Diplomazia del Ping Pong: dalle aperture sino-americane alla nuova Guerra Fredda del XXI secolo. Elena Tempestini

Nel corso del tempo, le conseguenze intangibili di questo incontro si dimostreranno molto più importanti di quelle tangibili”. ( Henry Kissinger.)

Nel corso della storia delle relazioni internazionali, il dialogo tra potenze spesso ha trovato strade inaspettate. Una delle più emblematiche fu la “diplomazia del ping pong”, che nel 1971 aprì uno spiraglio tra due potenze allora contrapposte: gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese. L’incontro tra due squadre di tennistavolo in un contesto sportivo si trasformò in un gesto altamente simbolico, che pose le basi per la storica visita di Richard Nixon a Pechino nel 1972 e il successivo ristabilimento delle relazioni diplomatiche nel 1979.

Alla fine degli anni ’60, la Cina maoista si trovava in un relativo isolamento internazionale. La frattura ideologica con l’Unione Sovietica si era approfondita, il cosiddetto Sino-Soviet Split, e l’ascesa cinese come attore autonomo sullo scacchiere globale iniziava a manifestarsi. La leadership di Zhou Enlai, premier pragmatico e artefice delle prime aperture, comprese che l’avvicinamento con gli Stati Uniti poteva rafforzare la posizione cinese nel confronto triangolare con Mosca. Dall’altro lato, l’amministrazione Nixon, guidata dalla realpolitik di Henry Kissinger, cercava una leva per contenere l’URSS e indebolire il blocco socialista. L’interesse reciproco sfociò in un atto di “diplomazia culturale” prima ancora che politica: la visita della squadra statunitense di ping pong in Cina nel 1971.

Deng Xioping con un cappello da cowboy , in America quando veniva chiamato “ Zio Deng”

Lo sport apri’ il portone alla geopolitica: Il 6 aprile 1971, la squadra americana di tennistavolo fu invitata a visitare la Cina, rompendo un embargo diplomatico durato più di due decenni. L’accoglienza fu calorosa e coperta con enfasi dai media internazionali. Il 10 aprile, la squadra americana incontrò Zhou Enlai. Pochi mesi dopo, Henry Kissinger volò segretamente a Pechino per organizzare la visita di Nixon, che avverrà nel febbraio 1972, evento che segnerà un punto di svolta nella Guerra Fredda. La “diplomazia del ping pong” non fu solo una curiosità storica, ma un caso di studio sul potere simbolico dello sport come ponte diplomatico. Segnò l’inizio di una fase di cooperazione strategica tra Cina e USA che perdurò, seppur con oscillazioni, fino all’inizio del XXI secolo.

Nel 1979, con il riconoscimento ufficiale della RPC da parte degli Stati Uniti e l’instaurazione di relazioni diplomatiche, si aprì una fase nuova. La Cina di Deng Xiaoping, avviata sulla strada delle “riforme e apertura” (gaige kaifang), diventò un partner economico sempre più rilevante. Negli anni ’90 e 2000, con l’ingresso della Cina nel WTO (2001), la cooperazione si intensificò, sebbene persistessero tensioni su Taiwan, Tibet, diritti umani e commercio.

Con l’ascesa di Xi Jinping (2012–ad oggi), la politica estera cinese ha abbandonato il basso profilo, teorizzato da Deng, per abbracciare una postura assertiva. Il concetto di “rinascita della nazione cinese” (zhonghua minzu weida fuxing) si è tradotto in un attivismo regionale e globale:

militarizzazione del Mar Cinese Meridionale

diplomazia coercitiva (Wolf Warrior Diplomacy)

espansione economica tramite la Belt and Road Initiative (BRI)

crescita tecnologica autonoma (5G, AI, semiconduttori)

Parallelamente, Washington ha reagito con un progressivo irrigidimento bipartisan:

Guerra commerciale (Trump, 2018–2020)

Decoupling tecnologico (dal 2020 in poi)

Rafforzamento dell’asse Indo-Pacifico: Quad, AUKUS, cooperazione con Giappone, India, Australia. Le ragioni del gelo tra USA e Cina sono molteplici: La corsa all’autosufficienza in chip, AI e 5G è diventata una sfida strategica. La crescente assertività cinese verso l’isola di Taiwan è percepita come casus belli da Washington. Xi promuove un “socialismo con caratteristiche cinesi” come alternativa all’Occidente. L’aumento delle capacità navali e missilistiche cinesi preoccupa il Pentagono. Le iniziative cinesi in Africa, Medio Oriente e America Latina sono viste come sfida sistemica.

In questo 2025, le relazioni sino-americane sono al livello più basso dagli anni ’80. Gli elementi chiave sono: il blocco reciproco di tecnologie strategiche: AI, quantum computing, semiconduttori avanzati. Gli Incidenti militari nel Mar Cinese Meridionale e Taiwan Strait sempre più frequenti. La Propaganda e disinformazione intensificata su entrambi i fronti. Dialoghi diplomatici intermittenti, spesso puramente tattici e senza esiti. Nonostante ciò, permangono canali minimi di comunicazione: militari, ONU, economia globale, per evitare escalation accidentali. Tuttavia, l’atmosfera è da neo-Guerra Fredda. La diplomazia del ping pong è un esempio storico di come la fiducia possa iniziare da piccoli gesti. Oggi, tuttavia, Stati Uniti e Cina si trovano in un confronto profondo, non più solo strategico ma ideologico, tecnologico e culturale. Il periodo 1971–2025 può essere letto come una grande parabola: dall’incontro alla contrapposizione, da una globalizzazione aperta a una frammentazione crescente.

In questo scenario, il ricordo della racchetta e della pallina che attraversavano il tavolo come simboli di dialogo sembra appartenere a un altro mondo. Ma proprio per questo, conservarne la memoria può essere utile per costruire, domani, nuove vie di contatto.

La “Prima Catena di isole” un concetto tecnico, un asse strategico. la visione americana tra Indo-Pacifico, Taiwan e Africa

Isole Curiel : 56 isole
Tra le più antiche dispute territoriali dell’Asia-Pacifico tra due grandi potenze: Giappone e Russia.

Conosciamo il termine giapponese “Kamikaze” con un uso di suicidio, ma la parola fin dall’antichità significa “ vento divino”, il Giappone è”la terra degli dei” e questa credenza si lega all’idea che il paese sia protetto da forze divine. E se oggi i venti di guerra ibrida spirano da ogni angolo del globo, nel cuore dell’Indo-Pacifico e’ in atto Talisman Sabre, la più imponente esercitazione militare mai avvenuta nell’Indo-Pacifico. Vi partecipano 19 Paesi sotto guida australiana e americana. Ma nello stesso momento, in Giappone, si attende con crescente apprensione l’esito del voto di domenica 20 luglio 2025 che potrebbe decidere la sorte politica del premier Shigeru Ishiba da nemmeno un anno alla guida del paese. Due eventi apparentemente scollegati, ma in realtà uniti da un filo invisibile: “la strategia della prima catena di isole”, Nel lessico militare americano “first island chain”, designa l’arco naturale di isole che si estende dal Giappone fino a Borneo, passando per Taiwan e le Filippine. Più che una semplice barriera geografica, essa rappresenta oggi il bastione avanzato della proiezione statunitense nel Pacifico occidentale, nonché il primo scudo contro l’espansione navale cinese. Questa catena, stabilizzata dal secondo dopoguerra, da John Foster Dulles agli albori della guerra fredda, serviva per destabilizzare un’alleanza sino-sovietica in chiave antiamericana, usando una catena contenitiva nel Pacifico occidentale.

Gli Stati Uniti, secondo Dulles, avevano a loro disposizione ogni elemento indispensabile al fine della realizzazione della strategia: i mezzi, una potenza navale, gli alleati: Taiwan e Giappone e gli arcipelaghi del Pacifico convertibili ad uso militare perché sotto sovranità americana, francese e britannica. Harry Kissinger incoraggiò la Casa Bianca a giocare d’astuzia, replicando la strategia di Winston Churchill quando appoggiò Tito e i suoi partigiani comunisti in Jugoslavia per logorare l’esercito tedesco nei Balcani, facendo accantonare la strategia della catena di isole. Finita la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno cominciato a rivalutare il piano di Dulles, riportandolo alla luce, ed aggiornandolo in questa epoca presidenziale di Trump. Il motivo? senza il controllo di questa linea insulare, né il contenimento cinese né la sicurezza di Taiwan sono militarmente possibili. Per questo motivo, l’arcipelago giapponese, e in particolare Okinawa, sono diventati snodi critici di basi, radar, logistica e pre-posizionamento strategico.

Taiwan il nodo cruciale: Tra tutte le maglie della catena, Taiwan è la più vulnerabile e al tempo stesso la più strategica, se si sfalda cade tutta la catena. Non si tratta solo di proteggere un partner democratico, ma di impedire che la Cina rompa l’accerchiamento marittimo e proietti potenza navale in profondità nel Pacifico. Una caduta di Taipei segnerebbe la fine del primato statunitense in Asia orientale, destabilizzando l’intera architettura indo-pacifica. Ecco perché ogni passo diplomatico, ogni manovra militare, ogni esercitazione come Talisman Sabre è, una dichiarazione di impegno verso la difesa di Taiwan.

Il ruolo del Giappone: una democrazia, una piattaforma: In questo contesto, la crisi politica giapponese rappresenta un’incognita non secondaria. Se Shigeru Ishiba, promotore di una “NATO asiatica” e sostenitore della dottrina delle “isole fortificate”, dovesse perdere il controllo, la strategia di Tokyo potrebbe cambiare. Il Giappone non è solo un alleato: è un territorio–piattaforma senza il quale la catena insulare si spezzerebbe in modo irreparabile. Da Kyushu a Nansei, da Okinawa a Yonaguni, ogni tratto di isola giapponese contribuisce al monitoraggio dello Stretto di Taiwan e alla deterrenza contro eventuali offensive. 

Dalle isole all’Africa: la nuova rotta imperiale : La catena insulare ha oggi anche una funzione proiettiva extra-asiatica. È parte della cornice logistica e strategica che permette agli Stati Uniti, e al blocco occidentale, di proiettarsi verso l’Oceano Indiano, il Corno d’Africa, e infine l’Africa centrale, teatro crescente di competizione tra Pechino e Washington.  L’Africa 2.0 non si comprende senza capire il nodo indo-pacifico: le nuove rotte commerciali, energetiche e cibernetiche si snodano attraverso i mari, e sono difendibili solo se si possiede una dorsale insulare armata e integrata. E la politica cinese della “ Collana di perle”, una rete di porti, basi, accordi commerciali e presenze navali che la Cina ha sviluppato lungo la rotta energetica e commerciale che collega il suo territorio alla regione del Golfo Persico e dell’Africa orientale. Ogni “perla” è un nodo strategico, e tutte insieme formano una catena di appoggi logistici e potenzialmente militari. Ci sono catene invisibili, e conflitti visibili ma scrivere oggi della strategia della catena di isole significa leggere un nuovo linguaggio della guerra fredda sino americana. È un linguaggio geografico, ma anche politico, militare e infrastrutturale.

Chi controlla le isole, controlla il mare. Chi controlla il mare, detta le regole della globalizzazione. E chi detta le regole della globalizzazione, decide le sorti del XXI secolo.

In questo giorno di luglio 2025, mentre l’esercitazione “Talisman Sabre” si muove silenziosamente sopra e sotto le acque del mar Talisman, gli elettori giapponesi decidono il destino del loro premier, e l’oceano Pacifico si conferma ancora una volta il baricentro inquieto del mondo.

Esplode la questione Drusa. Israele bombarda Damasco

Il 16 luglio 2025, l’Israel Defense Forces (IDF) ha condotto raid aerei mirati sulla periferia di Damasco, colpendo la sede del Ministero della Difesa e altre strutture militari strategiche, in un’operazione definita come “colpi dolorosi” dal ministro della Difesa Israel Katz. L’attacco è stato motivato ufficialmente come difesa delle popolazioni Druze. Ma principalmente l’attacco e’ per contrastare l’influenza iraniana e impedire il trasferimento di armi avanzate ai suoi alleati nella regione, in particolare Hezbollah. La situazione in Siria rimane una priorità per Israele a causa del suo confine condiviso e delle minacce percepite e nonostante gli interventi israeliani, l’Iran continua a rafforzare la sua presenza in Siria, rendendo la situazione ancora più complessa, Israele ha dichiarato:
“Le avversità sono finite, ora arrivano colpi dolorosi”. Un messaggio chiaro: non tollereranno minacce a comunità affini, anche al di là del Golan.
I bersagli hanno incluso la sede del Ministero della Difesa e aree intorno al palazzo presidenziale di Damasco, finalizzati a neutralizzare la capacità operativa delle forze siriane impegnate nei combattimenti a Sweida.
Secondo fonti Reuters, si trattava di strike “potenti” con l’obiettivo di impedire l’ingresso delle truppe governative nel sud.
Le operazioni israeliane in Siria, rientrano in una strategia preventiva: mantenere la Siria meridionale priva di forze che possano minacciare il Golan o rafforzare i proxy iraniani. La Turchia ha denunciato lo strike come un “sabotaggio della pace” siriana, minando tentativi di stabilità post-Assad. USA ed EU hanno espresso “grave preoccupazione” ed esortato al contenimento. La Siria ha definito l’attacco una “violazione flagrante della sovranità”.
Israele ha attuato un messaggio militare forte, ma accompagnato da una narrazione di protezione druza, passando da minacce a operazioni tangibili. Questo dualismo rafforza la sua legittimità domestica e mette pressione sul governo. Mantenimento della superiorità militare regionale, garantendo buffer zone funzionali. Shift da guerra di precisione a deterrenza preventiva, anche nel cuore della capitale nemica. Rischio di escalation controllata, ma con margini su un perimetro circoscritto: obiettivi simbolici e tattici.
Equilibrio diplomatico teso: supporto delle potenze occidentali che garantisce un margine operativo corporeo a Israele. Le popolazioni druze sono una comunità religiosa e culturale minoritaria presente principalmente in Siria, Libano, Israele e Giordania. In Siria, i drusi sono concentrati nella regione meridionale di Suwayda (Sweida), nota anche come “Jabal al-Druze”, un’area montuosa a maggioranza drusa.

Nuova Caledonia e Figi: due pedine nel grande gioco indo‑pacifico. Elena Tempestini

Nel giugno 2025, Francia e Nuova Caledonia hanno siglato un accordo storico, volto a preservare la sovranità francese su questo territorio ricco di nichel e con basi militari strategiche. Il Primo Ministro Francese Bayrou lo ha definito una “tappa fondamentale” per l’integrazione della Nuova Caledonia, il quale territorio si trova in una posizione geo strategica molto importante nel Pacifico sud-occidentale: tra l’Australia e le isole Figi. L’accordo colloca l’isola nel sistema francese, con strumenti quali: statuto speciale, doppia cittadinanza e riforma elettorale. L’intesa rafforza la proiezione geopolitica dell’Esagono nel Pacifico meridionale, garantendo a Parigi una rinnovata influenza nella regione.

Nel maggio 2024, la Francia aveva pubblicamente accusato l’Azerbaigian, e implicitamente anche la Turchia, di fomentare le rivolte indipendentiste che avevano scosso l’arcipelago, rivolte durante le quali si sono registrate vittime e scontri violenti. Parigi riteneva che Baku agisse come braccio operativo di Ankara, nell’ambito di un confronto sempre più diretto tra Francia e Turchia per il controllo delle aree strategiche globali: dal Caucaso al Niger, dove le milizie turche stavano sostituendo i militari francesi;
dal Corno d’Africa ai Balcani, dove Ankara si proponeva come alternativa a Bruxelles nell’integrazione di Albania, Bosnia e Serbia.
Pubblicamente fu l’emittente francese Europe 1 ad ospitare il Ministro degli interni francese per dichiarare esplicitamente il sostegno dell’Azerbaigian alla destabilizzazione nella regione del Pacifico.
Praticamente una guerra fredda post coloniale tra Turchia e Francia. Ankara potenza revisionista del Sud globale, che sfida le vecchie potenze europee proprio nei loro ex domini, la Nuova Caledonia, ricca di risorse e con una posizione strategica importante, non fa eccezione.
L’accordo firmato da Bayrou non chiude definitivamente la partita, ma segna un passaggio chiave: la Francia prova a ricucire il legame con le sue periferie globali, evita la perdita di un territorio strategico in un momento di forti spinte indipendentiste,
consolida la propria proiezione militare e diplomatica nell’Indo-Pacifico, conferma la sua posizione come unica potenza dell’Unione Europea con territori, popolazione e forze armate stabili nella regione.

Le isole Figi, con capitale Suva, sono oggi un nodo chiave del Pacifico sud‑occidentale: Sbocco naturale tra Australia e Nuova Zelanda, crocevia tra isole contese dalla Cina e dagli stati Uniti quali: Salomone, Vanuatu e Samoa, sede di infrastrutture militari, portuali e di telecomunicazioni, inclusi cavi sottomarini essenziali. Chi influenza Suva può neutralizzare o controllare rotte navali e aeree fondamentali, attraverso una strategia che mescola soft power e partnership militare senza ricorrere necessariamente a basi permanenti.

Pochi giorni prima dell’accordo di giugno tra la Francia e la Nuova Caledonia, Pechino ha intensificato la sua presenza con esercitazioni militari e sorvoli nel Mare di Tasman e vicino alle isole Figi, le quali hanno messo alla prova reazioni regionali, senza violare territori occidentali. È in atto un’offensiva soft diplomacy: con donazioni, navette ospedaliere, la “Peace Ark”, relazioni con la marina locale  .

Foto fonte Wikipedia

Le manovre cinesi servono da deterrente e da test della capacità occidentale di difesa e coordinamento in caso di un’eventuale escalation.

Una geografia condivisa quella della Nuova Caledonia e le Figi, entrambe nel raggio d’azione del Pacifico sud‑occidentale, a poche centinaia di km tra loro. La contro-mossa francese è stata di blindare la Nuova Caledonia, nel frattempo la Cina si spingeva verso le Figi, due lati dello stesso scacchiere strategico. Francia, USA, Australia e Nuova Zelanda rafforzano la cooperazione militare con esercitazioni come Talisman Sabre, la quale rappresenta la risposta militare e diplomatica occidentale al tentativo di penetrazione cinese nel Pacifico insulare. La Cina al contempo testa limiti e reazioni Soft power. La collaborazione francese con la Nuova Caledonia e la ricerca di accordi economici cinesi con le Figi mostrano strategie diverse per guadagnare influenza geopolitica e geostrategica.

La Francia riafferma la sua presenza in aree chiave del Pacifico, contrastando l’espansione cinese. Le potenze agiscono su più fronti, in territori ex-coloniali o ad alta autonomia diplomatica. Il Pacifico, mare e terra di assi militari e navali quali USA-Australia- Giappone ( AUKUS) contro le manovre “ibrido‑riflessive” di Pechino.

Palantir: la veggenza del potere nel capitalismo dei dati. Elena Tempestini

Nel mondo di J.R.R. Tolkien, i Palantíri sono oggetti ambigui. Sette sfere veggenti, capaci di mostrare eventi lontani e di comunicare tra loro, ma anche pericolose: “ciò che si vede può essere reale, ma non è tutta la verità”. Sauron personaggio dalla figura oscura, corrompe una pietra, distorcendo la percezione del nemico e facendo precipitare i regni fantasticati nel caos.

Nel mondo reale, Peter Thiel, imprenditore libertario, investitore miliardario, ideologo della Silicon Valley, fondatore insieme a Zuckerberg di Facebook, finanziatore delle campagne elettorali di J. D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti, e della sua conversione cattolica, ha scelto di dare lo stesso nome a una delle più potenti aziende di tecnologia del XXI secolo: la Palantir Technologies.

Fondata dopo l’11 settembre, in risposta alla percepita “cecità” dei servizi di intelligence, Palantir è diventata oggi il simbolo più avanzato del capitalismo della sorveglianza. Non produce armi, ma software. Promette  ai suoi clienti: governi, eserciti, banche, polizie ecc, una cosa fondamentale : vedere prima, meglio, e più a fondo degli altri.

Il cuore del progetto Palantir è la piattaforma Gotham: un colossale sistema informatico in grado di aggregare, collegare e interpretare enormi volumi di dati provenienti da fonti diverse, intelligence, sorveglianza, banche dati pubbliche e private, social network. dalla CIA per operazioni antiterrorismo in Medio Oriente; dalla polizia di New York per mappare i movimenti sociali; dall’esercito americano per analizzare scenari di guerra, da governi europei per gestire i flussi migratori.

A fianco, si trova “Foundry “ che è la versione “civile”: serve a grandi aziende come: Airbus, BP, Ferrari ecc per monitorare catene logistiche, ottimizzare processi industriali e prevedere rischi reputazionali. Praticamente Palantir non ti dice cosa fare, ma ti mostra cosa potresti non vedere.

Ma la domanda e’ perché chiamare la società “Palantir”?

Peter Thiel non ha scelto questo nome per caso. Anzi, la metafora è centrale nel messaggio politico e tecnologico che Palantir intende trasmettere: la Veggenza come dominio. Proprio come i Palantíri in Tolkien, il software di Palantir promette un potere unico: la capacità di cogliere pattern invisibili, di anticipare crisi, di capire i nodi nascosti del reale. In un’epoca in cui la guerra si combatte con algoritmi, valute e supply chain, chi vede per primo, comanda. Palantir è l’occhio del potere.

Nelle mani giuste, la sfera rivela. In quelle sbagliate, manipola. La tecnologia diventa così strumento o minaccia, a seconda di chi la usa e di cosa cerca. Ancora una volta non esistono cattivi strumenti ma buoni suonatori. 

Un potere che non si vede, ma agisce

A differenza delle tecnologie militari classiche, Palantir non è visibile sul campo. Non lancia missili, non alza muri, non occupa territori. Eppure sposta gli equilibri geopolitici.

Nel 2022, ad esempio, Palantir ha collaborato con l’Ucraina per ottimizzare la difesa territoriale e gestire la logistica di guerra. Nel frattempo, governi europei e americani la utilizzano per il monitoraggio delle pandemie, delle migrazioni e persino del dissenso interno.

Una rete di lettura del mondo che si propone come neutrale ma in realtà restringe i campi del possibile, orienta decisioni, imposta strategie. Lo possiamo chiamare “Capitalismo del discernimento”? Thiel, è convinto che il liberalismo moderno abbia indebolito l’Occidente, considera Palantir una tecnologia salvifica per l’Occidente in declino: quindi “vedere bene” equivale a “decidere giusto”.

Ma la domanda resta aperta: chi ha diritto di guardare? E cosa significa davvero “vedere”?

Nel Signore degli Anelli, Denethor, il reggente di Gondor, impazzisce perché crede di vedere tutto attraverso il Palantír. Ma in realtà, sta guardando solo ciò che Sauron vuole mostrargli. La lezione è chiara: il potere della veggenza detiene l’altra faccia della medaglia, c’ è anche il rischio della manipolazione.

In un mondo in cui la guerra è sempre più delegata ai dati, agli algoritmi e alla previsione, Palantir è l’immagine perfetta della nuova forma di potere: non ti controlla con la forza, ma ti anticipa. Ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso, per questo ti orienta.

Ma la vera battaglia non è tecnica, è etica e politica:

chi decide cosa si deve vedere? E per quali scopi?

Dallo Xinjiang al Sahel: come la Cina esporta la sua “Muraglia Verde” per riforestare l’Africa e conquistare influenza geopolitica. Elena Tempestini

Un’ampia cintura verde attorno al deserto del Taklamakan nello Xinjiang, regione tra le più grandi della Cina, nato per contrastare la desertificazione e sostenere l’economia locale.

Progetto di riforestazione in Cina: dal deserto del Taklamakan al soft power globale

Nel cuore dello Xinjiang, la regione più grande della Cina che si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la regione autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. E’ stata realizzata una riforestazione nel deserto del Taklamakan per contrastare la desertificazione e proteggere insediamenti e infrastrutture. Utilizzando tecnologie avanzate, droni, sensori e sistemi di irrigazione intelligenti, Pechino ha costruito un vero e proprio muro verde, simbolo della sua visione ambientale e strategica.

Ora questo modello viene esportato in Africa, con uno sguardo preciso al Sahel, dove prende forma un’altra Muraglia Verde: quella africana. Un’opera ambientale lunga 8.000 km che la Cina vuole trasformare in un pilastro della sua influenza globale.

Progetto grande muraglia verde da costruire in Africa nel Sahel 

La Grande Muraglia Verde africana è un progetto di riforestazione del Sahel lanciato dall’Unione Africana, pensato per contenere l’avanzata del Sahara, migliorare la sicurezza alimentare e frenare le migrazioni ambientali. Il Sahel attraversa Paesi strategici come Senegal, Mali, Niger, Ciad, Sudan ed Etiopia, ed è una regione fragile ma ricchissima di risorse naturali.

Litio, uranio, oro, grafite e terre rare sono fondamentali per la transizione energetica e l’industria delle batterie elettriche. Il Sahel è quindi diventato un campo di battaglia geopolitico tra potenze globali: USA, Francia, Russia, Turchia e ora Cina.

La Belt and Road Initiative si espande: la riforestazione come strumento di soft power cinese

Pechino intende integrare il Sahel nella Belt and Road Initiative (BRI), trasformando la cooperazione ambientale in una piattaforma per investimenti infrastrutturali, controllo delle rotte logistiche e accesso privilegiato alle risorse. Il modello è lo stesso sperimentato nel deserto cinese del Taklamakan: grandi opere ambientali abbinate a costruzione di strade, ferrovie, dighe ed energia verde.

Già oggi imprese statali cinesi operano in Etiopia, Ciad e Sudan, mentre il governo cinese ha promesso 15 miliardi di dollari di investimenti green in Africa entro il 2030. Una Geopolitica ambientale che diventa strategia di potere

Dietro il linguaggio della sostenibilità ambientale, la Cina sta costruendo una nuova forma di influenza globale attraverso l’ambiente. La sua proposta è chiara: niente basi militari, niente imposizioni, ma alberi, infrastrutture e know-how. Una strategia di soft power verde, che punta a conquistare fiducia, risorse e stabilità geopolitica.

Nel contesto di colpi di Stato, instabilità politica e competizione globale nel Sahel, il progetto cinese rappresenta una sfida diretta al modello occidentale di aiuto e intervento. E rischia di ridisegnare gli equilibri africani nei prossimi anni.

Se la Cina riuscirà a riforestare il Sahel, avrà realizzato molto più di un’azione ecologica. Avrà esteso la Belt and Road Initiative in una delle aree più delicate del pianeta, costruito consenso politico, conquistato accesso alle materie prime strategiche e ridefinito i rapporti tra Africa e potenze globali.

La “Muraglia Verde africana” rischia così di diventare il simbolo di una nuova frontiera geopolitica, dove ambiente, sicurezza, industria e diplomazia si intrecciano in modo sempre più stretto.

Politica senza confronto: la nuova tirannia dell’appartenenza : la deriva dell’ideologia. Elena Tempestini

In un’epoca segnata dalla sovrabbondanza informativa e dalla pervasività degli algoritmi, il concetto di ideologia politica ha mutato forma: da sistema coerente di pensiero a griglia semplificata di interpretazione della realtà. Se nel Novecento l’ideologia orientava l’azione collettiva attraverso grandi narrazioni quali il socialismo, il liberalismo, il nazionalismo, oggi tende sempre più a funzionare come scorciatoia cognitiva e leva emotiva. Questo slittamento ha profonde implicazioni etiche e politiche.

Oggigiorno, l’ideologia è spesso utilizzata come marcatore identitario, più che come fondamento di un pensiero critico. L’adesione ideologica, accelerata dai social media e rinforzata da meccanismi di echo chamber, riduce lo spazio del dubbio e dell’ambivalenza. Di conseguenza, la complessità viene sacrificata a favore di narrazioni polarizzanti, che dividono il reale in categorie rigide: buoni e cattivi, amici e nemici, oppressi e oppressori.

Questa forma degenerata di ideologia, che non ammette confronto né revisione, non è più uno strumento di comprensione ma un meccanismo di chiusura mentale. Rende chi la adotta impermeabile ai dati, allergico alla pluralità e predisposto alla manipolazione. In un sistema informativo frammentato, notizie fuorvianti o parziali trovano facile presa se confermano il “frame” ideologico di riferimento. I contenuti non vengono più valutati per la loro fondatezza, ma per la loro aderenza emotiva e tribale. Così, l’informazione diventa selettiva, e il falso può essere percepito come vero semplicemente perché “conferma ciò in cui credo”.

Il danno è duplice. Da un lato, si erode il senso critico, delegittimando il confronto pubblico e la verifica dei fatti. Dall’altro, si alimenta una crescente delegittimazione reciproca tra posizioni opposte, rendendo impossibile qualsiasi spazio comune di dialogo. Le decisioni politiche, in questo contesto, non si fondano più su dati e analisi condivise, ma su “verità concorrenti” spesso incommensurabili.

È quindi necessario un recupero etico e razionale della politica, che implichi tre scelte fondamentali:

Educare all’uso critico dell’informazione, rendendo trasparenti le fonti e gli interessi dietro ogni narrazione. Distinguere l’opinione dal fatto, senza criminalizzare il dissenso ma senza legittimare la disinformazione. Sottrarre il dibattito pubblico alla tirannia dell’algoritmo, promuovendo spazi di approfondimento e di confronto non polarizzato.

L’ideologia, se intesa come visione coerente e aperta del mondo, può ancora essere motore di impegno. Ma quando si chiude a riccio e diventa dogma emotivo, smette di essere politica e diventa una forma di fede cieca al servizio della propaganda. In un mondo in cui tutto comunica, la responsabilità di capire prima di condividere è il primo atto di cittadinanza.

Ideologia e manipolazione : il rischio di una politica prigioniera del racconto. Elena Tempestini.

In un’epoca segnata dalla sovrabbondanza informativa e dalla pervasività degli algoritmi, il concetto di ideologia politica ha mutato forma: da sistema coerente di pensiero a griglia semplificata di interpretazione della realtà. Se nel Novecento l’ideologia orientava l’azione collettiva attraverso grandi narrazioni (socialismo, liberalismo, nazionalismo), oggi tende sempre più a funzionare come scorciatoia cognitiva e leva emotiva. Questo slittamento ha profonde implicazioni etiche e politiche.

Oggigiorno, l’ideologia è spesso utilizzata come strumento di appartenenza e riconoscimento identitario, più che come base per un progetto razionale e argomentato. L’adesione ideologica, accelerata dai social media e rinforzata da meccanismi di echo chamber, riduce lo spazio del dubbio e dell’ambivalenza. Di conseguenza, la complessità viene sacrificata a favore di narrazioni polarizzanti, che semplificano il reale in categorie binarie: buoni e cattivi, amici e nemici, oppressi e oppressori.

Questa evoluzione rende l’ideologia particolarmente vulnerabile alla manipolazione. In un sistema informativo frammentato, notizie fuorvianti o parziali trovano facile presa se confermano il “frame” ideologico di riferimento. I contenuti non vengono più valutati per la loro fondatezza, ma per la loro coerenza con il sentire della tribù. Così, l’informazione diventa selettiva, e il falso può essere percepito come vero semplicemente perché “consola” o “rinforza” una visione preesistente.

Il danno è duplice. Da un lato, si erode il senso critico, delegittimando il confronto pubblico e la verifica dei fatti. Dall’altro, si alimenta una crescente delegittimazione reciproca tra posizioni opposte, rendendo impossibile qualsiasi spazio comune di dialogo. Le decisioni politiche, in questo contesto, non si fondano più su dati e analisi condivise, ma su “verità concorrenti” spesso incommensurabili.

È quindi necessario un recupero etico e razionale della politica, che implichi tre scelte fondamentali:

Educare all’uso critico dell’informazione, rendendo trasparenti le fonti e gli interessi dietro ogni narrazione. Distinguere l’opinione dal fatto, senza criminalizzare il dissenso ma senza legittimare la disinformazione. Sottrarre il dibattito pubblico alla tirannia dell’algoritmo, promuovendo spazi di approfondimento e di confronto non polarizzato.

L’ideologia, se intesa come visione coerente e aperta del mondo, può ancora essere motore di impegno. Ma quando diventa dogma semplificatore al servizio della propaganda, smette di essere politica e diventa marketing emotivo. In un mondo in cui tutto comunica, la responsabilità di capire prima di condividere è il primo atto di cittadinanza.

Bibliografia :

Arendt, H. (1951). Le origini del totalitarismo. Milano: Feltrinelli. → Fondamentale per comprendere come le ideologie possano degenerare in sistemi chiusi e autoritari. Geertz, C. (1973). Ideology as a Cultural System, in The Interpretation of Cultures. New York: Basic Books. → Un classico dell’antropologia politica sul ruolo simbolico e culturale delle ideologie. Laclau, E., & Mouffe, C. (1985). Hegemony and Socialist Strategy. London: Verso. → Analisi della costruzione discorsiva delle identità politiche e dell’egemonia ideologica. Sunstein, C. R. (2017). #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media. Princeton University Press. → Studio recente sull’effetto delle camere dell’eco e delle bolle informative. McIntyre, L. (2018). Post-Truth. MIT Press. → Esamina la crisi della verità pubblica nell’epoca dell’informazione manipolata. Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs. → Sul potere degli algoritmi e del capitalismo digitale nel condizionare le opinioni politiche. Pariser, E. (2011). The Filter Bubble. Penguin Press. → Uno dei primi testi a denunciare come la personalizzazione dei contenuti online limiti la visione del mondo.

La nascita del “tecno-militare” dalla Silicon Valley, l’ombra autoritaria sull’America tecnologica. Elena Tempestini

Trump è sicuramente il ponte di contatto tra esponenti delle Big Techamericane particolarmente coinvolte nello sviluppo di nuove tecnologie e gruppi più estremisti del Make America great again ( Maga) sempre più accesi dalle difficoltà della crisi economica. Gruppi lontanissimi, all’apparenza, che però adesso marciano insieme sotto la guida del Commander in Chief.

“Il nostro compito non è quello di scrutare il futuro, ma di cambiare il presente”.

( Peter Thiel, investitore e ideologo della Silicon Valley conservatrice)

In una Silicon Valley apparentemente dominata dall’ideologia progressista, da anni si coltiva in realtà un’anima opposta: una controcultura conservatrice, visionaria e talvolta apertamente autoritaria, che ha trovato nel trumpismo un alleato naturale. Oggi, nel cuore della più potente macchina tecnologica del mondo, prende corpo un’idea inquietante: un’alleanza tra innovazione radicale e deriva autoritaria.

Al centro di questa trasformazione c’è Peter Thiel. Tedesco di nascita, americano per scelta, cofondatore di PayPal e primo grande investitore in Facebook, Peter Thiel è molto più di un miliardario della tech economy. È un pensatore politico, un sostenitore dichiarato di Donald Trump, ma anche un filosofo d’ispirazione nietzscheana che vede nella tecnologia un mezzo per trascendere i limiti umani e costruire una nuova élite. Thiel finanzia aziende strategiche come Palantir, specializzata in software per Cyber sicurezza, big data e difesa, sostiene ideologicamente la costruzione di una civiltà guidata da una nuova aristocrazia tecnocratica.

La visione si trova oggi nel Techno-Optimist Manifesto pubblicato nel 2023 da Marc Andreessen (cofondatore di Netscape e socio del fondo Andreessen Horowitz (a16z), un manifesto che richiama esplicitamente il Manifesto Futurista di Marinetti. In quel documento si teorizza un’accelerazione tecnologica senza limiti, contro ogni forma di etica, regolamentazione o freno politico. L’innovazione, vi si legge, deve essere “totale, radicale, inarrestabile”.

Una visione che non è neutra. Anzi, sempre più spesso si fonde con ideologie ultraconservatrici e reazionarie: Elon Musk finanzia l’estrema destra tedesca (AfD), Palmer Luckey (padre degli Oculus Rift) guida l’azienda militare Anduril, e intanto si sperimenta il controllo sociale su larga scala. La tecno-utopia di ieri si fa oggi infrastruttura militare. L’Esercito USA il 13 giugno ha creato il Distaccamento 201: il Corpo Esecutivo di Innovazione dell’Esercito, una nuova iniziativa progettata per fondere competenze tecnologiche all’avanguardia con l’innovazione militare. Quattro leader arruolati riservisti: Andrew Bosworth (Meta), Kevin Weil e Bob McGrew (ex OpenAI), e Shyam Sankar (Palantir). La loro missione: integrare rapidamente l’AI nelle strategie di difesa.

A Gennaio 2024 in sordina, OpenAI ha cambiato l’articolo di non progettare a scopo nello statuto: ora consente l’uso militare della sua intelligenza artificiale. È un passaggio simbolico ma decisivo, per un’azienda che fino a poco fa prometteva di “beneficiare l’umanità intera”. Non è sola: il mondo tech, da Meta a Palantir, da Microsoft a SpaceX, sta marciando compatto verso il settore defence tech. Palantir Technologies fornisce software di sorveglianza e intelligence, come Gotham, usato in operazioni antiterrorismo, Anduril di Palmer Luckey, già fondatore di Oculus, sviluppa armi autonome: droni suicidi, jet senza pilota, sottomarini automatici e il sistema operativo Lattice, che comanda in simultanea flotte intere di mezzi bellici. Anche Meta è in prima linea, in collaborazione con il Pentagono e Anduril, per realizzare visori militari a realtà aumentata come Eagle Eyes. Le aziende militari non hanno preso benissimo questa nuova “ rivalità”, John Clark, stratega tecnologico di Lockheed Martin, ha dichiarato: “Anche noi vorremmo muoverci alla loro velocità, ma dobbiamo assicurarci che tutto funzioni davvero”. Quindi, le ex aziende “umaniste” corrono per accaparrarsi contratti nel progetto Golden Dome, la nuova frontiera del tech-militare USA. Così, i colossi nati per “connettere il mondo” oggi si preparano a difenderlo o ad attaccarlo.

L’ascesa di Trump ha fatto da ponte tra due mondi: quello dell’estremismo populista del MAGA e quello dei tech-bros libertari e autoritari. Apparentemente inconciliabili, oggi marciano insieme. I primi vedono nei secondi strumenti tecnologici per imporre ordine e controllo; i secondi vedono nei primi una forza politica che consente deregulation, potere e militarizzazione del cyberspazio.

Una convergenza pericolosa che, nel secondo mandato di Trump, ha mostrato tratti esplicitamente autoritari: parate militari a Washington, scontri a Los Angeles, campagne di disinformazione gestite tramite social e IA. Tutto sostenuto dalla tecnologia americana più avanzata.

Thiel, affascinato da Nietzsche, sogna un nuovo Übermensch: un “superuomo” non nato da cultura e spirito, ma costruito tramite chip, dati e algoritmi. Ecco perché investe in Neuralink (creazione di Musk) e in sistemi di studio per prolungare la vita umana e, in alcuni casi, a sfidare la morte stessa. Thiel ha investito in diverse startup e centri di ricerca nel campo della biotecnologia, della criogenia e dell’anti-invecchiamento, con l’obiettivo di conservare l’essere umano più a lungo possibile, o addirittura di raggiungere una sorta di “immortalità tecnologica”. La tecnologia non come mezzo di liberazione collettiva, ma come strumento di potere per pochi.

Oggi, l’Occidente guarda con preoccupazione ai modelli autoritari di Pechino e Mosca, ma potrebbe ignorare che un modello simile, più lucido, mascherato, tecnologico, si sta sviluppando nel nostro Occidente. Una sintesi tra capitalismo digitale, controllo sociale e ideologia ultra-liberale, in cui la sovranità tecnologica sostituisce quella democratica.

“Quando il potere ama l’ordine più della giustizia, la libertà viene messa ai margini.”

— Sant’Agostino

Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.” San Paolo, 2 Tessalonicesi 2,7. Elena Tempestini

A destra, mosaico dell’anticristo nella basilica di Santa Maria assunta sull’isola di Torcello a Venezia 

Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.” ( San Paolo)

Con queste parole, San Paolo non parla solo di un futuro oscuro. Parla del nostro presente.

C’è un principio che agisce nella storia, silenzioso ma potente: l’iniquità che si camuffa da giustizia, il dominio che si maschera da salvezza, l’inganno che si presenta con le parole della verità.

In filosofia, questo è il mistero dell’uomo che si fa misura assoluta, che smarrisce la verità perché nega il limite. È l’errore antico dei totalitarismi moderni: credere che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche giusto.

Il male, oggi, non si annuncia con mostri e stendardi. Entra nel mondo come ordine funzionale, efficienza, progresso senza anima.

In geopolitica, lo vediamo ogni giorno: nella conquista delle menti prima che dei territori, nella colonizzazione dei dati più che delle terre, nel linguaggio della guerra umanitaria, nelle sanzioni che si dicono giuste e negli imperi che si dicono liberatori. San Paolo scriveva in un mondo governato dagli imperi, ma parlava a tutte le epoche: il male più profondo non è il caos, ma l’ordine che mente. È la struttura di potere che si presenta come necessaria, inevitabile, giusta e proprio per questo non si può più contestare. La dominazione si è fatta invisibile, ma più efficace che mai. Il potere agisce non più con la forza, ma con l’amministrazione del consenso, l’ingegneria dell’informazione, il condizionamento delle scelte individuali. La terra viene ancora spartita, ma attraverso licenze minerarie, porti strategici, corridoi commerciali.

E anche le menti si conquistano, attraverso algoritmi, valori semplificati, slogan travestiti da verità.

L’iniquità oggi è sistemica: una rete globale di controllo che si autoalimenta, travestita da cooperazione, sviluppo, sostenibilità. E come scrive san Paolo, agisce già , non deve ancora venire. Il male non ha più bisogno di imporsi con la paura: basta che sia comodo, connesso, conveniente.

E in chiave liturgica e spirituale, San Paolo ci chiede di vegliare. Di discernere non solo il bene dal male, ma il bene vero dal bene apparente.

Perché il mistero dell’iniquità è soprattutto l’incapacità di riconoscere la menzogna quando prende le sembianze della luce.

C’è ancora qualcosa che trattiene tutto questo. Ma fino a quando?

Nel frattempo, il rischio è quello di aderire al male senza accorgercene, perché lo troviamo dentro ciò che ci rassicura: nel comfort digitale, nel linguaggio pacificato, nell’illusione che tutto sia sotto controllo.

Eppure, come ci ricorda Sant’Agostino,

“Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costruito Babilonia; l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costruito Gerusalemme.”

Sta a noi scegliere, ogni giorno, in quale città abitare.