In foto, la prima mappa mostrata al mondo, il 25 aprile del 1507= 25 aprile e’ considerata la data della LIBERTÀ’ dove appare il nome “America terra di Amerigo” di Martin Waldseemüller. ‘AMERICA NOVITER REPERTA’, conservata alla New York Public Library, è la più antica testimonianza cartografica dell’America, considerata dal Congresso Americano, che l’ha acquisita dalla Germania, e’ considerata un certificato di nascita.
Nel 1492, l’Europa chiudeva un’epoca e ne apriva un’altra. Oggi accade qualcosa di simile, sebbene in modo asimmetrico con strumenti, linguaggi e attori diversi. I parallelismi non sono perfetti, ma i cicli della storia si somigliano nei momenti in cui un ordine si spegne e un nuovo mondo cerca di imporsi. Il 1492: e’ la fine del mondo medievale Quel singolo anno è una rivoluzione: La morte di Lorenzo il Magnifico, finisce l’umanesimo politico fiorentino, e l’Italia entra in una crisi di potere che culminerà con le guerre tra grandi potenze europee. Papa Innocenzo VIII, consuocero di Lorenzo, incarna un papato ancora rinascimentale, nepotista, ma già alle soglie di una crisi spirituale che aprirà le porte alla Riforma Protestante del XVI secolo e che pose una sfida all’autorità papale. La caduta di Granada segna la fine dell’Islam in Europa occidentale, la fine del pluralismo iberico, e il trionfo dell’identità cristiano-cattolica. La scoperta dell’America da parte della Spagna spalanca le porte all’era coloniale: nasce l’Occidente moderno. Gli ebrei vengono espulsi dalla Spagna: identità, fede, sangue e potere tornano a fondersi sotto un progetto nazional-religioso. È la fine del mondo medievale e l’inizio di quello moderno, imperiale, cristiano, eurocentrico. Oggi: un nuovo “1492”? Nel nostro tempo, un nuovo 1492? qualcosa di simile sta accadendo: Il declino dell’ordine liberale globale post-1945 (ONU, globalizzazione, diritti universali) somiglia al tramonto della cristianità medievale. L’ascesa di nuove potenze Cina, India, Turchia rompe l’unipolarismo occidentale, così come l’America nel 1500 rovesciò la centralità mediterranea. La polarizzazione politica interna all’Occidente, Stati Uniti in testa e la crisi delle democrazie liberali ricordano le crisi di legittimità e autorità del Cinquecento. La retorica del “ritorno” alla nazione, ai confini, alla religione, all’ordine, incarnata da figure come Donald Trump, J.D. Vance che si è convertito da protestante al cattolicesimo con sant’Agostino ( lo scrive nel suo “Elegia Americana”) mutatis mutandis, il ritorno del cattolicesimo come collante identitario. Trump non è un re cattolico del XV sec ma costruisce un’identità politica sull’esclusione immigrazione, woke, Cina ma cerca l’unificazione. Corsi e ricorsi: nel 1492 il mondo cambiava: con la fine del pluralismo, l’inizio degli imperi, centralizzazione, religione come collante politico. Nel nostro tempo, la globalizzazione vacilla, le identità si irrigidiscono, il potere torna a chiudersi nei confini, e il futuro si decide nello scontro tra visioni del mondo. 1492 non fu solo un anno: fu una frattura epocale e oggi siamo su quella soglia. La storia non si ripete mai identica, ma può insegnarci a leggere i segni del presente. E se allora nacque l’Impero, oggi potremmo assistere alla fine dell’Impero Occidentale come lo conoscevamo.
La mappa fu ritrovata nel 1901 dallo storico e cartografo gesuita Joseph Fischer nella biblioteca del castello del principe Johannes di Walburg-Wolfegg in Germania. È stata poi acquisita per 10 milioni di dollari dalla Library of Congress, che possiede la collezione di carte più ricca del pianeta. La mappa, è formata dall’assemblaggio di dodici fogli, raffigura il Nuovo Mondo come un continente separato, documentando così l’idea rivoluzionaria di Vespucci che segnò il tramonto della tradizionale tripartizione del mondo in Europa, Asia e Africa. Non a caso, è stata soprannominata il certificato di nascita dell’America.
Di fronte a un mondo sempre più instabile, l’ordine internazionale si sta ricompattando con nuove sfere di influenza, una strategia consolidata del capitalismo contemporaneo che vediamo nella finanziarizzazione estrema dei settori industriali, segno, quest’ultimo, di una crisi che si struttura e si dispiega su molteplici piani: militare, economico, geopolitico e che coinvolge l’intero scenario globale, tanto sul versante materiale quanto su quello immateriale. In gioco ci sono nodi cruciali come il ruolo dominante del dollaro e quello che, forse con un certo eccesso retorico ma non senza ragioni, si può definire il rischio del “declino dell’Occidente”. Al di là della retorica del declino, il dollaro resta il pilastro delle transazioni globali, le istituzioni finanziarie statunitensi hanno ampliato la loro sfera d’influenza, e l’apparato militare americano mantiene un vantaggio strategico. Ma dopo tre decenni di globalizzazione post-Guerra Fredda, ritorna una “logica di blocchi contrapposti”, ogni blocco ha una potenza guida che non agisce più solo ideologicamente, come durante la Guerra Fredda, ma con strategia sia economica che tecnologica. Il motore che li muove è una forte competizione, un conflitto latente . Un’era alimentata da guerre, crisi energetiche, rivalità strategiche e la crescente sfiducia nelle istituzioni multilaterali.
Al posto di un ordine unipolare dominato dagli Stati Uniti o di un multilateralismo efficace, si sta formando un sistema di blocchi geopolitici antagonisti, ciascuno con proprie agende economiche, militari e culturali.
Il Blocco Occidentale: USA, Europa, alleati Asia-Pacifico, guidato dagli Stati Uniti, include: NATO, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e altri partner, ed è centrato sulla Difesa collettiva quale la NATO. Il blocco occidentale si sta rafforzando anche attraverso le alleanze regionali quali l’AUKUS e il QUAD, con una forte ripresa del riarmo militare, in particolare in Europa.
Il Blocco revisionista è con: Russia, Cina, Iran, Nord Corea, formato da potenze che mettono in discussione l’ordine internazionale liberale, basandosi sul : Multilateralismo alternativo, BRICS+ e SCO, sulla Cooperazione militare e tecnologica di Russia-Cina-Iran.
C’è’ una volontà di disallineamento dal dollaro e dai circuiti finanziari occidentali. Un blocco che sostiene i regimi autoritari, alimenta la guerra ibrida e sfrutta conflitti regionali come in Siria, in Libia e nel Sahel per erodere l’influenza occidentale.
Ma ci sono anche i nuovi “non allineati”
Paesi come India, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Sudafrica, Brasile, si muovono tra i blocchi per massimizzare vantaggi strategici, mantenendo autonomia diplomatica.
L’India compra armi da Mosca ma collabora con stati Uniti ed Europa.
La Turchia gioca su più tavoli, dalla NATO al dialogo con Russia e Iran.
Il Mediterraneo e l’Africa: possono divenire il fronte sud dell’instabilità: la Libia. L’est del paese sotto il Generale Haftar è sempre più influenzato dalla Russia, che ha basi militari e legami con mercenari della ex Wagner e Black Russians. La regione è un potenziale cavallo di Troia per destabilizzare l’Europa, usando migrazione e crisi energetiche.
Il Sahel e il Corno d’Africa lo dimostrano con: Colpi di Stato, jihadismo, e l’espansione russa mercenaria che stanno erodendo la presenza occidentale. Il disimpegno francese ha creato un vuoto che è stato colmato da attori alternativi, tra cui Cina, Turchia e Russia.
L’Ucraina: l’epicentro della nuova Guerra Fredda. La guerra in Ucraina ha segnato un punto di non ritorno: con il riarmo massiccio dei paesi NATO. Militarizzazione dell’industria europea, rottura strutturale con la Russia. L’Ucraina è diventata una linea di faglia tra due visioni del mondo: democrazia e sovranità da una parte, revanscismo imperiale e autoritarismo dall’altra.
Ma è l’Indo-Pacifico: la vera posta in gioco del XXI secolo: La rivalità tra Stati Uniti e Cina è ormai il conflitto strategico centrale, Taiwan resta un possibile detonatore di confronto diretto. Il mar Cinese Meridionale è teatro di esercitazioni, provocazioni e militarizzazione. Le supply chain globali, cioè la catena di approvvigionamento, il processo che permette di portare sul mercato un prodotto o servizio, trasferendolo dal fornitore fino al cliente, si stanno riorganizzando in base alle logiche di blocco.
Quindi si crea una “corsa” al riarmo globale
La spesa militare mondiale ha superato per la prima volta i 2.400 miliardi di dollari (dati SIPRI 2024). L’Europa ha aumentato gli investimenti in difesa, cybersecurity e tecnologie dual use. La NATO sta collaborando con aziende come Palantir Technologies per digitalizzare e integrare l’intelligence militare
Il mondo di oggi non è esattamente quello del 1947. I blocchi non sono rigidamente ideologici, ma strategici, tecnologici e commerciali. Tuttavia, la logica di schieramento e contrapposizione sta dominando sempre più la scena internazionale, soffocando il dialogo multilaterale. L’instabilità nel Mediterraneo, la guerra in Ucraina, la pressione su Taiwan e la crisi in Africa convergono verso un nuovo ordine mondiale conflittuale, dove i confini tra guerra e pace, tra sicurezza e sviluppo, si fanno sempre più sfumati.
Il ritorno della logica dei blocchi non è nostalgia del passato, ma la fotografia di un presente che sta accelerando verso il confronto. Il mondo multipolare è reale, ma sempre più armato. Il rischio? Che il caos generi alleanze pericolose e scelte irreversibili.
Nel nuovo scenario geopolitico segnato da minacce ibride e infrastrutture critiche sempre più esposte, Fincantieri conferma la sua trasformazione in attore centrale della sicurezza tecnologica marittima. A partire dall’acquisizione di Leonardo Underwater Armament Systems, con la quale Fincantieri integra competenze uniche nel campo delle tecnologie acustiche subacquee e dei sistemi avanzati di armamento, consolidando la propria leadership nel settore dell’underwater. Il gruppo ha dato una svolta alla sua strategia: da costruttore navale a polo industriale dell’innovazione subacquea civile e militare. seguito all’istituzione della controllata Fincantieri grazie all’istituzione di Fincantieri Arabia for Naval Services , nel 2024 ha siglato importanti contratti e accordi di collaborazione con l’Arabia Saudita. Con Fincantieri Marine Systems North America si occupa del operativo alle forze navali USA, della manutenzione e modernizzazione tecnologica delle navi da guerra, del supporto logistico e tecnico specializzato, del rafforzamento della presenza industriale e strategica italiana nel mercato della difesa statunitense. La fregata Constellation multi-missione per la US Navy è stata costruita da Fincantieri. La società è attiva nel settore della difesa e sicurezza nazionale statunitense AI per proteggere i cavi sottomarini
Uno degli sviluppi più rilevanti è la nascita, presso il centro operativo NATO di Northwood, nel Regno Unito, di un nucleo dedicato alla realizzazione di sensori AI in grado di monitorare e anticipare eventuali attacchi o anomalie sui cavi sottomarini, oggi più che mai infrastrutture strategiche per comunicazioni, finanza e sicurezza nazionale.
Si tratta di un investimento ad alta intensità tecnologica, nato dalla crescente consapevolezza che la guerra moderna si combatte anche sul fondo del mare, dove dati, reti e sorveglianza si intrecciano.
Siglato il 19 maggio 2025 l’accordo d’ intesa con Graal Tech spin-off dell’Università degli studi di Genova specializzata in robotica subacquea.
Mezzi subacquei autonomi di piccole e medie dimensioni , AUV – Autonomous Underwater Vehicles, Applicazioni dual use: missioni civili ricerca, monitoraggio ambientale, esplorazione fondali e militari, oltre sorveglianza, bonifica mine, ricognizione tattica.
Questi veicoli saranno intelligenti, modulari e adattabili, progettati per operare in scenari complessi, anche in assenza di GPS o comunicazioni costanti, sfruttando tecnologie avanzate di navigazione autonoma e AI decisionale.
Si sta costituendo un nuovo ecosistema subacqueo europeo
L’intesa Fincantieri–Graal Tech rappresenta un segnale forte in direzione di un ecosistema tecnologico europeo della difesa subacquea, in grado di fare fronte alla crescente competizione internazionale – dalla Cina alla Russia – nel controllo degli spazi marittimi profondi. Sotto traccia, si profila anche un possibile contributo italiano all’interno delle future missioni UE-NATO per la sicurezza delle infrastrutture sottomarine, in continuità con la nuova partnership strategica siglata da Bruxelles e Londra.
Una visione strategica per Fincantieri : dal cantiere navale è’ passata a divenire leader del dominio dell’invisibile
Quello di Fincantieri è più di un percorso industriale: è una trasformazione culturale, dove la cantieristica si fonde con AI, robotica e sicurezza strategica. E dove l’Italia, grazie anche a collaborazioni come quella con Graal Tech, può dire la sua in uno dei segmenti più sensibili e promettenti della difesa e dell’economia del mare.
A Pope and a President” di James MacDonough, pubblicato nel 2018, e’ un libro storico che racconta l’incontro, il patto e la complessa relazione tra il Papa Giovanni Paolo II e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Il libro esplora il loro ruolo nel crollo dell’Unione Sovietica.
Dopo l’elezione del primo Papa americano e primo dell’Ordine Agostiniano, si potrebbe assistere ad una possibile convergenza tra il Vaticano e la politica MAGA, il “Make America Great Again” di Trump. E’ lecito porci la domanda del come mai non ci sia mai stato un Papa americano, la chiesa cattolica ha sempre voluto evitare una stretta connessione tra fede e potere imperiale. In questa epoca di un mondo multipolare con una grave crisi morale, un Papa americano può diventare simbolo di un nuovo occidente spirituale, ma deve riuscire ad essere un ponte tra tradizione e missione globale.
Abbiamo visto che il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance, è stata l’ultima persona ad essere ricevuta da Bergoglio poco prima della sua morte, Vance si è convertito al cattolicesimo nel 2019 proprio grazie alle letture di Sant’Agostino trasmessagli dal tedesco oligarca digitale, di fede reganiana, Peter Thiel. Una politica estera che si configura in uno scenario geostrategico globale estremamente complesso, in cui fede, tecnologia e potere si intrecciano in modo completamente inedito. Per Thiel l’Occidente deve ritrovare una base religiosa e gerarchica, come spesso cita nei pensieri di sant’Agostino, Carl Schmitt e René Girard. La tecnologia deve essere governata da Élite morali, non solo da tecnocrati o populisti.
Robert Francis Prevost divenuto Papa Leone XIV: un’“autorità morale occidentale”?
Se Papa Leone XIV incarna una linea agostiniana e tradizionalista, potrebbe essere simbolicamente affine al mondo conservatore americano. Rafforzerebbe l’idea di una “ rinascita morale dell’Occidente “, basata su radici cristiane, ordine sociale e senso del sacro. Vance ha sempre sostenuto che il suo modello oltre Sant’Agostino e’ San Benedetto da Norcia, un grande unificatore spirituale e culturale dell’Europa successiva alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in un’epoca segnata da instabilità politica, invasioni barbariche e disgregazione culturale. Un modello di rigenerazione morale e spirituale, “ l’Archetipo” della rinascita attraverso la regola “ Ora et Labora”. La salita al Soglio Pontificio di Prevost potrebbe riattivare il ruolo geopolitico e strategico del Vaticano, come forza mediana tra le superpotenze, in chiave morale e culturale, lo dimostrerebbero anche i “ possibili” 14 milioni di dollari dati da Trump al Vaticano durante i funerali di Bergoglio, per sanare in parte il deficit di settanta milioni di euro della Santa Sede.
Peter Thiel e la visione post-liberale
Peter Thiel è da anni promotore di un pensiero post-globalista e post-liberale, in cui l’autorità tradizionale della chiesa, l’ordine e la cultura classica, sono viste come argine alla decadenza moderna. La tecnologia può e deve essere funzionale a una rinascita dell’Occidente, non certo alla sua dissoluzione. La religione, in particolare il cristianesimo ortodosso e il cattolicesimo tradizionale hanno un ruolo centrale nella costruzione di élite morali e decisioniste.
J.D. Vance, il cattolicesimo agostiniano e la politica MAGA
Un cattolicesimo “ agonico” che riconosce il peccato, la decadenza, ma cerca la redenzione pubblica e’ una visione in cui la fede diventa fondamentale per una politica identitaria e comunitaria. Un papa statunitense sul soglio di Pietro, potrebbe legittimare la difesa della “civiltà cristiana occidentale” come fondamento dell’identità americana, realizzare una politica estera moralizzata ma con una forza di volontà come aveva dimostrato Reagan: libertà religiosa, anti-comunismo, supremazia morale dell’Occidente.
Una Politica reaganiana rivisitata, una mutazione in era post-globale per una identità americana ma con un tono più aggressivo, meno ottimista e meno internazionalista.
In questo contesto, la chiesa cattolica potrebbe diventare il partner culturale di una visione geopolitica, soprattutto se guidata da una figura teologicamente ortodossa, americana, e dialogante col potere. Tutto ciò ha ovviamente delle complesse implicazioni a livello mondiale.
Si potrebbe quindi vedere che una convergenza tra un Papa americano, Trump, Vance, la politica MAGA, non sia una fusione istituzionale, ma un’alleanza simbolica e culturale che potrebbe riplasmare l’identità dell’Occidente, ridefinire le alleanze geopolitiche con nuovi criteri morali e religiosi.
Attenzione però : il Vaticano resta indipendente
Il Vaticano non attuerà mai una fusione tra chiesa e impero, un Papa americano con sensibilità agostiniana, attento all’etica della tecnica e critico del liberalismo senza fondamento, potrebbe divenire per la politica MAGA un riferimento morale globale, non per esercitare il potere ma per dare legittimità spirituale a una nuova visione dell’Occidente: gerarchico, ordinato, sacrale, ma anche responsabile della tecnica e dell’umanità.
In un mondo dove il potere è sempre più algoritmico, biopolitico, tecnocratico, un Papa capace di parlare alla coscienza del mondo digitale può diventare il nuovo “San Benedetto della civiltà dell’informazione” non opponendosi alla tecnica e al progresso, ma riconducendoli all’essere umano.
On Growth and Form”, Sulla crescita e sulle forme.
Lo scultore Henry Moore è stato il primo grande artista a scoprire il libro scritto da D’Arcy Thompson:“On Growth and Form”, Sulla crescita e sulle forme. D’Arcy Thompson, biologo, matematico ed umanista, fu antesignano nell’evidenziare il rapporto tra l’arte e la matematica, osservando e studiando le strutture geometriche della fillotassi: l’ordine e la disposizione con la quale la natura si sviluppa. Thompson, dimostrò che tutta la natura segue i modelli matematici della sequenza numerica di Fibonacci, la sezione aurea e le spirali logaritmiche.
Spirale logaritmica
D’Arcy Thompson è stato un grande comunicatore di scienza del Regno Unito, colui che ha ispirato un’intera schiera di disegnatori che si sono impegnati nei secoli successivi, nello studio delle forme. Per D’Arcy non ha senso la parola “astratto”, dal momento che ogni forma che abbia preso corpo è già concreta. Ed è allora che la forma viene indagata con un modello matematico-geometrico in relazione al processo di crescita sul quale agiscono le forze della materia: causa dell’origine e del mutamento. Una regola applicabile universalmente sia al mondo organico che inorganico.
Lo studio della fillotassi lo possiamo ritrovare nelle osservazioni sulla crescita delle piante, già conosciuto da Teofrasto nel 200 A.C., da Plinio il Vecchio, da Leonardo Da Vinci che evinse la struttura spiraliforme, fino a Keplero che nel 1600 intuì la relazione tra fillotassi e i numeri di Fibonacci, anche se la dimostrazione scientifica ebbe la sua manifestazione solo nel XIX secolo. La “curiosità”meno conosciuta della scoperta della successione di Fibonacci, nasce nel 1223, a Pisa, quando l’imperatore Federico II di Svevia assiste a un singolare torneo. Gli sfidanti sono i più insigni matematici dell’epoca e le armi sono le loro conoscenze e intuizioni. La gara consisteva nel risolvere, nel minore tempo possibile, un problema matematico: “quante coppie di conigli si ottengono in un anno a partire da una sola coppia?”
Sequenza di Fibonacci
Assumendo l’ipotesi di avere a disposizione una coppia di conigli appena nati, che diventi fertile dopo un mese, dia alla luce una nuova coppia all’inizio del secondo mese e tutte le generazioni future si comportino in maniera analoga, dando vita a una nuova coppia ogni mese.
La risposta fu data velocemente da Leonardo Fibonacci, matematico pisano: il numero è 144! Fibonacci applicò la sequenza che poi prese il suo nome così rappresentata: ciascun numero è la somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144…fino all’infinito.
D’Arcy Thompson un precursore? Scienza antica e scienza moderna, sono una convergenza?
Con il suo libro “sulla crescita e sulle forme”, Thompson getta le basi della biologia matematica fin dal XIX secolo: creando un “ponte tra scienza e arte”. La fondamentale connessione tra il benessere collettivo e la qualità estetica dei nostri contesti di vita. Praticamente il costante dialogo della vita che si alterna: tra disperazione e speranza.
Dopo la sensazionale scoperta del “Bosone di Higgs”: una particella molto speciale che permette di comprendere il perché le altre particelle elementari che costituiscono il nucleo atomico, hanno massa, è’ stato compreso che se non ci fosse la massa gli atomi non starebbero insieme, se non ci fossero gli atomi non ci sarebbe la materia e di conseguenza neanche noi esseri umani e l’universo. E’ dalla massa che nascono le forme e le loro proporzioni. Questi studi avvengono presso il CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, nel quale si trova l’LHC, l’accelleratore di particelle elementari.
l Large Hadron Collider (LHC) al CERN di Ginevra è l’acceleratore di particelle più grande del mondo
Ed è questa continua ricerca di ciò che ancora non si conosce, che ha dato vita ad un esperimento che è, allo stesso tempo, un viaggio nel tempo più lontano e nello spazio più piccolo che possiamo immaginare. Un esperimento innovativo che varca una soglia che ci ricorda che l’essenziale è spesso invisibile agli occhi. È l’immagine che aiuta l’interpretazione della scienza, vista anche dalla prospettiva di un visionario.
Il senso della bellezza
Il titolo del progetto si chiama Il Senso della Bellezza. Un’opera concepita qualche anno fa, realizzata da Valerio Jalongo,filosofo, regista e, autore di scrittura creativa. Un docufilm, nato insieme alla direttrice del CERN, la fisica italiana Fabiola Giannotti e con circa centocinquanta scienziati che lavorano al progetto scientifico. È la documentazione visibile della continua ricerca della bellezza e del suo concreto concetto.
La conoscenza, come l’arte, è un bene che appartiene all’umanità. (Fabiola Giannotti direttrice CERN)
Quale migliore occasione se non filmando la ricerca scientifica, attraverso gli esperimenti e le conseguenze che si presentano agli scienziati?
Valerio Jalongo e il CERN, ci dimostrano nel documentario, che la bellezza non è solo quella che si vede con gli occhi, ma è un’immagine che può essere penetrata con la mente.
È una bellezza che si manifesta attraverso le parole e i sentimenti degli scienziati, nella bellezza delle leggi fisiche e nella simmetria come criterio guida per la ricerca delle leggiancora ignote. Leggi non così lontane dalle ricerche estetiche di artisti che usano mezzi visivi.
Rappresentazione del Bosone di Higgs, particella elementare osservata per la prima volta nel 2012 attraverso gli esperimenti ATLAS e CMS, condotti con l’acceleratore LHC del CERN di Ginevra.
La visione di D’Arcy Thompson, lo scienziato ottocentesco, era antesignana, riuscì a dimostrare che la forma di un organismo è il punto di contatto tra i due mondi: Arte e scienza. Divenendo il risultato di leggi fisiche che operano e descrivono la crescita e la forma biologica secondo schemi matematici, come la conchiglia del mollusco Nautilus, il quale cresce ad un ritmo costante e il suo guscio è una delle forme più note della sezione aurea; una spirale logaritmica. La sezione aurea altro non è che il numero cui tende il rapporto tra ogni numero della successione di Fibonacci e il suo precedente cioè 1,6180334… Alla sezione aurea, fa capo il concetto artistico-matematico di perfezione, rinvenibile nelle proporzioni di tante architetture.
D’Arcy Thompson è stato un grande comunicatore di scienza del Regno Unito, colui che ha ispirato un’intera schiera di disegnatori che si sono impegnati nei secoli successivi, nello studio delle forme. Per D’Arcy non ha senso la parola “astratto”, dal momento che ogni forma che abbia preso corpo è già concreta. Ed è allora che la forma viene indagata con un modello matematico-geometrico in relazione al processo di crescita sul quale agiscono le forze della materia: causa dell’origine e del mutamento. Una regola applicabile universalmente sia al mondo organico che inorganico.
È la conclusione di un processo di crescita biologica nel quale ciascuna forma è indice della propria storia. Sarà la sua forma a spiegare le leggi alla quale ha obbedito per dimensione e memoria del proprio divenire. Allo stesso tempo, saranno le immagini di un processo che non è ancora del tutto concluso che si mostra allo spettatore nel suo fluire.
La lingua di Dio
Il CERN di oggi, un possibile ponte sul quale,scienziati da una parte e artisti contemporanei dall’altra, si incontrano per la ricerca della verità?
La bellezza matematica è una qualità che non può essere definita, non più di quanto la bellezza possa essere definita per l’arte, ma chi studia matematica, di solito, non ha difficoltà ad apprezzarla.“
Arte e Scienza non sono mai state in competizione. il film svela il significato del proprio titolo nella pratica della curiosità, della conoscenza, alternando a immagini della natura come la conosciamo e la percepiamo, ad altre, artistiche, in altissima definizione provenienti dalle opere di artisti internazionali, che la ricreano ispirandosi alle scoperte della fisica
Un sapere ri–scoperto nella sua eternità, grazie ad una sensibilità moderna che dimostra un concetto diatemporalità. Senza dimenticarci di Galileo, che studiando le leggi dell’Universo, stabilì che la matematica era la lingua parlata da Dio.
Un personale pronostico, più dettato dalla geopolitica che da altre motivazioni sulle quali non mi esprimo. Louis Antonio Tagle, Cardinale filippino, rappresenterebbe una scelta di grande impatto sia per la Chiesa cattolica che per la geopolitica globale, compresi gli equilibri strategici degli Stati Uniti, sarebbe un ponte tra tradizione e futuro. L’Asia, le Filippine, in particolare, sono il Paese cattolico più popoloso del continente, con oltre 85 milioni di fedeli. Un papa filippino renderebbe evidente che la Chiesa non è più eurocentrica, ma realmente globale senza tralasciare che nel luglio 2024 le Filippine e il Giappone ( AUKUS = Inghilterra, Stati Uniti, Australia) hanno firmato l’accordo di scambio reciproco per facilitare la cooperazione militare, comprese le visite reciproche di truppe e lo scambio di informazioni. Il Cardinale nasce a Manila, appena ordinato sacerdote negli anni ’80 si trasferisce negli Stati Uniti, dove ottiene un dottorato in teologia presso la Catholic University of America, con una tesi sulla collegialità episcopale sotto la guida di Joseph Komonchak ritenuto il più importante degli ecclesiologi americani. Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo della stessa diocesi. Benedetto XVI, lo stima per il suo profilo teologico e lo promuove arcivescovo di Manila, nel 2011 lo crea cardinale e l’anno successivo gli assegna il titolo presbiterale di San Felice da Cantalice a Centocelle. Quindi Tagle sarebbe un papato non occidentale, ma filoamericano. Le Filippine come ex colonia americana sono culturalmente e strategicamente vicine a Washington. Un papa filippino rappresenterebbe una figura “non occidentale”, ma che comprende perfettamente la sensibilità americana. Sarebbe visto come un ponte tra l’Occidente e l’Oriente, tra la sfera anglofona e quella asiatica. Un contrappeso morale alla Cina In un’epoca in cui la Cina sta estendendo la sua influenza anche nella religione, si pensi agli accordi con la Santa Sede per la nomina dei vescovi, voluta da Bergoglio e non digerita da molti. Un papa asiatico, non cinese ma proveniente da un Paese democratico, alleato degli USA, sarebbe un contrappeso simbolico potentissimo. Rafforzerebbe la visione di una “via asiatica” al cristianesimo, alternativa a quella controllata da Pechino. Un papa filippino cambierebbe radicalmente l’immagine del papato: giovane, asiatico, poliglotta, globalizzato ma profondamente radicato nella fede. Sarebbe un papa del XXI secolo. Il cardinale filippino sarebbe una figura strategica per guidare la Chiesa nel mondo multipolare, per gli Stati Uniti, un ponte ideale verso l’Asia in chiave morale, culturale e diplomatica. In un’epoca segnata da divisioni globali, il suo profilo incarnerebbe una leadership spirituale capace di unire.
Nel contesto di un panorama geopolitico in continua evoluzione, i rapporti tra la Nigeria e la Russia hanno una relazione politica ed economica complessa. La Russia ha fornito supporto militare e diplomatico alla Nigeria fin dagli anni novanta. La Nigeria è il principale produttore di petrolio in Africa e il sesto nel mondo, quindi le due nazioni hanno interessi in comune nell’industria petrolifera, ma la recente apertura di una rotta marittima tra il porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero e la Nigeria rappresenta un significativo sviluppo strategico per Mosca. In questo mese di maggio 2025 e’ in partenza la prima nave container della flotta russa, “A7 African Cargo Line” fondata ad aprile 2025 da Andrei Severilov. L’iniziativa si inserisce nel più ampio tentativo di Mosca di rafforzare la propria presenza in Africa, diversificare le rotte commerciali, aggirare le sanzioni occidentali e costruire nuove alleanze nel Sud Globale, praticamente costruire un nuovo asse geopolitico. Negli ultimi anni, la Russia ha intensificato i propri rapporti con vari Paesi africani, offrendo accordi militari, infrastrutturali ed energetici in cambio di sostegno politico, di minerali strategici e dell’accesso ai porti. L’apertura della rotta prevede la partenza dal porto di Novorossiysk in Russia attraverso il Mar Nero, lo Stretto del Bosforo, il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo, il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Golfo di Aden, l’Oceano Indiano e infine il Golfo di Guinea fino ai porti nigeriani. Il principale Porto di Lagos , il Porto di Onne specializzato nel supporto all’industria petrolifera e del gas, hub logistico chiave, il Porto di Porto di Bonny Island: specializzato sull’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL), cruciale per le esportazioni energetiche della Nigeria. Praticamente uno dei più grandi produttori di petrolio e gas del continente africano consolida l’intenzione russa di accedere ai mercati africani non solo dal punto di vista commerciale, ma anche quale piattaforma logistica e militare.
Porto di Lagos
La Nigeria, da parte sua, ha un forte interesse a diversificare i propri partner internazionali, specie in un momento di crescente instabilità nella regione del Sahel e nel Golfo di Guinea. La cooperazione con la Russia potrebbe portare vantaggi in termini di forniture militari, investimenti infrastrutturali e cooperazione energetica. L’Etiopia e l’Eritrea sono dei tasselli strategici di questo puzzle russo. Nel Corno d’Africa, l’Etiopia e soprattutto l’Eritrea rappresentano per Mosca obiettivi primari. L’Eritrea, con il suo accesso al Mar Rosso, è uno dei pochi Paesi africani che ha sostenuto apertamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il porto eritreo di Massaua, in particolare, potrebbe diventare un punto d’appoggio strategico per la marina russa, rafforzando la presenza di Mosca nel Mar Rosso. L’Etiopia, pur con una politica estera più bilanciata, resta un partner ambito per il suo peso demografico e regionale. Mosca mira a includere Addis Abeba in un’alleanza più ampia nel continente, sfruttando anche le tensioni con l’Occidente dopo la guerra nel Tigray, che ha avuto solo un cessate il fuoco nel 2022, rimanendo irrisolte le ostilità , come il rientro delle truppe eritree e l’assetto amministrativo del Tigray occidentale. Se la Russia riuscisse a ottenere le basi logistiche o portuali in Eritrea, o in Somalia attraverso alleanze indirette, potrebbe creare un corridoio navale che dal Mar Nero si estende al Golfo di Guinea passando per il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Le implicazioni per il Mediterraneo sarebbero inevitabili, l’espansione marittima russa verso l’Africa subsahariana diventerebbe un passaggio strategico attraverso lo Stretto di Gibilterra o il Canale di Suez. In entrambi i casi, la Russia rafforzerebbe la sua capacità di proiettarsi quale potenza navale in acque strategiche dove già mantiene la sua presenza, come in Siria con la base navale di Tartus. Tutto ciò può solo portare delle serie preoccupazioni per i Paesi NATO del Mediterraneo, in particolare per l’Italia, la Francia e la Grecia, che vedono con crescente sospetto la militarizzazione russa della regione. Inoltre, l’intensificazione della presenza russa in Nord Africa e nella fascia sub-sahariana potrebbe spingere l’Unione Europea a rivedere la propria strategia mediterranea, rafforzando le politiche di difesa comune e le missioni di contenimento nelle acque internazionali. Fare delle “ previsioni” dei possibili scenari è’ praticamente come attuare su di una scacchiera la mossa “gambito”, una mossa molto audace e rischiosa, che può portare a risultati sorprendenti se gestita correttamente. Si potrebbe passare dal multipolarismo agli eventuali conflitti ma anche a possibili convergenze. Se la rotta marittima si dimostrasse stabile e redditizia, anche grazie al ribasso delle tariffe di trasporto del 50%, la Russia potrebbe investire ulteriormente in basi logistiche in africa, accrescendo la propria influenza e diventando un attore chiave nelle rotte energetiche e commerciali globali, creando un indiretto scontro con l’Occidente, tanto da innescare reazioni da parte di stati Uniti ed Europa, oltre gli alleati regionali come la Turchia e l’Egitto, con una crescente militarizzazione del Mar Rosso e del Mediterraneo orientale.
La nuova rotta marittima tra Russia e Nigeria non è quindi solo una mossa commerciale, ma un tassello di un piano geopolitico più ampio. La volontà a ridisegnare le sfere d’influenza globali in un contesto sempre più multipolare, mettendo alla prova le capacità di risposta dell’Occidente, la resistenza dell’Africa e gli equilibri delicati del Mediterraneo. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se questo nuovo corridoio marittimo rappresenterà un’opportunità di sviluppo o una miccia per nuovi conflitti.
Nel VI canto del Purgatorio della Divina Commedia, Dante Alighieri scrive: “Vieni a veder la tua Roma che piange, vedova e sola, e dì e notte chiama: ‘Cesare mio, perché non m’accompagne?immaginando la Città Eterna priva della sua guida imperiale, svuotata di potere e direzione. VI canti di tutte e tre le cantiche del poema di Dante rappresentano canti politici. Nello specifico, il VI canto del Purgatorio contiene una lunga apostrofe sull’Italia e sulla sua situazione politica, divisa da lotte intestine, campanilismi e definita per questo un celebre verso “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”. Oggi, a secoli di distanza, l’immagine dantesca torna con forza nel cuore della cristianità. La Sede di Pietro è vacante, e mentre i cardinali, oggi 7 maggio, si chiudono in conclave, il mondo intero trattiene il fiato. Perché oggi non è solo un processo spirituale di discernimento: è anche una delle partite geopolitiche più complesse dell’era postmoderna.
Dietro il velo della preghiera, della fumata bianca, dei riti millenari, si agitano spinte nazionali, timori globali e speranze che travalicano i confini della fede.
Un conclave globale per un mondo in frantumi
Mai come ora il collegio cardinalizio riflette il volto policentrico della Chiesa. I 132 cardinali elettori provengono da ogni angolo del pianeta, e ciascuna area porta in conclave un desiderio: avere un proprio “Cesare”, un Papa che conosca le ferite, le culture, le urgenze della propria terra.
L’America Latina, che con Francesco ha visto per la prima volta un Papa “venuto dalla fine del mondo”, teme ora di perdere un ruolo centrale. Molti auspicano un successore che prosegua la linea pastorale bergogliana, attenta ai poveri, alla giustizia sociale, alle periferie esistenziali. L’Africa, in piena espansione cristiana e al centro di nuovi equilibri geopolitici (si pensi al patto Russia-Nigeria o al ritorno in scena della Libia con Haftar), spera per la prima volta in un Papa nero. Un segno potente, simbolico, in un continente giovane, religioso, ma ancora poco rappresentato nel governo della Chiesa. L’Asia, terra di minoranze cristiane spesso perseguitate, guarda con speranza ai cardinali delle Filippine, dell’India, persino della Cina “sotterranea”. Un Papa asiatico sarebbe un messaggio chiaro in un tempo di crescente tensione con Pechino e di dialoghi diplomatici delicati tra Vaticano e mondo comunista. L’Europa, pur se in declino demografico e spirituale, ambisce a un “ritorno dell’ordine”: molti cardinali del nord e dell’est vorrebbero un pontefice più tradizionale, forte nella dottrina, chiaro nei princìpi, meno incline alla sinodalità aperta e più vicino all’immagine di Giovanni Paolo II o Benedetto XVI. Gli Stati Uniti, con la loro potente e ricca Chiesa, sono spaccati: da un lato il fronte conservatore, che critica Francesco per la sua ambiguità su morale e liturgia; dall’altro un cattolicesimo sociale e progressista che vede nella continuità bergogliana un’occasione per riformare la Chiesa dall’interno.
Riforma o restaurazione: l’alternativa di fondo
Il nodo è uno solo: proseguire sulla strada della Chiesa come “ospedale da campo”, sinodale, povera e missionaria, oppure invertire la rotta e tornare a una Chiesa forte nei dogmi, identitaria, più “romana” e meno “periferica”.
Il conclave sarà dunque anche un referendum interno: su Francesco, sui suoi dieci anni di pontificato, ma sarà anche un’espressione di paure e speranze globali. In un mondo segnato da guerre, migrazioni, intelligenza artificiale, disuguaglianze e nuove egemonie (Cina, Russia, India), il Papa che verrà dovrà essere più di un leader spirituale: dovrà essere un mediatore globale, un simbolo credibile, un interlocutore con autorità in un tempo senza autorità.
Roma attende, il mondo osserva
Nella quiete ovattata della Domus Sanctae Marthae, i cardinali pregano e dialogano. Ma fuori, il mondo si agita. I governi, i popoli, le Chiese locali attendono il nuovo “Cesare”, il nuovo successore di Pietro che, come Francesco, possa “andare ai confini della terra” — o che, secondo altri, possa riportare l’asse a Roma.
E come allora scriveva Dante, anche oggi Roma, vedova e sola, guarda al cielo e attende.
Sarà un Papa del Sud o del Nord? Della tradizione o della riforma? Della diplomazia o della testimonianza?
Il conclave è iniziato. La Storia, ancora una volta, si fa a Roma.
Oro a 4mila dollari l’oncia entro la metà del 2026? Traguardo possibile, per Goldman Sachs, se il dollaro non è più rifugio. Attualmente il lingotto macina record sopra quota 3.200 dollari l’oncia, apprezzandosi anche mentre il rendimento dei Treasuries (titoli americani del Tesoro) vola. Stimato da sempre come un bene rifugio inattaccabile, in tempi d’inflazione l’oro da investimento rappresenta il modo più rassicurante per proteggere il patrimonio.
La sfiducia nel dollaro, come moneta principe della riserva mondiale, è decisamente in aumento da tre mesi e mezzo a questa parte, ovvero da quando si è insediato Donald Trump per il suo secondo mandato presidenziale (non consecutivo) alla Casa Bianca. Dallo scorso gennaio 2025, infatti, il dollaro ha perso mediamente l’8 per cento rispetto a un paniere di valute mondiali.
E’ una constatazione di fatto, bisogna però fare un passo indietro: negli ultimi anni le banche centrali hanno spinto gli acquisti di oro mosse dalla volontà di ridurre la dipendenza dal dollaro, nell’ambito di un processo di dedollarizzazione dei propri asset finanziari. Ed è ancora più evidente oggi, dal momento che le tensioni geopolitiche stanno mettendo a rischio gli investimenti, mentre il prezzo dell’oro aumenta anche in tempo di crisi e, a lungo termine, mantiene il suo potere d’acquisto.
Diversi i fattori che hanno contribuito a indebolire l’immagine del dollaro: la ritirata degli Stati Uniti dal commercio globale, le politiche ultraprotezionistiche e le rumorose ripicche inferte da Trump all’ordine internazionale brandendo lo strumento dei dazi al rialzo, incurante (almeno in apparenza) dell’aumento del debito federale americano. Oggi il debito pubblico americano supera i 36mila miliardi di dollari, più del 120 per cento del Pil, e l’ammontare del debito, che è detenuto da creditori esteri, è di oltre 26mila miliardi di dollari.
I dazi per duellare contro la Cina, poi, hanno lentamente offuscato la percezione del dollaro come pilastro della stabilità finanziaria globale. Tutto ciò non piace agli investitori, spingendoli a correre ai ripari. In passato, tuttavia, il fenomeno era affrontato diversamente: il rischio d’instabilità dei dazi americani spingeva gli investitori a rifugiarsi nel dollaro, con l’effetto di rafforzarlo. Oggi, invece, la domanda di oro come bene rifugio viene vissuta come antidoto contro l’inflazione, perché la tenuta del dollaro non convince più.
C’è un particolare non trascurabile, però: di oro da comprare non ce n’è abbastanza. L’oro è un minerale che deve essere generalmente estratto dalla roccia, dopo di che deve essere separato da altri metalli e minerali e deve subire dei processi di amalgamazione, levigazione e cianurazione in raffinerie specializzate. Quelle principali, considerate fra le più affidabili, si trovano in Svizzera.
Il ruolo della Svizzera come leader mondiale nella lavorazione dell’oro è dato dal fatto di essere l’unico paese ad avere introdotto una legislazione specifica per il controllo dei metalli preziosi, istituendo un Ufficio federale preposto alla supervisione e all’autenticità dei prodotti. In caso di errore nella certificazione dei metalli preziosi, la responsabilità non ricade sulla singola raffineria, ma direttamente sulla Svizzera. Questa regolamentazione rappresenta una garanzia ulteriore per i clienti.
Non a caso, quindi, una delle raffinerie più importanti del mondo si trova a Mendrisio, capoluogo del Canton Ticino. Si chiama Argor-Heraeus Pellegrinelli. Il suo condirettore generale, Robin Kolvenbach, ha spiegato che la raffineria è un sistema ermetico, tutto ciò che entra viene controllato minuziosamente, analogamente a tutto ciò che esce. In un servizio di approfondimento, il Financial Times ha parlato della straordinaria ondata di ordini ricevuti dalla raffineria ticinese mentre il prezzo dell’oro continuava a crescere, al contrario delle Borse che in alcuni giorni neri, degli ultimi cento del 2025, hanno subito crolli molto importanti, incenerendo miliardi di dollari. La minaccia dei dazi agisce da leva sul mercato dell’oro, tira le somme Kolvenbach.
L’elezione di Trump ha generato timori tra gli investitori, in particolare sulla possibilità che il presidente imponesse dazi anche sull’importazione di oro negli Stati Uniti. Per questo motivo ora assistiamo al movimento inverso: una parte dell’oro trasferito a New York da Londra – mercato principale dove vengono scambiate 500 tonnellate di oro al giorno, pari a circa un quinto della produzione annua globale – adesso ritorna nel vecchio continente. Il movimento è legato al funzionamento della Borsa Comex di New York (divisione del Nymex dedicata alla negoziazione di contratti su oro, argento, rame e alluminio), dove i contratti futures sull’oro richiedono, alla scadenza, la consegna fisica del metallo (in barre e lingotti).
Le barre d’oro da 400 once (12,4 chilogrammi) sono generalmente conservate in gran parte a Londra, in uno dei caveau della Banca d’Inghilterra. Vengono rifuse in barre da un chilo (il formato richiesto a New York) e si spediscono. Tuttavia, il timore che Trump imponesse dazi sulle importazioni d’oro ha spinto molti operatori a muoversi rapidamente, accelerando le esportazioni verso gli Stati Uniti. L’oro fuso per il momento è tuttavia escluso dai dazi. A questa motivazione si è aggiunta la spinta speculativa, in quanto il prezzo tra l’oro quotato a Londra e quello quotato a New York presenta delle variazioni.
Alla raffineria Argor-Heraeus di Mendrisio, che ha un giro d’affari di 26,5 miliardi di euro, adesso i volumi si sono quadruplicati, con richieste crescenti da Londra. Per soddisfare la domanda perciò l’azienda ha aumentato i turni, estendendo i cicli produttivi sulle 24 ore. Qualcosa di simile era già accaduto, ad esempio nel 2020, durante i primi mesi della pandemia, quando gli investitori acquistavano oro in grandi quantità. Lo stesso accadde durante la crisi di Lehman Brothers nel 2008.
Il presidente americano, Ronald Reagan e Giovanni Paolo II
Quarant’anni fa, in piena Guerra Fredda, due uomini cambiarono il corso della storia con un’alleanza tanto discreta quanto potente. Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, e Karol Wojtyła, Papa Giovanni Paolo II, trovarono un terreno comune in un obiettivo ambizioso e rischioso: indebolire il blocco sovietico e restituire libertà ai popoli dell’Est europeo. Quel patto silenzioso tra Washington e il Vaticano non fu solo un’intesa ideologica; fu un atto geopolitico di portata storica, le cui onde d’urto arrivano fino a oggi, nel maggio del 2025, in un mondo nuovamente segnato da fratture globali e nuove configurazioni di potere.
Un patto segreto, una strategia comune
1982 il patto Reagan Giovanni Paolo II
L’incontro tra Reagan e Giovanni Paolo II, avvenuto nel giugno del 1982 dopo i rispettivi attentati subiti nel maggio 1981, sigillò un’intesa già in atto dietro le quinte. Entrambi sopravvissuti, entrambi convinti di avere una “missione”, condivisero informazioni di intelligence e sostegno morale e materiale al sindacato Solidarność in Polonia. Fu la prima volta nella storia moderna che la Chiesa e la Casa Bianca cooperarono in modo sistematico per un fine strategico comune.
Lo storico accordo, gestito tramite figure chiave come William Casey, allora direttore della CIA, e il cardinale Casaroli, si fondava su una visione morale del mondo, in cui la libertà religiosa e la dignità dell’uomo costituivano i pilastri di una battaglia contro l’ateismo di Stato sovietico.
Echi nel presente: un maggio 2025 in bilico
Oggi, nel maggio del 2025, lo spirito di quell’alleanza torna prepotentemente d’attualità. La Russia, sebbene non più “sovietica”, è nuovamente al centro della scena globale. Il conflitto in Ucraina non si è ancora risolto, e Mosca cerca nuovi fronti d’influenza: in Africa, come dimostra l’apertura della rotta marittima strategica con la Nigeria, e nel Mediterraneo, dove il ritorno del generale libico Khalifa Haftar riporta in gioco le dinamiche post-coloniali e le rivalità energetiche.
In questo scenario, la Santa Sede si trova di nuovo a essere un osservatore chiave e potenzialmente un attore di dialogo. Ma non è più la Chiesa di Wojtyła. Dopo il pontificato di Francesco, si apre un conclave incerto, dove il nuovo Papa sarà chiamato a decidere se proseguire la linea del dialogo inclusivo o tornare a un ruolo più assertivo nella geopolitica.
L’eredità del patto e il dilemma americano
Nel frattempo, anche l’America cattolica è divisa. La tensione tra la Chiesa progressista incarnata da Bergoglio e le correnti conservatrici, spesso vicine all’ideologia “reaganiana”, rispecchiano un Paese polarizzato. Alcuni ambienti negli Stati Uniti rimpiangono il tempo del binomio Reagan-Wojtyła, quando la Chiesa era vista come un alleato nel difendere valori “non negoziabili”.
Eppure, l’alleanza del passato non può essere semplicemente replicata. La Russia di oggi non è l’URSS, l’America è meno unificata, e la Chiesa è attraversata da tensioni teologiche, sociali e geopolitiche. Tuttavia, il bisogno di una leadership morale che possa tenere insieme libertà e giustizia, fede e diplomazia, torna con forza.
Stiamo andando verso un nuovo asse spirituale?
Mentre i cardinali si riuniscono in conclave e i leader mondiali ridefiniscono le rotte dell’energia, dei dati e delle armi, una domanda si fa strada: può esistere oggi un nuovo “patto spirituale” capace di influenzare la storia? Un’alleanza tra fede e ragione, tra valori e realismo, tra potere e responsabilità?
Il futuro Papa, chiunque egli sia, dovrà confrontarsi con questa eredità: la consapevolezza che in certi momenti della storia, la fede può diventare una grande forza della geopolitica. Come accadde nel 1980 tra un attore hollywoodiano diventato presidente e un prete polacco diventato Papa.