreta. Ed è allora che la forma viene indagata con un modello matematico-geometrico in relazione al processo di crescita sul quale agiscono le forze della materia: causa dell’origine e del mutamento. Una regola applicabile universalmente sia al mondo organico che inorganico.
È la conclusione di un processo di crescita biologica nel quale ciascuna forma è indice della propria storia. Sarà la sua forma a spiegare le leggi alla quale ha obbedito per dimensione e memoria del proprio divenire. Allo stesso tempo, saranno le immagini di un processo che non è ancora del tutto concluso che si mostra allo spettatore nel suo fluire.
La lingua di Dio
Il CERN di oggi, un possibile ponte sul quale, scienziati da una parte e artisti contemporanei dall’altra, si incontrano per la ricerca della verità?
La bellezza matematica è una qualità che non può essere definita, non più di quanto la bellezza possa essere definita per l’arte, ma chi studia matematica, di solito, non ha difficoltà ad apprezzarla.“
Arte e Scienza non sono mai state in competizione. il film svela il significato del proprio titolo nella pratica della curiosità, della conoscenza, alternando a immagini della natura come la conosciamo e la percepiamo, ad altre, artistiche, in altissima definizione provenienti dalle opere di artisti internazionali, che la ricreano ispirandosi alle scoperte della fisica
Un sapere ri–scoperto nella sua eternità, grazie ad una sensibilità moderna che dimostra un concetto di atemporalità. Senza dimenticarci di Galileo, che studiando le leggi dell’Universo, stabilì che la matematica era la lingua parlata da Dio.
“C’era una volta un re!” è un suono rassicurante per ogni bambino, ma in Pinocchio è: “c’era una volta un pezzo di legno”. La fantasiosa avventura inizia con una piccola delusione per i più piccoli.
Ma la favola scritta da Carlo Lorenzini con lo pseudonimo di Collodi, paese di nascita della madre, presso Pescia (Pistoia), è un racconto per adulti, è la ricerca del fanciullo che eravamo, l’opportunità di apprezzare la vita con una prospettiva più aperta, più accogliente e meno condizionata dai giudizi altrui.
Giuseppe Prezzolini dichiarava che se si fosse compresa la bellezza di Pinocchio si sarebbe compresa l’Italia, con gli smarrimenti e le resurrezioni. Ovviamente adulta e vera. E quindi anche i luoghi della favola sono vivi e reali fonte di ispirazione.
A cominciare dal centro storico della Firenze ottocentesca (Via Taddea, poi al centro delle demolizioni per costruire il Mercato Centrale), dove il burattino (e il suo autore) nacque, per lanciarsi poi verso la campagna circostante e i paesi della Piana a Nord Ovest della città, oggi contesa da industrie, alta velocità, autostrada e aeroporto: Campi Bisenzio, l’Osmannoro, Sesto Fiorentino, Peretola e così via. Il teatro geografico non è frutto della fantasia del suo autore, ma conoscenza e rappresentazione di luoghi reali.
La casa di Geppetto é a Castello, il teatro dei burattini a Peretola, il Quercione dell’impiccato alle Cascine, l’Osteria del Gambero Rosso a Travalle, la Città delle Api industriose a Capalle, gli zecchini d’oro alla Villa Gerini, il Paese dei Barbagianni alla fabbrica di porcellana della Ginori di Doccia (Sesto Fiorentino), da dove alla sera gli operai, uscendo imbiancati di polvere di caolino, assomigliavano a barbagianni. Inquinamento industriale dell’epoca! Il mare infestato dal terribile pesce-cane era presso la grande palude oggi nota con il nome delle Piagge, dalla quale fuoriuscivano ammassi di detriti e tronchi dalle forme mostruose e dalle fauci spalancate.
Anche la fatina dai capelli turchini è un personaggio reale, con nome e cognome: Paola Ragionieri, una bambina dagli occhi azzurri, figlia di un giardiniere della Villa del Bel Riposo del fratello Paolo, a Castello, dove Carlo soggiornò a lungo. E nella prospiciente Villa Corsini sarebbe avvenuta la trasformazione del burattino in bambino.
E da ultimo guardate questa formella della chiesa di Orsanmichele, dove un falegname intaglia una figura umana. Chissà quante volte Carlo Lorenzini vi sarà passato davanti, soffermandosi e ispirandosi per il suo burattino di legno!
La rilettura conduce a nuovi scenari che ci mostrano Carlo Lorenzini calarsi appieno nella realtà del suo tempo, in quella Firenze Capitale e successivamente post capitale divenuta piena di debiti e problemi; “la città degli acchiappacitrulli”, il Paese dei balocchi, un Bengodi pieno di gazze ladre e uccellaci di rapina (di Gatti e di Volpi, pronti a speculare e trafficare a danno di poveri e ingenui).
La città in pieno boom edilizio, entusiasta di divenire Capitale del nuovo Regno d’Italia, non dette ascolto nemmeno alle parole profetiche di Bettino Ricasoli: “attenzione questa è una tazzina di caffè avvelenato”. Sotto la guida del Sindaco Ubaldino Peruzzi, per quanto proba figura post-risorgimentale, il Comune di Firenze andò in default.
Ma tutto ciò non impedì che Pinocchio e sopratutto suo padre, Carlo Lorenzini, si avventurassero lungo un percorso umano, letterario, politico, religioso ed economico di ottimismo e di rinascita, almeno individuale. Pinocchio brancolerà nel buio, finché non incontrerà la fata turchina, dalla quale riceverà una guida morale pronta a trasmettergli, senza giudicarlo, la possibilità di avere una custodia del cuore che lo aiuterà a formarsi l’anima.
Pinocchio apprenderà l’etica e la morale solo quando si troverà in difficoltà, temendo per l’incolumità del suo Creatore/Padre nel ventre del pescecane (non della balena come il mostro marino appare spesso impropriamente rappresentato nei film ispirati al burattino).
La scintilla del concetto di provvidenza, non miracolistica, ma frutto del superamento dei propri errori e cedimenti e intesa come necessità di adeguarsi all’idea di cui è immagine, per divenire reale. I princìpi dell’etica non possono essere discutibili. Pinocchio rappresenta il burattino che diviene bambino e uomo, ma che molto spesso non ascolta i consigli per via della curiosità della conoscenza e del mondo. È la metafora senza tempo della condizione di noi esseri umani, costruttori delle nostre fortune.
Con le tante celebrazioni, rievocazioni e trasposizioni spettacolistiche si è forse perso il senso storico ed etico della creazione di Pinocchio, ormai figura universale in tutti i paesi del mondo, partito da un punto di osservazione ben radicato in un reale “fisico” che, ricco di stimoli, scorreva sotto gli occhi dell’autore.
Qui una breve rappresentazioni per immagini dei luoghi della sua vita e della grande storia da lui costruita con gli occhi e il cuore di una personalità non certo minore nel panorama culturale e della quale oggi 26 ottobre ricorre l’anniversario della morte (1890).
Quante volte abbiamo ascoltato o detto questa espressione?
Dante cita “Bizzarro”nell’inferno, scrivendo: “ e ’l fiorentino spirito bizzarro / in se medesmo si volvea coì’ denti”. Inf. VIII, (61-63).
Giovanni Boccaccio scrisse: «credo questo vocabolo bizarro” sia solo de’ Fiorentini, e suona sempre in mala parte, per ciò che noi tegnamo bizarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimaner si possono».
L’etimologia di bizzarro è abbastanza incerta, però a Firenze c’è un agrume che si chiama “Bizzaria” e una strada intitolata “Via dei Giardini della Bizzarria”.
Novoli il luogo di villeggiatura dei fiorentini del 1800
Guardando il quartiere di Novoli, dobbiamo usare la fantasia e immaginare i ricchi aristocratici fiorentini dei secoli passati, uscire dai loro Palazzi del centro, montare sulle loro carrozze e dirigersi verso la campagna di Novoli dove possedevano delle splendide dimore di campagna. Ci sono delle memorie storiche: la Torre degli Agli ( distrutta durante la seconda guerra mondiale) e la villa di Carobbi. La villa della Torre degli Agli, era di proprietà della famiglia che ebbe un grande successo finanziario commerciando i preziosi bulbi da cui deriva il suo cognome. Si trova in via di Novoli al numero 46 nell’omonima strada.
Villa Carobbi a Novoli
La villa ha una forma a “U”, nel cortile c’è una fontana con una grande vasca tonda. All’nterno una copia del “ Putto con Delfino” opera del Verrocchio, (il maestro di Leonardo da Vinci). Verso est si trova un grande giardino all’Italiana, al cui interno vi sono due androni voltati affrescati da grottesche, di Bernardino Poccetti. La lapide che si trovava sulla Torre, ricorda l’incontro ufficiale tra Cristina di Lorena, nipote preferita di Caterina dei Medici (alla quale prima di morire dette una favolosa dote), con il futuro sposo, il Granduca Ferdinando dei Medici. Ferdinando aveva lasciato la veste di Cardinale dopo la morte prematura del fratello Francesco I Granduca di Toscana e di sua moglie Bianca Cappello.
matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena
Incontri, festeggiamenti e banchetti fecero da preludio allo sfarzoso matrimonio. Il tutto si concluse con una spettacolare rappresentazione di una autentica battaglia navale. La battaglia fu allestita all’interno del cortile dell’Ammannati in Palazzo Pitti, riempiendolo di acqua fino ad una altezza di quasi due piani.
Via dei giardini della Bizzarria
Lateralmente alla Villa vi è una stradina che si chiama “Via dei giardini della Bizzarria”.
Mi sono incuriosita, che nome “bizzarro” di chiamare una strada. Ed ho scoperto che la Bizzarria è un profumatissimo agrume, che in modo particolare si è mescolato tra un cedro, un arancio, un limone, divenendo tre frutti in uno. Nel 1665 il medico, biologo e naturalista Francesco Redi conosciuto come il “Padre della parassitologia moderna”, all’interno della Fonderia medicea, l’officina farmaceutica creata da Cosimo I nel 1555, con lo scopo di laboratorio per la preparazione di medicamenti farmaceutici e studio di rarità naturali di origine animale e vegetale, sezionò l’Agrume. Gli scritti di Francesco Redi riportano accuratamente lo studio del frutto:
“una Bizzarria” esternamente fatta a strisce alternative irregolarmente di cedrato e d’arancio…la tagliai nel mezzo e .. mi avvidi di aver tagliato tre pomi incastrati l’uno nell’altro. Il primo conteneva in seno gli altri due. L’altro pomo che succedeva era un’arancia schietta tanto nella buccia quanto nell’agro, il terzo e ultimo pomo…era un cedrosino ben fatto e senza punto di mescolanza d’arancio.”
I frutti bizzarri
Di questo agrume ibrido, che fu poi chiamato Bizzarrìa si racconta che non se ne aveva nessuna conoscenza. Fu il giardiniere del proprietario della villa della Torre degli Agli, che coltivò la pianta che produceva gli strani frutti. La pianta produceva anche sullo stesso ramo frutti tutti diversi l’uno dall’altro, alcuni rotondi come l’ arancia, altri piriformi come il cedro o bitorzoluti come i limoni. Si sarebbe potuto pensare ad un innesto, una “prova” di sperimentazione naturalistica, e invece no, la cosa più stupefacente di tutte è che, la pianta produceva in modo bizzarro, per semplice caso e senza che la mano dell’uomo fosse intervenuta.
Forse oggi è il caso di dire che il frutto abbia realmente un’anima e una forza particolare in se. Neppure i bombardamenti della seconda guerra mondiale, sotto ai quali i giardini di villa Panciatichi e di Castello subirono danni enormi, distrusse la bizzarria. Negli anni ottanta del ventesimo secolo, grazie a Paolo Galeotti, responsabile dell’Orto Botanico della villa Medicea di Castello, l’agrume è stato ritrovato e trapiantato presso il Giardino di Boboli, dove ancora oggi è coltivato. Miglior nome non gli poteva essere attribuito, una Bizzarra e testarda pianta in una città testimone di “bizzarri” cittadini.
Giovanni Boccaccio, Giovanni Villani, Chellino Boccaccio ( padre di Giovanni che assistette al rogo a Parigi) e la Biblioteca del Vaticano…. Oggi 18 marzo è l’anniversario della morte di Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’Ordine dei Templari. Giovanni Villani che fu uno dei più grandi storici e cronisti della storia quotidiana dei tempi medioevali, nella sua Nova Cronica (Libro IX, cap. XCII), scritta tra il 1322 e il 1348, quindi molto vicina ai fatti che ripropone, afferma senza mezzi termini “…“È nota che la notte appresso che’l detto maestro e’l compagno furono martorizzati, per frati e altri religiosi le loro corpora e ossa come reliquie sante furono ricolte, e portate via in sacri luoghi” Nel nel 1363-64, Giovanni Boccaccio dedicò un intero capitolo del suo trattato moralizzatore De casibus virorum illustrium alla figura di De Molay esaltandone i valori umani e trascrivendo il famoso resoconto di Chellino Boccaccio, suo padre, testimone oculare del tragico evento.Tracce di un passato dimenticato stanno lentamente riemergendo dagli abissi della storia, e non è mai facile per chi con curiosità legge e studia, seguire un percorso che non porti a smarrirsi in strane selve oscure. Dopo oltre sette secoli, l’Ordine dei Cavalieri Templari non ha smesso di affascinare ed ammaliare schiere di curiosi e studiosi in tutto il mondo. Sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano questo ordine cavalleresco, enigmi che hanno percorso il tempo senza trovare una chiarificazione definitiva. Durante le mie ricerche sul sistema bancario medievale studiato da Raymond de Roover, mi sono imbattuta nel fallimento della “Gran Tavola”, e in Filippo il Bello, con curiosità ancora una volta non tutto nella mia mente quadrava, i racconti sui Templari, le cronache, le leggende ….ma quando sono resoconti bancari, che si parli di medioevo o di tempi odierni tutto si complica davanti alla parola verità. Filippo il bello vide la possibilità di accrescere la propria sete di denaro e potere, grazie ad essere creditore dei Bonsignori, i (banchieri senesi) e questo gli aprì il debole spiraglio che permise alla corte francese di arrogarsi il diritto di spostare la sede papale ad Avignone. Papa Clemente V, grazie a un credito mai rimborsato di Papa Niccolò IV, si “concesse” l’arma della scomunica contro Siena, nonostante Bonifacio VIII avesse espressamente vietato la scomunica come arma di ricatto per il recupero creditizio. Con la sede papale ad Avignone, Filippo creò numerosi cardinali francesi e consentì alla soppressione dei Templari per impadronirsi delle immense ricchezze dell’ordine e liberarsi nel contempo, del suo principale creditore. Il Papa non voleva la sua morte. La Pergamena di Chinon è un documento medievale scoperto nel settembre 2001 da Barbara Frale, una paleografa italiana presso l’Archivio Segreto Vaticano, il quale dimostra che nel 1308 Papa Clemente V concesse l’assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay nonché i restanti maggiorenti dei Cavalieri templari, trascinati in un processo organizzato dal re di Francia Filippo IV il Bello servendosi dell’inquisizione medievale. Il Papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. La pergamena è datata Chinon, 17-20 agosto 1308 e fu redatta su ordine di Berengario, cardinale prete di San Nereo ed Achille, Stefano, cardinale prete di San Ciriaco in Thermis, e Landolfo, cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria; il Vaticano custodisce la copia originale e autentica degli atti di quella inchiesta, con segnatura archivistica Archivum Arcis Armarium D 217, mentre una seconda copia è autenticata e conservata.
Tre anni dopo la mostra “Verrocchio, il maestro di Leonardo” la Fondazione Palazzo Strozzi e i Musei del Bargello presentano, dal 19 marzo prossimo, Donatello, il Rinascimento, una mostra che ricostruisce lo straordinario percorso di colui che viene definito il “Maestro dei Maestri” anche per la sua grandiosa capacità di realizzare la sua arte utilizzando materiali diversi come marmo, bronzo, terracotta, legno, cartapesta e ceramiche, uniti tutti spesso in opere polimateriche, raggiungendo straordinari effetti espressivi e rivoluzionando l’idea stessa di scultura. Grazie alle 130 opere esposte e ai 50 grandi artisti presenti oltre a Donatello siamo di fronte a quella Grande Bellezza che da sollievo alll’anima. La comparazione delle opere ci fa pensare a che periodo straordinario sia stato il Rinascimento che vide artisti come Donatello, Brunelleschi e Masaccio inventare un nuovo linguaggio artistico basato sulla prospettiva ma anche delicato e poetico. Così è impossibile non rimanere abbagliati nella sala di apertura della mostra di Palazzo Strozzi, curata da Francesco Caglioti, dal meraviglioso confronto fra due Crocifissi in legno, quello di Brunelleschi per Santa Maria Novella e quello di Donatello per Santa Croce, detto il ‘Cristo contadino’.
Ḕ stata presentata martedì scorso la mostra Don Renzo Rossi. Prete di Firenze, cittadino del mondo, un viaggio fotografico di una vita sulle strade degli ultimi, dalle periferie fiorentine alle favelas brasiliane, ospitata dal 19 marzo al 3 aprile nel Chiostro grande della Basilica della SS. Annunziata a Firenze.
Organizzata dalla Fondazione La Pira e da Arcton – Associazione Archivi di cristiani nella Toscana del Novecento, col sostegno di Fondazione CR Firenze, Progetto Agata Smeralda ODV, Opera Fraternità Bahiana Onlus, Comunità Giovanile San Michele col patrocinio del Comune e il sostegno dell’Arcidiocesi di Firenze, l’esposizione è curata da Andrea Fagioli, Carlotta Gentile e Piero Meucci, e sarà visitabile a ingresso libero dal lunedì al venerdì con orario 12-18, il sabato e la domenica 10-18.
Renzo Rossi (1925-2013) è un sacerdote fiorentino che ha dedicato la sua vita agli ultimi: operai, prigionieri politici, poveri del mondo. La mostra fotografica comprende circa 130 foto, scattate personalmente da don Rossi o da lui conservate nell’archivio depositato presso Arcton, che raccontano la sua storia che inizia dagli anni della vocazione e del seminario, per poi attraversare l’Italia degli anni Cinquanta, quando Rossi svolse attività pastorale nelle parrocchie periferiche della diocesi fiorentina e iniziò ad assistere i lavoratori del Gas di Rifredi e quelli delle Ferrovie di Porta a Prato. Le immagini lo seguono poi nei sui soggiorni in India, Mozambico e Brasile, dove avviò nel 1965 la missione della Chiesa fiorentina a Salvador Bahia. A conclusione del percorso, una bacheca racchiude foto e documenti relativi al rapporto fra Rossi e Giorgio La Pira, oltre ad alcuni oggetti significativi dell’attività del prete fiorentino. Un monitor mostrerà alcuni video realizzati da registi e giornalisti.
L’esperienza di don Rossi è raccontata anche nella biografia firmata dal giornalista Andrea Fagioli e pubblicata dall’editrice fiorentina Sarnus/Polistampa in occasione della mostra. Il libro, intitolato Renzo Rossi, prete (ed. Sarnus, pp. 144, euro 15), è una narrazione appassionante e particolareggiata che prende spunto dalla grande quantità di lettere, diari, documenti e fotografie lasciate dal “sacerdote degli ultimi”. “Questo piccolo prete”, scrive il cardinale Giuseppe Betori nella prefazione al volume, “rappresentava per me una sintesi del meglio del clero fiorentino sbocciato dall’eredità del ministero episcopale del venerabile Elia Dalla Costa: tanta fede, intelligenza vivace, apertura verso tutti, servizio generoso, coraggio apostolico”.
“Abbiamo promosso l’iniziativa insieme ad Arcton – ha affermato Mario Primicerio, presidente della Fondazione La Pira – convinti dell’importanza della personalità e dell’opera di don Rossi, che è stato amico di Giorgio La Pira e lo ha seguito negli anni della sua opera come sindaco di Firenze e nel suo impegno a favore dei più deboli. La mostra ripercorre gli anni più fecondi della comunità cristiana fiorentina, mettendo in luce il grande respiro internazionale dell’identità della città della quale don Rossi fu uno dei più importanti interpreti”.
“Siamo convinti – ha dichiarato Piero Meucci, presidente di Arcton – che il nostro compito non sia solo conservare e studiare i documenti, ma anche fare in modo che questi diventino l’occasione per ripensare il modello e il messaggio che i grandi uomini di fede del passato ci hanno trasmesso. Dedichiamo la mostra al cardinale Silvano Piovanelli, promotore e primo presidente della nostra associazione a partire dalla sua fondazione nel 2012.”.
“Se il nostro progetto ha preso vita, ormai trent’anni fa – ha aggiunto Mauro Barsi, presidente di Agata Smeralda – lo si deve anche alla presenza e all’impegno dei non pochi sacerdoti e suore inviati dalla Chiesa fiorentina nei ‘bairros’ di Salvador. Primo fra tutti loro fu proprio don Renzo, che ha condotto un’esistenza di condivisione con i poveri, in un’incessante azione di evangelizzazione e promozione umana, offrendo innanzitutto la sua testimonianza personale, sempre al servizio della vita e della speranza”. Anna Migliori, nipote di don Renzo ha concluso: “La mostra rende omaggio a mio zio anche in occasione dell’anniversario della morte avvenuta il 25 marzo 2013. In quel giorno lo ricorderemo in una messa che verrà celebrata a San Michelino Visdomini alle ore 18.00. La famiglia è particolarmente lieta di vedere che l’ingentissimo patrimonio archivistico lasciato da don Renzo può dar vita a iniziative che non sono solo uno stimolo alla memoria, ma contengono un forte messaggio di fiducia e di impegno per il futuro”.
Don Renzo Rossi. Prete di Firenze, cittadino del mondo, viaggio fotografico di una vita sulle strade degli ultimi, dalle periferie fiorentine alle favelas brasiliane. Chiostro grande della Basilica della SS. Annunziata, piazza SS. Annunziata – Firenze. Dal 19 marzo al 3 aprile, da lunedì a venerdì: ore12-18, sabato e la domenica: ore 10-18, ingresso libero.
Elisabetta Failla, giornalista, sommelier si occupa di enogastronomia, arte, cultura e spettacolo. Del bello e del buono della vita
Quando le storie belle si intrecciano con lo sport, perché un “vincitore” nella vita è un sognatore che non si arrende. ACI Firenze: Nel video, c’è tutta la Solidarietà concreta di un grande gesto al servizio della comunità Ucraina. Questo ha fatto Angelo Amodeo, titolare della Checcucci srl Centro Delegato ACI GLOBAL di Calenzano Firenze. Punto storico di riferimento, per l’assistenza automobilistica dei soci ACI dell’Automobile Club di Firenze. Sono passati cento anni da quando il Presidente fiorentino dell’Automobile Club, il Marchese Ginori Lisci, ebbe l’idea nel 1911 di creare e mettere a disposizione un mezzo di soccorso automobilistico, l’auto -lettiga, il carro -automobile divenuta poi autoambulanza E sempre con ACI, ACI Global Firenze, nella persona di Angelo Amodeo , che si sono abbattute le distanze tra nazioni. È riuscito ad allungare la sua mano di aiuto al popolo Ucraino, e a tutti i medici e i volontari che si trovano sul territorio di guerra. Ha portato soccorso come è abituato a fare, con dei mezzi mobili. Ha comprato e regalato due autoambulanze nuove ed accessoriate per tutti i servizi di soccorso. A bordo delle vetture sono state caricate beni primari donati dalla Misericordia di Calenzano. Grazie Angelo Amodeo per questo segno di formidabile generosità e unione. Lo sport ha eccelso nella Premiazione in Palazzo Vecchio dei piloti soci dell’Automobile Club Firenze che si sono distinti nella stagione agonistica 2022 con auto moderne e storiche. A tutti è stato consegnato il prestigioso Giglio da Corsa dall’assessore allo sport del Comune Cosimo GuccioneGuccione, con la presenza del Governatore della Toscana Eugenio Giani. Premi d’onore e di merito ad alcune eccellenze fiorentine che hanno primeggiato anche a livello internazionale, fra cui il campionissimo Simone Faggioli campione europeo per la velocità in montagna; Presenti i presidenti Aci Angelo Sticchi Damiani e Massimo Ruffilli, il direttore Aci Firenze Alessandra Rosa, insieme a Mario Mordini Ad Aci Promuove e Giuliano Taddei presidente Scuderia Biondetti.
Elena Tempestini Storica, Scrittrice, Giornalista, Fotografa. Firenze 16 marzo 2022