La Russia inaugura la prima rotta marittima diretta dal Mar Nero alla costa occidentale Africana. Implicazioni geopolitiche e scenari futuri. Elena Tempestini

Nel contesto di un panorama geopolitico in continua evoluzione, i rapporti tra la Nigeria e la Russia hanno una relazione politica ed economica complessa. La Russia ha fornito supporto militare e diplomatico alla Nigeria fin dagli anni novanta. La Nigeria è il principale produttore di petrolio in Africa e il sesto nel mondo, quindi le due nazioni hanno interessi in comune nell’industria petrolifera, ma la recente apertura di una rotta marittima tra il porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero e la Nigeria rappresenta un significativo sviluppo strategico per Mosca. In questo mese di maggio 2025 e’ in partenza la prima nave container della flotta russa, “A7 African Cargo Line” fondata ad aprile 2025 da Andrei Severilov. L’iniziativa si inserisce nel più ampio tentativo di Mosca di rafforzare la propria presenza in Africa, diversificare le rotte commerciali, aggirare le sanzioni occidentali e costruire nuove alleanze nel Sud Globale, praticamente costruire un nuovo asse geopolitico. Negli ultimi anni, la Russia ha intensificato i propri rapporti con vari Paesi africani, offrendo accordi militari, infrastrutturali ed energetici in cambio di sostegno politico, di minerali strategici e dell’accesso ai porti. L’apertura della rotta prevede la partenza dal porto di Novorossiysk in Russia attraverso il Mar Nero, lo Stretto del Bosforo, il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo, il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Golfo di Aden, l’Oceano Indiano e infine il Golfo di Guinea fino ai porti nigeriani. Il principale Porto di Lagos , il Porto di Onne specializzato nel supporto all’industria petrolifera e del gas, hub logistico chiave, il Porto di  Porto di Bonny Island: specializzato sull’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL), cruciale per le esportazioni energetiche della Nigeria. Praticamente uno dei più grandi produttori di petrolio e gas del continente africano consolida l’intenzione russa di accedere ai mercati africani non solo dal punto di vista commerciale, ma anche quale piattaforma logistica e militare.

Porto di Lagos

La Nigeria, da parte sua, ha un forte interesse a diversificare i propri partner internazionali, specie in un momento di crescente instabilità nella regione del Sahel e nel Golfo di Guinea. La cooperazione con la Russia potrebbe portare vantaggi in termini di forniture militari, investimenti infrastrutturali e cooperazione energetica. L’Etiopia e l’Eritrea sono dei tasselli strategici di questo puzzle russo. Nel Corno d’Africa, l’Etiopia e soprattutto l’Eritrea rappresentano per Mosca obiettivi primari. L’Eritrea, con il suo accesso al Mar Rosso, è uno dei pochi Paesi africani che ha sostenuto apertamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il porto eritreo di Massaua, in particolare, potrebbe diventare un punto d’appoggio strategico per la marina russa, rafforzando la presenza di Mosca nel Mar Rosso. L’Etiopia, pur con una politica estera più bilanciata, resta un partner ambito per il suo peso demografico e regionale. Mosca mira a includere Addis Abeba in un’alleanza più ampia nel continente, sfruttando anche le tensioni con l’Occidente dopo la guerra nel Tigray, che ha avuto solo un cessate il fuoco nel 2022, rimanendo irrisolte le ostilità , come il rientro delle truppe eritree e l’assetto amministrativo del Tigray occidentale. Se la Russia riuscisse a ottenere le basi logistiche o portuali in Eritrea, o in Somalia attraverso alleanze indirette, potrebbe creare un corridoio navale che dal Mar Nero si estende al Golfo di Guinea passando per il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Le implicazioni per il Mediterraneo sarebbero inevitabili, l’espansione marittima russa verso l’Africa subsahariana diventerebbe un passaggio strategico attraverso lo Stretto di Gibilterra o il Canale di Suez. In entrambi i casi, la Russia rafforzerebbe la sua capacità di proiettarsi quale potenza navale in acque strategiche dove già mantiene la sua presenza, come in Siria con la base navale di Tartus. Tutto ciò può solo portare delle serie preoccupazioni per i Paesi NATO del Mediterraneo, in particolare per l’Italia, la Francia e la Grecia, che vedono con crescente sospetto la militarizzazione russa della regione. Inoltre, l’intensificazione della presenza russa in Nord Africa e nella fascia sub-sahariana potrebbe spingere l’Unione Europea a rivedere la propria strategia mediterranea, rafforzando le politiche di difesa comune e le missioni di contenimento nelle acque internazionali. Fare delle “ previsioni” dei possibili scenari è’ praticamente come attuare su di una scacchiera la mossa “gambito”, una mossa molto audace e rischiosa, che può portare a risultati sorprendenti se gestita correttamente. Si potrebbe passare dal multipolarismo agli eventuali conflitti ma anche a possibili convergenze. Se la rotta marittima si dimostrasse stabile e redditizia, anche grazie al ribasso delle tariffe di trasporto del 50%, la Russia potrebbe investire ulteriormente in basi logistiche in africa, accrescendo la propria influenza e diventando un attore chiave nelle rotte energetiche e commerciali globali, creando un indiretto scontro con l’Occidente, tanto da innescare reazioni da parte di stati Uniti ed Europa, oltre gli alleati regionali come la Turchia e l’Egitto, con una crescente militarizzazione del Mar Rosso e del Mediterraneo orientale.

La nuova rotta marittima tra Russia e Nigeria non è quindi solo una mossa commerciale, ma un tassello di un piano geopolitico più ampio. La volontà a ridisegnare le sfere d’influenza globali in un contesto sempre più multipolare, mettendo alla prova le capacità di risposta dell’Occidente, la resistenza dell’Africa e gli equilibri delicati del Mediterraneo. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se questo nuovo corridoio marittimo rappresenterà un’opportunità di sviluppo o una miccia per nuovi conflitti.

“Vedova e sola”: Roma senza Cesare, il mondo osserva una sfida globale. Elena Tempestini

Nel VI canto del Purgatorio della Divina Commedia, Dante Alighieri scrive: “Vieni a veder la tua Roma che piange, vedova e sola, e dì e notte chiama: ‘Cesare mio, perché non m’accompagne?immaginando la Città Eterna priva della sua guida imperiale, svuotata di potere e direzione. VI canti di tutte e tre le cantiche del poema di Dante rappresentano canti politici. Nello specifico, il VI canto del Purgatorio contiene una lunga apostrofe sull’Italia e sulla sua situazione politica, divisa da lotte intestine, campanilismi e definita per questo un celebre verso “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”. Oggi, a secoli di distanza, l’immagine dantesca torna con forza nel cuore della cristianità. La Sede di Pietro è vacante, e mentre i cardinali, oggi 7 maggio, si chiudono in conclave, il mondo intero trattiene il fiato. Perché oggi non è solo un processo spirituale di discernimento: è anche una delle partite geopolitiche più complesse dell’era postmoderna.

Dietro il velo della preghiera, della fumata bianca, dei riti millenari, si agitano spinte nazionali, timori globali e speranze che travalicano i confini della fede.

Un conclave globale per un mondo in frantumi

Mai come ora il collegio cardinalizio riflette il volto policentrico della Chiesa. I 132 cardinali elettori provengono da ogni angolo del pianeta, e ciascuna area porta in conclave un desiderio: avere un proprio “Cesare”, un Papa che conosca le ferite, le culture, le urgenze della propria terra.

L’America Latina, che con Francesco ha visto per la prima volta un Papa “venuto dalla fine del mondo”, teme ora di perdere un ruolo centrale. Molti auspicano un successore che prosegua la linea pastorale bergogliana, attenta ai poveri, alla giustizia sociale, alle periferie esistenziali. L’Africa, in piena espansione cristiana e al centro di nuovi equilibri geopolitici (si pensi al patto Russia-Nigeria o al ritorno in scena della Libia con Haftar), spera per la prima volta in un Papa nero. Un segno potente, simbolico, in un continente giovane, religioso, ma ancora poco rappresentato nel governo della Chiesa. L’Asia, terra di minoranze cristiane spesso perseguitate, guarda con speranza ai cardinali delle Filippine, dell’India, persino della Cina “sotterranea”. Un Papa asiatico sarebbe un messaggio chiaro in un tempo di crescente tensione con Pechino e di dialoghi diplomatici delicati tra Vaticano e mondo comunista. L’Europa, pur se in declino demografico e spirituale, ambisce a un “ritorno dell’ordine”: molti cardinali del nord e dell’est vorrebbero un pontefice più tradizionale, forte nella dottrina, chiaro nei princìpi, meno incline alla sinodalità aperta e più vicino all’immagine di Giovanni Paolo II o Benedetto XVI. Gli Stati Uniti, con la loro potente e ricca Chiesa, sono spaccati: da un lato il fronte conservatore, che critica Francesco per la sua ambiguità su morale e liturgia; dall’altro un cattolicesimo sociale e progressista che vede nella continuità bergogliana un’occasione per riformare la Chiesa dall’interno.

Riforma o restaurazione: l’alternativa di fondo

Il nodo è uno solo: proseguire sulla strada della Chiesa come “ospedale da campo”, sinodale, povera e missionaria, oppure invertire la rotta e tornare a una Chiesa forte nei dogmi, identitaria, più “romana” e meno “periferica”.

Il conclave sarà dunque anche un referendum interno: su Francesco, sui suoi dieci anni di pontificato, ma sarà anche un’espressione di paure e speranze globali. In un mondo segnato da guerre, migrazioni, intelligenza artificiale, disuguaglianze e nuove egemonie (Cina, Russia, India), il Papa che verrà dovrà essere più di un leader spirituale: dovrà essere un mediatore globale, un simbolo credibile, un interlocutore con autorità in un tempo senza autorità.

Roma attende, il mondo osserva

Nella quiete ovattata della Domus Sanctae Marthae, i cardinali pregano e dialogano. Ma fuori, il mondo si agita. I governi, i popoli, le Chiese locali attendono il nuovo “Cesare”, il nuovo successore di Pietro che, come Francesco, possa “andare ai confini della terra” — o che, secondo altri, possa riportare l’asse a Roma.

E come allora scriveva Dante, anche oggi Roma, vedova e sola, guarda al cielo e attende.

Sarà un Papa del Sud o del Nord? Della tradizione o della riforma? Della diplomazia o della testimonianza?

Il conclave è iniziato. La Storia, ancora una volta, si fa a Roma.

Il primato dell’oro e della Svizzera. Elena Tempestini.

Oro a 4mila dollari l’oncia entro la metà del 2026? Traguardo possibile, per Goldman Sachs, se il dollaro non è più rifugio. Attualmente il lingotto macina record sopra quota 3.200 dollari l’oncia, apprezzandosi anche mentre il rendimento dei Treasuries (titoli americani del Tesoro) vola.
Stimato da sempre come un bene rifugio inattaccabile, in tempi d’inflazione l’oro da investimento rappresenta il modo più rassicurante per proteggere il patrimonio.

La sfiducia nel dollaro, come moneta principe della riserva mondiale, è decisamente in aumento da tre mesi e mezzo a questa parte, ovvero da quando si è insediato Donald Trump per il suo secondo mandato presidenziale (non consecutivo) alla Casa Bianca. Dallo scorso gennaio 2025, infatti, il dollaro ha perso mediamente l’8 per cento rispetto a un paniere di valute mondiali.

E’ una constatazione di fatto, bisogna però fare un passo indietro: negli ultimi anni le banche centrali hanno spinto gli acquisti di oro mosse dalla volontà di ridurre la dipendenza dal dollaro, nell’ambito di un processo di dedollarizzazione dei propri asset finanziari. Ed è ancora più evidente oggi, dal momento che le tensioni geopolitiche stanno mettendo a rischio gli investimenti, mentre il prezzo dell’oro aumenta anche in tempo di crisi e, a lungo termine, mantiene il suo potere d’acquisto.

Diversi i fattori che hanno contribuito a indebolire l’immagine del dollaro: la ritirata degli Stati Uniti dal commercio globale, le politiche ultraprotezionistiche e le rumorose ripicche inferte da Trump all’ordine internazionale brandendo lo strumento dei dazi al rialzo, incurante (almeno in apparenza) dell’aumento del debito federale americano. Oggi il debito pubblico americano supera i 36mila miliardi di dollari, più del 120 per cento del Pil, e l’ammontare del debito, che è detenuto da creditori esteri, è di oltre 26mila miliardi di dollari.

I dazi per duellare contro la Cina, poi, hanno lentamente offuscato la percezione del dollaro come pilastro della stabilità finanziaria globale. Tutto ciò non piace agli investitori, spingendoli a correre ai ripari.
In passato, tuttavia, il fenomeno era affrontato diversamente: il rischio d’instabilità dei dazi americani spingeva gli investitori a rifugiarsi nel dollaro, con l’effetto di rafforzarlo. Oggi, invece, la domanda di oro come bene rifugio viene vissuta come antidoto contro l’inflazione, perché la tenuta del dollaro non convince più.

C’è un particolare non trascurabile, però: di oro da comprare non ce n’è abbastanza. L’oro è un minerale che deve essere generalmente estratto dalla roccia, dopo di che deve essere separato da altri metalli e minerali e deve subire dei processi di amalgamazione, levigazione e cianurazione in raffinerie specializzate. Quelle principali, considerate fra le più affidabili, si trovano in Svizzera.

Il ruolo della Svizzera come leader mondiale nella lavorazione dell’oro è dato dal fatto di essere l’unico paese ad avere introdotto una legislazione specifica per il controllo dei metalli preziosi, istituendo un Ufficio federale preposto alla supervisione e all’autenticità dei prodotti. In caso di errore nella certificazione dei metalli preziosi, la responsabilità non ricade sulla singola raffineria, ma direttamente sulla Svizzera. Questa regolamentazione rappresenta una garanzia ulteriore per i clienti.

Non a caso, quindi, una delle raffinerie più importanti del mondo si trova a Mendrisio, capoluogo del Canton Ticino. Si chiama Argor-Heraeus Pellegrinelli. Il suo condirettore generale, Robin Kolvenbach, ha spiegato che la raffineria è un sistema ermetico, tutto ciò che entra viene controllato minuziosamente, analogamente a tutto ciò che esce. In un servizio di approfondimento, il Financial Times ha parlato della straordinaria ondata di ordini ricevuti dalla raffineria ticinese mentre il prezzo dell’oro continuava a crescere, al contrario delle Borse che in alcuni giorni neri, degli ultimi cento del 2025, hanno subito crolli molto importanti, incenerendo miliardi di dollari. La minaccia dei dazi agisce da leva sul mercato dell’oro, tira le somme Kolvenbach.

L’elezione di Trump ha generato timori tra gli investitori, in particolare sulla possibilità che il presidente imponesse dazi anche sull’importazione di oro negli Stati Uniti. Per questo motivo ora assistiamo al movimento inverso: una parte dell’oro trasferito a New York da Londra – mercato principale dove vengono scambiate 500 tonnellate di oro al giorno, pari a circa un quinto della produzione annua globale – adesso ritorna nel vecchio continente.
Il movimento è legato al funzionamento della Borsa Comex di New York (divisione del Nymex dedicata alla negoziazione di contratti su oro, argento, rame e alluminio), dove i contratti futures sull’oro richiedono, alla scadenza, la consegna fisica del metallo (in barre e lingotti).

Le barre d’oro da 400 once (12,4 chilogrammi) sono generalmente conservate in gran parte a Londra, in uno dei caveau della Banca d’Inghilterra. Vengono rifuse in barre da un chilo (il formato richiesto a New York) e si spediscono. Tuttavia, il timore che Trump imponesse dazi sulle importazioni d’oro ha spinto molti operatori a muoversi rapidamente, accelerando le esportazioni verso gli Stati Uniti. L’oro fuso per il momento è tuttavia escluso dai dazi. A questa motivazione si è aggiunta la spinta speculativa, in quanto il prezzo tra l’oro quotato a Londra e quello quotato a New York presenta delle variazioni.

Alla raffineria Argor-Heraeus di Mendrisio, che ha un giro d’affari di 26,5 miliardi di euro, adesso i volumi si sono quadruplicati, con richieste crescenti da Londra. Per soddisfare la domanda perciò l’azienda ha aumentato i turni, estendendo i cicli produttivi sulle 24 ore. Qualcosa di simile era già accaduto, ad esempio nel 2020, durante i primi mesi della pandemia, quando gli investitori acquistavano oro in grandi quantità. Lo stesso accadde durante la crisi di Lehman Brothers nel 2008.

Il Patto Reagan-Giovanni Paolo II: un’Alleanza Spirituale e Politica che Risuona nel Mondo del 2025. Elena Tempestini

Il presidente americano, Ronald Reagan e Giovanni Paolo II

Quarant’anni fa, in piena Guerra Fredda, due uomini cambiarono il corso della storia con un’alleanza tanto discreta quanto potente. Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, e Karol Wojtyła, Papa Giovanni Paolo II, trovarono un terreno comune in un obiettivo ambizioso e rischioso: indebolire il blocco sovietico e restituire libertà ai popoli dell’Est europeo. Quel patto silenzioso tra Washington e il Vaticano non fu solo un’intesa ideologica; fu un atto geopolitico di portata storica, le cui onde d’urto arrivano fino a oggi, nel maggio del 2025, in un mondo nuovamente segnato da fratture globali e nuove configurazioni di potere.

Un patto segreto, una strategia comune

1982 il patto Reagan Giovanni Paolo II

L’incontro tra Reagan e Giovanni Paolo II, avvenuto nel giugno del 1982 dopo i rispettivi attentati subiti nel maggio 1981, sigillò un’intesa già in atto dietro le quinte. Entrambi sopravvissuti, entrambi convinti di avere una “missione”, condivisero informazioni di intelligence e sostegno morale e materiale al sindacato Solidarność in Polonia. Fu la prima volta nella storia moderna che la Chiesa e la Casa Bianca cooperarono in modo sistematico per un fine strategico comune.

Lo storico accordo, gestito tramite figure chiave come William Casey, allora direttore della CIA, e il cardinale Casaroli, si fondava su una visione morale del mondo, in cui la libertà religiosa e la dignità dell’uomo costituivano i pilastri di una battaglia contro l’ateismo di Stato sovietico.

Echi nel presente: un maggio 2025 in bilico

Oggi, nel maggio del 2025, lo spirito di quell’alleanza torna prepotentemente d’attualità. La Russia, sebbene non più “sovietica”, è nuovamente al centro della scena globale. Il conflitto in Ucraina non si è ancora risolto, e Mosca cerca nuovi fronti d’influenza: in Africa, come dimostra l’apertura della rotta marittima strategica con la Nigeria, e nel Mediterraneo, dove il ritorno del generale libico Khalifa Haftar riporta in gioco le dinamiche post-coloniali e le rivalità energetiche.

In questo scenario, la Santa Sede si trova di nuovo a essere un osservatore chiave e potenzialmente un attore di dialogo. Ma non è più la Chiesa di Wojtyła. Dopo il pontificato di Francesco, si apre un conclave incerto, dove il nuovo Papa sarà chiamato a decidere se proseguire la linea del dialogo inclusivo o tornare a un ruolo più assertivo nella geopolitica.

L’eredità del patto e il dilemma americano

Nel frattempo, anche l’America cattolica è divisa. La tensione tra la Chiesa progressista incarnata da Bergoglio e le correnti conservatrici, spesso vicine all’ideologia “reaganiana”, rispecchiano un Paese polarizzato. Alcuni ambienti negli Stati Uniti rimpiangono il tempo del binomio Reagan-Wojtyła, quando la Chiesa era vista come un alleato nel difendere valori “non negoziabili”.

Eppure, l’alleanza del passato non può essere semplicemente replicata. La Russia di oggi non è l’URSS, l’America è meno unificata, e la Chiesa è attraversata da tensioni teologiche, sociali e geopolitiche. Tuttavia, il bisogno di una leadership morale che possa tenere insieme libertà e giustizia, fede e diplomazia, torna con forza.

Stiamo andando verso un nuovo asse spirituale?

Mentre i cardinali si riuniscono in conclave e i leader mondiali ridefiniscono le rotte dell’energia, dei dati e delle armi, una domanda si fa strada: può esistere oggi un nuovo “patto spirituale” capace di influenzare la storia? Un’alleanza tra fede e ragione, tra valori e realismo, tra potere e responsabilità?

Il futuro Papa, chiunque egli sia, dovrà confrontarsi con questa eredità: la consapevolezza che in certi momenti della storia, la fede può diventare una grande forza della geopolitica. Come accadde nel 1980 tra un attore hollywoodiano diventato presidente e un prete polacco diventato Papa.

Tra Fede, Finanza e Geopolitica: le ombre lunghe di un conclave decisivo. Elena Tempestini

Conclave: vatican press

Mentre le porte della Cappella Sistina si preparano a richiudersi dietro ai cardinali chiamati a eleggere il nuovo pontefice, il mondo intero guarda a Roma con un’attenzione che va ben oltre la dimensione spirituale. Il conclave imminente è, più che mai, un fatto geopolitico di rilevanza globale, incrocio di poteri visibili e invisibili, tensioni tra fede, finanza e nuovi equilibri internazionali. Negli ultimi anni del pontificato di Francesco, gesuita argentino e figura polarizzante, si è acuito lo scontro tra la Chiesa nordamericana, potente, conservatrice e fortemente radicata in una visione dottrinale e finanziaria strutturata, e l’impostazione pauperistica e pastorale di Bergoglio. I grandi donatori statunitensi, molti dei quali legati al mondo della finanza e al cattolicesimo tradizionalista, non hanno mai digerito la dura critica del Papa alla “cultura dello scarto” e alla “tirannia del denaro”. Il gesuita venuto “quasi dalla fine del mondo” ha scosso le fondamenta di una Chiesa abituata a essere anche centro di potere, invocando una “Chiesa povera per i poveri” che mina certi equilibri secolari, praticamente Francesco ha messo in crisi Trump e il modello economico USA. Questo non ha impedito al Cardinale di New York, Thimoty Dolan, presente al Conclave, di contestare, quale brutta figura, il fotomontaggio di Donald Trump vestito da Papa postato sugli account social della Casa Bianca. Tra i cosiddetti “ papabili” c’è il Cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller il quale afferma che serve un Teologo, un dottore della chiesa per non correre il rischio di aderire alla politica Bergogliana e far divenire la chiesa vaticana protestante:  “Non si devono lasciare indietro la dottrina e la verità della Chiesa solo per ragioni di diplomazia”.

Ma per comprendere le radici profonde di queste fratture, bisogna tornare indietro nel tempo, resta basilare il patto Reagan – Giovanni Paolo II, che implicava la lotta alle Comunità di Base ed alla Teologia della liberazione in America Latina, gli aiuti a Solidarnosh in Europa per la caduta del marxismo. ( Ricordo che la politica odierna di Peter Thiel e del suo protetto vice presidente americano  J.D.Vance è Reganiana). Il patto siglava una politica di “pace attraverso la forza” e il suo forte anticomunismo, contribuiva a creare un clima di tensione con l’Unione Sovietica. Nel 1981 la preoccupazione di Wojtyla davanti alle “ dimissioni “ di Padre Arrupe erano chiare: non voleva una congregazione generale perché temeva che, dimessosi Arrupe, venisse eletto quale preposito generale uno dei due assistenti generali: lo statunitense Vincent T. O’Keefe o il francese Jean-Yves Calvez, di tendenza progressista, che già durante la XXXII congregazione generale del 1974, regnante Paolo VI, fece fibrillare, e non poco, le relazioni interne all’ordine quanto i rapporti con la Santa Sede.  Ma precisamente il 13 maggio 1981 mentre Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro veniva ferito dai colpi di pistola del terrorista Ali Ağca, nello stesso momento, in una clinica di Roma, padre Pedro Arrupe, allora Superiore Generale della Compagnia del Gesù, il Papa Nero, veniva ricoverato per un ictus che lo avrebbe allontanato dalla guida dell’ordine. Due uomini, due visioni, due corpi segnati nello stesso giorno: da una parte il pontefice polacco, figura fortemente spirituale ma anche politica, dall’altra il gesuita basco, innovatore e sostenitore della “fede che fa giustizia”. Quel 13 maggio simbolicamente è il punto d’incontro e di scontro tra due anime della Chiesa, quella più legata alla trascendenza e quella immersa nel mondo. Nel 2007 fu Papa Benedetto XVI, attraverso il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, a pensare di portare avanti ciò che Woityla non aveva compiuto. Fu mandato l’Arcivescovo di Buenos Aires a trattare il complesso nodo che si era formato tra il Vaticano e la Compagnia del Gesu’, Jorge Mario Bergoglio, colui che diventerà Papa Francesco nel 2013 con le dimissioni di Benedetto XVI. Bergoglio, dalla salita al Soglio Pontificio ha sempre criticato il modello di economia di mercato dominante negli Stati Uniti.

Papa Wojtyla e Arrupe il Papa Nero della Compagnia del Gesu’

Il conclave che si apre in questo maggio 2025, porta con sé un lascito diviso e in una situazione geopoliticamente complessa, intrecci che emergono attraverso la Russia, la Cina e l’Africa. La Russia, isolata dall’Occidente, apre una nuova rotta verso il continente africano. Accordi economici e militari con la Nigeria si stanno consolidando, mentre in Libia il generale Khalifa Haftar torna protagonista, stretto alleato del Cremlino e pronto a sfruttare il caos istituzionale per guadagnare terreno. L’obiettivo è chiaro: creare un’area di influenza russa nel Mediterraneo centrale e nella regione subsahariana, saltando i canali euro-atlantici e rafforzando legami con potenze emergenti e Stati fragili.

Russia e Niger

Le cordate cardinalizie si stanno già muovendo: c’è chi punta a un ritorno dell’“ordine” dottrinale e chi invece cerca di preservare l’“ospedale da campo” bergogliano. Ma al di là delle mura leonine, i governi guardano con attenzione. Perché un Papa può influenzare i rapporti internazionali, i flussi migratori, i processi di pace. In un mondo instabile, il nuovo pontefice sarà inevitabilmente un attore geopolitico.

Un visionario della geopolitica : Brzezinski su Usa e Europa. Elena Tempestini

Zbigniew Brzezinski

“Il passato non è mai finito anzi non è mai passato” scrisse William FaulknerIl, ed effettivamente il futuro è il risultato del presente nella stessa maniera in cui il presente è figlio del passato. Non possiamo comprendere né il passato recente né l’attualità presente senza conoscere gli attori più importanti che hanno contribuito a crearlo, Zbigniew Brzezinski è uno di questi, il visionario polacco al servizio del Vaticano e degli Stati Uniti, colui che aiutò a liberare la sua amata Polonia dal comunismo e a trasformare l’Afghanistan nel Vietnam dei sovietici, in particolare durante la sua attività di Consigliere per la sicurezza nazionale per l’amministrazione di Jimmy Carter. Nel suo libro scritto nel 1977 “ Between two ages: America’s role in the technotronic era”, “Tra due epoche: il ruolo dell’America nell’era tecnotronica” e per tecnotronica intendeva il digitale, si poneva la domanda di cosa l’America avrebbe dovuto fare, quali cambiamenti economici, politici e finanziari che la rivoluzione digitale avrebbe introdotto nelle società occidentali, il ruolo per rimanere al vertice dell’ordine mondiale.

Cartina geografica della Russia e dei paesi paesi rimland i quali sono
una regione geografica strategica che si estende lungo le coste dell’Asia, dell’Africa e dell’America, inclusi i Paesi che facevano parte dell’ex Unione Sovietica. Questi paesi molto ambiti, sono caratterizzati dalla presenza di aree ricche, tecnologicamente avanzate, con grande disponibilità di risorse e facile accesso ai mari. Cartina di Limes

Brzezinski è un personaggio chiave più che fondamentale per comprendere, fu una delle eminenze grigie che più hanno contribuito a plasmare la storia dell’umanità. È al suo genio che gli Stati Uniti debbono la loro vittoria nella Guerra fredda. È alla sua lungimiranza che gli Stati Uniti debbono la forma della loro strategia per lo spazio postsovietico. La sua “ dottrina” prevedeva l’allargamento a Est della Nato, tra la fine degli anni Novanta e la prima decade dei Duemila, una strategia di isolamento della Russia, facendo leva sui sentimenti russofobi di larga parte delle Repubbliche ex-sovietiche dell’Europa orientale, che, non a caso, hanno sempre guardato con più interesse agli Usa e alla Nato che non alla Ue. L’uso della tecnologia per Brzezinski, doveva servire per l’interruzione della continuità del blocco euroasiatico: separare la Russia dall’Europa significava non solo indebolire economicamente e politicamente la Russia, condannandola all’isolamento, ma anche ricondurre l’Europa politica entro la sfera di influenza statunitense e sotto il quadro euro-atlantico definito dall’Alleanza. La rilettura di ciò che ha scritto Brzezinski dal dopo-guerra fredda fino al 2016, anno della sua ultima pubblicazione ci aiuta a comprendere gli eventi del passato, ma sopratutto ci dà la chiave per decifrare il presente e forse riuscire a fare maggiore chiarezza sul futuro. Brzezinski delineava quella che sarebbe divenuta la grande strategia degli Stati Uniti per l’Eurasia, una teoria che già a fine ottocento il Generale inglese Mackinder aveva delineato: “ Heartland o Perno Geografico, teoria presentata nel 1904, portata avanti nel 1919 e con una revisione nel 1943. Heartland, e’ la Russia, il cuore della Terra, l’area geografica che consente il controllo politico dell’Eurasia (Europa, Medio Oriente, India, Cina e Giappone) e di conseguenza del mondo intero.” Brezsinki anni dopo continua ad individuare i cinque Paesi “dinamici” che, nello scacchiere globale, costituiscono dei perni sui quali la politica estera e di sicurezza statunitense può giocare per svolgere il ruolo di grande egemone e prevenire l’ascesa di competitori strategici. Questi Paesi sono l’Azerbaijan, la Turchia, la Corea del Sud, l’Iran e l’Ucraina. Di quest’ultima nel suo libro “  The Grand Chessboard: American Primacy And Its Geostrategic Imperatives” scriveva: ”Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Questo concetto assume un’importanza fondamentale per capire lo scenario geopolitico mondiale attuale, caratterizzato dallo scontro tra il Nuovo Ordine Mondiale unipolare iperliberista della potenza americana, e il Nuovo Ordine Multipolare guidato da Russia e Cina, uno scontro che si sta consumando al margine della Russia, in Ucraina. Nella visione geopolitica di Mackinder, l’Ucraina ha sempre svolto un ruolo fondamentale fin dai primi anni del Novecento: anche per impedire qualsiasi contatto economico e politico tra la Russia e la Germania, cercando di isolare il “perno geografico della storia”. È in tale contesto che vanno lette le sanzioni antirusse e la crisi del gas che in questi ultimi anni attanaglia l’Europa.

Brzezinski è il teorico della geopolitica della fede, la stessa che avrebbe ironicamente sconfitto l’Impero dell’ateismo con l’aiuto di preti e imam, di croci e mezzelune, e le cui analisi sembrano provenire da delle pietre veggenti nelle quali riesce a vedere il futuro. Negli ultimi anni la religione cattolica ha avuto un ruolo fondamentale e una crescita esponenziale tra i lavoratori del settore tecnologico e soprattutto tra i miliardari delle Big Tech, oggi chiamati Oligarchi digitali. Alcuni appartengono alla fede cristiana già da tempo, come Peter Thiel accomunati anche dall’aderire alla “ New Right” che ha preso più consistenza con l’elezione di Donald Trump. È’ stato Peter Thiel, miliardario tecnologico, co-fondatore di Paypal e Palantir Technologies a convertire al cattolicesimo il Protestante J.D.Vance , vice Presidente degli Stati Uniti, finanziandolo nella sua campagna elettorale e nella sua biografia dal titolo “ Elegia Americana”, libro che può far comprendere la strada intrapresa.

Non è una coincidenza che Brzezinski, sia un nome paradossalmente semi-sconosciuto in Europa, ma riscoperto e approfondito negli ambienti accademici di “due giocatori geostrategici” quali Russia e Cina , nel nome dell’antico e sempreverde “Arte della Guerra di Sun: “ conosci il tuo nemico”

Continente Euroasiatico

Conoscere e studiare Brzezinski significa capire come, dove, quando e perché lo scacchista Stati Uniti muoverà i propri pedoni in quella grande scacchiera che è l’Eurasia, l’Isola-continente al centro del mondo da cui dipende e sempre dipenderà il destino del mondo.

Il Navajo Code, il sistema di crittografia che fece vincere durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti nel Pacifico. Elena Tempestini


Alan Turing, durante la seconda guerra mondiale con il computer digitale “ Colossus” riuscì a decifrare i messaggi criptati di “ Enigma”, la potente macchina di comunicazione nazista. Ma il sistema di crittografia più affascinante e meno conosciuto della seconda guerra mondiale  è stato il “Navajo Code”, il quale permetteva ai Marines americani impegnati nel Pacifico, di avere a disposizione un idioma talmente complesso nella sua struttura, che si rivelò impenetrabile per le forze nemiche. Era il 1942, i messaggi statunitensi via radio venivano facilmente intercettati dalle forze nemiche.

Philip Johnston era cresciuto con il popolo Navajo e propose di usare la loro lingua crittografata. Una struttura di linguaggio unica, parlata e non scritta, talmente complessa da essere impossibile per chiunque da comprendere. Fu elaborato un sistema crittografico che mescolava: lingua inglese, il Navajo, lettere, numeri e simboli militari, nacque il Navajo code, i Marines arruolarono più di cinquecento uomini Navajo, i quali divennero i Code Talker, uomini addestrati a trasmettere e ricevere messaggi durante i combattimenti. Furono in grado di comunicare con più di mille messaggi e senza neanche un errore, vincenti  in battaglie chiave del Pacifico come: Tarawa, Scipan, Guadalcanal e la celebre battaglia di Iwo Jima. Il Generale dei Marines,  Howard Connor, capo delle Comunicazioni, dichiarò che se non fosse stato per i Navajo, i Marines non avrebbero vinto sull’isola giapponese.

Ancora oggi il Navajo Code detiene il primato di crittografia più sicuro della storia, rimane il più veloce, riuscendo a trasmettere in soli venti secondi. Il riconoscimento e la celebrazione sono avvenuti nel 2001, quando il popolo Navajo ricevette gli onori e la Medaglia d’Oro da parte del Congresso Americano, rendendoli eroi e integrati nella storia degli Stati Uniti. Un museo, il Navajo Nation Museum, in Arizona, celebra i Navajo Code, il 14 di agosto è’ stata istituita la National Navajo Code Talkers Day. 




“A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

Comanda BlackRock, con o senza il dollaro. La lettera di Larry Fink agli investitori. Elena Tempestini

Larry Finch CEO Black Rock

Un Risiko geostrategico economico nel quale il colosso BlackRock deciderà se il mondo deve vivere con o senza il dollaro. Questo il contenuto nella lettera del CEO di Black Rock, Larry Fink, agli investitori.
L’amministratore delegato del più grande gestore di risparmio al mondo, con quasi 12mila miliardi di dollari di attivi, in Italia gestisce oltre 100 miliardi di euro, detiene il 7% di Unicredit e il 5% di Intesa Sanpaolo, il 4% di Mediobanca, controlla quote in Mediaset, Stellantis, Moncler, è il principale azionista privato in Enel, Eni, poste, Snam e dall’autunno scorso ha aumentato la sua presenza in Leonardo. Prevede una possibile “dedollarizzazione” dell’economia globale legata alle attuali condizioni statunitensi, a partire dall’enorme debito federale. Ventilando anche l’ipotesi che una valuta digitale privata possa diventare il nuovo strumento di riserva, come ETF legati al Bitcoin. Perché lo ha fatto, quali effetti ha su Trump, Vance, Thiel, Musk, che non sono “ amati”? e che cosa c’entra il piano di riarmo europeo.
L’Europa diventa protagonista con la strada militarista voluta da Berlino, benedetta da Draghi e avviata da Bruxelles. Ma ReArm Europe e Readiness 2030 sono manna per i fondi americani, i quali vedono la possibilità di una nuova bolla finanziaria, migliore rispetto a quella tech: il Riarmo. Praticamente: soldi pubblici trasformati in armi,missili, carri armati = che diventano dividendi.
Praticamente mentre l’Europa si indebita per armarsi, gli Stati Uniti potrebbero perdere il primato della valuta dando la possibilità ai colossi finanziari di fare incetta di dividendi. Un Risiko geostrategico economico che non lo decide chi siede alla Casa Bianca e nemmeno alla Bce. Ma chi ha scritto la lettera ai suoi investitori, muove la maggior parte dei miliardi mondiali e si può permettere di decidere se il dollaro possa ancora valere come carta su cui è stampato.

.La post-democrazia americana e la Dottrina Monroe del XXI secolo. Elena Tempestini

La democrazia? Qualcosa di non compatibile con la libertà. Il passaggio da un ordine liberale a un ordine neoliberale, da un ordine internazionale a un ordine globale avviene quando si assiste al distacco tra interessi dei grandi operatori nel mercato globale e interessi dei cittadini delle democrazie. Nasce qui il paradosso per cui la globalizzazione, intesa come un modo per accrescere l’interconnessione tra le società aperte e favorirne la diffusione, ha finito, invece, con il mettere in difficoltà proprio le società aperte e le loro istituzioni: la democrazia rappresentativa e il mercato regolato. Non c’è solo una sostenibilità ambientale ma anche una sostenibilità economica, politica e sociale, lo possiamo leggere e vedere in “Elegia americana” la biografia del vice presidente degli Stati Uniti J.D Vance, finanziata da Thiel dove è evidente lo spaccato di vita che scava nell’America profonda, nel quale si ode il grido dei lavoratori che vivono da sempre di autentici valori, gli stessi che la globalizzazione ha velocemente annientato. E’ il racconto del sogno americano del protagonista che con la volontà si eleva da un contesto difficile e trova il successo. Perché se “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, neppure la democrazia è un pasto gratis. Le elezioni? Niente che possa migliorare lo stato delle cose. La fede cristiana? storicamente la più importante dell’Occidente, Thiel, profondo cattolico riuscirà a convertire il protestante Vance, attraverso Sant’Agostino e San Benedetto il grande costruttore della regola “ Ora et labora” . Non più l’ideologia “woke “, quella “ cancel culture” che tende, con violenza a condannare il passato, la preoccupazione di questo concetto è sorto quando i metodi per ottenere ciò che legittimamente spetta in termini morali e umani ha finito con il tradire la maggior parte degli stessi valori che si professano. Dietro la caotica ed apparente sconsideratezza di Donald Trump ed Elon Musk si cela una visione strategica radicata nei filosofi della modernità, interpretata da una figura che ha saputo fondere informatica, finanza e pensiero politico: Peter Thiel

Peter Thiel è nato a Francoforte nel 1967 , laureato in filosofia a Stanford. Multimiliardario grazie al suo fiuto per gli affari, cofondatore di PayPal e Palantir Technologies azienda leader nell’analisi dei dati per la sicurezza e l’intelligence . Peter Thiel è una delle figure più influenti dell’attuale panorama politico ed economico americano. Thiel incarna una visione neoliberista estrema, ispirata all’anarcocapitalismo di Murray Rothbard e David D. Friedman fondata sull’eliminazione dei monopoli statali: dalla moneta alla sicurezza fino alla giustizia.

Molti sono i punti di convergenza del riservato consigliere del presidente, a partire dalla critica della globalizzazione che avrebbe prodotto stagnazione e disuguaglianza invece che progresso e innovazione: “La globalizzazione è stata sopravvalutata. L’idea che il mondo stia diventando più piccolo non è così vera. È la tecnologia a guidare il futuro, non il commercio mondiale“. Tuttavia, Thiel non è un nazionalista nel senso tradizionale. Il suo pensiero politico si orienta piuttosto verso un elitismo tecnocratico, ispirato in gran parte a Leo Strauss, il filosofo conservatore noto per la sua critica alla democrazia parlamentare, per la difesa della religione come fondamento dell’ordine politico, la valorizzazione della decisione rapida, del potere concentrato nelle mani di pochi, oltre alla profonda sfiducia nella “volontà generale” e nel pluralismo indiscriminato. A Strauss, Peter  Thiel ha dedicato nel 2004, un lungo saggio più volte aggiornato: “The Straussian moment”.

Thiel concorda con Strauss, la filosofia politica è riservata a un élite di pensatori, lontana dalla banalizzazione delle masse, il potere e l’innovazione devono essere affidati a una minoranza di individui di talento, liberi da eccessivi vincoli democratici. Non a caso, la tesi centrale della sua visione politica è che libertà e democrazia non sono compatibili, poiché la partecipazione diffusa tende a limitare la capacità decisionale e l’efficienza dei governanti. Peter Thiel attira giudizi positivi e spietati: per Musk è una «mente strategica negli investimenti, una mente visionaria riguardo  uno Stato libero da controlli e limiti burocratici. “La lezione più preziosa? Capire che, in un mondo che cambia in fretta, il peggior rischio è non correre nessun rischio». Tra le principali cause della stagnazione tecnologica nel mondo fisico, Thiel individua l’eccesso di regolamentazioni, i vincoli burocratici, gli accordi internazionali restrittivi su clima e risorse, e una tutela della privacy che, anziché incentivare l’innovazione, finisce per soffocarla. 

Un esempio lampante è l’Unione Europea, dove la centralità delle regolamentazioni ha frenato la crescita del settore tecnologico, rendendolo meno competitivo e meno attraente per gli investimenti innovativi rispetto agli Stati Uniti o alla Cina.

I tempi nuovi imposti dalla presidenza Trump impongono nuove leadership. Lo vediamo con il Canada dove si registra l’uscita di scena del primo ministro Justin Trudeau, che era stato fortemente indebolito dalle polemiche col presidente americano e , in Groenlandia dove la vittoria degli Indipendentisti che alle elezioni politiche dell’11 marzo hanno sonoramente battuto i partiti finora al governo. È come se ci si trovasse di fronte a una nuova fase del processo di decolonizzazione dall’Occidente che viene ancora una volta guidato dagli Stati Uniti: il Canada nei confronti dell’Impero britannico e la Groenlandia nei confronti del Regno di Danimarca, con la dottrina Monroe che incentrava la sua ideologia nella frase “L’America agli Americani”, ripresa poi da Theodore Roosevelt e tornata in piena attualità oggi , una “supremazia“ statunitense nel continente americano e, la non ingerenza da parte di Stati non americani nel continente. La Groenlandia è stata rivalutata negli ultimi anni, per via dell’attivismo di Russia e Cina nella regione. Il progressivo scioglimento dei ghiacciai  in questa area favorirà con molta probabilità la nascita di nuove rotte commerciali e la possibilità di sfruttare le ingenti risorse naturali presenti nei fondali. Il Canada è fondamentale per la difesa dell’Artico, partner essenziale per gli Stati Uniti sia dal punto di vista economico che  strategico. In Canada è subentrato Mark Carney che è riuscito a divenire rapidamente il nuovo leader del Partito Liberale mettendo a frutto l’esperienza e la fama conquistate nel corso della sua brillantissima carriera di banchiere centrale, avendo retto non solo la Bank of Canada ma soprattutto la Bank of England negli anni difficilissimi della Brexit: la sua particolare vicinanza al mondo anglosassone rende la sua figura ancipite e problematica soprattutto nei confronti della componente francofona. Carney è comunque un premier a tempo, visto che si dovranno tenere nuove elezioni politiche entro il prossimo ottobre, con una campagna elettorale che si prospetta particolarmente complessa, perché c’è in gioco il futuro sia economico che geopolitico del Paese. 

Canada e Stati Uniti  sono legati da una strettissima interdipendenza economica e sociale: non solo la duplice frontiera tra i due paesi coinvolge ben 13 Stati americani da una parte e sette Province e un Territorio del Canada dall’altra, ma ben due cittadini canadesi su tre vivono a meno di cento chilometri dalla frontiera con gli Usa. Il Canada è al primo posto a livello mondiale nella produzione di energia idroelettrica esportandone circa il 40% negli Stati Uniti. Oltre alla regione dei grandi laghi, il fiume San Lorenzo è parte del sistema di navigazione marittima del Nord America, e’ un fiume di vitale importanza geografica, ideologica ed economica sia per il Canada che per gli Stati Uniti, costituendo una grande arteria commerciale nel Nord America, dall’Atlantico al cuore degli Stati Uniti. Oggi dai suoi porti, si sviluppa una fitta rete di trasporto multimodale attraverso la quale si raggiunge tutto il continente nordamericano.

La Groenlandia è rimasta scossa dalle affermazioni di Trump, secondo cui «gli Stati Uniti prenderanno il controllo della “ terra verde” , in un modo o nell’altro»: anche in questo caso, gli interessi economici americani relativi allo sfruttamento delle sue risorse minerarie, tra cui petrolio, gas e materie prime critiche come uranio e terre rare, la paragona esattamente come accadde per l’Ucraina, si lega agli equilibri geopolitici che riguardano il futuro del Mar Glaciale Artico. 

La presa politica degli Usa nei confronti di Canada e Groenlandia serve  a pareggiare la presenza della Russia, che è stata finora solitaria nel presidiare questo nuovo Oceano da cui l’America adesso non vuole essere esclusa. 

La Russia continua a muoversi in modo silenzioso ma deciso, nella geopolitica asiatica. L’Occidente tende ad isolarla ma la Russia si reinventa quale partner strategico per l’economia emergente del sud-est asiatico. L’annuncio della disponibilità di Rosatom a costruire una centrale nucleare in Vietnam e rafforzare la cooperazione con il Myanmar nel settore dell’energia atomica non è solo un fatto tecnico, bensì una strategia globale che Mosca ha deciso di percorrere con grande lucidità per costruire alleanze, dove altri non stanno guardando. La portavoce del ministero degli esseri Russo ha confermato che l’accordo intergovernativo siglato a marzo ha aperto una concreta strada all’attuazione di un programma nucleare. Nella diplomazia eurasiatica la Russia ha un vantaggio competitivo: Rosatom è una società statale con ramificazione in decine di paesi, fornisce reattori, si occupa di formazione dei tecnici, costruisce università, e infrastrutture. Immette una dipendenza tecnologica in cambio di una fedeltà politica o perlomeno di un’astensione da alleanze ostili. La Russia ha compreso l’interesse da parte dei paesi dell’ASEAN per l’energia nucleare, ed è per questo motivo che ambisce a divenire l’interlocutore privilegiato di un’intera area in cerca di autonomia energetica e di infrastrutture sempre più moderne, mentre la Cina è divenuta troppo dominante e gli Stati Uniti sempre più disinteressati a una presenza a lungo termine nella regione. Con questa diplomazia, la Russia ottiene un’influenza diplomatica, maggiori accordi commerciali e margini di manovra politica nell’Asia sud orientale che resta il crocevia tra oceano Pacifico e oceano indiano, tra indo Pacifico e progetti di contenimento della Cina.

la managerialità al femminile è un fattore di successo, innovazione e sviluppo. Elena Tempestini

Si tende spesso a pensare che le idee più lungimiranti e visionarie in materia di management siano prettamente maschili, ancorati ad un retaggio che ha spesso visto l’uomo, più che la donna, descritto quale ‘capitano d’impresa’. La storia dell’economia e del business è fatta di donne forti, veri esempi di parità e leadership. Donne che hanno per prime posto l’accento su temi spesso inesplorati. Oggigiorno tutto il mondo globale è interconnesso, ENI è il fiore all’occhiello dell’Italia, contribuisce alla sicurezza energetica del Paese, anche attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e favorendo l’evoluzione dell’industria con il modello dell’economia circolare. ENI è presente in più di 60 paesi, leader nei settori del petrolio, del gas naturale, della chimica, della biochimica, della produzione e commercializzazione di energia elettrica da combustibili fossili, da cogenerazione e da fonti rinnovabili. l’Ente Nazionale Idrocarburi, ENI, nasce a febbraio del 1953, con il compito di ricostruire la politica energetica del Paese Italia. A guidarlo è Enrico Mattei, imprenditore e deputato, che lo rende un grande motore del boom economico italiano. Negli anni 70, la dott.ssa Giuseppina Fusco, laureata a Roma in Economia e Commercio con la votazione di 110 e lode è’ una delle prime donne a ricoprire un ruolo dirigenziale presso l’ENI, In pochi anni raggiunge posizioni di vertice con le cariche di Direttore Amministrativo e di Segretario Generale dell’Ente. Nel 1993 ricopre incarichi manageriali apicali in società controllate caposettore dell’ENI. Tra il 1993 e il 1999 le viene affidato il ruolo di Amministratore Delegato di ENIRISORSE Spa, capogruppo del comparto minerario metallurgico e del carbone, realizzando il riassetto industriale e societario e , non di meno la privatizzazione di oltre 150 società, stabilimenti e rami d’azienda, una operazione che salvaguarderà oltre 15000 posti di lavoro. Saranno i nuovi business con visione internazionale e abilità di comunicazione, la parte integrante della modernizzazione italiana. Nel 1995 Eni, diventa una società quotata in borsa, avvia un nuovo percorso che la renderà un’azienda globale a forte contenuto tecnologico, una Global Energy Tech Company.

Dal 1999 al 2009, la dott.ssa Fusco diviene Presidente e Amministratore Delegato di SOFID Spa, Società di intermediazione per i finanziamenti degli idrocarburi, sottoposta a vigilanza della Banca d’Italia. La società sviluppa e realizza il centro servizi “captive” per la gestione integrata dei servizi finanziari e amministrativi dell’Eni. La dottoressa Fusco progetta e realizza i servizi di dematerializzazione dei documenti amministrativi e contabili del Gruppo. Un processo di archiviazione e conservazione dei flussi documentali in forma digitale, fattore fondamentale per garantire nel tempo l’integrità, la provenienza, reperibilità dei documenti. Favorendo la velocità dei processi e determinando minori costi per le amministrazioni e le imprese, uno strumento di grande efficienza. In quegli stessi anni diviene Presidente di ENI International BV (Amsterdam) holding di partecipazioni, con il compito del coordinamento amministrativo e della governance delle società estere dell’ENI. Nel 1992 la dott.ssa Giuseppina Fusco lascia l’incarico di direttore amministrativo di ENI Holding a seguito della sua nomina nella Nuova Sanim. La società nata quale finanziaria ENI per il comparto minerario e metallurgico. La società nel 1994 si è trasformata in ENIRISORSE per la lavorazione dell’acciaio. Oggi continua a produrre diversi tipi di prodotti metallici, utilizzando rame, alluminio e altri materiali. ENIRISORSE è una delle principali aziende fiore all’occhiello di ENI.

Nel 2014 la Dott.ssa Fusco, lasciato ENI mette tutta la sua esperienza al servizio di ACI Ente Pubblico, la Federazione nazionale per lo sport automobilistico riconosciuta dal CONI, con i propri organi e l’autonomia normativa, regolamentare e finanziaria. Membro della FIA ACI si fa portavoce delle esigenze degli automobilisti italiani anche in contesti internazionali, attraverso la partecipazione a diversi organismi e iniziative. La Fusco ricopre il ruolo di Vice Presidente vicario dell’Automobile Club d’Italia, Presidente Automobile Club Roma, e Presidente della Fondazione Filippo Caracciolo, l’importante Centro Studi e Ricerche sulla mobilità e la tutela dell’ambiente, il cardine principale della politica dei trasporti e della promozione dello sviluppo sostenibile per la Federazione ACI. Ricopre il ruolo di Vice Presidente di Sara Vita Spa e di Consigliere di amministrazione di SIAS Spa, la società che gestisce l’autodromo di Monza. Dal 2016 è componente del consiglio Generale di Aspen Institute Italia, attività caratterizzata dalla discussione e dall’approfondimento di temi strategici per la società contemporanea nonché dallo scambio di conoscenze, informazioni e valori globali. Nel 2016, Aspen Institute Italia ha creato un premio nell’ambito delle scienze naturali frutto della collaborazione tra scienziati e/o organizzazioni di ricerca italiane e degli Stati Uniti.

“Non vi e’ esperienza più liberatoria, più esaltante che determinare la propria posizione, dichiararla coraggiosamente, ed agire con fermezza. “

Eleanor Roosevelt