Terra e acqua: le nuove armi silenziose del potere globale. Elena Tempestini.

 Comprare terra agricola non è più un gesto arcaico, né una semplice strategia di investimento: è un atto geostrategico. Gestire flussi finanziari, catturare benefici fiscali, controllare risorse vitali e accumulare opzioni politiche.

La terra, da bene rifugio, si è trasformata in infrastruttura strategica multifunzionale. È cash flow, è leva di potere, è strumento di sovranità. E oggi, nel cuore del XXI secolo, si lega a un’altra risorsa ancora più invisibile e decisiva: l’acqua.

Il 2025 segna un’accelerazione nelle acquisizioni di terreni agricoli attraverso società veicolo, fondi sovrani e family office. Dietro la complessità giuridica delle SPV e delle shell companies si nascondono tre logiche precise: anonimato degli investitori, ottimizzazione fiscale, flessibilità nell’uso della terra come asset finanziario.

La nuova aristocrazia del capitale, fondi del Golfo, investitori asiatici, private equity occidentali, non compra solo suolo. Compra futuro. Perché possedere terra oggi significa controllare acqua, cibo, carbonio e, in prospettiva, politica.

Il valore geopolitico del cibo è sotto gli occhi di tutti: guerre del grano, embargo sui fertilizzanti, insicurezza alimentare in Africa e Medio Oriente, vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.

Chi controlla la produzione agricola dispone di una leva diplomatica enorme. È la logica che un tempo si applicava al petrolio, oggi estesa alla biopolitica alimentare e idrica.

La terra è cash flow stabile, spesso fiscalmente agevolato: affitti indicizzati, redditi esenti, strumenti di trasformazione della liquidità in rendita. Ma la vera moneta nascosta è l’acqua.

Ogni appezzamento agricolo è, in realtà, un deposito di diritti idrici. Questi possono essere scissi, negoziati, rivenduti. In un’epoca di stress climatico e desertificazione, l’acqua è più preziosa della terra stessa.

Acquisire suolo significa, in prospettiva, assicurarsi accesso a bacini, falde e corsi fluviali: la materia prima invisibile della geopolitica contemporanea.

La transizione energetica, spesso narrata come sfida tecnologica e finanziaria, poggia anch’essa su un fondamento idrico. Dietro ogni batteria, ogni turbina, ogni microchip, scorre acqua.

Per produrre una singola tonnellata di litio servono fino a due milioni di litri d’acqua. Per fabbricare un microchip avanzato occorrono decine di migliaia di litri di acqua ultrapura. L’intelligenza artificiale, la frontiera più avanzata della tecnologia, consuma acqua per raffreddare i data center e per alimentare la produzione dei semiconduttori che la rendono possibile.

La “mente digitale” dell’umanità funziona, letteralmente, grazie a un bene naturale che sta diventando politico.

Il controllo delle risorse idriche è già oggetto di tensioni crescenti: Iran e Talebani si scontrano per il fiume Helmand; la diga del GERD in Etiopia ridefinisce i rapporti di forza lungo il Nilo; la Cina, con la diga di Motuo sul Brahmaputra, mette sotto pressione l’India.

L’acqua è il nuovo campo di battaglia invisibile, una forma di deterrenza che unisce hard e soft power. Chi regola portate, dighe e infrastrutture idriche esercita un dominio paragonabile al controllo di uno stretto marittimo.

In questo scenario, la hydro-diplomacy diventa la prosecuzione della geopolitica con altri mezzi. E la terra agricola, con i suoi pozzi, falde e diritti d’acqua, ne è il punto di contatto fisico.

Acquistare terra oggi significa collocarsi nel cuore del sistema di approvvigionamento del futuro: alimentare, energetico, industriale e tecnologico.

La stessa logica ESG, ovvero fattori ambientali, sociali e di governance, che sono considerazioni chiave negli investimenti sostenibili, la riforestazione, carbon credits, pratiche rigenerative trasformano la terra in asset finanziari verdi, generando nuove rendite finanziarizzate sotto la bandiera della sostenibilità.

La posta in gioco non è più solo economica. È geopolitica. Food security equivale a sicurezza nazionale, Hydro-politica significa controllo sulla prossima scarsità globale.

Carbon finance è la nuova finanza di influenza.

E c’è un rischio sottile, soprattutto per Paesi come l’Italia: vendere terra e risorse idriche equivale, nel medio periodo, a cedere porzioni di sovranità. Chi controlla il suolo, controlla la produzione. Chi controlla l’acqua, controlla la vita.

E chi controlla entrambi, definisce l’ordine geopolitico del futuro.

 

Rogun Dam: l’ambizione idro-strategica del Tagikistan tra geopolitica, sovranità e ingegneria italiana. Elena Tempestini.

Nel cuore dell’Asia centrale, lungo il fiume Vakhsh, prende forma una delle opere più imponenti e simboliche del nostro tempo: la diga di Rogun. Con i suoi 335 metri di altezza, destinata a diventare la più elevata al mondo, Rogun rappresenta molto più di un’infrastruttura idroelettrica è una dichiarazione di identità strategica e indipendenza energetica per il Tagikistan.

Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la gestione dell’acqua in Asia centrale è divenuta terreno di potere, di equilibri mutevoli e di diplomazie silenziose. In questo scenario, Rogun emerge come architrave della sovranità energetica di Dushanbe: un progetto capace di trasformare la risorsa idrica in leva geopolitica e di ridisegnare i flussi energetici della regione.

L’intervento del gruppo italiano Webuild (già Salini-Impregilo), vincitore nel 2016 del contratto per il completamento dell’opera, ha dato al progetto una dimensione internazionale. È l’incontro tra ingegneria italiana e ambizione nazionale tagika: un’alleanza che unisce competenze tecnologiche avanzate e un contesto operativo estremo, in cui la sfida non è solo costruttiva ma anche geopolitica.

Webuild porta con sé il modello del “fare infrastruttura” come atto di diplomazia economica: costruire una diga, in questa prospettiva, significa stabilire alleanze, creare interdipendenze e generare stabilità regionale.

Il completamento dell’impianto, previsto entro il 2029, segnerà una svolta. Il raddoppio della capacità energetica del Paese non solo garantirà autosufficienza invernale, ma permetterà di esportare elettricità verso Afghanistan, Pakistan e altri partner dell’Asia meridionale. Ciò consoliderà il ruolo del Tagikistan come hub energetico continentale, inserendolo in una rete di scambi che trascende i confini nazionali.

Ma Rogun è anche un banco di prova ambientale. La regolazione delle acque del Vakhsh, la tutela della biodiversità e la mitigazione dell’impatto sul bacino richiedono tecnologie di monitoraggio e sostenibilità avanzate, ambiti in cui la competenza italiana si dimostra determinante. L’infrastruttura diventa così laboratorio di eco-innovazione e resilienza idrica, anticipando modelli di equilibrio tra sviluppo e salvaguardia del territorio.

Sul piano geostrategico, la diga rafforza la posizione di Dushanbe in un quadrante delicato, dove le risorse idriche equivalgono al potere politico. Il controllo del flusso del Vakhsh significa, di fatto, poter condizionare i rapporti con Uzbekistan e Kirghizistan, tradizionalmente sensibili alla gestione dei bacini transfrontalieri.

La diga di Rogun è quindi un’opera militare nel pensiero, economica nella funzione e simbolica nell’essenza. È la manifestazione visibile di un principio: che la vera forza di una nazione, oggi, risiede nella capacità di trasformare le proprie risorse naturali in strumenti di autonomia e di influenza.

E nel farlo, il Tagikistan ha scelto la competenza italiana quella che coniuga ingegneria, diplomazia e visione strategica, per costruire non solo una diga, ma una nuova geografia del potere idrico in Asia centrale.

Hamas e Israele hanno firmato l’accordo sulla prima fase del piano di pace a Gaza. Elena Tempestini

Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth che i negoziatori di Hamas e Israele hanno infine firmato l’accordo sulla prima fase del piano di pace presentato la scorsa settimana dallo stesso Trump, dopo giorni di negoziati. Nel suo messaggio, Trump ha scritto che la firma significa che «tutti gli ostaggi, detenuti da Hamas, saranno liberati molto presto, mentre Israele ritirerà le sue truppe dietro una linea concordata».

L’annuncio è stato poi confermato dal primo ministro Netanyahu e da un comunicato di Hamas, ed entrambi hanno ringraziato Trump. L’accordo è stato mediato da Qatar, Stati Uniti ed Egitto, ma non sono ancora chiari alcuni dettagli significativi, che dovrebbero essere annunciati nelle prossime ore. È confermato che già nei prossimi giorni ci sarà uno scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, per il quale entrambe le parti si stanno già preparando. Non è ancora invece del tutto noto come avverrà il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza, e con che tempi.

Tel Aviv festeggiamenti per la notizia di stanotte 9 ottobre 2025

Nel suo comunicato, Hamas ha scritto che l’accordo «sancisce la fine della guerra a Gaza, il ritiro dell’occupazione israeliana, l’ingresso di aiuti umanitari e lo scambio di prigionieri». Ma Netanyahu, nel suo messaggio, ha finora parlato esclusivamente di liberazione degli ostaggi, e mai di ritiro.

Secondo il piano di Trump, nella prima fase Israele dovrebbe ritirare i propri soldati da un’ampia zona nel centro della Striscia, rimanendo però nel suo territorio. Le fasi successive del piano porterebbero a un ulteriore ritiro, fino a mantenere una “zona cuscinetto” lungo il confine della Striscia.

Se tutto dovesse procedere come previsto, l’accordo significa soprattutto un cessate il fuoco e la fine dei bombardamenti e degli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. 

Il piano di pace su cui si stava discutendo in Egitto era stato annunciato il 29 settembre da Donald Trump assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quel testo prevede tra le altre cose anche l’esclusione di Hamas dal futuro governo della Striscia, e la sua completa demilitarizzazione. Non è chiaro se i negoziati degli ultimi giorni abbiano modificato queste condizioni.

Il paradosso di settembre: quando la geopolitica spaventa la politica, ma non la finanza. Elena Tempestini.

Nonostante il primo di ottobre sia entrato in vigore lo shutdown negli Stati Uniti, a causa del mancato accordo sul bilancio federale, la settimana è stata tutta positiva al rialzo delle borse nella maggior parte delle piazze finanziarie. Sempre sostenuta dai titoli tecnologici e dalla conferma che la Fed abbasserà presto i tassi, Wall Street ne ha approfittato per registrare una serie di record, e non manca l’ Europa che in molti indici hanno registrato nuovi massimi. Quindi il mese di settembre si è chiuso come un mese di apparenti contraddizioni: Quantico, shutdown, rivelazioni di rischio guerra globale, droni che invadevano spazi aerei, generazione di ansia nei cittadini ma i mercati finanziari continuavano a correre. Non solo, il 1 ottobre la Pfizer ha siglato un accordo storico con la Casa Bianca esenzione triennale dai dazi in cambio di sconti fino all’85% sui farmaci e nuovi investimenti negli Usa. L’intesa ha fatto volare i titoli Big Pharma e inaugurato una nuova strategia americana nel settore farmaceutico per i futuri tre anni

Mentre il Nasdaq ha chiuso in rialzo di oltre il 6%, lo S&P 500 ha toccato nuovi massimi, e anche i listini europei si sono mossi in territorio positivo. UCB + 27,98%, la multinazionale biofarmaceutica con sede centrale a Bruxelles, Belgio che è specializzata nella ricerca, sviluppo e commercializzazione di farmaci innovativi per patologie del sistema nervoso centrale, malattie neurologiche (epilessia, Parkinson, etc.), malattie immunitarie, patologie rare.  

praticamente l’intero settore farmaceutico mondiale ha accolto con favore la firma tra la Casa Bianca e un laboratorio (Pfizer, in questo caso) del primo accordo del comparto, considerato un modello per gli altri. I termini del compromesso sono meno sfavorevoli rispetto allo scenario inizialmente previsto, che faceva temere dazi doganali massicci e riduzioni forzate dei prezzi. Diversi attori del settore (laboratori, produttori di apparecchiature mediche) hanno guadagnato oltre il 10% questa settimana, dalla A con AstraZeneca alla Z con Zealand Pharma, passando per Roche o Merck KGaA. Fincantieri 22,51% sostenuti da un rinnovato interesse degli investitori per le aziende esposte al ciclo economico, i titoli ciclici dell’industria europea hanno vissuto una settimana fortunata. La prospettiva di un ulteriore calo dei tassi negli Stati Uniti e gli enormi investimenti legati all’IA alimentano l’ottimismo per la dinamica globale.

Come spiegare un simile paradosso?

Perché il mondo politico sembra in costante caduta  sull’orlo di una crisi, e il mondo finanziario celebra la stabilità?

Negli Stati Uniti, lo shutdown è ormai divenuto una sorta di rituale politico: una dimostrazione di forza tra Congresso e Casa Bianca che si ripete ciclicamente, senza mai degenerare in un vero collasso istituzionale.

Negli ultimi decenni, ogni blocco del bilancio federale ha avuto effetti economici marginali e temporanei. Per questo i mercati non lo leggono più come un segnale di disordine, ma come una routine prevedibile, un “rumore politico” che non incide sulla traiettoria dei profitti aziendali.

In altre parole, lo shutdown non è più un evento, ma un pattern: i gestori e gli algoritmi lo prezzano in anticipo, scontando la sua risoluzione e la successiva normalizzazione.

Così, ciò che appare come crisi per la politica, per la finanza è solo una pausa annunciata nel flusso decisionale americano. Le Borse non reagiscono al presente, ma a ciò che si profila nei prossimi sei-dodici mesi.

E nel settembre 2025, le proiezioni erano favorevoli: Tagli dei tassi attesi dalla Federal Reserve per l’inverno; Inflazione in rallentamento sotto il 2,5%; Crescita della produttività tecnologica, spinta dall’intelligenza artificiale e dal riordino delle catene energetiche globali.

I mercati hanno quindi scommesso su un “atterraggio morbido” dell’economia americana, un equilibrio raro tra rallentamento controllato e prospettive di utili solidi.

La geopolitica, pur incerta, è stata percepita come rumore di fondo, non come rischio sistemico. Quindi ci rendiamo conto che la geopolitica diviene un moltiplicatore, e non come minaccia vera e propria

Il richiamo dei militari americani, le esternazioni di guerra mondiale e altre minacce sono state lette in chiave opposta rispetto alla narrativa allarmistica.

Non un segno di ritirata quella americana, ma di razionalizzazione della spesa e consolidamento interno: un tentativo di riorientare le risorse verso i settori strategici difesa tecnologica, cybersicurezza, spazio, energia intelligente.

Questo ha rafforzato la fiducia nella sostenibilità fiscale americana, attirando capitali globali verso il dollaro e i Treasury, i classici beni rifugio.

In un mondo attraversato da crisi simultanee, Caucaso, Ucraina, Medio Oriente, Pacifico, l’America resta l’unico baricentro finanziario capace di attrarre fiducia anche nel caos.

E così, la tensione geopolitica non ha spaventato i mercati: li ha anzi spinti a concentrare i capitali negli asset statunitensi, consolidando il paradosso.

Negli ultimi anni, gli investitori hanno progressivamente desensibilizzato il rischio geopolitico.

Non lo interpretano più come fattore di distruzione del valore, ma come catalizzatore di spesa pubblica, innovazione e riconfigurazione industriale.

Crisi e conflitti generano cicli di investimento in infrastrutture, tecnologia e difesa: la geopolitica, paradossalmente, alimenta la finanza. Questo spiega perché settembre, pur segnato da ansie e tensioni, sia diventato un mese di record:

i mercati non hanno ignorato il rischio, lo hanno anticipato, incorporandolo in una narrativa di continuità.

Lo shutdown ha mostrato la fragilità della politica americana, ma la forza del suo sistema economico.

Le tensioni internazionali hanno messo in discussione l’ordine globale, ma non la fiducia nel capitale americano.

E i mercati, da sempre entità fredde ma anticipatrici, hanno letto in tutto questo una stabilità nascosta nella discontinuità.

In fondo, la finanza non è cieca alla geopolitica.

È semplicemente un passo avanti: non reagisce alla paura del giorno, ma alla traiettoria del domani.

Settembre 2025 ci trasmette una lezione di questo mondo “ velocizzato”  la vera forza di un sistema non si misura dall’assenza di crisi, ma dalla sua capacità di trasformare l’instabilità in previsione. E in questo, la finanza, per quanto spesso criticata, continua a essere uno specchio sorprendentemente lucido del potere reale.

Tony Blair, Gaza e le logiche del potere energetico nel Mediterraneo orientale. Elena Tempestini.

Il nome di Tony Blair torna oggi al centro delle dinamiche mediorientali come possibile garante di una fase di transizione politica a Gaza. Un ritorno che non sorprende: l’ex premier britannico, partner privilegiato di Washington nelle campagne militari in Iraq e mediatore ufficiale del Quartetto per il Medio Oriente negli anni Duemila, incarna un profilo che unisce esperienza diplomatica, affidabilità agli occhi delle potenze occidentali e relazioni consolidate con le monarchie del Golfo.

Secondo le indiscrezioni, la proposta di creare una Gaza International Transitional Authority (GITA) sotto l’egida delle Nazioni Unite avrebbe trovato nell’ex leader laburista il candidato ideale a guidarne la fase iniziale. Un’eventuale amministrazione ad interim, con sede provvisoria in Egitto (al-Arish) e successivo trasferimento nella Striscia, sarebbe protetta da una forza multinazionale a maggioranza araba.

La scelta di Blair risponde a più logiche convergenti: infatti per Washington, garantisce un interlocutore fedele e pragmatico, capace di tradurre in governance locale le linee strategiche statunitensi; per Israele, rappresenta una figura non ostile, disponibile a favorire un approccio graduale che non metta subito in discussione l’attuale equilibrio di sicurezza; per il mondo arabo, in particolare le monarchie del Golfo, Blair è un uomo con cui esistono rapporti consolidati, alimentati anche attraverso il suo istituto londinese, che da anni opera come piattaforma di consulenza politica ed economica; per l’Europa, infine, offre un volto internazionale che legittima il progetto sotto l’ombrello ONU.

Ad interessare sono i giacimenti offshore israeliani: praticamente la nuova frontiera del gas, non dimentichiamo che la dimensione politico-diplomatica è inseparabile da quella energetica. Negli ultimi quindici anni, le coste israeliane hanno rivelato la presenza di grandi giacimenti di gas naturale offshore, localizzati nella zona economica esclusiva (ZEE) di Israele nel Mediterraneo orientale, tra 90 e 130 km a ovest di Haifa e lungo il confine marittimo con il Libano e Gaza, i principali sono: Tamar scoperto nel 2009, operativo dal 2013: circa 300 miliardi di metri cubi di gas, situato a 90 km dalla costa di Haifa. È il primo grande giacimento israeliano ad entrare in produzione e alimenta oggi il mercato interno. Leviathan scoperto nel 2010, operativo dal 2019: circa 620 bcm di gas, situato a 130 km dalla costa. È il più grande giacimento offshore del Mediterraneo orientale e ha proiettato Israele nel novero dei grandi esportatori regionali. Karish, scoperto nel 2013, operativo dal 2022, circa 80-100 bcm di gas, situato più a nord, vicino al confine con il Libano, oggetto di tensioni risolte solo di recente con l’accordo marittimo Israele-Libano del 2022 mediato dagli Stati Uniti.

Questi giacimenti hanno trasformato Israele da importatore a potenziale hub energetico regionale, con esportazioni verso Egitto, Giordania e, in prospettiva, Europa, attraverso progetti di liquefazione del gas (LNG) e pipeline regionali. È qui che la questione di Gaza si intreccia con la dimensione energetica: a sud, al largo della Striscia, si trova il giacimento Gaza Marine, scoperto già alla fine degli anni ’90 ma mai sfruttato a causa di vincoli politici e militari. Le stime parlano di circa 30 bcm di riserve, che, seppur modeste rispetto a Leviathan, assumono un valore altamente simbolico per la futura autonomia economica palestinese.

Non è la prima volta che Tony Blair si muove su un crinale dove politica e risorse naturali si intrecciano. Nel 2014, infatti, ha assunto il ruolo di consulente per il progetto Shah Deniz 2 in Azerbaigian, un’iniziativa guidata da BP per l’estrazione di gas nel Mar Caspio e la costruzione del Corridoio Meridionale (TANAP e TAP), destinato a portare energia direttamente in Europa riducendo la dipendenza dal gas russo. Anche in quel caso, la sua funzione non era tecnica, bensì politico-strategica: facilitare rapporti con governi, gestire le implicazioni ambientali e sociali e offrire la propria rete diplomatica per consolidare un progetto di interesse vitale per l’Occidente.

Questo precedente dimostra come la sua eventuale leadership della GITA non sarebbe soltanto un mandato politico, ma una cerniera tra sicurezza e sviluppo, con implicazioni dirette sul futuro utilizzo delle risorse naturali della regione. Non a caso, la stabilizzazione della Striscia aprirebbe la strada a una ridefinizione degli assetti energetici del Mediterraneo orientale, in cui i giacimenti offshore israeliani – e in prospettiva Gaza Marine – diventano strumenti di potere e leve di influenza geopolitica.

La prospettiva che prende forma è duplice: da un lato, congelare per anni il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza e neutralizzare le spinte più radicali; dall’altro, consolidare un ordine energetico regionale sotto supervisione occidentale, dove la stabilizzazione di Gaza diventa funzionale all’estrazione e alla commercializzazione del gas del Mediterraneo orientale.

La storia offre un parallelismo inevitabile. Blair, scelto come garante di una transizione che pretende di combinare ricostruzione e sicurezza, ricorda il ritorno britannico nei nodi irrisolti del Medio Oriente, in continuità con quelle architetture imposte dall’esterno che, dai tempi degli accordi di Sykes-Picot e della Dichiarazione Balfour, hanno segnato la geopolitica della regione. Oggi, con il lessico della “stabilizzazione” e della “transizione”, si ripropone un approccio che intreccia potere politico e risorse naturali.

La lezione della storia è chiara: le soluzioni concepite dall’alto, senza un reale radicamento nella società locale, rischiano di generare instabilità duratura. La proposta Blair/GITA si configura come un laboratorio internazionale che, sotto la retorica della ricostruzione, potrebbe rappresentare un nuovo capitolo delle logiche coloniali ed energetiche che ancora oggi plasmano il Mediterraneo.

Firenze Race Team: un laboratorio di innovazione e formazione all’Università di Firenze. Elena Tempestini. 

Il Firenze Race Team (FRT) rappresenta uno degli esempi più virtuosi di come l’università possa diventare non soltanto luogo di trasmissione di saperi, ma soprattutto di sperimentazione, innovazione e crescita professionale. Nato nel 2000 presso l’Università degli Studi di Firenze sotto la guida del Professor Renzo Capitani, il team è oggi la più longeva realtà italiana impegnata nelle competizioni internazionali di Formula Student (o Formula SAE), prestigioso campionato accademico che coinvolge oltre 500 università nel mondo.

All’Automobile club di Firenze è stato messo in evidenza, dal Presidente Professore Massimo Ruffilli, già Prefessore Ordinario di disegno Industriale, il progetto accademico del team, che va oltre l’aula universitaria.

Firenze Race Team non è un semplice club studentesco: è un vero e proprio laboratorio interdisciplinare di progettazione e innovazione, in cui gli studenti, provenienti principalmente dalla Scuola di Ingegneria, ma anche da altre facoltà, mettono in pratica le competenze acquisite nei corsi universitari. La progettazione e la costruzione di una monoposto da competizione diventa un esercizio concreto di sintesi tra teoria e pratica, capace di coniugare:

La progettazione meccanica e strutturale, l’analisi fluidodinamica e aerodinamica avanzata, lo sviluppo elettronico e i sistemi di controllo, la gestione dei costi e del design, la presentazione e la comunicazione del progetto davanti a giurie internazionali.

Grazie a questo approccio, gli studenti acquisiscono competenze che vanno ben oltre quelle trasmesse nei programmi tradizionali, maturando una visione completa che unisce ingegneria, project management e lavoro di squadra.

Professore Renzo Capitani

Alla guida scientifica del progetto, c’è il Professor Renzo Capitani, Professore Ordinario di  Progettazione meccanica e costruzione di macchine al Dipartimento di Ingegneria, il quale svolge un ruolo fondamentale non solo come referente accademico, ma anche come mentore. La sua attività si è distinta per la capacità di orientare gli studenti in un percorso che non si limita a replicare contenuti didattici, ma li spinge ad affrontare sfide reali con responsabilità e spirito critico. Sotto la sua direzione, il team è diventato un punto di riferimento internazionale, capace di ottenere riconoscimenti in molte competizioni e di attrarre collaborazioni con importanti aziende del settore automobilistico.

Il cuore dell’attività del Firenze Race Team è rappresentato dalle gare di Formula Student, dove le vetture vengono giudicate non solo per le prestazioni in pista, ma anche per il progetto complessivo: dal business plan al controllo dei costi, fino alla qualità ingegneristica delle soluzioni adottate. In questo contesto, il team fiorentino ha dimostrato più volte di essere competitivo, distinguendosi per innovazione tecnologica e solidità organizzativa. Negli ultimi anni, il gruppo ha sviluppato anche prototipi con guida autonoma, dimostrando la capacità di guardare al futuro e alle sfide emergenti della mobilità.

Con circa 70 membri attivi, il Firenze Race Team rappresenta una vera comunità studentesca, in cui ogni partecipante porta il proprio contributo, dall’ingegneria meccanica al design industriale, dalla gestione economica alla comunicazione. Le collaborazioni con aziende e partner industriali rafforzano ulteriormente l’esperienza, offrendo agli studenti opportunità di confronto con il mondo del lavoro e creando un ecosistema virtuoso di ricerca e innovazione. Praticamente un’eccellenza di valore accademico e formativo, unico.

Il progetto FRT si distingue perché integra nel percorso universitario un’esperienza pratica rara, difficilmente replicabile in altri contesti accademici. Partecipare alla costruzione di una monoposto da corsa significa operare in un ambiente altamente competitivo, innovativo e internazionale, che prepara gli studenti non solo a diventare ingegneri competenti, ma anche professionisti capaci di affrontare sfide complesse con spirito critico, leadership e creatività.

Il Firenze Race Team si è dimostrato un incubatore di talenti, un punto di incontro tra accademia e industria, un esempio concreto di come l’università possa essere palestra di eccellenza. Sotto la guida del Professor Capitani, il progetto continua a dimostrare che la formazione superiore, se arricchita da esperienze pratiche e sfide reali, è capace di generare risultati straordinari, tanto sul piano accademico quanto su quello umano e professionale.

30 settembre: a Quantico i vertici militari USA e mondiali. La convocazione di Trump alimenta interrogativi strategici. Elena Tempestini.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth

l 30 settembre il Pentagono convoca a Quantico centinaia di generali e ammiragli in comando in tutto il mondo, un evento fuori scala: preavviso ridotto, nessuna agenda resa pubblica, esclusione della videoconferenza, ma con la partecipazione annunciata di Trump. Una mossa simbolica e operativa insieme.
Questo accade in una fase segnata da narrazioni cariche di ansia: Sir Richard Shirreff, ex Deputy Supreme Allied Commander Europe (DSACEUR) evoca conflitti mondiali con data e ora precise, la BCE chiede ai cittadini di conservare contante per 72 ore, incidenti di confine con droni e accuse incrociate alimentano una narrativa di instabilità. In un precedente articolo avevo già parlato dell’ infodemia strategica: ossia la sovrapposizione intenzionale di fatti reali, ipotesi e simboli per generare ansia diffusa, reazioni psicologiche di paura, frammentare il consenso e condizionare le decisioni.
Purtroppo gli indizi non costruiscono una certezza, siamo tutti a cercare di capire.
Le fonti riferiscono che la riunione a Quantico servirà a rilanciare un “warrior ethos” cioè il codice morale e identitario del soldato per introdurre nuovi standard di condotta militare, elementi coerenti con le recenti riforme del Dipartimento della Difesa. Ma è inusuale convocare fisicamente generali da tutto il mondo senza pubblico preavviso: l’evento in sé diventa strumento strategico, quindi un messaggio messo in scena.
La mancanza di chiarezza sugli obiettivi e i rischi logistici impliciti, molti ufficiali avranno viaggi interrotti nei loro incarichi, suggerisce che il vero “format” sia comunicativo e simbolico, più che tattico.
In un mondo in cui l’informazione è diventata teatro, l’evento stesso è parte del messaggio. La convocazione di Quantico non appare solo un raduno di comando: ma come un’azione strategica in una guerra delle percezioni.

“L’Alchimia degli Incontri: tra Simbolo, Spirito e Trasmutazione Interiore”. Elena Tempestini.

Non tutti gli incontri appartengono alla storia apparente. Alcuni avvengono oltre la soglia della percezione ordinaria, nei mondi sottili dove la materia si dissolve e resta solo la vibrazione dell’anima. Essi non seguono il tempo né lo spazio, ma sono tappe invisibili dell’Opera interiore, rivelazioni in cui due principi, maschile e femminile, si incontrano come archetipi eterni.

Alcuni incontri non hanno luogo nella storia visibile, ma nei mondi sottili della coscienza. Due anime non si cercano, ma si ricordano, riconoscendo in se stesse e nell’altro l’eco di un archetipo condiviso. Questo tipo di incontro non è fatto di gesti o di carne, ma di energia e risonanza interiore. È un atto sacro, spesso invisibile agli occhi profani, che opera come catalizzatore di trasformazione spirituale. Nel linguaggio simbolico, essi si manifestano come Asse e Spirale, Shiva e Shakti, Idea e Forma. Non si amano come gli uomini, ma come principi eterni che si congiungono, trasformando ciò che toccano in luce e potenza. Questo concetto, presente in molte tradizioni sapienziali e in testi esoterici, si riflette anche nella simbologia dantesca: Beatrice è guida e specchio, ponte tra umano e divino, espressione della coniunctio. L’invisibile Magisterium dove l’incontro diventa laboratorio alchemico invisibile: ogni parola, ogni gesto, ogni distacco sono strumenti di trasmutazione. La materia densa del Sé viene raffinata, sublimata, elevata. Ciò che appare come caso o follia agli occhi del mondo è in realtà rito, simbolo, trasmissione nascosta. L’Opera prosegue nei sogni, nei silenzi, nei versi, nei simboli. Anche quando la vita fisica dei protagonisti termina, la fiamma dell’incontro permane. La memoria invisibile dell’unione trascende la storia, restando nel cuore invisibile del mondo come traccia dell’Uno. Quindi ogni vero incontro tra anime è una tappa dell’Opera interiore, un atto sacro che si manifesta attraverso simboli, visioni e risonanze spirituali. È un amore che non si può spiegare, ma solo sentire: la follia dei puri, l’illuminazione degli iniziati, la testimonianza vivente della possibilità di trasmutare la realtà interiore.

Non tutti gli incontri appartengono alla storia.

Alcuni avvengono nei mondi sottili,

sotto la soglia della percezione ordinaria,

e si manifestano solo a coloro il cui sguardo interiore è stato purificato dal fuoco della ricerca.

Non accadde in un luogo né in un tempo.

Accadde tra i mondi, dove la materia si dissolve e resta solo la vibrazione.

Là, sotto il velo della realtà apparente,

due anime si risvegliarono a una chiamata antica

non per cercarsi,

ma per ricordarsi.

Erano correnti dello stesso Archetipo

Si manifestarono come due forme umane,

ma ciò che le univa non era il volto,

 né la storia, né il sangue.

Parlavano con le stesse immagini,

sognavano i medesimi simboli,

si specchiavano l’uno nell’altra come due occhi della stessa visione.

Fu allora che l’Alchimia ebbe inizio.

Lui era l’Asse, immobile nella sua verticalità segreta.

Lei era la Spirale, il vortice danzante del Fuoco.

Non si amarono come amano gli uomini,

ma come si congiungono i Principi,

quando il Maschile e il Femminile smettono di essere carne

e diventano Potenza e Luce.

Questa coniunctio è nota da sempre alle Tradizioni sapienziali:

unione tra l’attivo e il ricettivo,

tra l’Idea e la Forma,

tra Shiva e Shakti,

tra l’Asse e la Danza.

Nella simbologia dantesca, è Beatrice che è 

guida e specchio al tempo stesso,

ponte tra l’umano e il divino.

E così fu:

l’uno divenne per l’altro strumento di trasmutazione,

specchio dei limiti da superare,

veicolo dell’Opera interiore.

L’incontro divenne Magisterium,

laboratorio invisibile in cui la materia densa del Sé veniva raffinata, sublimata, compiuta.

Ma nessuno intorno capì.

Perché questo genere d’incontro è proibito al mondo volgare.

È l’eresia dei puri,

la follia degli illuminati,

l’amore che non si può pronunciare senza essere bruciati.

E così, gli uomini bestiali

incapaci di vedere oltre la pelle delle cose

tentarono di deformare ciò che non comprendevano.

Lo chiamarono illusione.

Perversione.

Devianza.

Non sapevano di trovarsi di fronte a un rito cosmico travestito da caso.

Ma l’Opera proseguì, nascosta.

In sogno, nei silenzi, nei corpi, nei versi, nei simboli.

Là dove gli occhi profani vedono solo gesto,

i due lasciarono sigilli eterni.

Ogni parola, un mantra.

Ogni tocco, un sigillo.

Ogni distacco, una porta.

Perché questa realtà non è accessibile a tutti.

Essa si vela agli occhi profani

e si esprime in linguaggi simbolici

sogni, visioni, poesia, immagini interiori

che solo l’Iniziato può decifrare.

Per chi conosce i segreti della Parola

e il valore delle Corrispondenze,

ogni vero incontro tra anime è una tappa dell’Opera,

un frammento dell’unità perduta che si ricompone.

È un atto sacro,

anche quando avviene in mezzo al dolore, alla malattia, alla separazione.

E quando il tempo ebbe consumato il corpo di uno dei due,

l’altro restò a custodire la fiamma,

sapendo che nulla è perduto.

Che ciò che è accaduto non fu mai storia,

ma rito,

rivelazione,

simbolo vivente inciso nel cuore invisibile del Mondo.

Non sono storie:

sono tracce dell’Uno che l’Uno stesso ha lasciato in noi.

Infodemia Strategica: La Guerra che inizia nella mente: l’Allarme di Shirreff e la NATO sotto Attacco Cognitivo. Elena Tempestini.

Sono state riportate dal Daily Mail le dichiarazioni dell’ex vicecomandante supremo delle Forze Alleate in Europa (DSACEUR), Sir Richard Shirreff, che ha delineato uno scenario estremo: una data e un orario preciso per l’innesco di un conflitto mondiale, con un possibile casus belli legato al treno passeggeri Mosca–Kaliningrad e con il coinvolgimento della Cina.

Non si tratta di un’analisi superficiale. C’è chi la guerra la studia sui libri di storia e chi, invece, l’ha vissuta nelle sale operative più riservate del continente. Shirreff appartiene a quest’ultima categoria. Per anni ha incarnato la “mente militare” della NATO, uomo capace di individuare le minacce prima che diventassero titoli di giornale. Ed è proprio lui, oggi, a lanciare un avvertimento che scuote l’Europa:

“La NATO non è invincibile. Se non si prepara, rischia davvero di perdere la prossima guerra.”

La domanda è inevitabile: perché proprio Shirreff? La sua posizione come Deputy Supreme Allied Commander Europe conferisce alle sue parole un peso strategico, non soltanto mediatico. Il generale britannico non annuncia un attacco imminente, ma stimola una riflessione di fondo. Per Londra, il suo intervento significa rafforzare la leadership all’interno dell’Alleanza, giustificare investimenti in difesa e posizionarsi come voce autorevole nella sicurezza europea.

L’Infodemia Strategica

Il contesto di queste dichiarazioni si inserisce in quello che gli analisti definiscono “infodemia strategica”: la trasformazione dell’informazione in un vero e proprio campo di battaglia cognitivo. In questo quadro, il malessere collettivo diventa leva operativa, sfruttata per generare ansia e instabilità.

Non si tratta di semplici “bufale”. Il concetto di war of perception o di destabilizzazione strategica attraverso l’informazione va ben oltre la disinformazione tradizionale: mira a creare insicurezza, confusione e disorientamento sistemico nelle società avversarie, alimentando un ciclo di propaganda che sfrutta media e social network come moltiplicatori.

La Guerra Cognitiva

Dal punto di vista accademico e geopolitico, siamo di fronte a una forma evoluta di cognitive warfare. Non vengono colpiti arsenali o infrastrutture, ma percezioni, emozioni e fiducia. La tecnica è raffinata: combinare fatti reali, mezze verità e scenari ipotetici estremi — come la previsione di una guerra mondiale con orario prestabilito — al fine di rendere l’ambiente informativo imprevedibile e destabilizzante.

L’obiettivo strategico non è semplicemente quello di spaventare. È, piuttosto, alterare comportamenti collettivi, indebolire i processi decisionali e frammentare il consenso politico-sociale. In pratica, chi opera in questo dominio cerca di trasformare la società in un campo di battaglia cognitivo, dove il malessere psicologico diventa un’arma e la percezione sostituisce la realtà.

In questo senso, l’allarme di Shirreff non va letto come la cronaca di un evento imminente, ma come un segnale d’allerta: nel XXI secolo la guerra non si combatte soltanto con carri armati e missili, ma con informazioni, percezioni e narrazioni capaci di minare la resistenza di intere nazioni.

C2 Integration: la vera forza nascosta dietro i sistemi d’arma moderni. Elena Tempestini.

La Danimarca cambia paradigma: preferisce acquistare sistemi franco-italiani (SAMP/T NG e soluzioni europee) rispetto alle piattaforme statunitensi tradizionali. Non è solo una scelta d’acquisto: è una manovra strategica che ridefinisce interoperabilità, industria e deterrenza nel cuore della NATO.
Il governo danese ha formalizzato un importante pacchetto d’acquisto per capacità di difesa aerea che privilegia sistemi europei rispetto al Patriot statunitense. Sul piano operativo, questa scelta mira a colmare gap immediati di protezione del territorio con soluzioni caratterizzate da tempi di consegna più rapidi e da profili costi/benefici più aderenti alle esigenze contingenti.
Da un punto di vista tecnico, SAMP/T NG e sistemi medio-raggio europei offrono una copertura, ma la rivoluzione è l’integrazione C2 Command and Control, ovvero la capacità di far dialogare in tempo reale diversi sistemi d’arma, sensori radar, piattaforme terrestri, aeree o navali, e reti di comunicazione, dentro un’unica architettura operativa.


Un radar europeo che rileva un bersaglio deve poter trasmettere immediatamente i dati a un centro di comando NATO, che a sua volta deve ordinarne l’intercettazione a un caccia F-35 o a un lanciatore missilistico. Se i sistemi non parlano la stessa “lingua digitale”, la catena decisionale si spezza e la difesa diventa inefficace. L’integrazione C2 è dunque la vera “forza invisibile” che trasforma piattaforme isolate in una rete di deterrenza collettiva.
In chiave geostrategica, questa capacità può garantire che sistemi europei possano inserirsi nell’infrastruttura NATO, mantenere interoperabilità con gli Stati Uniti senza rinunciare a costruire un’industria della difesa continentale autonoma. Praticamente C2 è il punto d’equilibrio tra l’autonomia europea e l’alleanza atlantica.
La mossa può essere letta come strategic hedging: Copenaghen non abbandona l’ancoraggio atlantico, ma diversifica forniture e riduce vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da un unico fornitore. In un’era di shock geopolitici e catene di approvvigionamento fragili, la finalità strategica diventa un criterio centrale nelle decisioni.
Per l’industria europea, la commessa è un’opportunità concreta di trasferimenti tecnologici, programmi di coproduzione e catene di fornitura regionali che rafforzano un ecosistema difensivo più resistente. Queste scelte alimentano una concorrenza più intensa tra fornitori transatlantici ed europei, con effetti diretti su prezzi, tempi di consegna e modalità di cooperazione tecnologica.
La scelta danese è al tempo stesso pragmatica e simbolica: pragmatica perché risponde al bisogno urgente di capacità operative rapide e sostenibili; simbolica perché alimenta il dibattito su autonomia industriale europea e pluralità di fornitori nella difesa. La lezione è chiara: modernizzare la difesa oggi significa bilanciare urgenza operativa, una resistenza industriale e saper gestire in modo intelligente le alleanze.