Palantir: la veggenza del potere nel capitalismo dei dati. Elena Tempestini

Nel mondo di J.R.R. Tolkien, i Palantíri sono oggetti ambigui. Sette sfere veggenti, capaci di mostrare eventi lontani e di comunicare tra loro, ma anche pericolose: “ciò che si vede può essere reale, ma non è tutta la verità”. Sauron personaggio dalla figura oscura, corrompe una pietra, distorcendo la percezione del nemico e facendo precipitare i regni fantasticati nel caos.

Nel mondo reale, Peter Thiel, imprenditore libertario, investitore miliardario, ideologo della Silicon Valley, fondatore insieme a Zuckerberg di Facebook, finanziatore delle campagne elettorali di J. D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti, e della sua conversione cattolica, ha scelto di dare lo stesso nome a una delle più potenti aziende di tecnologia del XXI secolo: la Palantir Technologies.

Fondata dopo l’11 settembre, in risposta alla percepita “cecità” dei servizi di intelligence, Palantir è diventata oggi il simbolo più avanzato del capitalismo della sorveglianza. Non produce armi, ma software. Promette  ai suoi clienti: governi, eserciti, banche, polizie ecc, una cosa fondamentale : vedere prima, meglio, e più a fondo degli altri.

Il cuore del progetto Palantir è la piattaforma Gotham: un colossale sistema informatico in grado di aggregare, collegare e interpretare enormi volumi di dati provenienti da fonti diverse, intelligence, sorveglianza, banche dati pubbliche e private, social network. dalla CIA per operazioni antiterrorismo in Medio Oriente; dalla polizia di New York per mappare i movimenti sociali; dall’esercito americano per analizzare scenari di guerra, da governi europei per gestire i flussi migratori.

A fianco, si trova “Foundry “ che è la versione “civile”: serve a grandi aziende come: Airbus, BP, Ferrari ecc per monitorare catene logistiche, ottimizzare processi industriali e prevedere rischi reputazionali. Praticamente Palantir non ti dice cosa fare, ma ti mostra cosa potresti non vedere.

Ma la domanda e’ perché chiamare la società “Palantir”?

Peter Thiel non ha scelto questo nome per caso. Anzi, la metafora è centrale nel messaggio politico e tecnologico che Palantir intende trasmettere: la Veggenza come dominio. Proprio come i Palantíri in Tolkien, il software di Palantir promette un potere unico: la capacità di cogliere pattern invisibili, di anticipare crisi, di capire i nodi nascosti del reale. In un’epoca in cui la guerra si combatte con algoritmi, valute e supply chain, chi vede per primo, comanda. Palantir è l’occhio del potere.

Nelle mani giuste, la sfera rivela. In quelle sbagliate, manipola. La tecnologia diventa così strumento o minaccia, a seconda di chi la usa e di cosa cerca. Ancora una volta non esistono cattivi strumenti ma buoni suonatori. 

Un potere che non si vede, ma agisce

A differenza delle tecnologie militari classiche, Palantir non è visibile sul campo. Non lancia missili, non alza muri, non occupa territori. Eppure sposta gli equilibri geopolitici.

Nel 2022, ad esempio, Palantir ha collaborato con l’Ucraina per ottimizzare la difesa territoriale e gestire la logistica di guerra. Nel frattempo, governi europei e americani la utilizzano per il monitoraggio delle pandemie, delle migrazioni e persino del dissenso interno.

Una rete di lettura del mondo che si propone come neutrale ma in realtà restringe i campi del possibile, orienta decisioni, imposta strategie. Lo possiamo chiamare “Capitalismo del discernimento”? Thiel, è convinto che il liberalismo moderno abbia indebolito l’Occidente, considera Palantir una tecnologia salvifica per l’Occidente in declino: quindi “vedere bene” equivale a “decidere giusto”.

Ma la domanda resta aperta: chi ha diritto di guardare? E cosa significa davvero “vedere”?

Nel Signore degli Anelli, Denethor, il reggente di Gondor, impazzisce perché crede di vedere tutto attraverso il Palantír. Ma in realtà, sta guardando solo ciò che Sauron vuole mostrargli. La lezione è chiara: il potere della veggenza detiene l’altra faccia della medaglia, c’ è anche il rischio della manipolazione.

In un mondo in cui la guerra è sempre più delegata ai dati, agli algoritmi e alla previsione, Palantir è l’immagine perfetta della nuova forma di potere: non ti controlla con la forza, ma ti anticipa. Ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso, per questo ti orienta.

Ma la vera battaglia non è tecnica, è etica e politica:

chi decide cosa si deve vedere? E per quali scopi?

Dallo Xinjiang al Sahel: come la Cina esporta la sua “Muraglia Verde” per riforestare l’Africa e conquistare influenza geopolitica. Elena Tempestini

Un’ampia cintura verde attorno al deserto del Taklamakan nello Xinjiang, regione tra le più grandi della Cina, nato per contrastare la desertificazione e sostenere l’economia locale.

Progetto di riforestazione in Cina: dal deserto del Taklamakan al soft power globale

Nel cuore dello Xinjiang, la regione più grande della Cina che si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la regione autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. E’ stata realizzata una riforestazione nel deserto del Taklamakan per contrastare la desertificazione e proteggere insediamenti e infrastrutture. Utilizzando tecnologie avanzate, droni, sensori e sistemi di irrigazione intelligenti, Pechino ha costruito un vero e proprio muro verde, simbolo della sua visione ambientale e strategica.

Ora questo modello viene esportato in Africa, con uno sguardo preciso al Sahel, dove prende forma un’altra Muraglia Verde: quella africana. Un’opera ambientale lunga 8.000 km che la Cina vuole trasformare in un pilastro della sua influenza globale.

Progetto grande muraglia verde da costruire in Africa nel Sahel 

La Grande Muraglia Verde africana è un progetto di riforestazione del Sahel lanciato dall’Unione Africana, pensato per contenere l’avanzata del Sahara, migliorare la sicurezza alimentare e frenare le migrazioni ambientali. Il Sahel attraversa Paesi strategici come Senegal, Mali, Niger, Ciad, Sudan ed Etiopia, ed è una regione fragile ma ricchissima di risorse naturali.

Litio, uranio, oro, grafite e terre rare sono fondamentali per la transizione energetica e l’industria delle batterie elettriche. Il Sahel è quindi diventato un campo di battaglia geopolitico tra potenze globali: USA, Francia, Russia, Turchia e ora Cina.

La Belt and Road Initiative si espande: la riforestazione come strumento di soft power cinese

Pechino intende integrare il Sahel nella Belt and Road Initiative (BRI), trasformando la cooperazione ambientale in una piattaforma per investimenti infrastrutturali, controllo delle rotte logistiche e accesso privilegiato alle risorse. Il modello è lo stesso sperimentato nel deserto cinese del Taklamakan: grandi opere ambientali abbinate a costruzione di strade, ferrovie, dighe ed energia verde.

Già oggi imprese statali cinesi operano in Etiopia, Ciad e Sudan, mentre il governo cinese ha promesso 15 miliardi di dollari di investimenti green in Africa entro il 2030. Una Geopolitica ambientale che diventa strategia di potere

Dietro il linguaggio della sostenibilità ambientale, la Cina sta costruendo una nuova forma di influenza globale attraverso l’ambiente. La sua proposta è chiara: niente basi militari, niente imposizioni, ma alberi, infrastrutture e know-how. Una strategia di soft power verde, che punta a conquistare fiducia, risorse e stabilità geopolitica.

Nel contesto di colpi di Stato, instabilità politica e competizione globale nel Sahel, il progetto cinese rappresenta una sfida diretta al modello occidentale di aiuto e intervento. E rischia di ridisegnare gli equilibri africani nei prossimi anni.

Se la Cina riuscirà a riforestare il Sahel, avrà realizzato molto più di un’azione ecologica. Avrà esteso la Belt and Road Initiative in una delle aree più delicate del pianeta, costruito consenso politico, conquistato accesso alle materie prime strategiche e ridefinito i rapporti tra Africa e potenze globali.

La “Muraglia Verde africana” rischia così di diventare il simbolo di una nuova frontiera geopolitica, dove ambiente, sicurezza, industria e diplomazia si intrecciano in modo sempre più stretto.

Politica senza confronto: la nuova tirannia dell’appartenenza : la deriva dell’ideologia. Elena Tempestini

In un’epoca segnata dalla sovrabbondanza informativa e dalla pervasività degli algoritmi, il concetto di ideologia politica ha mutato forma: da sistema coerente di pensiero a griglia semplificata di interpretazione della realtà. Se nel Novecento l’ideologia orientava l’azione collettiva attraverso grandi narrazioni quali il socialismo, il liberalismo, il nazionalismo, oggi tende sempre più a funzionare come scorciatoia cognitiva e leva emotiva. Questo slittamento ha profonde implicazioni etiche e politiche.

Oggigiorno, l’ideologia è spesso utilizzata come marcatore identitario, più che come fondamento di un pensiero critico. L’adesione ideologica, accelerata dai social media e rinforzata da meccanismi di echo chamber, riduce lo spazio del dubbio e dell’ambivalenza. Di conseguenza, la complessità viene sacrificata a favore di narrazioni polarizzanti, che dividono il reale in categorie rigide: buoni e cattivi, amici e nemici, oppressi e oppressori.

Questa forma degenerata di ideologia, che non ammette confronto né revisione, non è più uno strumento di comprensione ma un meccanismo di chiusura mentale. Rende chi la adotta impermeabile ai dati, allergico alla pluralità e predisposto alla manipolazione. In un sistema informativo frammentato, notizie fuorvianti o parziali trovano facile presa se confermano il “frame” ideologico di riferimento. I contenuti non vengono più valutati per la loro fondatezza, ma per la loro aderenza emotiva e tribale. Così, l’informazione diventa selettiva, e il falso può essere percepito come vero semplicemente perché “conferma ciò in cui credo”.

Il danno è duplice. Da un lato, si erode il senso critico, delegittimando il confronto pubblico e la verifica dei fatti. Dall’altro, si alimenta una crescente delegittimazione reciproca tra posizioni opposte, rendendo impossibile qualsiasi spazio comune di dialogo. Le decisioni politiche, in questo contesto, non si fondano più su dati e analisi condivise, ma su “verità concorrenti” spesso incommensurabili.

È quindi necessario un recupero etico e razionale della politica, che implichi tre scelte fondamentali:

Educare all’uso critico dell’informazione, rendendo trasparenti le fonti e gli interessi dietro ogni narrazione. Distinguere l’opinione dal fatto, senza criminalizzare il dissenso ma senza legittimare la disinformazione. Sottrarre il dibattito pubblico alla tirannia dell’algoritmo, promuovendo spazi di approfondimento e di confronto non polarizzato.

L’ideologia, se intesa come visione coerente e aperta del mondo, può ancora essere motore di impegno. Ma quando si chiude a riccio e diventa dogma emotivo, smette di essere politica e diventa una forma di fede cieca al servizio della propaganda. In un mondo in cui tutto comunica, la responsabilità di capire prima di condividere è il primo atto di cittadinanza.

Ideologia e manipolazione : il rischio di una politica prigioniera del racconto. Elena Tempestini.

In un’epoca segnata dalla sovrabbondanza informativa e dalla pervasività degli algoritmi, il concetto di ideologia politica ha mutato forma: da sistema coerente di pensiero a griglia semplificata di interpretazione della realtà. Se nel Novecento l’ideologia orientava l’azione collettiva attraverso grandi narrazioni (socialismo, liberalismo, nazionalismo), oggi tende sempre più a funzionare come scorciatoia cognitiva e leva emotiva. Questo slittamento ha profonde implicazioni etiche e politiche.

Oggigiorno, l’ideologia è spesso utilizzata come strumento di appartenenza e riconoscimento identitario, più che come base per un progetto razionale e argomentato. L’adesione ideologica, accelerata dai social media e rinforzata da meccanismi di echo chamber, riduce lo spazio del dubbio e dell’ambivalenza. Di conseguenza, la complessità viene sacrificata a favore di narrazioni polarizzanti, che semplificano il reale in categorie binarie: buoni e cattivi, amici e nemici, oppressi e oppressori.

Questa evoluzione rende l’ideologia particolarmente vulnerabile alla manipolazione. In un sistema informativo frammentato, notizie fuorvianti o parziali trovano facile presa se confermano il “frame” ideologico di riferimento. I contenuti non vengono più valutati per la loro fondatezza, ma per la loro coerenza con il sentire della tribù. Così, l’informazione diventa selettiva, e il falso può essere percepito come vero semplicemente perché “consola” o “rinforza” una visione preesistente.

Il danno è duplice. Da un lato, si erode il senso critico, delegittimando il confronto pubblico e la verifica dei fatti. Dall’altro, si alimenta una crescente delegittimazione reciproca tra posizioni opposte, rendendo impossibile qualsiasi spazio comune di dialogo. Le decisioni politiche, in questo contesto, non si fondano più su dati e analisi condivise, ma su “verità concorrenti” spesso incommensurabili.

È quindi necessario un recupero etico e razionale della politica, che implichi tre scelte fondamentali:

Educare all’uso critico dell’informazione, rendendo trasparenti le fonti e gli interessi dietro ogni narrazione. Distinguere l’opinione dal fatto, senza criminalizzare il dissenso ma senza legittimare la disinformazione. Sottrarre il dibattito pubblico alla tirannia dell’algoritmo, promuovendo spazi di approfondimento e di confronto non polarizzato.

L’ideologia, se intesa come visione coerente e aperta del mondo, può ancora essere motore di impegno. Ma quando diventa dogma semplificatore al servizio della propaganda, smette di essere politica e diventa marketing emotivo. In un mondo in cui tutto comunica, la responsabilità di capire prima di condividere è il primo atto di cittadinanza.

Bibliografia :

Arendt, H. (1951). Le origini del totalitarismo. Milano: Feltrinelli. → Fondamentale per comprendere come le ideologie possano degenerare in sistemi chiusi e autoritari. Geertz, C. (1973). Ideology as a Cultural System, in The Interpretation of Cultures. New York: Basic Books. → Un classico dell’antropologia politica sul ruolo simbolico e culturale delle ideologie. Laclau, E., & Mouffe, C. (1985). Hegemony and Socialist Strategy. London: Verso. → Analisi della costruzione discorsiva delle identità politiche e dell’egemonia ideologica. Sunstein, C. R. (2017). #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media. Princeton University Press. → Studio recente sull’effetto delle camere dell’eco e delle bolle informative. McIntyre, L. (2018). Post-Truth. MIT Press. → Esamina la crisi della verità pubblica nell’epoca dell’informazione manipolata. Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. → Sul potere degli algoritmi e del capitalismo digitale nel condizionare le opinioni politiche. Pariser, E. (2011). The Filter Bubble. Penguin Press. → Uno dei primi testi a denunciare come la personalizzazione dei contenuti online limiti la visione del mondo.

La nascita del “tecno-militare” dalla Silicon Valley, l’ombra autoritaria sull’America tecnologica. Elena Tempestini

Trump è sicuramente il ponte di contatto tra esponenti delle Big Techamericane particolarmente coinvolte nello sviluppo di nuove tecnologie e gruppi più estremisti del Make America great again ( Maga) sempre più accesi dalle difficoltà della crisi economica. Gruppi lontanissimi, all’apparenza, che però adesso marciano insieme sotto la guida del Commander in Chief.

“Il nostro compito non è quello di scrutare il futuro, ma di cambiare il presente”.

( Peter Thiel, investitore e ideologo della Silicon Valley conservatrice)

In una Silicon Valley apparentemente dominata dall’ideologia progressista, da anni si coltiva in realtà un’anima opposta: una controcultura conservatrice, visionaria e talvolta apertamente autoritaria, che ha trovato nel trumpismo un alleato naturale. Oggi, nel cuore della più potente macchina tecnologica del mondo, prende corpo un’idea inquietante: un’alleanza tra innovazione radicale e deriva autoritaria.

Al centro di questa trasformazione c’è Peter Thiel. Tedesco di nascita, americano per scelta, cofondatore di PayPal e primo grande investitore in Facebook, Peter Thiel è molto più di un miliardario della tech economy. È un pensatore politico, un sostenitore dichiarato di Donald Trump, ma anche un filosofo d’ispirazione nietzscheana che vede nella tecnologia un mezzo per trascendere i limiti umani e costruire una nuova élite. Thiel finanzia aziende strategiche come Palantir, specializzata in software per Cyber sicurezza, big data e difesa, sostiene ideologicamente la costruzione di una civiltà guidata da una nuova aristocrazia tecnocratica.

La visione si trova oggi nel Techno-Optimist Manifesto pubblicato nel 2023 da Marc Andreessen (cofondatore di Netscape e socio del fondo Andreessen Horowitz (a16z), un manifesto che richiama esplicitamente il Manifesto Futurista di Marinetti. In quel documento si teorizza un’accelerazione tecnologica senza limiti, contro ogni forma di etica, regolamentazione o freno politico. L’innovazione, vi si legge, deve essere “totale, radicale, inarrestabile”.

Una visione che non è neutra. Anzi, sempre più spesso si fonde con ideologie ultraconservatrici e reazionarie: Elon Musk finanzia l’estrema destra tedesca (AfD), Palmer Luckey (padre degli Oculus Rift) guida l’azienda militare Anduril, e intanto si sperimenta il controllo sociale su larga scala. La tecno-utopia di ieri si fa oggi infrastruttura militare. L’Esercito USA il 13 giugno ha creato il Distaccamento 201: il Corpo Esecutivo di Innovazione dell’Esercito, una nuova iniziativa progettata per fondere competenze tecnologiche all’avanguardia con l’innovazione militare. Quattro leader arruolati riservisti: Andrew Bosworth (Meta), Kevin Weil e Bob McGrew (ex OpenAI), e Shyam Sankar (Palantir). La loro missione: integrare rapidamente l’AI nelle strategie di difesa.

A Gennaio 2024 in sordina, OpenAI ha cambiato l’articolo di non progettare a scopo nello statuto: ora consente l’uso militare della sua intelligenza artificiale. È un passaggio simbolico ma decisivo, per un’azienda che fino a poco fa prometteva di “beneficiare l’umanità intera”. Non è sola: il mondo tech, da Meta a Palantir, da Microsoft a SpaceX, sta marciando compatto verso il settore defence tech. Palantir Technologies fornisce software di sorveglianza e intelligence, come Gotham, usato in operazioni antiterrorismo, Anduril di Palmer Luckey, già fondatore di Oculus, sviluppa armi autonome: droni suicidi, jet senza pilota, sottomarini automatici e il sistema operativo Lattice, che comanda in simultanea flotte intere di mezzi bellici. Anche Meta è in prima linea, in collaborazione con il Pentagono e Anduril, per realizzare visori militari a realtà aumentata come Eagle Eyes. Le aziende militari non hanno preso benissimo questa nuova “ rivalità”, John Clark, stratega tecnologico di Lockheed Martin, ha dichiarato: “Anche noi vorremmo muoverci alla loro velocità, ma dobbiamo assicurarci che tutto funzioni davvero”. Quindi, le ex aziende “umaniste” corrono per accaparrarsi contratti nel progetto Golden Dome, la nuova frontiera del tech-militare USA. Così, i colossi nati per “connettere il mondo” oggi si preparano a difenderlo o ad attaccarlo.

L’ascesa di Trump ha fatto da ponte tra due mondi: quello dell’estremismo populista del MAGA e quello dei tech-bros libertari e autoritari. Apparentemente inconciliabili, oggi marciano insieme. I primi vedono nei secondi strumenti tecnologici per imporre ordine e controllo; i secondi vedono nei primi una forza politica che consente deregulation, potere e militarizzazione del cyberspazio.

Una convergenza pericolosa che, nel secondo mandato di Trump, ha mostrato tratti esplicitamente autoritari: parate militari a Washington, scontri a Los Angeles, campagne di disinformazione gestite tramite social e IA. Tutto sostenuto dalla tecnologia americana più avanzata.

Thiel, affascinato da Nietzsche, sogna un nuovo Übermensch: un “superuomo” non nato da cultura e spirito, ma costruito tramite chip, dati e algoritmi. Ecco perché investe in Neuralink (creazione di Musk) e in sistemi di studio per prolungare la vita umana e, in alcuni casi, a sfidare la morte stessa. Thiel ha investito in diverse startup e centri di ricerca nel campo della biotecnologia, della criogenia e dell’anti-invecchiamento, con l’obiettivo di conservare l’essere umano più a lungo possibile, o addirittura di raggiungere una sorta di “immortalità tecnologica”. La tecnologia non come mezzo di liberazione collettiva, ma come strumento di potere per pochi.

Oggi, l’Occidente guarda con preoccupazione ai modelli autoritari di Pechino e Mosca, ma potrebbe ignorare che un modello simile, più lucido, mascherato, tecnologico, si sta sviluppando nel nostro Occidente. Una sintesi tra capitalismo digitale, controllo sociale e ideologia ultra-liberale, in cui la sovranità tecnologica sostituisce quella democratica.

“Quando il potere ama l’ordine più della giustizia, la libertà viene messa ai margini.”

— Sant’Agostino

Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.” San Paolo, 2 Tessalonicesi 2,7. Elena Tempestini

A destra, mosaico dell’anticristo nella basilica di Santa Maria assunta sull’isola di Torcello a Venezia 

Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.” ( San Paolo)

Con queste parole, San Paolo non parla solo di un futuro oscuro. Parla del nostro presente.

C’è un principio che agisce nella storia, silenzioso ma potente: l’iniquità che si camuffa da giustizia, il dominio che si maschera da salvezza, l’inganno che si presenta con le parole della verità.

In filosofia, questo è il mistero dell’uomo che si fa misura assoluta, che smarrisce la verità perché nega il limite. È l’errore antico dei totalitarismi moderni: credere che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche giusto.

Il male, oggi, non si annuncia con mostri e stendardi. Entra nel mondo come ordine funzionale, efficienza, progresso senza anima.

In geopolitica, lo vediamo ogni giorno: nella conquista delle menti prima che dei territori, nella colonizzazione dei dati più che delle terre, nel linguaggio della guerra umanitaria, nelle sanzioni che si dicono giuste e negli imperi che si dicono liberatori. San Paolo scriveva in un mondo governato dagli imperi, ma parlava a tutte le epoche: il male più profondo non è il caos, ma l’ordine che mente. È la struttura di potere che si presenta come necessaria, inevitabile, giusta e proprio per questo non si può più contestare. La dominazione si è fatta invisibile, ma più efficace che mai. Il potere agisce non più con la forza, ma con l’amministrazione del consenso, l’ingegneria dell’informazione, il condizionamento delle scelte individuali. La terra viene ancora spartita, ma attraverso licenze minerarie, porti strategici, corridoi commerciali.

E anche le menti si conquistano, attraverso algoritmi, valori semplificati, slogan travestiti da verità.

L’iniquità oggi è sistemica: una rete globale di controllo che si autoalimenta, travestita da cooperazione, sviluppo, sostenibilità. E come scrive san Paolo, agisce già , non deve ancora venire. Il male non ha più bisogno di imporsi con la paura: basta che sia comodo, connesso, conveniente.

E in chiave liturgica e spirituale, San Paolo ci chiede di vegliare. Di discernere non solo il bene dal male, ma il bene vero dal bene apparente.

Perché il mistero dell’iniquità è soprattutto l’incapacità di riconoscere la menzogna quando prende le sembianze della luce.

C’è ancora qualcosa che trattiene tutto questo. Ma fino a quando?

Nel frattempo, il rischio è quello di aderire al male senza accorgercene, perché lo troviamo dentro ciò che ci rassicura: nel comfort digitale, nel linguaggio pacificato, nell’illusione che tutto sia sotto controllo.

Eppure, come ci ricorda Sant’Agostino,

“Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costruito Babilonia; l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costruito Gerusalemme.”

Sta a noi scegliere, ogni giorno, in quale città abitare.

Il fascino esoterico dei numeri 3–6–9 affonda le radici in una sapienza antica, un ponte tra matematica, geometria sacra e cosmologia. Elena Tempestini

archetipi: 3 :creazione, 6 : equilibrio, 9: completezza

3 è il numero della trinità universale: corpo‑mente‑spirito, le tre fasi della creazione, i tre triangoli fondamentali in geometria sacra. È l’archetipo del manifestarsi del divino nel mondo  .

Il 6 corrisponde all’armonia, all’equilibrio dei contrari: la forma del mondo manifestato (es. esagono nel nido d’ape), simbolo della fusione di maschile‑femminile e materia‑spirito.

Il 9 rappresenta il compimento, la fine di un ciclo e la porta verso il ritorno all’unità: in molte culture il 9 è “il numero della perfezione ciclica” come ben evidenzia nella “vita nova” Dante sottolinea la visione pitagorica dov’è i numeri sono forme dell’essere vivente.

Tesla, affascinato dall’energia e dalle vibrazioni, affermò:

“Se conoscessi la magnificenza del 3, 6 e 9, avresti la chiave dell’universo.”

Sebbene la fonte diretta sia controversa, il suo interesse era legato alla risonanza numerica: 3→6→12→3, 9 che riporta sempre a sé. Queste triplici relazioni suggeriscono un modello di flusso energetico ricorrente  .

Il modello energetico: input, output:

Secondo i cultori della cosiddetta “vortex math”, i numeri 3, 6, 9 formano un circuito energetico:

3 = impulso creativo 6 = manifestazione nell’energia/materia 9 = armonizzazione, ritorno all’origine, punto di quiete superiore 

Forme come il triangolo (3), l’esagono (6) e l’ enneagono implicito (9) si ritrovano in architetture antiche (piramidi), natura (alveari, cristalli), e simmetrie atomiche: i numeri parlano di ordini nascosti.

Quindi il 3 è l’inizio creativo, l’intuizione, la manifestazione dell’unità, il 6 è l’ equilibrio, l’armonia, la connessione tra mondi

Il 9 è il culmine, il ritorno, la chiusura del cerchio universale

Per le tradizioni esoteriche e i mistici moderni, questa triade costituisce un micro‑modello dell’ordine cosmico: un viaggio che parte dallo spark creativo, attraversa il mondo manifesto, e ritorna alla sorgente silenziosa.

Giovanni Spadolini, 100 anni di una vita tra storia, giornalismo e istituzioni

Il 21 giugno 2025 segna i 100 anni dalla nascita di Giovanni Spadolini, nato a Firenze nel 1925 in una famiglia di artisti. Di formazione giuridica, si distinse come storico, docente universitario e giornalista. Fu poi protagonista della vita politica nazionale: ministro, presidente del Consiglio, ministro della Difesa e Presidente del Senato, fino alla nomina a senatore a vita nel 1991  .

Suo padre, Guido Spadolini, incisore e pedagogista, trasmise un amore profondo per le arti. Giovanni si laureò in giurisprudenza nel 1947 e, già nel 1950, divenne professore di storia contemporanea presso l’Università di Firenze, a soli 25 anni . Tra le sue opere storiche si annoverano Il papato socialista (1950) e Le due Rome. Chiesa e Stato tra Ottocento e Novecento (1973)  .

Spadolini fu direttore del Resto del Carlino (1955–1968) e del Corriere della Sera (1968–1972)  . Al Corriere introdusse il rigore organizzativo tanto da utilizzare un “semaforo” per gestire gli accessi: una forma simbolica di disciplina e metodo . Nel 1978 prese la guida della rivista di cultura Nuova Antologia, rilanciando la terza pagina come spazio per riflessione storica, letteraria e politica  .

Nel 1974 Spadolini promosse e divenne primo Ministro per i Beni Culturali e Ambientali (1974–1976), creando il dicastero e avviando azioni legislative di tutela del patrimonio artistico  . Successivamente, nel 1979, ricoprì l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione, dove cercò un approccio riformista e inclusivo  .

4. Primo premier laico e difensore delle istituzioni. Nel giugno 1981 divenne il primo presidente del Consiglio laico (1981–1982), guidando una coalizione pentapartita e affrontando lo scandalo della loggia P2, la crisi inflazionistica e il terrorismo  . La sua leadership, definita dal rigore morale e istituzionale, fu elogiata anche all’estero.

Ministro della Difesa dal 1983 al 1987, affrontò importanti crisi internazionali. Tra queste, la crisi di Sigonella (1985), quando l’Italia rifiutò l’estradizione di terroristi del sequestro della nave Achille Lauro, posizionandosi con fermezza e autonomia diplomatica  .

Eletto Presidente del Senato nel 1987, fu confermato anche nel 1992, diventando figura di equilibrio durante gli anni delle inchieste giudiziarie (Mani Pulite) . Nominato senatore a vita nel 1991, fu presidente supplente della Repubblica tra le dimissioni di Cossiga e l’elezione di Scalfaro  .

Celibe per scelta, Spadolini coltivò passioni private: fu collezionista di oggetti napoleonici e garibaldini, prediligendo la figura di Napoleone, la cui biografia scrisse a 13 anni  . Amava i Carabinieri, testimoni della storia italiana, e ne ammirava coraggio e dedizione, affermando che incarnano valori democratici  . Il suo ordine metodo era ben rappresentato dal “semaforo” al Corriere, segno di un rigore professionale molto apprezzato e talvolta commentato con ironia dai colleghi .

Nel 1980 promosse la Fondazione Spadolini – Nuova Antologia, che conserva la sua imponente biblioteca (oltre 100.000 volumi) e le sue residenze storiche, Pian dei Giullari e la casa in via Cavour a Firenze, oggi vincolate e visitabili  . La rivista Nuova Antologia continua la sua tradizione culturale .

All’inizio fu influenzato dal fascismo e da Giovanni Gentile, ma poi evolse verso un laicismo ragionato e aperto . Manteneva un forte rigore personale che coesisteva con il calore umano, tanto che a un certo punto venne sfidato per il suo rigore, come nel “semaforo” oggetto di protesta in redazione . Il suo collezionismo napoleonico era anche sintomo di una visione europea anticipatrice, volta a ritrovare radici comuni oltre i confini nazionali .

Celebrare il suo centenario, e’ un atto per rinnovare un modello di servizio pubblico, quindi la Fondazione nuova antologia  promuove:

Programmi culturali, convegni e mostre documentarie. La trasmissione di speciali Rai Cultura. Premi e borse di studio per studi sulla figura e sull’impatto di Spadolini .

Quindi possiamo dire che Giovanni Spadolini rappresenta un paradigma ancora attuale: il politico laico, guidato dal sapere storico, dal metodo giornalistico, dalla sobrietà morale e dal senso delle istituzioni. La sua figura è esempio di una politica di servizio elevata, lontana da populismi, e capace di dialogo tra culture e identità. Il centenario non è nostalgia, bensì solida opportunità per un rinnovamento civico e culturale.

42 anni di coraggio e solidarietà: consegnati gli Scudi 2025 dall’Istituto di San Martino.

Oggi, in una cornice straordinaria e profondamente simbolica come l’Arcivescovado di Firenze, si è tenuta la 42ª cerimonia di consegna degli Scudi di San Martino.

Scudi di San Martino

Si chiamano Scudi e non Mantello come ci ricorderebbe l’atto del Santo San Martino che dono’ parte del suo mantello ad un povero, in quanto il termine “Scudi” è il simbolo di protezione, e’ lo scudo cavalleresco che difende e onora il gesto, sia al valore civile che militare. San Martino era un uomo d’armi che scelse la via della misericordia. Come non ricordare la Compagnia dei Bonomini di San Martino, fondata nel 1441-42 da Sant’Antonino Pierozzi, la Compagnia dei Buonomini di San Martino e’ ancora oggi una delle più antiche e discrete realtà caritative della città di Firenze. Il suo scopo originario era assistere i “poveri vergognosi”, ovvero persone che un tempo erano benestanti poi cadute in disgrazia e troppo orgogliose per chiedere aiuto pubblicamente  .

I “Buonomini”, erano dodici uomini che rimanevano anonimi, quando le loro risorse scarseggiavano , accendevano un lumicino all’ingresso dell’oratorio per ricevere offerte dai cittadini, dando vita al colorito modo di dire fiorentino “essere al lumicino”  .

Oratorio dei Bonomini in Piazza San Martino a Firenze

L’Oratorio fu ricostruito nel 1479, decorato con affreschi della bottega di Domenico Ghirlandaio per illustrare le Opere di misericordia: dal visitare infermi alla sepoltura dei morti, dall’assistenza alle madri al riscatto dei carcerati  .

La Compagnia dei Buonomini di San Martino è un esempio straordinario di carità discreta, dignitosa e continua, che ha attraversato i secoli restando fedele al comando originario di Sant’Antonino: aiutare in silenzio e con cuore aperto. Un riconoscimento che dal 1983, è’ divenuta una cerimonia che celebra persone ed enti distintisi in attività di solidarietà, altruismo e coraggio civile.

Dopo la premiazione, si sono aperte le porte della Biblioteca del Seminario, un antico luogo di studio che custodisce il prezioso “Codice Rustici” un manoscritto miniato del XV secolo. Realizzato tra il 1448 e il 1450 da Marco di Bartolomeo Rustici, un orafo fiorentino che volle narrare, con parole e splendide illustrazioni, il suo pellegrinaggio spirituale da Firenze a Gerusalemme, passando per Roma e altri luoghi sacri.

È una delle testimonianze più affascinanti della devozione laica del Rinascimento, e rappresenta non solo un itinerario religioso, ma anche un prezioso affresco della Firenze del Quattrocento, con vedute dettagliate della città, delle chiese, degli edifici e delle consuetudini del tempo. Il codice è un capolavoro artistico, storico e spirituale, simbolo della profonda connessione tra fede, arte e memoria civile.

testimone della fede e dei pellegrinaggi medievali, a testimonianza del legame profondo tra memoria, impegno e spiritualità.

Alla cerimonia hanno partecipato autorità civili, religiose e militari, tra cui il Console di Francia e numerosi generali delle Forze Armate, a conferma della rilevanza nazionale e internazionale dell’iniziativa.

Da sinistra: il Console di Francia, Presidente Istituto Scudi di San Martino Roberto Lupi,
Dott. Lucie Calderon Cressent

L’Istituto di San Martino, fondato 42 anni fa a Firenze da Roberto Lupi e altri promotori, ha attraversato i decenni mantenendo intatto il suo scopo: far conoscere e premiare storie di coraggio silenzioso e dedizione agli altri.

“Quando abbiamo fondato l’Istituto Scudi di San Martino, mi ha raccontato  Roberto Lupi, non avremmo mai pensato che la nostra realtà sarebbe stata capace di acquisire tutta questa importanza in Italia ed Europa.

L’idea mi è nata dopo un corso della Protezione Civile francese a Parigi. Pensai che fosse necessario trovare il modo migliore di celebrare coloro che si impegnano per il prossimo. Serviva una cerimonia che facesse conoscere a tutti queste storie di solidarietà e coraggio.

In questi 40 anni abbiamo premiato tantissime persone e istituzioni: dai vigili del fuoco di Chernobyl e di New York (dopo il disastro del 1986 e l’11 settembre 2001) a Madre Teresa di Calcutta. Siamo cresciuti molto ed oggi abbiamo delle delegazioni in Europa, Asia e Stati Uniti.

Non ci limitiamo a premiare: ci impegniamo anche noi in opere di solidarietà. Con il progetto ‘Mantello di San Martino’ doniamo generi alimentari alle persone più svantaggiate”.

Questa giornata ci ricorda che la solidarietà non è un gesto isolato, ma una scelta quotidiana, che attraversa confini, culture e generazioni. 

Elena Tempestini

Da Mosca a Teheran: la politica di Reagan è ancora ben presente sullo scenario geopolitico. Elena Tempestini

In questo caos di un 2025 molto complesso, agitato da guerre regionali, competizioni imperiali e propaganda militare, un nome del passato riemerge con forza inaspettata: Ronald Reagan. Non si tratta solo di nostalgie conservatrici o citazioni da manuale di storia. Il vocabolario, la postura politica e perfino la strategia geopolitica del 40° presidente degli Stati Uniti sono più vivi che mai, evocati da Washington a Varsavia, da Tel Aviv a Mosca, perfino nei corridoi del potere di Teheran.

Ronald Reagan rappresenta oggi una sorta di grammatica ideologica per interpretare il mondo: lo ha fatto ben comprendere Peter Thiel, l’uomo ombra di Trump e padrino del vice Presidente degli Stati Uniti J.D Vance. Reagan è paradigma di azione, comunicazione e visione internazionale. Non è un caso che in diversi contesti si rispolverino i suoi concetti-chiave: “impero del male”, “pace attraverso la forza”, “non negoziamo con i terroristi”.

In un’epoca in cui la guerra in Ucraina è entrata in una fase brutale, l’Iran e Israele si confrontano direttamente in una guerra , e la NATO cerca di ridefinirsi sotto la minaccia multipla di Russia, Cina e terrorismo, il pensiero reaganiano sembra tornato ad essere la grammatica della fermezza occidentale. Ma anche il bersaglio prediletto della contro-narrazione antiamericana. Sono Kiev, Varsavia e Washington: la nuova “triade reaganiana”

A Kiev, il presidente Zelensky ha più volte evocato Reagan per definire la guerra come una “battaglia per la libertà contro la tirannia”. I think tank occidentali, specie americani e polacchi, citano la dottrina Reagan come base teorica per giustificare il riarmo della NATO e la necessità di contenere la Russia non solo sul campo, ma moralmente.

Per Mosca: demonizzare Reagan equivale ad attaccare l’Occidente

Per i media russi, Reagan è una figura archetipo del nemico americano: il padre dell’aggressione ideologica all’URSS, della corsa agli armamenti e della “guerra fredda 2.0”. Oggi, Putin e i suoi strateghi lo evocano per sostenere che l’Occidente non è cambiato, e che l’attuale sostegno a Kiev non è altro che una continuazione dell’assedio americano cominciato negli anni ’80.

Nella propaganda del Cremlino, Reagan è l’origine del male, e il suo spirito “vive” in ogni sanzione, in ogni invio di armi all’Ucraina, in ogni discorso di Trump che parla di libertà e valori .

Per Teheran: la “grande Satana” e la memoria utile: In Iran, Reagan è ricordato e spesso strumentalizzato per l’abbattimento dell’aereo iraniano nel 1988, ma anche per il sostegno americano a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Tuttavia, non è solo un simbolo negativo: il nemico potente legittima la resistenza.

Nella narrativa degli ayatollah e dei Pasdaran, Reagan rappresenta ancora oggi il volto eterno della “grande Satana” americana, il punto di origine della divisione tra islam rivoluzionario e imperialismo occidentale. Ma paradossalmente, anche qui, il suo linguaggio di potenza, orgoglio nazionale e retorica sacralizzata della lotta è stato in parte imitato: l’Iran di oggi parla della “difesa del mondo islamico” come Reagan parlava della “difesa del mondo libero”. Reagan è divenuto un linguaggio globale, la cosa più interessante è che Reagan, oggi, non divide solo per ideologia, ma è diventato uno stile comunicativo. In tutto il mondo:

Si cerca di semplificare il complesso con opposizioni nette, libertà vs tirannia, ordine vs caos. Si usano valori morali assoluti per giustificare scelte militari o economiche. Si costruisce un nemico morale, non solo politico o strategico. In un’epoca di incertezza e polarizzazione, Reagan, che fu maestro nel creare una narrazione coerente del mondo fornisce una chiave di lettura per molti leader, sia che lo imitino, sia che lo combattano.

In un mondo multipolare, disordinato, in cui le vecchie mappe non bastano più, Reagan è tornato non come guida morale, ma come grammatica del confronto. Chi vuole difendere l’Occidente, lo invoca. Chi lo combatte, ne teme ancora l’ombra.

Reagan non è più solo un uomo del passato. È un linguaggio del presente.