RISING LION e il tributo economico delle guerre ibride. Elena Tempestini

“Ogni missile, ogni operazione della guerra ibrida ha un’ombra economica che si pronuncia in petrolio, oro, passaggi marittimi strategici, punti di PIL e tracolli borsistici.”

L’Operazione Rising Lion, lanciata da Israele nella notte tra il 12 e il 13 giugno, è una massiccia campagna aerea contro l’Iran, che ha coinvolto circa 200 jet e oltre 330 ordigni su più di 100 obiettivi – tra cui il sito nucleare di Natanz, strutture missilistiche, comandi militari e scienziati nucleari di alto profilo  .

Israele ha eliminato figure chiave come Hossein Salami (comandante della IRGC) e Mohammad Bagheri (capo di Stato Maggiore iraniano), ottenendo colpi rilevanti anche agli impianti nucleari  .

Teheran ha risposto lanciando oltre 150 missili balistici e 100 droni, in quella che il governo iraniano ha definito l’Operazione True Promise III – con almeno 3 morti e una quarantina di feriti confermati in territorio israeliano  .

L’attacco ha interrotto l’operazione ONU sulla soluzione israelo-palestinese, con numerose cancellazioni a livello diplomatico e richieste internazionali di moderazione. Si sono scatenati gli impatti sui mercati globali: l’ombra della “ guerra economica”

Energia: shock petrolifero e rischio chokepoint

Il Brent ha subito un balzo iniziale del 7‑10%, attestandosi sopra i 75 $/barile, il rialzo più marcato da fine 2022 . Il prezzo è salito anche del 9% in una sola giornata, la maggiore impennata dal 2022, trainata dal timore di una chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio marittimo mondiale . Attenzione anche al gas liquefatto Qatar compreso: un blocco del passaggio può innescare rincari globali, con tensioni anche nell’approvvigionamento verso Europa e Asia.

A Wall Street: il Dow Jones ha perso oltre 500 punti nel primo giorno, con vendite massicce su tech e mercato azionario in generale, acuite dalla paura di un rallentamento globale . Asia e Europa: tutte le principali borse, da Tokyo a Milano, passando per Seoul e Hong Kong, hanno registrato ribassi significativi, un riflesso della fragilità attuale dei mercati verso shock geopolitici. L’Oro: ha infranto record storici, attirando capitali in cerca di sicurezza . Valute rifugio: franco svizzero e yen hanno registrato apprezzamenti, mentre i titoli di Stato giapponesi hanno visto una forte domanda. I Bitcoin: hanno perso oltre il 3%, mostrando ancora una volta come in situazioni di crisi si comporti da asset speculativo, non da protezione . Il timore di un blocco dello Stretto di Hormuz spaventa mercati e governi, ma uno shutdown completo resta improbabile, mai verificatosi nella storia recente . Se la contesa dovesse estendersi, ad esempio con attacchi mirati a infrastrutture energetiche o commerciali in Iraq, Arabia Saudita o Golfo – i prezzi energetici potrebbero scalare ancora, fino a livelli critici. La reazione statunitense sarà decisiva. Finora Washington ha escluso il coinvolgimento diretto, ma sta intensificando monitoraggio e protezione delle proprie installazioni nella regione . Altri attori come Hezbollah o gli Houthi rappresentano variabili instabili: al momento restano relativamente contenuti, ma potrebbero intervenire se la crisi si allargherà .

Venerdì 13 una notte che sta cambiando il Medio Oriente: riflessioni su un’escalation inevitabile, un conflitto ma anche uno spartiacque.

Nella notte tra giovedì e venerdì 13, il Medio Oriente è stato scosso da un evento storico di ben altra portata. Israele ha condotto una delle operazioni militari più estese e coordinate degli ultimi decenni, chiamata Rising Lion, ovvero “leone nascente”, già un nome particolare: La simbologia ha sempre una grande importanza nella strategia militare israeliana, come confermato dal nome delle operazioni contro Hamas, per esempio, che quasi sempre hanno richiami biblici. In questo caso, però, il riferimento è molto più recente. Il leone che il governo di Nethanyahu ha voluto richiamare è un simbolo iraniano, quello che si trovava sulla bandiera del Paese prima che andassero al potere gli ayatollah, quindi prima del 1979. È come se Israele volesse mettere in guardia gli iraniani: non siamo contro di voi e il vostro Paese, il nostro obiettivo è il regime instaurato da Khomeini. Diverse volte, in passato, gli israeliani hanno ammesso che tra i loro obiettivi strategici ci sarebbe proprio quelo di far cadere il regime al potere da 46 anni a Teheran. Uno scenario che appare studiato nei minimi dettagli. dell’ordine globale, colpendo infrastrutture strategiche in Iran e decimando parte della sua leadership militare e sopratutto scientifica. Un attacco non improvvisato, ma pensato e maturato nel tempo. Credo che questa escalation, che ora ci appare improvvisa, sia in realtà il risultato di una concatenazione precisa di cause politiche, strategiche e culturali che meritano di essere analizzate con lucidità. Una campagna su larga scala, con un messaggio chiaro: L’operazione israeliana si è sviluppata in cinque ondate coordinate, colpendo non solo impianti chiave del programma nucleare iraniano, come quello di Natanz e i centri di Tabriz, Arak, Kermanshah e Isfahan, ma spingendosi fino al cuore simbolico del potere: Teheran. Il bilancio provvisorio è durissimo: eliminati Mohammad Bagheri, Gholamali Rashid, Hossein Salami e altri vertici delle Guardie Rivoluzionarie. Ferito gravemente anche Ali Shamkhani, interlocutore storico nei negoziati con gli USA. Israele, colpendo simultaneamente infrastrutture nucleari e vertici militari, ha inteso neutralizzare sia la capacità tecnica che la volontà politica iraniana, bloccando anche il canale diplomatico con Washington. In questi anni abbiamo spesso seguito da vicino le dinamiche tra Israele e Iran, e mi sembra evidente che questa escalation non nasce da un solo fattore, ma da una somma di tensioni irrisolte e accelerazioni recenti.
Il dossier nucleare iraniano è arrivato a un punto di non ritorno
Secondo quanto riferito da fonti israeliane, l’Iran avrebbe accumulato abbastanza materiale per 15 ordigni nucleari. Che l’informazione sia gonfiata o meno, è bastata a legittimare l’attacco come “preventivo”.
L’AIEA ha emesso solo 24 ore prima una risoluzione di condanna, accusando Teheran di violazioni sistematiche: una sorta di via libera morale per Tel Aviv. L’intelligence israeliana ha completato il quadro operativo
Il Mossad ha lavorato per anni nel territorio iraniano, raccogliendo informazioni che hanno permesso colpi chirurgici. Un lavoro di lungo periodo che ha prodotto una lista chiara di target tecnici e simbolici. L’intervento non è stato improvvisato: è il frutto di un progetto militare e politico che Netanyahu porta avanti dal suo ritorno al potere nel 2009. Un fallimento della diplomazia USA-Iran? I negoziati si sono impantanati, lasciando Israele isolato e impaziente. L’assenza di coinvolgimento diretto americano nell’attacco mostra quanto Tel Aviv non credesse più nella strada diplomatica. Netanyahu, da sempre legato al fronte conservatore americano, potrebbe aver scelto di agire prima del cambio di equilibrio politico globale, assicurandosi il supporto futuro. La dimensione regionale e l’asse con i Paesi arabi. L’Arabia Saudita ha ormai rotto l’equilibrio con l’Iran su diversi dossier (Yemen, petrolio, Siria).
Alcuni analisti suggeriscono che Tel Aviv potrebbe aver avuto l’appoggio tacito di Riyadh e Abu Dhabi, interessate a contenere Teheran con mano altrui. La reazione inevitabile: proxy, ritorsioni e nuove alleanze
Ora, ci troviamo davanti a una possibile reazione a catena:Hezbollah potrebbe intensificare i lanci dal Libano.
I miliziani sciiti in Iraq e Siria potrebbero colpire obiettivi USA, trascinando Washington nel conflitto.
Russia e Cina, che hanno legami strategici con Teheran, non resteranno in silenzio.
Mosca potrebbe usarlo per rafforzare la sua influenza in Siria e oltre; Pechino ha interessi energetici da difendere. L’attacco israeliano non è solo un’operazione militare. È una dichiarazione strategica, una rottura dell’equilibrio precario che ha tenuto sospesa la regione per anni.
La vera domanda ora non è cosa succederà domani, ma quale Medio Oriente ci troveremo tra sei mesi. Siamo a un punto di non ritorno, e non possiamo permetterci di analizzare questi eventi con lo sguardo corto dei “comunicati stampa”.
Serve una riflessione profonda, multidisciplinare, geopolitica ma anche culturale, perché ciò che è accaduto non riguarda solo Israele e Iran.
Ci riguarda tutti.

Titolo del Convegno:“Architettura della Mobilità: Spazio, Velocità e Forma nella Città Contemporanea”

Tra infrastruttura, paesaggio e progetto urbano

Obiettivo del Convegno

Il convegno propone una riflessione interdisciplinare sul ruolo dell’architettura all’interno delle trasformazioni infrastrutturali e spaziali connesse alla mobilità nella città contemporanea.

In un’epoca in cui ferrovie ad alta velocità, hub intermodali, strade metropolitane, autostrade verdi, aeroporti urbani e parcheggi sotterranei intelligenti ridisegnano i flussi e le gerarchie urbane, è urgente riflettere su come l’architettura interagisca con la logica della velocità e del transito, trasformando non solo i luoghi del movimento, ma anche i paesaggi, le soglie urbane e le identità dei territori.

Quale spazio architettonico produce la mobilità del XXI secolo? È ancora possibile una poetica dello spostamento nella città iperconnessa? Come cambia il progetto urbano nel passaggio da infrastruttura tecnica a spazio pubblico? Qual è il ruolo dell’architetto nella progettazione di stazioni, svincoli, porti, scali merci, parcheggi e rampe? Come si integrano le esigenze ambientali, estetiche e funzionali nell’architettura dei flussi?

Linee tematiche del convegno

Infrastrutture e forma urbana: dal raccordo alla metropoli diffusa Urbanistica e infrastruttura: autostrade, tangenziali, anelli verdi Paesaggio infrastrutturale e architettura dell’espansione Architetture del transito: stazioni, terminal, ponti, parcheggi Dalla stazione ferroviaria all’hub intermodale ad alta complessità Estetica e funzione nei progetti contemporanei Tipologie emergenti e spazio pubblico Le soglie della città: rampe, sottopassi, interstizi Architettura delle connessioni lente e veloci Geografie della velocità e progetto territoriale Mobilità e disegno del paesaggio (casi studio europei, asiatici, mediorientali) Progetti di rigenerazione urbana a partire dalle infrastrutture obsolete Ecologia, sostenibilità, infrastruttura “viva” Come costruire infrastrutture adattive, reversibili, sostenibili Materiali e morfologie per un’architettura del movimento post-carbonio

Sede proposta:

Fondazione Filippo Caracciolo – ACI, Roma

Relatori e interlocutori attesi

Professori ordinari e associati di architettura, urbanistica, design del paesaggio Architetti progettisti di infrastrutture (nazionali e internazionali) Esperti di mobilità urbana e territoriale (MIT, ENEA, RFI, Anas, CNR) Storici dell’architettura e della tecnica Rappresentanti istituzionali e pianificatori urbani

Output previsti

Atti del convegno in volume cartaceo e open access Mostra itinerante o digitale con progetti esemplari di “architettura della mobilità” Articolo scientifico e proposta di corso/laboratorio accademico multidisciplinare Nascita di un Osservatorio permanente su architettura, mobilità e spazio pubblico

Comitato scientifico:

Un professore ordinario di progettazione architettonica Uno storico dell’architettura moderna e contemporanea Un urbanista esperto in infrastrutture Un tecnico delle mobilità o ingegnere dei trasporti Un rappresentante della Fondazione

Perché alla Fondazione Caracciolo?

La Fondazione Caracciolo rappresenta un punto d’incontro privilegiato tra mobilità, territorio, ricerca e istituzioni. Questo convegno offre un’occasione rara per unire le competenze accademiche dell’architettura con le problematiche reali e sistemiche delle trasformazioni urbane e infrastrutturali.

È una proposta che rafforza il ruolo della Fondazione come luogo di dibattito critico sulla città, la mobilità e il futuro sostenibile del paesaggio italiano.

Titolo del Convegno:“Macchine e Petrolio, dal Motore a Scoppio alle Infrastrutture dell’ Industria 4.0 nell’era della transizione energetica.

Motivazione: perché oggi?

Il 2025 anno di snodo critico:

Il convegno si propone di stimolare un confronto interdisciplinare su:

Il ruolo storico del motore a combustione nella costruzione della modernità; La sua presenza nelle infrastrutture petrolifere, industriali e militari; Le sfide del 2025 in materia di energia, geopolitica e tecnologia; Il futuro della combustione nella rivoluzione digitale e sostenibile: Industria 4.0.

Il Green Deal europeo entra in una fase di verifica concreta. Le crisi geopolitiche energetiche in Medio Oriente, Africa e Mar Nero continuano a influenzare l’approvvigionamento globale. L’industria automobilistica è nel pieno della transizione elettrica, ma con ritorni tattici al motore a scoppio in contesti strategici e di difesa. L’Industria 4.0 chiede nuove forme di integrazione tra tradizione meccanica e innovazione digitale.

Le sfide energetiche :

Il nuovo ordine energetico post-pandemia e post-Ucraina. Le tensioni tra elettrificazione accelerata, sicurezza energetica e resistenza industriale. Ritorno dei motori termici nelle zone a rischio (guerra, black-out, rete instabile).

Motore e transizione digitale: la sfida dell’Industria 4.0

Il ruolo del motore a scoppio in ambienti automatizzati e ibridi. Sensoristica, manutenzione predittiva, ibridazione dei sistemi. Dalla macchina calda alla macchina connessa: continuità o superamento?

Oltre il fossile: biocarburanti, e-fuel e nuova modularità

Il ritorno della combustione nei sistemi di emergenza e backup. Il motore come nodo nella rete energetica distribuita e circolare. Che cosa rimane del “motore” nel futuro post-carbonio?

Descrizione accademica del convegno:

Obiettivo generale:

Il convegno si propone di indagare il ruolo storico, tecnico e simbolico del motore a combustione interna nella costruzione della modernità, con un particolare focus sulla sua funzione oltre l’automobile, evidenziando l’impiego nelle prime piattaforme petrolifere, nelle infrastrutture isolate e nelle reti energetiche decentralizzate.

La co-evoluzione tra motore e industria estrattiva. Come il motore ha alimentato la geopolitica fossile del XX secolo.

La macchina e l’Impero del petrolio

Simboli, immaginari e memoria dell’energia

Sede e struttura organizzativa:

Proponente: Fondazione Filippo Caracciolo – ACI Luogo: Roma, sede della Fondazione Durata: 1 giornata + tavola rotonda conclusiva aperta al pubblico Date proposte: post-COP30 in Brasile a novembre 2025 e i bilanci UE sull’energia. Partecipanti attesi:

Accademici (storici, ingegneri, politologi, filosofi della tecnica) Tecnici e policy maker (ENEA, RSE, MIT, ARERA) Attori industriali (settore automotive, energetico, smart mobility) Giornalisti e divulgatori scientifici

Output auspicati:

Atti del convegno (con ISBN) Articolo di sintesi pubblicato su riviste accademiche o divulgative Evento video e tavola rotonda pubblica aperta a studenti e cittadini Inizio di un ciclo annuale sulla “Memoria delle Infrastrutture Energetiche”

Il convegno vuole offrire una lettura complessa ma lucida di questi fenomeni, mettendo al centro una macchina spesso banalizzata, ma che ancora oggi definisce i confini del mondo che abitiamo.

Partecipanti attesi:

Storici delle tecnologie (Politecnico, CNR, Musei Tecnici) Ingegneri e ricercatori su energie alternative (ENEA, RSE, università) Economisti ambientali e studiosi di transizione energetica Rappresentanti dell’industria automobilistica e infrastrutturale Giornalisti e divulgatori (per la sessione pubblica)

Tavola rotonda finale:

“Il motore che verrà: combustione, emergenza e autonomia energetica”

Il Pozzo di San Patrizio: un simbolo di ingegno, perseveranza e ingegneria funzionale che si cela nelle più moderne infrastrutture urbane.

Scala elicoidale di Leonardo Da Vinci nel Castello di Chambord

Il termine “Pozzo di San Patrizio” nasce da una leggenda medievale irlandese secondo cui San Patrizio, patrono dell’Irlanda, avrebbe mostrato a un incredulo re pagano l’ingresso al Purgatorio attraverso un pozzo profondissimo situato su un’isola nel lago Derg (Irlanda). Questo pozzo leggendario rappresentava un viaggio iniziatico: chi vi entrava e sopravviveva alla discesa poteva ottenere l’assoluzione dei peccati e la promessa della salvezza eterna. Nonostante la leggenda non sia collegata direttamente a una struttura architettonica reale, il nome venne adottato per indicare strutture ingegneristiche di grande profondità e complessità, spesso ritenute “infinite” o straordinarie. Già nel I millennio A.C. gli ingegneri persiani svilupparono un sistema di gallerie inclinate e pozzi verticali per portare l’acqua in superficie dalle falde profonde, anticipando concetti moderni di ingegneria idraulica, come nel Pozzo di Giza in Egitto. Alcuni pozzi scavati nella roccia, risalenti all’Antico Regno egizio, venivano usati per scopi cerimoniali o pratici. Pozzi etruschi e romani, si trovano in tutta l’Italia centrale; i romani perfezionarono la tecnica dei pozzi rivestiti in pietra e la raccolta delle acque sotterranee anche con scale a spirale.

Pozzo di San Patrizio

E’ nel Rinascimento, con Leonardo Da Vinci che si evolve il concetto di “pozzo ingegneristico” assumendo una nuova dimensione del sistema di accesso a quote inferiori del terreno in modo razionale ed efficiente. Leonardo progettò e costruì la scala del castello di Chambord la quale anticipa di almeno 8 anni l’inizio della costruzione del Pozzo di San Patrizio di Orvieto. Un esempio di innovazione ingegneristica: due scale che permettono di salire senza incontrarsi, una soluzione pensata per consentire a cavalli e carri di scendere e risalire senza intralci. Il Pozzo di San Patrizio, invece, è un pozzo profondissimo con una scala elicoidale singola che permette di attingere acqua. Nonostante siano entrambe scale a chiocciola, i due progetti presentano caratteristiche diverse: Chambord mira a una maggiore praticità per il trasporto e quello di Orvieto a un attingimento d’acqua. Il pozzo di San Patrizio di Orvieto fu costruito tra il 1527 e il 1537 da Antonio da Sangallo il Giovane su ordine di papa Clemente VII, rappresentando la prima e più celebre realizzazione fisica del concetto leonardesco: Il pozzo ha una profondità di 54 metri con una scala doppia elicoidale: due rampe separate che permettono la salita e la discesa senza incroci, illuminazione naturale: fori lungo la parete che portano luce e aria: la sua funzione serviva per garantire l’approvvigionamento idrico in caso di assedio della città

Il pozzo divenne il simbolo di un’ingegneria “senza fondo”, tanto efficace da entrare nel linguaggio comune come metafora di qualcosa che consuma risorse senza mai esaurirsi.

Il principio delle rampe elicoidali indipendenti o accessi verticali razionali ispirati al pozzo di San Patrizio è ripreso in numerose opere attuali, sia architettoniche che infrastrutturali.

Tra queste ci sono:

Entrata ed uscita della rampa elicoidale della Stazione di Santa Maria Novella

La “Rampa elicoidale” della stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella: due rampe elicoidali indipendenti per salita e discesa sulla quale i veicoli non si incontrano mai. La scala ha oltrepassato il problema della costruzione dei parcheggi nelle città d’arte in cui diviene essenziale progettare l’intervento nel pieno rispetto di significative preesistenze.

La rampa elicoidale della stazione AV Foster di Firenze Belfiore, che riprende chiaramente la funzione logica e separatrice delle due spirali leonardesche. Una struttura elicoidale a doppia corsia, che consente movimenti separati per pedoni e mezzi. Il Design richiama il vuoto centrale del pozzo, con luce naturale che penetra dall’alto, simbolo di continuità tra passato e futuro, tra architettura rinascimentale e mobilità sostenibile. Foster + Partners riconosce nella profondità e nel movimento verticale un linguaggio architettonico continuo che parte dal Rinascimento italiano.

I Parcheggi a spirale

Molti parcheggi multipiano moderni usano lo stesso principio con rampe elicoidali separate per salita e discesa, migliorando il flusso del traffico interno e la sicurezza.

L Scale museali adibite ad architettura pubblica

Scala di Bramante Musei Vaticani

Progetti architettonici contemporanei come il Guggenheim Museum di New York che ha rampe elicoidali e il MAXXI di Roma impiegano percorsi elicoidali o rampe a spirale ispirati ai concetti rinascimentali di mobilità continua e fluida.

Possiamo concludere che il “pozzo di San Patrizio” è molto più di una leggenda o di un’opera architettonica: è un simbolo di ingegno, perseveranza e ingegneria funzionale. Da un accesso al purgatorio nella mitologia irlandese, al capolavoro di Leonardo Da Vinci e al concetto idraulico di Orvieto, fino alle moderne infrastrutture urbane che sono celate nelle nostre città , questo concetto ha attraversato secoli rinnovandosi nella forma ma non nella sostanza: ottimizzare lo spazio, il tempo e l’energia in percorsi verticali o a spirale.

Comprendere meglio la guerra Russo – Ucraina che ha implicazioni religiose e geopolitiche. Il conflitto non è solo fede, ma identità, potere e legittimazione storica. Elena Tempestini

Ci sono “ sottili fili “ che si intersecano da millenni per costruire il presente.

Le origini dello Stato russo-ucraino affondano in una fusione tra slavi locali e Vichinghi scandinavi, che portarono forme di organizzazione politica e militare ben strutturate. Nel IX secolo, un gruppo di guerrieri e commercianti scandinavi, principalmente svedesi, guidati da Rjurik si insediò a Novgorod, Oleg di Novgorod conquistò Kiev, trasformandola nel centro di un nuovo Stato: la Rus’ di Kiev, da cui deriverà l’embrione della Russia, Ucraina e Bielorussia. La prima cristianizzazione ufficiale della regione avvenne nel 988 d.C., con il battesimo del principe Vladimir il Grande di Kiev. Vladimir decise di adottare il cristianesimo ortodosso bizantino come religione ufficiale dello Stato, convertendo sé stesso, la corte e il popolo.
Ordinò il battesimo di massa del popolo di Kiev nel fiume Dnepr.
Questo è l’evento che segna la nascita della Chiesa ortodossa nella Rus’ di Kiev.
Secondo la tradizione della Chiesa ortodossa, l’apostolo Andrea il Primo Chiamato, fratello di Pietro, evangelizzò le terre a nord del Mar Nero nel I secolo d.C.
Durante i suoi viaggi missionari, Andrea avrebbe risalito il fiume Dnepr e raggiunto le colline dove oggi sorge Kiev.
Andrea piantò una croce sul colle di Kiev e profetizzò:

“Su queste colline brillerà la grazia di Dio e qui sorgerà una grande città con molte chiese.”

L’idea che un apostolo di Cristo avesse profetizzato il destino di Kiev eleva la città spiritualmente, ponendola sullo stesso piano di Gerusalemme, Roma e Costantinopoli.
Sulla collina dove Andrea avrebbe piantato la croce, sorge oggi la Chiesa di Sant’Andrea a Kiev, uno dei simboli della città.
Un altro nome centrale nella cristianizzazione dell’area slava è Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino il Grande.
Elena è celebre per il suo pellegrinaggio in Terra Santa (verso il 326 d.C.), dove rinvenne la Vera Croce di Cristo. La Chiesa ortodossa slava la considera una protettrice della fede e della regalità cristiana. L’Ucraina è parte dell’anima russa, dei “valori tradizionali” ortodossi contro l’Occidente “decadente”. L’indipendenza religiosa Ucraina del 2019 è percepita da Mosca come scisma, eresia, tradimento, come ai tempi di Papa Leone IX che scomunicò il Patriarca di Costantinopoli e avvenne lo Scima d’oriente, che oggi Papa Leone IV cerca di riavvicinare. Perché il pilastro dell’identità religiosa della Rus’ di Kiev ancora è viva nella memoria storica dell’Ucraina.

Ps. Mai avrei pensato di trovare molte risposte nella Cattedrale di Amalfi, intitolata a Sant’Andrea che custodisce le sue spoglie. Sant’Andrea e’ il padre spirituale della cristianità russa e il simbolo delle sue origini apostoliche. protettore spirituale della Chiesa ortodossa russa.
La Croce di Sant’Andrea (a forma di X) è diventata uno dei simboli militari e religiosi della Russia imperiale.
L’Ordine di Sant’Andrea, istituito da Pietro il Grande nel 1698, è stato il massimo riconoscimento dello zarismo e ancora oggi è il più alto ordine della Federazione Russa. Siravo Michele

Sotto 👇 per comprendere meglio la guerra tra Russia e Ucraina che ha forti interconnessioni sia religiose che geopolitiche, il conflitto non è solo fede, ma identità, potere e legittimazione storica.

Tra Oriente e Occidente: Sant’Andrea, la Cattedrale di Amalfi e l’eco dell’Ortodossia Russa nel cuore della Costiera. Elena Tempestini

Nel 2025, la tensione tra Oriente e Occidente non è più solo una questione di confini geopolitici, ma anche di identità spirituale. Mentre l’Europa cerca un equilibrio tra secolarizzazione e radici cristiane, la Russia afferma con sempre maggior forza la propria vocazione come Santa Madre e Terza Roma. In questo scenario, antichi luoghi come la Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi e la chiesa di San Salvatore de’ Birecto ad Atrani si rivelano custodi silenziosi di una storia condivisa, di un’eredità cristiana che precede lo scisma e parla ancora oggi, sotto forma di pellegrinaggi, iconografie, liturgie e presenze simboliche.

Sant’Andrea e la “Terza Roma”

La figura dell’apostolo Andrea, il Protokletos, il Primo Chiamato, è centrale nella visione ortodossa russa. Secondo la Tradizione di Nestor, Andrea avrebbe attraversato il Mar Nero e raggiunto le colline dove sarebbe sorta Kiev, piantando una croce e profetizzando la nascita di un grande popolo cristiano. Per la Chiesa ortodossa russa, Andrea è quindi il fondatore spirituale non solo di Costantinopoli ma anche della Rus’ di Kiev, culla della civiltà slavo-cristiana.

Incastonata tra mare e roccia, la Costiera Amalfitana non è solo uno scrigno di bellezza naturale, ma anche un luogo denso di mistero e spiritualità. Le sue chiese raccontano una storia che intreccia Oriente e Occidente, Roma e Bisanzio, Cattolicesimo e Ortodossia. Due luoghi in particolare conservano le tracce visibili e invisibili di questa convergenza: la Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi e la piccola ma potentissima chiesa di San Salvatore de’ Birecto ad Atrani. In questi luoghi si respira una spiritualità profonda, dove la presenza dell’apostolo Andrea, fratello di Pietro e primo chiamato tra i Dodici , funge da ponte spirituale tra le due grandi Chiese.

Sant’Andrea: il Primo-Chiamato e l’asse spirituale tra Roma e Bisanzio

Sant’Andrea è una figura centrale per la Chiesa ortodossa, tanto quanto per quella cattolica. Fu discepolo di Giovanni il Battista, il primo a seguire Cristo. Andrea è anche il fondatore spirituale del Patriarcato di Costantinopoli: secondo la tradizione bizantina, fu lui a evangelizzare le terre del Ponto e della Scizia, cioè l’attuale Ucraina e la Russia meridionale. La sua figura è, quindi, un simbolo della Chiesa indivisa, prima dello scisma del 1054, la grande divisione tra la chiesa orientale e la chiesa di Roma, nella quale la questione più spinosa era il ruolo del Vescovo di Roma cioè del Papa. L’Occidente affermava il primato universale del Papa come successore di Pietro, con giurisdizione su tutta la Chiesa. L’Oriente accettava un primato d’onore per il Papa, ma non un’autorità giuridica su Costantinopoli o le altre sedi patriarcali che erano Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. L’Occidente sviluppò il Cattolicesimo romano, accentuando la centralità papale, tanto che il Leone IX Papa scomunicò il Patriarca d’Oriente. L’Oriente a sua volta si definì come Chiesa Ortodossa, fedele alla tradizione conciliare e apostolica delle origini.

La Cattedrale di Amalfi e la Cripta dell’Oriente

La Cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi, dedicata proprio all’apostolo, custodisce le sue reliquie, arrivate nel 1208 da Costantinopoli, durante la Quarta Crociata. Ma più che il fatto storico, è il significato simbolico della traslazione che affascina: la presenza del corpo di Andrea ad Amalfi segna un punto di convergenza tra la spiritualità orientale e quella occidentale. Amalfi, repubblica marinara era il ponte tra i due mondi, la mediatrice anche nel sacro.

Nella cripta barocca, sottostante la cattedrale romanica, è custodita l’urna con le reliquie dell’apostolo. Ma ciò che colpisce è la manna di Sant’Andrea, un liquido che trasuda dalle sue ossa e che viene raccolto ogni anno, simbolo di grazia mistica e presenza vivente del santo. Questo fenomeno ha paralleli nella tradizione orientale, dove reliquie e “mirra” che nel linguaggio teologico ortodosso e’ il “fuoco spirituale liquido”, perché rappresenta la discesa dello Spirito Santo, segno della santità viva, oltre la morte.

All’interno della cripta si nota un crescente interesse e una devozione ortodossa, in particolare russa. Icone portate da pellegrini, preghiere davanti alla statua lignea del santo, manifestano una liturgia silenziosa ma intensa che si inserisce in uno spazio cattolico, creando un interspazio spirituale. Lì, tra mosaici e candelabri, si realizza quasi una “liturgia dell’invisibile”, dove il confine tra le Chiese si dissolve nel culto del santo comune.

San Salvatore de’ Birecto: la chiesa dei segreti di Atrani

A pochi passi da Amalfi, il piccolo borgo di Atrani custodisce un altro luogo misterioso: la chiesa di San Salvatore de’ Birecto. Costruita tra IX e X secolo, fu sede dell’incoronazione dei Dogi di Amalfi e cuore della spiritualità civica e politica dell’antica repubblica. Il nome “de’ Birecto” rimanda al birretto, simbolo del potere e della consacrazione, suggerendo una connessione rituale tra il potere temporale e quello spirituale.

Ma è nelle sue proporzioni geometriche e nella sua struttura a pianta centrale che San Salvatore rivela un significato esoterico più profondo. L’edificio sembra costruito secondo canoni simbolici: il quadrato della terra e il cerchio del cielo si incontrano nella cupola, richiamando la Gerusalemme Celeste e l’armonia delle sfere, come nelle concezioni neoplatoniche e nella cosmologia bizantina.

Anche qui si avverte la presenza dell’Oriente cristiano. Recentemente, la chiesa è tornata a essere punto di riferimento per la comunità ortodossa, soprattutto nei periodi delle grandi festività. La sua dimensione raccolta la rende adatta alla liturgia orientale, fatta di canti, icone, incenso, e silenzi che risuonano come preghiera. È un luogo in cui la storia si apre all’eterno, e la liturgia diventa ponte tra i mondi.

Chi visita questi luoghi non è solo un turista, ma un pellegrino. L’anima sensibile avvertirà, tra i vicoli silenziosi e le navate ombrose, una chiamata antica. Forse è proprio la voce di Sant’Andrea, il primo chiamato, che ancora sussurra ai cuori in cerca di verità.

Icona Russa custodita nella Cripta della cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi

l’Eurasia accelera: la Cina inaugura la nuova ferrovia “Cina-Iran” e argina lo stretto di Malacca e le rotte marittime americane. Elena Tempestini

Gli Stati Uniti dominano le principali rotte marittime attraverso basi navali strategiche di Singapore, Bahrein, Diego Garcia e Guam. La nuova ferrovia Cina-Iran aggira gli stretti di Malacca e di Hormuz, sottraendo commercio e petrolio all’interdizione navale statunitense. È un passaggio terrestre che non può essere bloccato con le stesse modalità militari. La linea ferroviaria collega Urumqi, nello Xinjiang cinese, a Teheran, passando per l’Asia Centrale e il Turkmenistan, non è solo una brillante impresa logistica. È un tassello chiave nella ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali.

Ferrovia Cina -Iran

I tempi di transito si riducono a soli 15 giorni rispetto ai 40 delle rotte marittime tradizionali. Il corridoio ferroviario offre a Cina e Iran un’alternativa concreta alle vie d’acqua dominate dalla Marina statunitense. Significa aggirare lo Stretto di malacca, la Cina dipende fortemente dallo stretto per il trasporto dell’energia, del petrolio che proviene dal Golfo Persico e dall’Africa, da sempre vulnerabile imbuto strategico per Pechino, e per bypassare il controllo USA sulle principali rotte marittime. In un mondo sempre più multipolare, questa ferrovia si candida a diventare la nuova arteria dell’Eurasia.

Il “dilemma di Malacca” e la risposta ferroviaria

Stretto di Malacca

L’80% del petrolio importato dalla Cina transita oggi attraverso lo Stretto di Malacca, uno snodo stretto e sorvegliato dalle potenze anglosassoni e dai loro alleati regionali. Già nel 2003, l’allora presidente Hu Jintao definiva questa dipendenza un rischio strategico da neutralizzare: nasceva così il concetto di Malacca Dilemma. La Belt and Road Initiative (BRI) è, in molti sensi, la risposta sistemica a questa vulnerabilità. E il nuovo corridoio verso l’Iran ne è uno degli assi più audaci.

Il percorso di oltre 4.000 chilometri da Yiwu, nella provincia cinese dello Zhejiang, fino alla città santa di Qom, attraversa Kazakistan e Turkmenistan. Secondo le proiezioni della China Railway Corporation, entro il 2030 la linea potrebbe movimentare oltre 10 milioni di tonnellate di merci all’anno. Numeri che testimoniano una crescita silenziosa ma costante del commercio eurasiatico.

Iran: logistica, resistenza e diplomazia

Per Teheran, la posta in gioco è altissima. Isolata dai mercati marittimi e finanziari internazionali a causa delle sanzioni, l’Iran trova in questa infrastruttura un’ancora di salvezza economica e geopolitica. Il petrolio iraniano può ora raggiungere la Cina evitando lo Stretto di Hormuz e gli occhi della Quinta Flotta statunitense. Il tracciato ferroviario, più difficile da bloccare rispetto a una rotta navale, rafforza la posizione dell’Iran come snodo terrestre strategico tra Asia ed Europa.

Non è un caso che questo sviluppo si collochi nel solco del partenariato strategico venticinquennale firmato da Pechino e Teheran nel 2021, che prevede investimenti cinesi in infrastrutture iraniane per 400 miliardi di dollari. La ferrovia è stata finanziata anche da istituti come la China Development Bank e l’Export-Import Bank of China, e realizzata con il coinvolgimento diretto della CRCC (China Railway Construction Corporation). Sul fronte iraniano, il progetto è stato coordinato dalla Islamic Republic of Iran Railways, che ha lavorato per armonizzare standard e dogane lungo l’intero tragitto.

La geopolitica dei binari

Questo corridoio ferroviario si inserisce in uno scenario globale segnato da tensioni crescenti tra Washington e i suoi rivali strategici. L’obiettivo storico degli Stati Uniti è sempre stato quello di controllare le rotte marittime globali, elemento centrale della loro superiorità geopolitica secondo la tradizione mackinderiana aggiornata da Alfred Mahan. Ma quando il commercio si sposta sui binari, il controllo del mare perde parte della sua forza deterrente.

Heartland:,Nella visione di Mackinder includeva: la Russia europea, l’Asia centrale, e parte della Siberia. Era chiamata anche “Pivot Area”, perché secondo Mackinder era il punto cardine attorno a cui ruotava il destino geopolitico del mondo. l’Eurasia terrestre controlla il mondo. Gli USA, potenza oceanica, sono esclusi dal centro di questo gioco.

Non a caso, il progetto è stato definito da alcuni analisti una “rivoluzione geopolitica”. Con la nuova ferrovia, il concetto dell’“Heartland” la teoria del generale Mackinder torna attuale: chi controlla “ Heartland” controlla il mondo: L’Heartland è l’area centrale dell’Eurasia, un’enorme massa terrestre protetta da barriere naturali, difficile da invadere e ricca di risorse. Nella visione di Mackinder includeva: la Russia europea, l’Asia centrale, e parte della Siberia. Era chiamata anche “Pivot Area”, perché secondo Mackinder era il punto cardine attorno a cui ruotava il destino geopolitico del mondo. l’Eurasia terrestre controlla il mondo. Gli USA, potenza oceanica, sono esclusi dal centro di questo gioco.

l’Heartland eurasiatico è la chiave per dominare il mondo, allora chi collega l’interno dell’Eurasia tramite terraferma esercita una leva strategica che non passa più dagli oceani.

In atto una controffensiva occidentale viene affrontata da Stati Uniti, insieme a India, Giappone e Unione Europea, promuovendo rotte alternative come il corridoio India-Medio Oriente-Europa (IMEC) o il Development Road turco, nella corsa per il controllo delle infrastrutture commerciali eurasiatiche.

Un mondo che si riconfigura

Il corridoio Cina-Iran rappresenta un tassello decisivo del mondo multipolare che sta emergendo. Al di là della logistica, è un segnale forte: Cina e Iran stanno costruendo alternative sistemiche al predominio USA, e i paesi dell’Asia Centrale non vogliono più essere semplici passaggi obbligati ma attori attivi nella nuova geoeconomia.

Per l’Europa si aprono opportunità commerciali, ma anche scelte complesse. Come conciliare l’accesso a rotte più rapide con le pressioni politiche e le linee rosse strategiche di Washington?

In un mondo dove ogni chilometro di binario può contare più di una base navale, la sfida non è solo tra economie, ma tra visioni del futuro. Il treno partito da Urumqi non trasporta solo merci: trasporta una nuova idea di mondo.

Sotto la pietra, la luce: L’Oratorio delle Stimmate e il cuore nascosto della Basilica di San Lorenzo

Nel cuore di Firenze, là dove le pietre della storia si fondono con il respiro della fede, la Basilica di San Lorenzo custodisce non solo la memoria visibile dei Medici, ma anche una dimensione nascosta, quasi iniziatica: l’Oratorio delle Stimmate. Un luogo sotterraneo, silenzioso, riscoperto solo di recente, che lega insieme arte, spiritualità e potere. In questo spazio dimenticato e ora restaurato, le vicende della Compagnia delle Sacre Stimmate di San Francesco si intrecciano con la figura di Cosimo il Vecchio, il fondatore della grandezza medicea.

Là dove pregavano i laici: l’Oratorio delle Stimmate

L’Oratorio delle Stimmate si trova sotto la basilica, accanto alla cripta e sotto la Cappella Neroni. È un ambiente a navatelle, decorato con eleganza sobria, che dal 1596 fu affidato alla Compagnia delle Sacre Stimmate di San Francesco, una confraternita laica dedita alla devozione e alle opere di carità.

In questi spazi si riunivano artigiani, cittadini, talvolta nobili: uomini e donne accomunati dalla volontà di vivere una fede attiva e concreta, seguendo l’esempio delle stimmate di San Francesco, simbolo di una partecipazione profonda alla sofferenza redentrice di Cristo. Qui si pregava, si meditava, si faceva penitenza. Qui, lontano dagli altari barocchi, la spiritualità fiorentina trovava la sua voce più umile e intensa.

Tesori nascosti e fede silenziosa

L’oratorio conserva ancora oggi opere d’arte di rara bellezza:

un dipinto di Mario Balassi che raffigura San Francesco che riceve le stimmate, una Madonna col Bambino attribuita all’Empoli, e una piccola statua in terracotta smaltata di San Giovanni Battista, legata alla scuola dei Della Robbia.

Accanto all’arte, anche la memoria dei defunti: nel pavimento giacciono lastre sepolcrali medievali, che parlano di vite umili, dimenticate, ma accolte nella pietà cristiana.

Dopo decenni di chiusura e l’oblio seguito all’alluvione del 1966, l’oratorio è stato finalmente restaurato nel 2023, grazie all’impegno dell’Opera Medicea Laurenziana e della parrocchia. Oggi, riaperto alla visita, si offre come uno scrigno di spiritualità e memoria, restituito alla città.

Cosimo il Vecchio: il cuore sotto la pietra

Non lontano dall’oratorio, proprio sotto l’altare maggiore della basilica, giace Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio. La sua tomba si trova al centro, in un pilastro, segnata da un’iscrizione semplice ma solenne:

“Cosmus Medices hic situs est decreto publico, Pater Patriae”

Fu il Consiglio della Repubblica a volerlo lì, al centro della chiesa, al centro della città, in una posizione che unisce sacro e civico. Mosso da una fede profonda e da una visione politica ispirata alla stabilità, Cosimo scelse San Lorenzo come chiesa di famiglia, e ne fece un luogo simbolico del potere mediceo, ma anche della pietà cristiana.

In questa scelta si riflette il suo spirito: né principe né papa, ma custode del bene comune, interprete di un’epoca che cercava armonia tra fede e politica, tra ricchezza e umiltà francescana.

Un’architettura teologica della memoria

San Lorenzo non è solo una basilica: è un palinsesto spirituale. Sopra, gli affreschi, gli altari, la magnificenza delle Cappelle Medicee. Sotto, le cripte, l’Oratorio delle Stimmate, le tombe nascoste. Tra il marmo e la penombra, Firenze ha scritto la sua teologia della memoria.

Così, nella pietra che copre Cosimo il Vecchio e nelle stimmate che ornarono il corpo di Francesco, Firenze ha conservato due vie per pensare il potere: una fondata sull’azione e la stabilità, l’altra sulla rinuncia e la compassione.

E forse non è un caso che questi due percorsi si incrocino sotto le volte della stessa chiesa. Perché la gloria senza misericordia è vuota, e la fede senza memoria è cieca.

Fonte: La Compagnia delle Sacre Stimmate di San Francesco in San Lorenzo a Firenze (a cura di M. Coppe, M.D. Viola, L. Sebregondi, ed. Mandragora) 

“Santa Madre Russia” l’erede della Terza Roma. Religione, storia e geopolitica si fondono in un’unica narrazione identitaria. Elena Tempestini

Chiamare la Russia “Santa Madre Russia, l’erede della Terza Roma” non è una semplice evocazione letteraria, ma un richiamo a una visione del mondo che fonde religione, storia e geopolitica in un’unica narrazione identitaria. Questa visione si sviluppa nel XV secolo, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, quando l’Impero bizantino, la seconda Roma e cuore dell’Ortodossia, viene spazzato via dall’avanzata ottomana. Nasce non solo una dottrina teologica che interpreta la Russia come nuovo centro della cristianità, l’ultima roccaforte della vera fede, incaricata da Dio di preservare la tradizione ortodossa fino alla fine dei tempi, ma una visione del mondo, un mito fondativo che ha influenzato la politica, la religione e l’identità nazionale della Russia fino ai giorni nostri. La “Terza Roma” colma il vuoto della caduta di Costantinopoli, diviene l’ultima roccaforte del cristianesimo autentico, l’asse spirituale attorno a cui ruota il destino del mondo ortodosso. Lo scrive il monaco Filofej di Pskov all’inizio del Cinquecento: “Due Rome sono cadute, la terza sta in piedi e non ve ne sarà una quarta”. L’idea attraversa i secoli e sopravvive anche alle cesure della storia russa: dallo zarismo all’ateismo sovietico, fino al nazionalismo religioso della Russia post-sovietica. Mosca resta l’unica città fedele alla vera Chiesa di Cristo, incaricata di resistere all’apostasia del mondo.

Nel 2025 questa narrazione non è solo viva: è diventata infrastruttura ideologica di una potenza che si percepisce accerchiata e investita di una missione storica. Le parole del patriarca Kirill che ha definito la guerra in Ucraina come una lotta contro l’imposizione occidentale di modelli immorali, la recente presa di posizione del ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che ha liquidato come “irrealistica” un’ipotesi di negoziato in Vaticano. Dietro queste dichiarazioni non c’è solo un rifiuto diplomatico: c’è un rigetto teologico, simbolico, della legittimità di Roma come interlocutore spirituale. Il mito della Terza Roma può apparire arcaico, ma in realtà è vivo e operativo nella costruzione del potere russo contemporaneo, e cercando di sottomettere le altre Chiese ortodosse alla propria autorità, in particolare quelle ucraine e balcaniche. Non si tratta solo di teologia, ma di una narrativa identitaria e geopolitica che conferisce alla Russia una posizione unica nella storia del mondo: ultimo bastione della vera fede, contro il caos di un ordine globale percepito come corrotto e ostile.

In questa ottica, il tentativo del nuovo Papa Leone XIV di riaprire un dialogo con il mondo ortodosso, anche alla luce della guerra in Ucraina, si scontra con un blocco profondo: Mosca non riconosce alla Chiesa cattolica alcun primato morale, né alcun diritto a mediare tra Oriente e Occidente. Anzi, è proprio Roma, che e’ vista come capitale di un cristianesimo occidentalizzato, liberalizzato e contaminato a essere percepito come parte del problema.

La Chiesa ortodossa russa non è un attore marginale: è un’istituzione co-gestionale del potere politico, alleata organica del Cremlino e strumento di legittimazione delle sue campagne, militari e culturali. Il Patriarcato di Mosca non solo benedice l’intervento russo in Ucraina, ma lo interpreta come una guerra sacra, una “difesa della fede”. Da qui il rifiuto sistematico di ogni tentativo di mediazione che non provenga da dentro l’universo ortodosso slavo.Anche il Patriarcato di Costantinopoli, rivale storico di Mosca all’interno dell’Ortodossia, viene accusato di essere troppo vicino a Roma e all’Occidente.

In un mondo multipolare e frammentato, la geopolitica del sacro torna al centro della scena. Non è solo la forza militare a ridisegnare i confini dell’Europa e del Vicino Oriente, ma anche il ritorno di narrazioni arcaiche, mitiche, che alimentano conflitti e identità. In questo contesto, il tentativo di Papa Leone XIV di parlare all’anima dell’Oriente cristiano è forse il più audace gesto diplomatico del suo pontificato, ma anche, per ora, il più osteggiato.