Il fascino esoterico dei numeri 3–6–9 affonda le radici in una sapienza antica, un ponte tra matematica, geometria sacra e cosmologia. Elena Tempestini

archetipi: 3 :creazione, 6 : equilibrio, 9: completezza

3 è il numero della trinità universale: corpo‑mente‑spirito, le tre fasi della creazione, i tre triangoli fondamentali in geometria sacra. È l’archetipo del manifestarsi del divino nel mondo  .

Il 6 corrisponde all’armonia, all’equilibrio dei contrari: la forma del mondo manifestato (es. esagono nel nido d’ape), simbolo della fusione di maschile‑femminile e materia‑spirito.

Il 9 rappresenta il compimento, la fine di un ciclo e la porta verso il ritorno all’unità: in molte culture il 9 è “il numero della perfezione ciclica” come ben evidenzia nella “vita nova” Dante sottolinea la visione pitagorica dov’è i numeri sono forme dell’essere vivente.

Tesla, affascinato dall’energia e dalle vibrazioni, affermò:

“Se conoscessi la magnificenza del 3, 6 e 9, avresti la chiave dell’universo.”

Sebbene la fonte diretta sia controversa, il suo interesse era legato alla risonanza numerica: 3→6→12→3, 9 che riporta sempre a sé. Queste triplici relazioni suggeriscono un modello di flusso energetico ricorrente  .

Il modello energetico: input, output:

Secondo i cultori della cosiddetta “vortex math”, i numeri 3, 6, 9 formano un circuito energetico:

3 = impulso creativo 6 = manifestazione nell’energia/materia 9 = armonizzazione, ritorno all’origine, punto di quiete superiore 

Forme come il triangolo (3), l’esagono (6) e l’ enneagono implicito (9) si ritrovano in architetture antiche (piramidi), natura (alveari, cristalli), e simmetrie atomiche: i numeri parlano di ordini nascosti.

Quindi il 3 è l’inizio creativo, l’intuizione, la manifestazione dell’unità, il 6 è l’ equilibrio, l’armonia, la connessione tra mondi

Il 9 è il culmine, il ritorno, la chiusura del cerchio universale

Per le tradizioni esoteriche e i mistici moderni, questa triade costituisce un micro‑modello dell’ordine cosmico: un viaggio che parte dallo spark creativo, attraversa il mondo manifesto, e ritorna alla sorgente silenziosa.

Giovanni Spadolini, 100 anni di una vita tra storia, giornalismo e istituzioni

Il 21 giugno 2025 segna i 100 anni dalla nascita di Giovanni Spadolini, nato a Firenze nel 1925 in una famiglia di artisti. Di formazione giuridica, si distinse come storico, docente universitario e giornalista. Fu poi protagonista della vita politica nazionale: ministro, presidente del Consiglio, ministro della Difesa e Presidente del Senato, fino alla nomina a senatore a vita nel 1991  .

Suo padre, Guido Spadolini, incisore e pedagogista, trasmise un amore profondo per le arti. Giovanni si laureò in giurisprudenza nel 1947 e, già nel 1950, divenne professore di storia contemporanea presso l’Università di Firenze, a soli 25 anni . Tra le sue opere storiche si annoverano Il papato socialista (1950) e Le due Rome. Chiesa e Stato tra Ottocento e Novecento (1973)  .

Spadolini fu direttore del Resto del Carlino (1955–1968) e del Corriere della Sera (1968–1972)  . Al Corriere introdusse il rigore organizzativo tanto da utilizzare un “semaforo” per gestire gli accessi: una forma simbolica di disciplina e metodo . Nel 1978 prese la guida della rivista di cultura Nuova Antologia, rilanciando la terza pagina come spazio per riflessione storica, letteraria e politica  .

Nel 1974 Spadolini promosse e divenne primo Ministro per i Beni Culturali e Ambientali (1974–1976), creando il dicastero e avviando azioni legislative di tutela del patrimonio artistico  . Successivamente, nel 1979, ricoprì l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione, dove cercò un approccio riformista e inclusivo  .

4. Primo premier laico e difensore delle istituzioni. Nel giugno 1981 divenne il primo presidente del Consiglio laico (1981–1982), guidando una coalizione pentapartita e affrontando lo scandalo della loggia P2, la crisi inflazionistica e il terrorismo  . La sua leadership, definita dal rigore morale e istituzionale, fu elogiata anche all’estero.

Ministro della Difesa dal 1983 al 1987, affrontò importanti crisi internazionali. Tra queste, la crisi di Sigonella (1985), quando l’Italia rifiutò l’estradizione di terroristi del sequestro della nave Achille Lauro, posizionandosi con fermezza e autonomia diplomatica  .

Eletto Presidente del Senato nel 1987, fu confermato anche nel 1992, diventando figura di equilibrio durante gli anni delle inchieste giudiziarie (Mani Pulite) . Nominato senatore a vita nel 1991, fu presidente supplente della Repubblica tra le dimissioni di Cossiga e l’elezione di Scalfaro  .

Celibe per scelta, Spadolini coltivò passioni private: fu collezionista di oggetti napoleonici e garibaldini, prediligendo la figura di Napoleone, la cui biografia scrisse a 13 anni  . Amava i Carabinieri, testimoni della storia italiana, e ne ammirava coraggio e dedizione, affermando che incarnano valori democratici  . Il suo ordine metodo era ben rappresentato dal “semaforo” al Corriere, segno di un rigore professionale molto apprezzato e talvolta commentato con ironia dai colleghi .

Nel 1980 promosse la Fondazione Spadolini – Nuova Antologia, che conserva la sua imponente biblioteca (oltre 100.000 volumi) e le sue residenze storiche, Pian dei Giullari e la casa in via Cavour a Firenze, oggi vincolate e visitabili  . La rivista Nuova Antologia continua la sua tradizione culturale .

All’inizio fu influenzato dal fascismo e da Giovanni Gentile, ma poi evolse verso un laicismo ragionato e aperto . Manteneva un forte rigore personale che coesisteva con il calore umano, tanto che a un certo punto venne sfidato per il suo rigore, come nel “semaforo” oggetto di protesta in redazione . Il suo collezionismo napoleonico era anche sintomo di una visione europea anticipatrice, volta a ritrovare radici comuni oltre i confini nazionali .

Celebrare il suo centenario, e’ un atto per rinnovare un modello di servizio pubblico, quindi la Fondazione nuova antologia  promuove:

Programmi culturali, convegni e mostre documentarie. La trasmissione di speciali Rai Cultura. Premi e borse di studio per studi sulla figura e sull’impatto di Spadolini .

Quindi possiamo dire che Giovanni Spadolini rappresenta un paradigma ancora attuale: il politico laico, guidato dal sapere storico, dal metodo giornalistico, dalla sobrietà morale e dal senso delle istituzioni. La sua figura è esempio di una politica di servizio elevata, lontana da populismi, e capace di dialogo tra culture e identità. Il centenario non è nostalgia, bensì solida opportunità per un rinnovamento civico e culturale.

42 anni di coraggio e solidarietà: consegnati gli Scudi 2025 dall’Istituto di San Martino.

Oggi, in una cornice straordinaria e profondamente simbolica come l’Arcivescovado di Firenze, si è tenuta la 42ª cerimonia di consegna degli Scudi di San Martino.

Scudi di San Martino

Si chiamano Scudi e non Mantello come ci ricorderebbe l’atto del Santo San Martino che dono’ parte del suo mantello ad un povero, in quanto il termine “Scudi” è il simbolo di protezione, e’ lo scudo cavalleresco che difende e onora il gesto, sia al valore civile che militare. San Martino era un uomo d’armi che scelse la via della misericordia. Come non ricordare la Compagnia dei Bonomini di San Martino, fondata nel 1441-42 da Sant’Antonino Pierozzi, la Compagnia dei Buonomini di San Martino e’ ancora oggi una delle più antiche e discrete realtà caritative della città di Firenze. Il suo scopo originario era assistere i “poveri vergognosi”, ovvero persone che un tempo erano benestanti poi cadute in disgrazia e troppo orgogliose per chiedere aiuto pubblicamente  .

I “Buonomini”, erano dodici uomini che rimanevano anonimi, quando le loro risorse scarseggiavano , accendevano un lumicino all’ingresso dell’oratorio per ricevere offerte dai cittadini, dando vita al colorito modo di dire fiorentino “essere al lumicino”  .

Oratorio dei Bonomini in Piazza San Martino a Firenze

L’Oratorio fu ricostruito nel 1479, decorato con affreschi della bottega di Domenico Ghirlandaio per illustrare le Opere di misericordia: dal visitare infermi alla sepoltura dei morti, dall’assistenza alle madri al riscatto dei carcerati  .

La Compagnia dei Buonomini di San Martino è un esempio straordinario di carità discreta, dignitosa e continua, che ha attraversato i secoli restando fedele al comando originario di Sant’Antonino: aiutare in silenzio e con cuore aperto. Un riconoscimento che dal 1983, è’ divenuta una cerimonia che celebra persone ed enti distintisi in attività di solidarietà, altruismo e coraggio civile.

Dopo la premiazione, si sono aperte le porte della Biblioteca del Seminario, un antico luogo di studio che custodisce il prezioso “Codice Rustici” un manoscritto miniato del XV secolo. Realizzato tra il 1448 e il 1450 da Marco di Bartolomeo Rustici, un orafo fiorentino che volle narrare, con parole e splendide illustrazioni, il suo pellegrinaggio spirituale da Firenze a Gerusalemme, passando per Roma e altri luoghi sacri.

È una delle testimonianze più affascinanti della devozione laica del Rinascimento, e rappresenta non solo un itinerario religioso, ma anche un prezioso affresco della Firenze del Quattrocento, con vedute dettagliate della città, delle chiese, degli edifici e delle consuetudini del tempo. Il codice è un capolavoro artistico, storico e spirituale, simbolo della profonda connessione tra fede, arte e memoria civile.

testimone della fede e dei pellegrinaggi medievali, a testimonianza del legame profondo tra memoria, impegno e spiritualità.

Alla cerimonia hanno partecipato autorità civili, religiose e militari, tra cui il Console di Francia e numerosi generali delle Forze Armate, a conferma della rilevanza nazionale e internazionale dell’iniziativa.

Da sinistra: il Console di Francia, Presidente Istituto Scudi di San Martino Roberto Lupi,
Dott. Lucie Calderon Cressent

L’Istituto di San Martino, fondato 42 anni fa a Firenze da Roberto Lupi e altri promotori, ha attraversato i decenni mantenendo intatto il suo scopo: far conoscere e premiare storie di coraggio silenzioso e dedizione agli altri.

“Quando abbiamo fondato l’Istituto Scudi di San Martino, mi ha raccontato  Roberto Lupi, non avremmo mai pensato che la nostra realtà sarebbe stata capace di acquisire tutta questa importanza in Italia ed Europa.

L’idea mi è nata dopo un corso della Protezione Civile francese a Parigi. Pensai che fosse necessario trovare il modo migliore di celebrare coloro che si impegnano per il prossimo. Serviva una cerimonia che facesse conoscere a tutti queste storie di solidarietà e coraggio.

In questi 40 anni abbiamo premiato tantissime persone e istituzioni: dai vigili del fuoco di Chernobyl e di New York (dopo il disastro del 1986 e l’11 settembre 2001) a Madre Teresa di Calcutta. Siamo cresciuti molto ed oggi abbiamo delle delegazioni in Europa, Asia e Stati Uniti.

Non ci limitiamo a premiare: ci impegniamo anche noi in opere di solidarietà. Con il progetto ‘Mantello di San Martino’ doniamo generi alimentari alle persone più svantaggiate”.

Questa giornata ci ricorda che la solidarietà non è un gesto isolato, ma una scelta quotidiana, che attraversa confini, culture e generazioni. 

Elena Tempestini

Da Mosca a Teheran: la politica di Reagan è ancora ben presente sullo scenario geopolitico. Elena Tempestini

In questo caos di un 2025 molto complesso, agitato da guerre regionali, competizioni imperiali e propaganda militare, un nome del passato riemerge con forza inaspettata: Ronald Reagan. Non si tratta solo di nostalgie conservatrici o citazioni da manuale di storia. Il vocabolario, la postura politica e perfino la strategia geopolitica del 40° presidente degli Stati Uniti sono più vivi che mai, evocati da Washington a Varsavia, da Tel Aviv a Mosca, perfino nei corridoi del potere di Teheran.

Ronald Reagan rappresenta oggi una sorta di grammatica ideologica per interpretare il mondo: lo ha fatto ben comprendere Peter Thiel, l’uomo ombra di Trump e padrino del vice Presidente degli Stati Uniti J.D Vance. Reagan è paradigma di azione, comunicazione e visione internazionale. Non è un caso che in diversi contesti si rispolverino i suoi concetti-chiave: “impero del male”, “pace attraverso la forza”, “non negoziamo con i terroristi”.

In un’epoca in cui la guerra in Ucraina è entrata in una fase brutale, l’Iran e Israele si confrontano direttamente in una guerra , e la NATO cerca di ridefinirsi sotto la minaccia multipla di Russia, Cina e terrorismo, il pensiero reaganiano sembra tornato ad essere la grammatica della fermezza occidentale. Ma anche il bersaglio prediletto della contro-narrazione antiamericana. Sono Kiev, Varsavia e Washington: la nuova “triade reaganiana”

A Kiev, il presidente Zelensky ha più volte evocato Reagan per definire la guerra come una “battaglia per la libertà contro la tirannia”. I think tank occidentali, specie americani e polacchi, citano la dottrina Reagan come base teorica per giustificare il riarmo della NATO e la necessità di contenere la Russia non solo sul campo, ma moralmente.

Per Mosca: demonizzare Reagan equivale ad attaccare l’Occidente

Per i media russi, Reagan è una figura archetipo del nemico americano: il padre dell’aggressione ideologica all’URSS, della corsa agli armamenti e della “guerra fredda 2.0”. Oggi, Putin e i suoi strateghi lo evocano per sostenere che l’Occidente non è cambiato, e che l’attuale sostegno a Kiev non è altro che una continuazione dell’assedio americano cominciato negli anni ’80.

Nella propaganda del Cremlino, Reagan è l’origine del male, e il suo spirito “vive” in ogni sanzione, in ogni invio di armi all’Ucraina, in ogni discorso di Trump che parla di libertà e valori .

Per Teheran: la “grande Satana” e la memoria utile: In Iran, Reagan è ricordato e spesso strumentalizzato per l’abbattimento dell’aereo iraniano nel 1988, ma anche per il sostegno americano a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Tuttavia, non è solo un simbolo negativo: il nemico potente legittima la resistenza.

Nella narrativa degli ayatollah e dei Pasdaran, Reagan rappresenta ancora oggi il volto eterno della “grande Satana” americana, il punto di origine della divisione tra islam rivoluzionario e imperialismo occidentale. Ma paradossalmente, anche qui, il suo linguaggio di potenza, orgoglio nazionale e retorica sacralizzata della lotta è stato in parte imitato: l’Iran di oggi parla della “difesa del mondo islamico” come Reagan parlava della “difesa del mondo libero”. Reagan è divenuto un linguaggio globale, la cosa più interessante è che Reagan, oggi, non divide solo per ideologia, ma è diventato uno stile comunicativo. In tutto il mondo:

Si cerca di semplificare il complesso con opposizioni nette, libertà vs tirannia, ordine vs caos. Si usano valori morali assoluti per giustificare scelte militari o economiche. Si costruisce un nemico morale, non solo politico o strategico. In un’epoca di incertezza e polarizzazione, Reagan, che fu maestro nel creare una narrazione coerente del mondo fornisce una chiave di lettura per molti leader, sia che lo imitino, sia che lo combattano.

In un mondo multipolare, disordinato, in cui le vecchie mappe non bastano più, Reagan è tornato non come guida morale, ma come grammatica del confronto. Chi vuole difendere l’Occidente, lo invoca. Chi lo combatte, ne teme ancora l’ombra.

Reagan non è più solo un uomo del passato. È un linguaggio del presente.

RISING LION e il tributo economico delle guerre ibride. Elena Tempestini

“Ogni missile, ogni operazione della guerra ibrida ha un’ombra economica che si pronuncia in petrolio, oro, passaggi marittimi strategici, punti di PIL e tracolli borsistici.”

L’Operazione Rising Lion, lanciata da Israele nella notte tra il 12 e il 13 giugno, è una massiccia campagna aerea contro l’Iran, che ha coinvolto circa 200 jet e oltre 330 ordigni su più di 100 obiettivi – tra cui il sito nucleare di Natanz, strutture missilistiche, comandi militari e scienziati nucleari di alto profilo  .

Israele ha eliminato figure chiave come Hossein Salami (comandante della IRGC) e Mohammad Bagheri (capo di Stato Maggiore iraniano), ottenendo colpi rilevanti anche agli impianti nucleari  .

Teheran ha risposto lanciando oltre 150 missili balistici e 100 droni, in quella che il governo iraniano ha definito l’Operazione True Promise III – con almeno 3 morti e una quarantina di feriti confermati in territorio israeliano  .

L’attacco ha interrotto l’operazione ONU sulla soluzione israelo-palestinese, con numerose cancellazioni a livello diplomatico e richieste internazionali di moderazione. Si sono scatenati gli impatti sui mercati globali: l’ombra della “ guerra economica”

Energia: shock petrolifero e rischio chokepoint

Il Brent ha subito un balzo iniziale del 7‑10%, attestandosi sopra i 75 $/barile, il rialzo più marcato da fine 2022 . Il prezzo è salito anche del 9% in una sola giornata, la maggiore impennata dal 2022, trainata dal timore di una chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio marittimo mondiale . Attenzione anche al gas liquefatto Qatar compreso: un blocco del passaggio può innescare rincari globali, con tensioni anche nell’approvvigionamento verso Europa e Asia.

A Wall Street: il Dow Jones ha perso oltre 500 punti nel primo giorno, con vendite massicce su tech e mercato azionario in generale, acuite dalla paura di un rallentamento globale . Asia e Europa: tutte le principali borse, da Tokyo a Milano, passando per Seoul e Hong Kong, hanno registrato ribassi significativi, un riflesso della fragilità attuale dei mercati verso shock geopolitici. L’Oro: ha infranto record storici, attirando capitali in cerca di sicurezza . Valute rifugio: franco svizzero e yen hanno registrato apprezzamenti, mentre i titoli di Stato giapponesi hanno visto una forte domanda. I Bitcoin: hanno perso oltre il 3%, mostrando ancora una volta come in situazioni di crisi si comporti da asset speculativo, non da protezione . Il timore di un blocco dello Stretto di Hormuz spaventa mercati e governi, ma uno shutdown completo resta improbabile, mai verificatosi nella storia recente . Se la contesa dovesse estendersi, ad esempio con attacchi mirati a infrastrutture energetiche o commerciali in Iraq, Arabia Saudita o Golfo – i prezzi energetici potrebbero scalare ancora, fino a livelli critici. La reazione statunitense sarà decisiva. Finora Washington ha escluso il coinvolgimento diretto, ma sta intensificando monitoraggio e protezione delle proprie installazioni nella regione . Altri attori come Hezbollah o gli Houthi rappresentano variabili instabili: al momento restano relativamente contenuti, ma potrebbero intervenire se la crisi si allargherà .

Venerdì 13 una notte che sta cambiando il Medio Oriente: riflessioni su un’escalation inevitabile, un conflitto ma anche uno spartiacque.

Nella notte tra giovedì e venerdì 13, il Medio Oriente è stato scosso da un evento storico di ben altra portata. Israele ha condotto una delle operazioni militari più estese e coordinate degli ultimi decenni, chiamata Rising Lion, ovvero “leone nascente”, già un nome particolare: La simbologia ha sempre una grande importanza nella strategia militare israeliana, come confermato dal nome delle operazioni contro Hamas, per esempio, che quasi sempre hanno richiami biblici. In questo caso, però, il riferimento è molto più recente. Il leone che il governo di Nethanyahu ha voluto richiamare è un simbolo iraniano, quello che si trovava sulla bandiera del Paese prima che andassero al potere gli ayatollah, quindi prima del 1979. È come se Israele volesse mettere in guardia gli iraniani: non siamo contro di voi e il vostro Paese, il nostro obiettivo è il regime instaurato da Khomeini. Diverse volte, in passato, gli israeliani hanno ammesso che tra i loro obiettivi strategici ci sarebbe proprio quelo di far cadere il regime al potere da 46 anni a Teheran. Uno scenario che appare studiato nei minimi dettagli. dell’ordine globale, colpendo infrastrutture strategiche in Iran e decimando parte della sua leadership militare e sopratutto scientifica. Un attacco non improvvisato, ma pensato e maturato nel tempo. Credo che questa escalation, che ora ci appare improvvisa, sia in realtà il risultato di una concatenazione precisa di cause politiche, strategiche e culturali che meritano di essere analizzate con lucidità. Una campagna su larga scala, con un messaggio chiaro: L’operazione israeliana si è sviluppata in cinque ondate coordinate, colpendo non solo impianti chiave del programma nucleare iraniano, come quello di Natanz e i centri di Tabriz, Arak, Kermanshah e Isfahan, ma spingendosi fino al cuore simbolico del potere: Teheran. Il bilancio provvisorio è durissimo: eliminati Mohammad Bagheri, Gholamali Rashid, Hossein Salami e altri vertici delle Guardie Rivoluzionarie. Ferito gravemente anche Ali Shamkhani, interlocutore storico nei negoziati con gli USA. Israele, colpendo simultaneamente infrastrutture nucleari e vertici militari, ha inteso neutralizzare sia la capacità tecnica che la volontà politica iraniana, bloccando anche il canale diplomatico con Washington. In questi anni abbiamo spesso seguito da vicino le dinamiche tra Israele e Iran, e mi sembra evidente che questa escalation non nasce da un solo fattore, ma da una somma di tensioni irrisolte e accelerazioni recenti.
Il dossier nucleare iraniano è arrivato a un punto di non ritorno
Secondo quanto riferito da fonti israeliane, l’Iran avrebbe accumulato abbastanza materiale per 15 ordigni nucleari. Che l’informazione sia gonfiata o meno, è bastata a legittimare l’attacco come “preventivo”.
L’AIEA ha emesso solo 24 ore prima una risoluzione di condanna, accusando Teheran di violazioni sistematiche: una sorta di via libera morale per Tel Aviv. L’intelligence israeliana ha completato il quadro operativo
Il Mossad ha lavorato per anni nel territorio iraniano, raccogliendo informazioni che hanno permesso colpi chirurgici. Un lavoro di lungo periodo che ha prodotto una lista chiara di target tecnici e simbolici. L’intervento non è stato improvvisato: è il frutto di un progetto militare e politico che Netanyahu porta avanti dal suo ritorno al potere nel 2009. Un fallimento della diplomazia USA-Iran? I negoziati si sono impantanati, lasciando Israele isolato e impaziente. L’assenza di coinvolgimento diretto americano nell’attacco mostra quanto Tel Aviv non credesse più nella strada diplomatica. Netanyahu, da sempre legato al fronte conservatore americano, potrebbe aver scelto di agire prima del cambio di equilibrio politico globale, assicurandosi il supporto futuro. La dimensione regionale e l’asse con i Paesi arabi. L’Arabia Saudita ha ormai rotto l’equilibrio con l’Iran su diversi dossier (Yemen, petrolio, Siria).
Alcuni analisti suggeriscono che Tel Aviv potrebbe aver avuto l’appoggio tacito di Riyadh e Abu Dhabi, interessate a contenere Teheran con mano altrui. La reazione inevitabile: proxy, ritorsioni e nuove alleanze
Ora, ci troviamo davanti a una possibile reazione a catena:Hezbollah potrebbe intensificare i lanci dal Libano.
I miliziani sciiti in Iraq e Siria potrebbero colpire obiettivi USA, trascinando Washington nel conflitto.
Russia e Cina, che hanno legami strategici con Teheran, non resteranno in silenzio.
Mosca potrebbe usarlo per rafforzare la sua influenza in Siria e oltre; Pechino ha interessi energetici da difendere. L’attacco israeliano non è solo un’operazione militare. È una dichiarazione strategica, una rottura dell’equilibrio precario che ha tenuto sospesa la regione per anni.
La vera domanda ora non è cosa succederà domani, ma quale Medio Oriente ci troveremo tra sei mesi. Siamo a un punto di non ritorno, e non possiamo permetterci di analizzare questi eventi con lo sguardo corto dei “comunicati stampa”.
Serve una riflessione profonda, multidisciplinare, geopolitica ma anche culturale, perché ciò che è accaduto non riguarda solo Israele e Iran.
Ci riguarda tutti.

Titolo del Convegno:“Architettura della Mobilità: Spazio, Velocità e Forma nella Città Contemporanea”

Tra infrastruttura, paesaggio e progetto urbano

Obiettivo del Convegno

Il convegno propone una riflessione interdisciplinare sul ruolo dell’architettura all’interno delle trasformazioni infrastrutturali e spaziali connesse alla mobilità nella città contemporanea.

In un’epoca in cui ferrovie ad alta velocità, hub intermodali, strade metropolitane, autostrade verdi, aeroporti urbani e parcheggi sotterranei intelligenti ridisegnano i flussi e le gerarchie urbane, è urgente riflettere su come l’architettura interagisca con la logica della velocità e del transito, trasformando non solo i luoghi del movimento, ma anche i paesaggi, le soglie urbane e le identità dei territori.

Quale spazio architettonico produce la mobilità del XXI secolo? È ancora possibile una poetica dello spostamento nella città iperconnessa? Come cambia il progetto urbano nel passaggio da infrastruttura tecnica a spazio pubblico? Qual è il ruolo dell’architetto nella progettazione di stazioni, svincoli, porti, scali merci, parcheggi e rampe? Come si integrano le esigenze ambientali, estetiche e funzionali nell’architettura dei flussi?

Linee tematiche del convegno

Infrastrutture e forma urbana: dal raccordo alla metropoli diffusa Urbanistica e infrastruttura: autostrade, tangenziali, anelli verdi Paesaggio infrastrutturale e architettura dell’espansione Architetture del transito: stazioni, terminal, ponti, parcheggi Dalla stazione ferroviaria all’hub intermodale ad alta complessità Estetica e funzione nei progetti contemporanei Tipologie emergenti e spazio pubblico Le soglie della città: rampe, sottopassi, interstizi Architettura delle connessioni lente e veloci Geografie della velocità e progetto territoriale Mobilità e disegno del paesaggio (casi studio europei, asiatici, mediorientali) Progetti di rigenerazione urbana a partire dalle infrastrutture obsolete Ecologia, sostenibilità, infrastruttura “viva” Come costruire infrastrutture adattive, reversibili, sostenibili Materiali e morfologie per un’architettura del movimento post-carbonio

Sede proposta:

Fondazione Filippo Caracciolo – ACI, Roma

Relatori e interlocutori attesi

Professori ordinari e associati di architettura, urbanistica, design del paesaggio Architetti progettisti di infrastrutture (nazionali e internazionali) Esperti di mobilità urbana e territoriale (MIT, ENEA, RFI, Anas, CNR) Storici dell’architettura e della tecnica Rappresentanti istituzionali e pianificatori urbani

Output previsti

Atti del convegno in volume cartaceo e open access Mostra itinerante o digitale con progetti esemplari di “architettura della mobilità” Articolo scientifico e proposta di corso/laboratorio accademico multidisciplinare Nascita di un Osservatorio permanente su architettura, mobilità e spazio pubblico

Comitato scientifico:

Un professore ordinario di progettazione architettonica Uno storico dell’architettura moderna e contemporanea Un urbanista esperto in infrastrutture Un tecnico delle mobilità o ingegnere dei trasporti Un rappresentante della Fondazione

Perché alla Fondazione Caracciolo?

La Fondazione Caracciolo rappresenta un punto d’incontro privilegiato tra mobilità, territorio, ricerca e istituzioni. Questo convegno offre un’occasione rara per unire le competenze accademiche dell’architettura con le problematiche reali e sistemiche delle trasformazioni urbane e infrastrutturali.

È una proposta che rafforza il ruolo della Fondazione come luogo di dibattito critico sulla città, la mobilità e il futuro sostenibile del paesaggio italiano.

Titolo del Convegno:“Macchine e Petrolio, dal Motore a Scoppio alle Infrastrutture dell’ Industria 4.0 nell’era della transizione energetica.

Motivazione: perché oggi?

Il 2025 anno di snodo critico:

Il convegno si propone di stimolare un confronto interdisciplinare su:

Il ruolo storico del motore a combustione nella costruzione della modernità; La sua presenza nelle infrastrutture petrolifere, industriali e militari; Le sfide del 2025 in materia di energia, geopolitica e tecnologia; Il futuro della combustione nella rivoluzione digitale e sostenibile: Industria 4.0.

Il Green Deal europeo entra in una fase di verifica concreta. Le crisi geopolitiche energetiche in Medio Oriente, Africa e Mar Nero continuano a influenzare l’approvvigionamento globale. L’industria automobilistica è nel pieno della transizione elettrica, ma con ritorni tattici al motore a scoppio in contesti strategici e di difesa. L’Industria 4.0 chiede nuove forme di integrazione tra tradizione meccanica e innovazione digitale.

Le sfide energetiche :

Il nuovo ordine energetico post-pandemia e post-Ucraina. Le tensioni tra elettrificazione accelerata, sicurezza energetica e resistenza industriale. Ritorno dei motori termici nelle zone a rischio (guerra, black-out, rete instabile).

Motore e transizione digitale: la sfida dell’Industria 4.0

Il ruolo del motore a scoppio in ambienti automatizzati e ibridi. Sensoristica, manutenzione predittiva, ibridazione dei sistemi. Dalla macchina calda alla macchina connessa: continuità o superamento?

Oltre il fossile: biocarburanti, e-fuel e nuova modularità

Il ritorno della combustione nei sistemi di emergenza e backup. Il motore come nodo nella rete energetica distribuita e circolare. Che cosa rimane del “motore” nel futuro post-carbonio?

Descrizione accademica del convegno:

Obiettivo generale:

Il convegno si propone di indagare il ruolo storico, tecnico e simbolico del motore a combustione interna nella costruzione della modernità, con un particolare focus sulla sua funzione oltre l’automobile, evidenziando l’impiego nelle prime piattaforme petrolifere, nelle infrastrutture isolate e nelle reti energetiche decentralizzate.

La co-evoluzione tra motore e industria estrattiva. Come il motore ha alimentato la geopolitica fossile del XX secolo.

La macchina e l’Impero del petrolio

Simboli, immaginari e memoria dell’energia

Sede e struttura organizzativa:

Proponente: Fondazione Filippo Caracciolo – ACI Luogo: Roma, sede della Fondazione Durata: 1 giornata + tavola rotonda conclusiva aperta al pubblico Date proposte: post-COP30 in Brasile a novembre 2025 e i bilanci UE sull’energia. Partecipanti attesi:

Accademici (storici, ingegneri, politologi, filosofi della tecnica) Tecnici e policy maker (ENEA, RSE, MIT, ARERA) Attori industriali (settore automotive, energetico, smart mobility) Giornalisti e divulgatori scientifici

Output auspicati:

Atti del convegno (con ISBN) Articolo di sintesi pubblicato su riviste accademiche o divulgative Evento video e tavola rotonda pubblica aperta a studenti e cittadini Inizio di un ciclo annuale sulla “Memoria delle Infrastrutture Energetiche”

Il convegno vuole offrire una lettura complessa ma lucida di questi fenomeni, mettendo al centro una macchina spesso banalizzata, ma che ancora oggi definisce i confini del mondo che abitiamo.

Partecipanti attesi:

Storici delle tecnologie (Politecnico, CNR, Musei Tecnici) Ingegneri e ricercatori su energie alternative (ENEA, RSE, università) Economisti ambientali e studiosi di transizione energetica Rappresentanti dell’industria automobilistica e infrastrutturale Giornalisti e divulgatori (per la sessione pubblica)

Tavola rotonda finale:

“Il motore che verrà: combustione, emergenza e autonomia energetica”

Il Pozzo di San Patrizio: un simbolo di ingegno, perseveranza e ingegneria funzionale che si cela nelle più moderne infrastrutture urbane.

Scala elicoidale di Leonardo Da Vinci nel Castello di Chambord

Il termine “Pozzo di San Patrizio” nasce da una leggenda medievale irlandese secondo cui San Patrizio, patrono dell’Irlanda, avrebbe mostrato a un incredulo re pagano l’ingresso al Purgatorio attraverso un pozzo profondissimo situato su un’isola nel lago Derg (Irlanda). Questo pozzo leggendario rappresentava un viaggio iniziatico: chi vi entrava e sopravviveva alla discesa poteva ottenere l’assoluzione dei peccati e la promessa della salvezza eterna. Nonostante la leggenda non sia collegata direttamente a una struttura architettonica reale, il nome venne adottato per indicare strutture ingegneristiche di grande profondità e complessità, spesso ritenute “infinite” o straordinarie. Già nel I millennio A.C. gli ingegneri persiani svilupparono un sistema di gallerie inclinate e pozzi verticali per portare l’acqua in superficie dalle falde profonde, anticipando concetti moderni di ingegneria idraulica, come nel Pozzo di Giza in Egitto. Alcuni pozzi scavati nella roccia, risalenti all’Antico Regno egizio, venivano usati per scopi cerimoniali o pratici. Pozzi etruschi e romani, si trovano in tutta l’Italia centrale; i romani perfezionarono la tecnica dei pozzi rivestiti in pietra e la raccolta delle acque sotterranee anche con scale a spirale.

Pozzo di San Patrizio

E’ nel Rinascimento, con Leonardo Da Vinci che si evolve il concetto di “pozzo ingegneristico” assumendo una nuova dimensione del sistema di accesso a quote inferiori del terreno in modo razionale ed efficiente. Leonardo progettò e costruì la scala del castello di Chambord la quale anticipa di almeno 8 anni l’inizio della costruzione del Pozzo di San Patrizio di Orvieto. Un esempio di innovazione ingegneristica: due scale che permettono di salire senza incontrarsi, una soluzione pensata per consentire a cavalli e carri di scendere e risalire senza intralci. Il Pozzo di San Patrizio, invece, è un pozzo profondissimo con una scala elicoidale singola che permette di attingere acqua. Nonostante siano entrambe scale a chiocciola, i due progetti presentano caratteristiche diverse: Chambord mira a una maggiore praticità per il trasporto e quello di Orvieto a un attingimento d’acqua. Il pozzo di San Patrizio di Orvieto fu costruito tra il 1527 e il 1537 da Antonio da Sangallo il Giovane su ordine di papa Clemente VII, rappresentando la prima e più celebre realizzazione fisica del concetto leonardesco: Il pozzo ha una profondità di 54 metri con una scala doppia elicoidale: due rampe separate che permettono la salita e la discesa senza incroci, illuminazione naturale: fori lungo la parete che portano luce e aria: la sua funzione serviva per garantire l’approvvigionamento idrico in caso di assedio della città

Il pozzo divenne il simbolo di un’ingegneria “senza fondo”, tanto efficace da entrare nel linguaggio comune come metafora di qualcosa che consuma risorse senza mai esaurirsi.

Il principio delle rampe elicoidali indipendenti o accessi verticali razionali ispirati al pozzo di San Patrizio è ripreso in numerose opere attuali, sia architettoniche che infrastrutturali.

Tra queste ci sono:

Entrata ed uscita della rampa elicoidale della Stazione di Santa Maria Novella

La “Rampa elicoidale” della stazione ferroviaria di Firenze Santa Maria Novella: due rampe elicoidali indipendenti per salita e discesa sulla quale i veicoli non si incontrano mai. La scala ha oltrepassato il problema della costruzione dei parcheggi nelle città d’arte in cui diviene essenziale progettare l’intervento nel pieno rispetto di significative preesistenze.

La rampa elicoidale della stazione AV Foster di Firenze Belfiore, che riprende chiaramente la funzione logica e separatrice delle due spirali leonardesche. Una struttura elicoidale a doppia corsia, che consente movimenti separati per pedoni e mezzi. Il Design richiama il vuoto centrale del pozzo, con luce naturale che penetra dall’alto, simbolo di continuità tra passato e futuro, tra architettura rinascimentale e mobilità sostenibile. Foster + Partners riconosce nella profondità e nel movimento verticale un linguaggio architettonico continuo che parte dal Rinascimento italiano.

I Parcheggi a spirale

Molti parcheggi multipiano moderni usano lo stesso principio con rampe elicoidali separate per salita e discesa, migliorando il flusso del traffico interno e la sicurezza.

L Scale museali adibite ad architettura pubblica

Scala di Bramante Musei Vaticani

Progetti architettonici contemporanei come il Guggenheim Museum di New York che ha rampe elicoidali e il MAXXI di Roma impiegano percorsi elicoidali o rampe a spirale ispirati ai concetti rinascimentali di mobilità continua e fluida.

Possiamo concludere che il “pozzo di San Patrizio” è molto più di una leggenda o di un’opera architettonica: è un simbolo di ingegno, perseveranza e ingegneria funzionale. Da un accesso al purgatorio nella mitologia irlandese, al capolavoro di Leonardo Da Vinci e al concetto idraulico di Orvieto, fino alle moderne infrastrutture urbane che sono celate nelle nostre città , questo concetto ha attraversato secoli rinnovandosi nella forma ma non nella sostanza: ottimizzare lo spazio, il tempo e l’energia in percorsi verticali o a spirale.

Comprendere meglio la guerra Russo – Ucraina che ha implicazioni religiose e geopolitiche. Il conflitto non è solo fede, ma identità, potere e legittimazione storica. Elena Tempestini

Ci sono “ sottili fili “ che si intersecano da millenni per costruire il presente.

Le origini dello Stato russo-ucraino affondano in una fusione tra slavi locali e Vichinghi scandinavi, che portarono forme di organizzazione politica e militare ben strutturate. Nel IX secolo, un gruppo di guerrieri e commercianti scandinavi, principalmente svedesi, guidati da Rjurik si insediò a Novgorod, Oleg di Novgorod conquistò Kiev, trasformandola nel centro di un nuovo Stato: la Rus’ di Kiev, da cui deriverà l’embrione della Russia, Ucraina e Bielorussia. La prima cristianizzazione ufficiale della regione avvenne nel 988 d.C., con il battesimo del principe Vladimir il Grande di Kiev. Vladimir decise di adottare il cristianesimo ortodosso bizantino come religione ufficiale dello Stato, convertendo sé stesso, la corte e il popolo.
Ordinò il battesimo di massa del popolo di Kiev nel fiume Dnepr.
Questo è l’evento che segna la nascita della Chiesa ortodossa nella Rus’ di Kiev.
Secondo la tradizione della Chiesa ortodossa, l’apostolo Andrea il Primo Chiamato, fratello di Pietro, evangelizzò le terre a nord del Mar Nero nel I secolo d.C.
Durante i suoi viaggi missionari, Andrea avrebbe risalito il fiume Dnepr e raggiunto le colline dove oggi sorge Kiev.
Andrea piantò una croce sul colle di Kiev e profetizzò:

“Su queste colline brillerà la grazia di Dio e qui sorgerà una grande città con molte chiese.”

L’idea che un apostolo di Cristo avesse profetizzato il destino di Kiev eleva la città spiritualmente, ponendola sullo stesso piano di Gerusalemme, Roma e Costantinopoli.
Sulla collina dove Andrea avrebbe piantato la croce, sorge oggi la Chiesa di Sant’Andrea a Kiev, uno dei simboli della città.
Un altro nome centrale nella cristianizzazione dell’area slava è Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino il Grande.
Elena è celebre per il suo pellegrinaggio in Terra Santa (verso il 326 d.C.), dove rinvenne la Vera Croce di Cristo. La Chiesa ortodossa slava la considera una protettrice della fede e della regalità cristiana. L’Ucraina è parte dell’anima russa, dei “valori tradizionali” ortodossi contro l’Occidente “decadente”. L’indipendenza religiosa Ucraina del 2019 è percepita da Mosca come scisma, eresia, tradimento, come ai tempi di Papa Leone IX che scomunicò il Patriarca di Costantinopoli e avvenne lo Scima d’oriente, che oggi Papa Leone IV cerca di riavvicinare. Perché il pilastro dell’identità religiosa della Rus’ di Kiev ancora è viva nella memoria storica dell’Ucraina.

Ps. Mai avrei pensato di trovare molte risposte nella Cattedrale di Amalfi, intitolata a Sant’Andrea che custodisce le sue spoglie. Sant’Andrea e’ il padre spirituale della cristianità russa e il simbolo delle sue origini apostoliche. protettore spirituale della Chiesa ortodossa russa.
La Croce di Sant’Andrea (a forma di X) è diventata uno dei simboli militari e religiosi della Russia imperiale.
L’Ordine di Sant’Andrea, istituito da Pietro il Grande nel 1698, è stato il massimo riconoscimento dello zarismo e ancora oggi è il più alto ordine della Federazione Russa. Siravo Michele

Sotto 👇 per comprendere meglio la guerra tra Russia e Ucraina che ha forti interconnessioni sia religiose che geopolitiche, il conflitto non è solo fede, ma identità, potere e legittimazione storica.