Nicola Cabibbo e la “fisica italiana delle alte energie”. Di Elena Tempestini


Nicola Cabibbo era nato a Roma nel 1935, laureato in fisica, discusse una tesi sulle interazioni deboli, il meccanismo dei decadimenti radioattivi degli atomi, nel 1958 con Bruno Touschek, un fisico teorico austriaco trapiantato nella capitale. Dopo la laurea, Cabibbo fu chiamato a lavorare a Frascati ai Laboratori Nazionali di Fisica insieme a Touschek. Lavorarono alla realizzazione di Adone, un’evoluzione a grande scala dell’acceleratore Ada, il primo acceleratore di particelle, un prototipo della “fisica italiana delle alte energie”. Insieme al fisico Raoul Gatto, stila un elenco dettagliato di tutti i processi che possono prevedibilmente nascere dall’urto ad alta energia fra elettroni e positroni. Questo lavoro a Frascati era noto come «la Bibbia».
Cabibbo a ventotto anni, parte per gli Stati Uniti. Ed è in America che nel 1963 scriverà e pubblicherà l’articolo scientifico più citato nella storia della “Phisical Review Letters”, la rivista accademica di fisica più prestigiosa al mondo. In quell’articolo introduce un nuovo parametro, che da allora in poi sarà chiamato “l’angolo di Cabibbo”. Il parametro consente di spiegare come un insieme di particelle diverse possa essere confinato in una sola particella. Ancora non si conoscevano i “quark”( particelle elementari fondamentali per costituire la materia) , ma Cabibbo già spiegava come tre di loro potessero, per esempio, ritrovarsi in un protone o in un neutrone. Spiegava, in altri termini, come possa esistere quella che noi chiamiamo la “materia ordinaria”.
Il “mescolamento” di quark spiegato in anticipo da Nicola Cabibbo è oggi alla base della cromodinamica quantistica e del Modello Standard delle Alte Energie. Ovvero di tutta la fisica delle particelle elementari. A illustrarne l’importanza, sempre con grande modestia, era lui stesso: “oggi esistono, diceva, venti parametri fondamentali con cui siamo in grado di spiegare la fisica delle particelle.”Otto di quei parametri hanno a che fare con il mescolamento e, dunque, con l’angolo di Cabibbo. Ciò spiega perché quell’articolo giovanile sia così citato dalla comunità dei fisici.

Cabibbo può essere considerato a buon diritto il “padre” della fisica del sapore, cioè di quel settore della fisica subnucleare che studia la dinamica dei diversi tipi di quark e leptoni. Particelle elementari fondamentali e indivisibili. All’interno dell’atomo, vi sono le particelle elementari e per cercare di comprenderle, andrebbero immaginate come dei puntini che disegnano e compongono la materia universale. Noi esseri umani non solo siamo composti di particelle, ma ne produciamo al nostro interno e ne siamo “bombardati” per tutto il giorno dall’esterno. Fin dai tempi della nascita dell’universo c’era una infinita’ di particelle, ma non qualsiasi, ma aventi precisamente la massa e la carica elettrica atte a consentire lo sviluppo della vita umana. I raggi cosmici, radiazione ad alta energia proveniente dallo spazio, sbattono costantemente contro la nostra atmosfera. Lì, essi collidono con altri nuclei producendo mesoni, molti dei quali decadono in particelle quali muoni e neutrini. Tutte queste particelle piovono sulla superficie terrestre e attraversano anche il nostro corpo a un tasso di circa 10 al secondo, aggiungendo circa 27 millirem alla “nostra” dose annuale. Queste particelle cosmiche possono talvolta perturbare la nostra genetica, causando leggere mutazioni, e potrebbero essere un fattore determinante del processo evolutivo. Oltre ad essere bombardati di fotoni, particelle di luce che determinano il modo in cui vediamo il mondo che ci circonda, il nostro Sole libera un’orda di particelle chiamate neutrini. I neutrini sono degli assidui visitatori del nostro corpo, praticamente hanno una velocità altissima, hanno un ritmo che sfiora i 100 trilioni al secondo. A parte quelli provenienti dal Sole, i neutrini vengono scaturiti anche da altre fonti, incluse le reazioni nucleari che si compiono in altre stelle e sul nostro pianeta.

Nicola Cabibbo con Makoto Kobayashi nel 2008.

Direi che comprendere cosa siano e come funzionino le particelle elementari sia molto affascinante, complesso sicuramente, ma è una realtà scientifica ormai consolidata nel Modello Standard da cercare di comprendere per conoscere meglio noi stessi. Il Modello standard è una teoria fisica che riassume tutte le attuali conoscenze nel campo delle particelle elementari e delle forze che ne regolano le interazioni fondamentali.
Tutte le interazioni osservate in natura possono spiegarsi mediante lo studio del comportamento di un certo numero di particelle elementari. Poiché la materia è composta dalle stesse particelle elementari, la base dello studio delle interazioni consiste nell’analisi delle leggi che regolano l’azione mutua tra le particelle elementari. Questa analisi può essere semplificata considerando che tutte le forze conosciute si possono ridurre a quattro tipi fondamentali i quali dovrebbero spiegare tutte le forze che si esercitano tra le diverse parti dell’Universo.

Compreso come siano state fondamentali per la scienza e per la conoscenza dell’universo e dell’essere vivente che ci vive, tutto questo non spiega come mai il fisico Nicola Cabibbo non abbia mai ricevuto il Nobel, sebbene nel 2008 il Nobel lo abbiamo ricevuto i ricercatori che insieme a Cabibbo vi hanno lavorato.


Nicola Cabibbo dopo il successo della pubblicazione, lavora e insegna tra gli Stati Uniti e l’Europa. Torna in Italia, a L’Aquila e poi alla Sapienza di Roma. La sua carriera ormai non è più solo quella del ricercatore, ma anche quella del manager della scienza. Viene chiamato, tra l’altro, a presiedere l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, INFN, ed è durante la sua presidenza che vengono inaugurati i Laboratori del Gran Sasso, i più grandi al mondo nel campo della fisica “sotterranea”, successivamente entra in l’ENEA, l’Ente Nazionale per la ricerca e lo sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative. I suoi interessi spaziano dalla fisica quantistica all’alta informatica; dall’insegnamento al lavoro ininterrotto con l’INFN. I riconoscimenti sono eccezionali: diventa membro, tra l’altro, dell’Accademia dei Lincei di Roma; della National Academy of Sciences degli Stati Uniti , solo altri tre italiani Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia e Giorgio Parisi ne fanno parte, e dal 1993 fino alla morte del 2010 è stato Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.
Nicola Cabibbo era, infatti, cattolico. Pensava che i frutti economici e sociali della scienza dovessero essere più equamente ripartiti. Non vedeva un contrasto tra la scienza e la fede, riconoscendone con grande lucidità i rispettivi ambiti. Proprio per questo non entrava mai nelle polemiche. Anche se, quando c’erano questioni dirimenti, non si tirava affatto indietro. È il caso del dibattito sulla teoria dell’evoluzione biologica di Darwin, messa in discussione di recente anche in autorevoli ambienti cattolici. Ebbene, sosteneva Cabibbo, non dimenticando affatto di essere Presidente della Pontificia Accademia delle Scienza, che non solo la teoria è compatibile con la religione cattolica, ma metterla in discussione è come credere ancora che il Sole ruoti intorno alla Terra.

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? ( delle parabole di Gesù, riportata dal Vangelo secondo Marco e dal Vangelo secondo Matteo.)

Che sapore ha un quark? Nella fisica particellare, questa domanda ha perfettamente senso. Siamo nel mondo dell’infinitamente piccolo: impossibile chiamare gli elementi ultimi della materia per nome, o anche solo trovare caratteristiche per distinguerli gli uni dagli altri. E così è entrata in gioco una nuova proprietà, detta appunto sapore: si tratta di un insieme di numeri quantici che distingue i due blocchi principali che costituiscono la materia, i quark e i leptoni. Il Quark è una particella elementare, costituente fondamentale della materia. I Quark sono sei, e sono anche le uniche particelle elementari del modello standard a prendere parte a tutte e quattro le interazioni fondamentali (elettromagnetica, gravitazionale, forte e debole) “Credere alle categorie di spazio e di tempo è stupidità manifesta” ( Giordano Bruno)
È la realtà fondamentale unica e indivisibile a generare e governare il comportamento delle particelle. Per come è fatto il nostro cervello, vediamo solo ciò che crediamo possibile; combiniamo, cioè, schemi che già esistono dentro di noi, a causa dei condizionamenti”. Il nostro cervello non sa la differenza tra ciò che avviene là fuori e ciò che avviene qua dentro. Il fatto è che là fuori non c’è qualcosa di indipendente da quello che succede qua dentro.

Affreschi oratorio di San Silvestro nella Basilica dei Quattro Santi Coronati sul Celio a Roma.

La cucina storica: gli Etruschi a tavola

Gli Etruschi furono sicuramente abili agricoltori e dediti alla pastorizia. Poche sono le fonti che abbiamo a disposizione per approfondire la loro alimentazione. Abbiamo a disposizione delle testimonianze letterarie di greci e latini che parlano di prodotti alimentari e agricoltura. Sappiamo tramite il filosofo e storico Posodonio che gli Etruschi due volte al giorno apparecchiavano sontuose mense.I principali alimenti erano derivati da suini, ovini, pollame e cacciagione e sicuramente legumi e frutta. In scavi di insediamenti Etruschi sono stati rinvenuti semi di noccioli, ghiande, olivo, fico, orzo, prugna e addirittura resti di fave.
La loro cucina era sicuramente basata su aglio che cresceva spontaneamente nelle zone ombrose e cipolla ritenuti da loro, alimenti curativi, afrodisiaci e stimolanti. La cipolla veniva usato in modo moderato dai nobili esclusivamente cotta al contrario della servitù che ne faceva uso smodato e cruda condita con poco sale. Anche il porro o Allium orrum era usato nella cucina popolare delle lucumonie dell’Etruria, conosciuto come pianta tipica mediterranea con sapore meno forte e più delicato dell’aglio. Per insaporire e togliere il sapore selvatico dalla selvaggina. Gli Etruschi usavano molto le foglie di alloro, che cresceva spontaneo nei “boschi” come testimonia uno studio di un paese della provincia di Arezzo di un “lauretum” ovvero un bosco di alloro!

Cosa mangiavano gli Etruschi? 

Purtroppo le notizie giunte a noi sono poche e frammentarie ma sicuramente nei tempi antichi mangiavano minestre di cereali e legumi, zuppe a base di verdure che crescevano spontanee. Per le frittelle o le focacce, venivano usate le farine di cereali. La carne veniva bollita o arrostita, condimento per tutti i cibi, l’ottimo olio di oliva. Gli Etruschi amavano banchettare. Il banchetto o convivio, aveva per gli Etruschi un doppio significato: 
– Religioso (veniva celebrato in occasioni di cerimonie funebri); 
– Sociale (veniva offerto da appartenenti a una classe agiata, in segno di ricchezza). 
Una figura molto importante durante i convivi era il “direttore di mensa” che aveva il compito di vigilare sul buon andamento e riuscita del convivio. Un moderno Maitre d’Hotel dei tempi nostri!

Solitamente la prima parte del banchetto, del rito che amavano condividere uomini e donne, si apriva con l’uovo poi con le carni arrostite, i volatili, porchette ripiene di vari animali, pesci d’acqua dolce e di mare, molluschi. La seconda era un trionfo di dolci, con frutta fresca o essiccata, torte a base di formaggi, miele e uova. Ed ora alcune ricette per… provare la cucina degli antichi Etruschi.

Ricette etrusche

Miele fritto 

Sbattere in un recipiente 250 gr. di latte cagliato con 3-4 cucchiai di miele e sale (qb.) aggiungendo poco alla volta della farina setacciata fino ad ottenere un impasto da stendere. 
Dopo averlo steso, ricavate dei dischi rotondi di circa 1/2 cm. di spessore e friggeteli in olio d’oliva. 
Disponeteli su carta assorbente e serviteli caldi addolciti con un po’ di miele. 

Favata 

Sgranate delle fave piccole e fresche e fatele cuocere in tegame dove avrete fatto insaporire un porro (solo il bianco) e qualche fettina tagliata a dadini di guanciale. 
A meta cottura (circa 4-5 minuti) aggiungete un trito di timo e alloro bagnando con vino bianco. 
Portare a cottura. (ricordarsi che le fave cuociono in fretta!) 
Prima di servire aggiustare di sale e pepe nero macinato al momento. 

Terrina di cipolle e uova 

Affettate delle cipolle (tagliate a anelli sottili), e fatele soffriggere in olio di oliva.
Salate. qb.
Disporre le cipolle così preparate in una teglia a bordi alti o una terrina, coprite il soffritto con un leggero strato di farina di farro senza mescolare.
Rompete sulla preparazione delle uova fresche (cercando di farle rimanere intere).
Cospargete di cacio fresco grattugiato e infornate a 180° (forno preriscaldato) fino alla completa cottura delle uova.
Servite con leggero prezzemolo tritato e pepe nero macinato al momento.

l’insalata di farro.

Come condimento aggiungevano capperi, sedano, aceto, filetti di acciughe e spicchi d’aglio.
La farina di farro era utilizzata anche per preparare dei biscotti con miele, olio d’oliva e semi di finocchio.

Mulsum il vino speziato

Versare il vino a temperatura ambiente in un recipiente molto largo e capiente (una grande boule) ed aggiungere g. 125 di miele di timo per ogni litro di vino: Columella consiglia di riscaldare il miele prima di versarlo ma, a meno che non vogliate privilegiare una bevanda calda, non lo riteniamo necessario con i vini odierni, anche per evitare che il calore ne possa corrompere la struttura.
Con una frusta di metallo sciogliere completamente il miele fino a ottenere un vino di liquidità assolutamente uguale all’originario; l’uso di un cucchiaio o di una forchetta non ottiene lo stesso risultato, e si rischia di lasciare grumi.

Aggiungere, sempre mescolando a lungo con la frusta, il pepe macinato (orientativamente un cucchiaio da minestra per litro di vino) fino a quando assaggiando il vino non si senta il gusto del pepe ritornare leggermente al palato qualche secondo dopo aver deglutito la bevanda.
Versare di nuovo il vino nelle bottiglie e porle in frigorifero fino al momento della cena, tenendo conto che se preparato il giorno prima, anche per effetto del miele, la gradazione potrebbe leggermente aumentare, donando al vino, a nostro parere, un gusto ed una consistenza ancora migliore.
Servire il vino in una brocca, per poterlo mescolare con un cucchiaio di legno prima di versarlo nel bicchiere e permettere così al pepe, che si sarà  addensato sul fondo, di diffondersi per tutta la bevanda.

Ingredienti per litro
un litro di vino rosso di buona qualità
125 gr di miele di timo
1 cucchiaio di pepe macinato

La domenica delle Palme: La Palma e la vittoria

“Il giusto fiorirà come la palma, Crescerà come il cedro nel Libano. Nell’estrema vecchiezza ancor frutteranno, E saranno prosperi e verdeggianti. “

A volte la storicizzazione dei miti è necessaria per fare chiarezza, per conoscere l’origine che ci appartiene attraverso i secoli, e per curiosità. È opinione comune considerare la mitologia come un ‘sottoprodotto’ culturale; a rinforzare tale convinzione concorre la stessa concezione di mito, inteso come idea, immagine o avvenimento di costruzione astratta, in netta contrapposizione al mondo materiale. Da una parte abbiamo un mondo ancorato alla ragione (quello stabile e rassicurante della scienza e dell’esistenza quotidiana), dall’altra una dimensione mitologica, apparentemente caotica, illogica e priva di regole.

L’etimologia del termine “mythos” rivela un significato più autorevole essendo legata, oltre che al concetto di narrazione, anche a quello di parola fondante, di verità di cui ogni esperienza umana è il riflesso. Non è un caso che, in quasi tutte le tradizioni, in tutte le culture, l’immagine dell’asse del mondo sia rappresentata dalla natura, da alberi cosmici’, tra cui i più importanti sono la quercia, il frassino, la betulla, il faggio, il cedro e la palma; queste piante catalizzano un centro, uno spazio sacro ideale, frutto dell’unione tra cielo e terra, e rappresentano un punto di congiunzione tra la realtà materiale e quella spirituale. C’è fin dall’antichità un’ analogia tra il regno vegetale e l’essere umano, secondo un processo di significazione generato dalla tripartizione della pianta in radice, fusto-foglie e fiore-frutto, e nella rispettiva proiezione speculare rovesciata del corpo umano, suddiviso in testa-torace e addome: visione introdotta anche da Goethe nel suo saggio “la Metamorfosi delle Piante” .

“Perchè di tutti gli alberi, questo solo produce un nuovo ramo a ogni novilunio, così che nei dodici rami l’anno è completo ” (I Geroglifici 1,3) . La palma del martirio si incontra su epigrafi sepolcrali, sarcofagi, affreschi, lastre e stemmi spesso unita al monogramma di Cristo. La pianta è anche immagine di Maria, madre di Gesù con riferimento al brano del Cantico dei Cantici : “La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni a grappoli

Cantico dei Cantici

ma anche alla Dea cartaginese Tanit, simboleggiata con una palma con due serpenti, un chiaro riferimento al culto della Dea Madre e Albero della vita.

dea Cartaginese Tanit

La domenica delle Palme, è l’allegoria del giorno della vittoria, dell’ascesa, della rinascita e dell’immortalità dell’essere umano. Un tempo il linguaggio era simbolo per tutti: La palma è un’iconografia rappresentata in epoca greco-romana, nella mano della Nike di Efeso, la dea della vittoria, raffigurata con una palma e una corona di alloro

Nike di Efeso dea della vittoria

così come la vediamo incisa sulle medaglie olimpiche

come fiorirà la palma così farà il giusto: la palma è legata al sogno premonitore di Rea Silva che vide due palme di smisurata grandezza ergersi fino al cielo, fu presagio della nascita di Romolo e Remo. La palma ha una forma che richiama i raggi del sole: in Egitto il dio Thot è rappresentato intento a contare gli anni sulle foglie di palma, in quanto a ogni lunazione essa produce una nuova foglia. La palma simboleggia la pace, la rinascita, ma è una pianta che noi non abbiamo geograficamente, per questo fu sostituita con l’Ulivo, quale albero della vita, simbolo dell’immortalità dell’anima. Conoscere la palma e le sue caratteristiche ha un grande significato. La palma ha una continua crescita interna, La vita della palma, la sua energia vitale, risiede in una colonna che si trova al centro del tronco. La parte esterna può essere staccata, tagliata, graffiata, ma internamente, la palma continuerà a crescere verso l’alto, poiché la copertura è il sostegno e la protezione della vita, la linfa interna della pianta stessa che continua a scorrere. La quantità e la qualità del suo frutto, saranno determinate dal successo della crescita e della energia interiore al tronco.


È Domenica, Gesù entra nella città santa di Gerusalemme seduto su un asino, accolto da una folla festante che agitava foglie di palma”. Gesù non entra trionfante sopra un cavallo come spetterebbe a un re per mostrare il suo potere, sceglie di essere trasportato dall’animale più umile e servizievole, ma che si può trovare in tutte le rappresentazioni più antiche, un Asino. L’Asino simbolo della mente, ma quella parte “razionale” più terrena, la parte che cede con facilità al nostro “chiacchiericcio” interno, al caos e rumore che procurano i nostri pensieri, che immette paura, che spesso ci limita nelle nostre più nascoste possibilità: i nostri doni, i TALENTI.
Sventolare le palme o l’Ulivo quale segno di Vittoria della vita sulla morte.

Tutti noi, siamo come l’araba fenice che riesce a risorge dalle sue ceneri, si muore al vecchio per risorgere al nuovo.

Giotto: L’Ingresso a Gerusalemme è un affresco (200×185 cm) di Giotto, databile al 13031305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compresa nelle Storie di Gesù

Angelo Colocci: la bellezza del numero e le origini dello stato nazione. Elena Tempestini

Un personaggio esotico con un cappello da mago e il cosmo in mano sta in piedi al centro del bellissimo affresco della “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio nella Stanza della Segnatura vaticana. Vasari osservandolo pensò che Raffaello avesse dipinto Zoroastro. Invece è la figura di un grande Maestro, un umanista conosciuto come il Virgilio di Roma per la sua smisurata conoscenza: Angelo Colocci (Jesi 1474 – Roma 1549), Segretario Apostolico di Papa Giulio II e per trenta anni di Leone X, il Papa della famiglia Medici. Presidente dell’Accademia Romana, studioso di geografia, cosmologia e di corrispondenze micro-macrocosmiche, amico di Bramante, Raffaello e di Egidio da Viterbo. Traduttore di Vitruvio, studioso insieme a Pietro Bembo, personaggio centrale per la cultura, l’arte e il rinnovamento urbanistico della città di Roma, per la letteratura e la scienza nella prima metà del Cinquecento. Primo collezionista di antichità, studioso dell’antica metrologia, e a lui si deve l’identificazione della misura del piede romano, poi chiamato piede colocciano, bibliofilo, curatore di edizioni di poeti contemporanei, teorico della lingua volgare e pioniere degli studi romanzi, Colocci si è rivelato un figura decisiva in numerosi contesti disciplinari, al centro di una vastissima rete di contatti e di relazioni che sarebbero divenute nel tempo i fondamenti dello “stato nazione” moderno: l’impiego dell’heritage come veicolo di sovranità, la lingua e la formazione delle classi dirigenti. Angelo Colocci fu una figura intellettuale di grande vastità, un punto di riferimento per i grandi artisti che gravitavano alla corte papale, gli antiquari, i poeti, gli studiosi della lingua e i cultori della scienza e della cosmologia. Personaggio coltissimo e poliedrico, impartì a Raffaello la conoscenza. Il giovane pittore talentuoso, era completamente all’oscuro della lingua greca del latino, della cosmologia, della Teogonia e della Teologia. Grazie a Colocci trasse ispirazione per dare vita, forme e colori a uno dei suoi più grandi capolavori, la Stanza della Segnatura Vaticana.

Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

Nell’affresco della ‘Scuola di Atene’, Raffaello rappresentò tra le figure centrali l’umanista Colocci. È proprio lui nelle sembianze di un uomo barbuto con un cappello esotico e con la sfera del cosmo nella mano destra. Grazie a Colocci iniziò un contesto intellettuale, artistico e umano che contribuì a dare forma alla civiltà del Rinascimento: fu l’origine dello stato nazione. Arte, scienza, numero, geografia, lingua. Colocci ebbe un ruolo decisivo nell’evidenziare che il collezionismo di antichità era un potente strumento della sovranità. Non era collezionare per rappresentare la propria potenza, per mostrare il potere, era la grande capacità di influenzare i comportamenti “presenti” attraverso le storie e gli esempi virtuosi del passato. L’intelligenza di comprensione e attitudine di Angelo Colocci, fu quella di “dilatare il suo piccolo mondo“, tramite le biblioteche e i musei, luoghi concepiti per documentare i fondamenti, i principi e le strutture del sapere, esattamente come delle mappe cartografiche in scala. La vera difficoltà consisteva nel rappresentare anche le sfumature della realtà quotidiana. Praticamente la biblioteca e le collezioni divennero per Colocci uno strumento di lavoro, come sarebbe divenuto normale nel secondo Rinascime to. Angelo Colocci documentava le infinite diversità dei mondi fisici, geografici, antropologici, linguistici, cercandone le leggi regolative, cioè la numerazione. La ricerca per trovare una formula matematica da adattare universalmente alla conoscenza del mondo, dimostrare che l’ordinamento prevaleva sull’ornamento. Fu alla ricerca continua per identificare la misura standard “del piede romano”, il quale rappresentava l’unità di base del creato. Il mondo umano, fisico, storico, sacro, naturale e “sopraceleste” si fondavano sugli stessi principi numerici. Tutto poteva essere mescolato, dalla retorica ai principi dell’universo fisico: tutto poteva essere scomposto e ricomposto. Insieme all’amico Pietro Bembo, umanista, che affrontò per primo il tema della codificazione della lingua italiana, fornendo regole che trasformarono il toscano da dialetto in lingua: pensare alla Bellezza del numero matematico, derivandolo dalla poesia. Bembo e Colocci studiarono la Sestina lirica di Petrarca, celebrandone l’armonia, e trovarono che la prima rima corrispondeva alla sesta della stanza precedente, la seconda alla prima, la terza alla penultima, la quarta alla seconda, la quinta alla terzultima e l’ultima alla terza: numericamente erano 6-1-5-2-4-3. Una sequenza matematica che è stata collegata alla collocazione dei numeri sui dadi da gioco.

Stele funeraria degli Aebutii, raffiguranti gli strumenti utilizzati da Angelo Colocci per identificare la misura del “piede romano”, I secolo d.C.

E “ l’Arianna addormentata” ? La Statua, oggi esposta al Museo Archeologico di Firenze, che in origine si trovava nel giardino romano di Colocci, rappresentava il giardino dell’isola di Cythera descritto nel libro di Francesco Colonna, legato alla fonte di Venere come lo era alla ninfa dormiente. È la testimonianza di come ogni epoca abbia avuto canoni estetici propri, e che in qualche modo hanno accompagnato, mutato e codificato le arti, gli studi e gli stili di vita, ma capaci di sopravvivere dall’antichità fino a divenire un mito popolare, come possiamo riconoscerla nella “Bella addormentata” che ispirò Charles Perrault, i fratelli Grimm, e pure Walt Disney, per la famosa fiaba.

Arianna addormentata, Arte Romana del II secolo d.C. Gallerie degli Uffizi

Angelo Colocci si occupo’ della nascente lingua, essendo il padre della definizione con la quale noi oggi concepiamo il “dialetto”, parola tradotta da Colocci, dal greco parlare, conversare. La parola dialetto era apparsa nel 1502 nel primo dizionario italiano: il Calepino. Colocci pensava che vi potesse essere la coesistenza di una varietà di idiomi, una tassonomia, classificazione che è composta di espressioni idiomatiche e modi di dire non sempre trasferibili . Quindi la lingua non può vivere da sola ma in simbiosi con la società, che vi si specchia. L’antico “Ethnos” greco, la razza, il popolo si era conservata fin nel Rinascimento di Gemisto Pletone, il filosofo che voleva far rivivere il pensiero di Platone, con il quale Firenze, durante il Concilio del 1438 divenne la Capitale della Conoscenza. Dietro l’adozione di una lingua e dei suoi concetti, la società, anche la più moderna di oggi, si cela la vocazione per costruire una leadership mondiale. È la capacità della cultura e dell’educazione, garantire la tenuta di una comunità e di trasmetterla senza perdite e mutamenti lungo la linea Intergenerazionale.

Angelo Colocci, Segretario Apostolico di Papa Leone X

È l’Habitus, il comportamento di chi pratica la veracità, cioè la capacità di “stare al mondo “. L’obiettivo di integrarsi in una società armoniosa come quella cosmica dell’uomo “vitruviano”, una costrizione scenografica che ritroveremo nella “Scuola di Atene” di Raffaello, nel quale i personaggi si muovono con gesti codificati e interiorizzati, come dei “quadri viventi” di una rappresentazione teatrale della vita.

Angelo Colocci dipinto da Raffaello nella Scuola di Atene, con il globo nella mano

Rocchetta Mattei: un castello da scoprire sull’Appennino bolognese. Di Elena tempestini

Rocchetta Mattei

Le bellezze italiane delle nostre città, dei nostri borghi e dei nostri paesaggi naturali sono un patrimonio inestimabile unico al mondo. Se impariamo a comprendere il nostro territorio a leggere la sua storia e a vedere il suo futuro, riusciremo a valorizzarne le bellezze ed anche riconoscerne le criticità.

L’Italia è la nazione conosciuta come il “ Bel Paese”. Con le sue opere d’arte e monumenti di altissimo valore artistico è a tutti gli effetti un vero e proprio museo a cielo aperto, fonte di ricordi indimenticabili per tutti coloro che la visitano. Ogni regione ha degli angoli di stupore, dei gioielli poco conosciuti e incastonati nel verde delle colline. Sono andata in Emilia Romagna precisamente a Riola, comune di Grizzana Morandi, a breve distanza da Bologna. All’improvviso sono stata catapultata in un libro di fiabe. Davanti ai miei occhi, su una Rocca si erge un maestoso e misterioso “castello”. È la Rocca Mattei.

Il castello è conosciuto come “Rocchetta Mattei” grazie al nome del suo proprietario ed architetto, il Conte Cesare Mattei (1809-1886) che lo fece edificare sulle rovine di una antica costruzione risalente all’XIII secolo, la Rocca di Savigano, appartenuto quasi sicuramente a Matilde di Canossa. La storia racconta che la Rocca aveva già un complesso medievale, appartenuta agli imperatori Federico il Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, re dei romani e re d’Italia, Successivamente di Ottone IV e poi dominio della Contessa Matilde di Canossa, conosciuta come la grande Matilde di Toscana. La quale tenne la Rocca facendola custodire da un vassallo di nome Lanfranco da Savignano. La necessità della difesa del passaggio sul fiume Reno, rese prezioso questo castello ai sovrani del tempo; successivamente caduto in potere dei Bolognesi la rocca divenne inutile e fu distrutta nel 1293.

Nel 1850 il Conte Mattei, trovò il luogo “magico” dove edificare il castello che lo avrebbe ospitato per tutta la vita, conducendovi all’interno una vita da castellano medievale.
La struttura del castello fu modificata molte volte dal conte durante la sua vita, rendendola un labirinto di torri, scalinate monumentali, sale di ricevimento, camere private che richiamano stili diversi, dal medievale al moresco, dal liberty al gotico. Dal cortile centrale tramite una scala a chiocciola policroma, si giunge al celebre Cortile dei Leoni.

Realizzato sul modello del complesso palaziale andaluso dell’Alhambra, è una tra le aree più affascinanti dell’intero Castello. Al centro si trova una fontana alla cui base sono situati 4 leoni. Ci si gira all’interno e di entra nella Sala della Musica, ispirata alla Cattedrale di Cordoba, dove Mattei si intratteneva con personaggi quali Gioacchino Rossini, e che oggi custodisce gli strumenti musicali meccanici, perfettamente accordati, di Marino Marini. 

Impossibile, in ultimo, non rimanere ammaliati dalla Cappella, riproduzione in miniatura della famosa Mezquita di Cordoba. Qui gli elementi di impronta arabo-islamica si uniscono allo stile andaluso degli archi all’interno dei quali, come preziosi ricami, si sviluppano le varie sezioni del soffitto. Vi è il sepolcro che ospita il Conte, sul quale vi è una scritta :

« Anima requiescat in manu dei »

« Diconsi stelle di XVI grandezza e tanto più lontane sono che la luce loro solo dopo XXIV secoli arriva a noi. Visibili furono esse coi telescopi Herschel. Ma chi narrerà delle stelle anche più remote: atomi percettibili solo colle più meravigliose lenti che la scienza possegga o trovi? Quale cifra rappresenterà tale distanza che solo correndo per milioni d’anni la luce alata valicherebbe? Uomini udite: oltre quelle spaziano ancora i confini dell’Universo! »

Il Conte Cesare Mattei, politico e medico autodidatta, dopo la morte della madre, alla quale assistette impotente, divenne il fondatore dell’elettromeopatia una pratica fondata sull’omeopatia. Per i tempi ebbe una grandissima risonanza e curiosità, tanto che Fëdor Dostoevskij , nel 1880 cito’ il conte nel romanzo “I fratelli Karamazov”, un romanzo nel quale sono descritti i dibattiti etici concernenti Dio, il libero arbitrio e la moralità; il dramma spirituale di una lotta che coinvolge la fede, il dubbio, la ragione, messi in rapporto con il contesto storico di una Russia allora pervasa da fermenti modernizzatori. Dostoevskij fa raccontare al diavolo di essere riuscito a guarire da terribili dolori causati dai reumatismi, solo grazie a un libro e delle gocce preparate dal Conte Mattei.

Il castello ospitava illustri personaggi che arrivavano da ogni luogo per sottoporsi alle cure di Mattei. Dallo Zar Alessandro II a Ludovico di Baviera.

Alla morte del Conte Mattei, nell’Aprile del 1896, il castello venne ultimata dal figlio adottivo Mario Venturoli Mattei, che parallelamente continuò la produzione e distribuzione dei “Rimedi Mattei” fino al 1959, quando i laboratori furono costretti a chiudere.

Dopo vari tentativi di cederlo al Comune di Bologna o ad altri enti, gli eredi conclusero la vendita con Primo Stefanelli, il quale voleva rendere il castello un’attrazione turistica di interesse. Con la morte di Stefanelli la Rocchetta venne definitivamente chiusa al pubblico.

Grazie alla Fondazione Cassa in Risparmio di Bologna che l’ha acquistata nel 2005 e riaperta al pubblico nel 2015, e al Comune di Grizzana Morandi che lo gestisce grazie al patrocinio dell’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e della Città Metropolitana di Bologna, la Rocchetta Mattei è un gioiello architettonico che oggi ho potuto scoprire, visitare e fotografare con grande stupore.

Amicodivalerio: una speranza per tutti i bambini ai quali si sono spezzate le ali.

Era il 18 ottobre del 2010 quando Valerio di soli undici anni, ha lasciato questa vita a causa di un tumore cerebrale. Per le cure doveva indossare un casco, quello che Valerio insieme alla sua mamma Ida, chiamava “casco da astronauta”. Era un modo per attutire il dolore di un bambino, per potergli far fare un sorriso di speranza, per rendere visibile il suo sogno di vita.

Abbiamo tutti bisogno di sperare davanti a un muro di dolore, abbiamo bisogno di non sentirci soli. Ed è questo seme che i genitori di Valerio hanno voluto far crescere, il seme della speranza. Quel seme è diventato l’Associazione “Amicodivalerio”. L’Associazione “Amicodivalerio” è accreditata con il Meyer e fa parte delle associazioni che collaborano tra loro in un rapporto di sinergia, con tavoli di lavoro in cui vengono portate le varie problematiche su cui è necessario intervenire.

Sono molte le cose che l’Associazione è riuscita a portare a compimento come la mostra che si inaugura sabato 25 marzo al Caffè Letterario delle Murate.

“L’associazione Amicodivalerio ha voluto che il testimone del piccolo viaggiatore fosse il burattino tanto amato da grandi e piccini, Pinocchio. Un testimonial perfetto per supportare tutte le iniziative che l’Associazione realizza allo scopo di finanziare i tanti progetti. Ma fra definire il testimonial e trovare un’immagine che rappresentasse l’idea, ci voleva un Amico ed Artista che la realizzasse.
ed ecco che Stefano Puntri con i suoi lavori e le opere di Silvio Loffredo si sono unite per dare vita ad una realtà in mostra.

Unire l’arte alla solidarietà . Sabato 25 Marzo al Caffè letterario delle Murate una mostra per piccoli e grandi intrepidi viaggiatori.

La Pergamena di Chinon e l’assoluzione dell’Ordine Templare. Di Elena Tempestini

Giovanni Boccaccio, Giovanni Villani, Chellino Boccaccio ( padre di Giovanni che assistette al rogo a Parigi) e la Biblioteca del Vaticano….

Oggi 18 marzo è l’anniversario della morte di Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’Ordine dei Templari. Giovanni Villani che fu uno dei più grandi storici e cronisti della storia quotidiana dei tempi medioevali, nella sua Nova Cronica (Libro IX, cap. XCII), scritta tra il 1322 e il 1348, quindi molto vicina ai fatti che ripropone, afferma senza mezzi termini “…che:

“È nota che la notte appresso che’l detto maestro e’l compagno furono martorizzati, per frati e altri religiosi le loro corpora e ossa come reliquie sante furono ricolte, e portate via in sacri luoghi”.

Nel nel 1363-64, Giovanni Boccaccio dedicò un intero capitolo del suo trattato moralizzatore “De casibus virorum illustrium” alla figura di De Molay esaltandone i valori umani e trascrivendo il famoso resoconto fatto da Chellino Boccaccio, suo padre, testimone oculare del tragico evento. Tracce di un passato dimenticato stanno lentamente riemergendo dagli abissi della storia, e non è mai facile per chi con curiosità, stupore e tanta buona volontà, studia e ricerca continuamente, seguire un percorso di “verità” che non porti a smarrirsi in strane selve oscure o buchi della memoria sapientemente creati.
Dopo oltre sette secoli, l’Ordine dei Cavalieri Templari non ha smesso di affascinare ed ammaliare schiere di studiosi in tutto il mondo.
Sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano questo ordine cavalleresco, enigmi che hanno percorso il tempo senza trovare una chiarificazione definitiva. Durante le mie ricerche sul sistema bancario medievale studiato da Raymond de Roover, mi sono imbattuta nel fallimento della Banca della “Gran Tavola dei Bonsignori”. Banchieri senesi a livello altissimo di potenza economico-finanziaria in tutto il mondo conosciuto del 1200. La Banca aveva l’esclusiva del deposito di tutte le somme incassate dalla Chiesa cui si aggiungono, con papa Clemente IV l’esazione di tutte le decime e delle quote destinate alla Terra Santa. La Gran Tavola finanzia, fra l’altro, Carlo IV d’Angiò nella guerra contro gli Svevi per la conquista dell’Italia meridionale e di quello che fu il Regno normanno-svevo di Sicilia. Il Bonsignori si inserisce così da protagonista nel grande gioco della politica internazionale contribuendo finanziariamente all’eliminazione fisica degli epigoni di Federico II ed al ridisegno della carta geopolitica dell’Italia.

Come in tutte le epoche, quando sono i resoconti bancari a parlare, tutto si complica davanti alla parola verità. Filippo il bello vide la possibilità di accrescere la propria sete di denaro e potere, grazie all’essere creditore della banca dei Bonsignori, e questo gli aprì il debole spiraglio che permise alla corte francese di arrogarsi il diritto di spostare la sede papale ad Avignone.

Praticamente Papa Clemente V, grazie a un credito mai rimborsato di Papa Niccolò IV, si “concesse” l’arma della scomunica contro la città di Siena, nonostante il Papa Bonifacio VIII avesse espressamente vietato la scomunica come arma di ricatto per il recupero creditizio. Con la sede papale ad Avignone, Filippo creò numerosi cardinali francesi e fu complice della soppressione dei Templari per impadronirsi delle immense ricchezze dell’ordine e liberarsi nel contempo, del suo principale creditore. Ma il Papa non voleva la sua morte e la pergamena ritrovata lo attesta.

La Pergamena di Chinon è un documento medievale scoperto nel settembre 2001 da Barbara Frale, una paleografa italiana, ritrovato presso l’Archivio Segreto Vaticano. La pergamena dimostra che nel 1308 Papa Clemente V concesse l’assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay nonché i restanti maggiorenti dei Cavalieri templari, trascinati in un processo organizzato dal re di Francia Filippo IV il Bello servendosi dell’inquisizione medievale. Il Papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. La pergamena è datata Chinon, 17-20 agosto 1308 e fu redatta su ordine di Berengario, cardinale prete di San Nereo ed Achille, Stefano, cardinale prete di San Ciriaco in Thermis, e Landolfo, cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria; il Vaticano custodisce la copia originale e autentica degli atti di quella inchiesta, con segnatura archivistica Archivum Arcis Armarium D 217, mentre una seconda copia è autenticata e conservata.

Guerra e pace nel metaverso. Un territorio in espansione per un “nuovo grandegioco”

Il Metaverso riunisce una serie di mondi virtuali, interconnessi e immersivi che offrono ai propri utenti un senso di presenza  attraverso l’azione e la comunicazione.

Il termine fu coniato all’interno di un libro scritto da Neal Stephenson, un fisico con la passione  della tecnologia, della nanotecnologia, matematica, economia e storia della scienza. Stephenson,  figlio di due professori, è nato all’interno del “Fort George G. Meade, sede della National Security Agency, il Dipartimento della Sicurezza Americana. Il libro, pubblicato nel 1992, è un thriller  distopico dal titolo “ Snow Crash”. È la descrizione del mondo del ventesimo secolo, corrotto e in mano solo al capitalismo, chi  non riesce a trovare una propria dimensione si rifugia nel Metaverso.  

Un mondo virtuale di evasione da una realtà sempre più deteriorata e spesso banalizzata, dove libertà e piaceri sono limitati solo dall’immaginazione . Se questo accadeva alla fine del XX secolo, il XXI è divenuta un’epoca nella quale i videogiochi hanno il potere di simulare perfettamente gli ambienti del mondo reale e anche di superare i limiti della realtà. La rete Internet è nata come rete militare negli anni sessanta, il suo contenuto, il software usato dai motori di ricerca, il WWW è nato solo nel 1989 al CERN di Ginevra: nello stesso modo è nato il Metaverso. Fin dagli anni Ottanta, l’Esercito Americano ha cercato di riunire mondi virtuali per simulare operazioni belliche. Creando SIMNET la rete virtuale che in tempo reale addestra i militari. Un nuovo modo di apprendere, di formare soldati ed ufficiali, non più solo nelle Accademie Militari, ma attraverso una connessione di alta qualità, che riesce a personalizzare l’addestramento a seconda delle migliori capacità del singolo. L’addestramento può avvenire ovunque nel mondo e in qualsiasi momento. 

 

I primi effetti del Metaverso militare sono nella guerra tra Russia e Ucraina? Effettivamente il suo uso è stato reso pubblico

 

È stato un Professore cinese, Zhan- Shi a pubblicare un testo dal titolo “La prima guerra del Metaverso” riferendosi alla guerra Russa Ucraina. Una analisi geopolitico-culturale che Zhan Shi, direttore del World Politics Research Center, diffonde grazie alla piattaforma digitale Wechat. Ed è proprio sull’uso geopolitico delle piattaforme digitali che si può analizzare come la rete e gli utenti social interagiscono con la percezione e la conduzione del conflitto. La guerra del Metaverso è la concreta  interazione tra la realtà digitale e la vita reale, materiale e quotidiana.

Alla Princeton University lo stanno osservando, anche in qualità delle innovazioni a vantaggio di un migliore sistema geopolitico che per troppo tempo ha vissuto solo di grande caos. L’establishment delle Forze Armate più avanzate del mondo, ha iniziato a prendere sul serio il Metaverso militare e le sue numerose implicazioni negli scenari di guerra.

 

Come?

 

Le parole sono “Gaming”, gioco, ed è usata per l’interattività virtuale che esso permette di realizzare, e Metaverso, che è l’ambito nel quale gli stessi utenti del gioco, possono interagire tra di loro in uno spazio virtuale tridimensionale. Praticamente è la cuspide, il punto zero del crollo della barriera tra mondo virtuale e reale. Il Gaming non è più solo il gioco di coloro che ne prendono parte in modo cosciente,  è diventato una piattaforma di socializzazione, si è trasformato in un concetto secondo cui non esistiamo solamente “in real life”, ma anche in uno vero e proprio spazio digitale. Il Metaverso può lavorare non solo per addestrare alla guerra e alla difesa da essa, ma anche per la pace e la sua comunicazione. Avatar e Ologrammi, all’interno del metaverso, stanno trasformando il modo in cui vediamo il mondo, e anche il modo in cui partecipiamo alla  politica e alla società. 

 

Con il gioco continuiamo la perenne e atavica lotta tra il bene e il male, tra luci ed ombre, o forse meglio dire tra il giusto e lo sbagliato? 

 

Se ci appare troppo lontano il gioco dell’Oca, il “gioco nobile” che in antichità rappresentava il ciclo della vita, insieme al gioco degli scacchi e al gioco dei dadi, dobbiamo ricordare che fu proprio da un gioco, quello d’azzardo che nacquero gli studi e gli scritti sul calcolo matematico delle probabilità, sul quale oggi si e’ sviluppata la fisica quantistica. Il primo trattato matematico sul caso e le probabilità, fu scritto nel 1400 da Gerolamo Cardano, medico, matematico e visionario, grande amante del gioco d’azzardo. Il suo trattato, il “Liber de ludo aleae”, il “Libro dei giochi aleatori. Nel suo libro Cardano introduce il concetto di circuito, cioè l’insieme di tutti i casi possibili, che oggi coincide con il concetto di “spazio dei campioni o spazio degli eventi”. I dadi stimolano i matematici a venire a capo ai problemi relativi al caso, quelli non deterministici, non esiste una formula per determinare il valore che uscirà. Questa è la spiegazione del perché i fenomeni non deterministici sono definiti aleatori, da alea/ dado. I Il manoscritto fu pubblicato solo un secolo dopo, nel 1663, ma furono comunque le sue intuizioni a perfezionare lo studio del calcolo delle probabilità. Personalmente, scoprendo che originariamente il libro è conservato e pubblicato nel 1953 presso l’Universita’ di Princeton, la stessa dove insegnava Einstein, ho pensato che la famosa frase “Dio non gioca a dadi”, rivolta da Einstein all’amico Niels Bohr, grande fisico, durante una discussione sull’interpretazione della fisica quantistica, possa derivare proprio dallo studio del manoscritto di Gerolamo Cardano. Ma non è finita, perché il grande indagatore della vita che si pose la domanda se: “ Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” fu il grande Shakespeare. Shakespeare e Cardano? L’editore e sceneggiatore delle opere di Shakespeare fu John Florio, e la curiosità è che il padre di John Florio si chiamava Michelangelo Florio, fiorentino, intellettuale, scrittore ed avventuriero, ebreo di nascita, Monaco per questioni di vita e predicatore protestante per bisogno di vivere in Inghilterra dove venne apprezzato. Quindi Cardano – Florio Shakespeare? Nell’epoca nella quale, le esplorazioni scientifiche non avevano ancora un nome preciso, Cardano esplorò , indagò il sonno e i sogni, talmente bene che Shakespeare fece pronunciare ad Amleto il dubbio di “essere o non essere”, e non tenendo in mano un teschio come erroneamente si pensa. Ma è nel secondo atto che dobbiamo guardare attentamente, quando Amleto tiene un libro in mano, e alla domanda di Polonio su cosa stia leggendo, il suo Signore, Amleto, risponderà: “parole, parole, parole”. Amleto le leggerà nel trattato “De Consolatione” di Gerolamo Cardano. Un testo rivolto a chi soffre di infelicita’ su più piani della vita: su più piani? Quelli che oggi definiamo Multiverso? Le teorie sugli Universi paralleli ci dicono che ogni volta che si verifica un determinato evento, si ha come conseguenza la divisione della nostra realtà in molti mondi, in ciascuno dei quali è possibile un diverso risultato dell’evento. Praticamente, quando lanciamo un dado, l’universo si divide effettivamente in un mondo per ciascun numero che può uscire dal lancio. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”( Amleto). Gli Universi paralleli erano già intuiti da Cardano? Il ragionamento di un matematico che non esclude nessun fenomeno oggettivo e tanto meno ciò che affiora dalla soggettività più segreta? Chissà!!!

 

Nel ventesimo secolo ci fu la “Teoria dei Giochi” sempre elaborata presso Princeton da John Nash, poi successivamente rielaborata da Robert Aumann con la quale ottenne il premio Nobel. La teoria dei giochi si applica ad un’infinità di scenari più o meno complessi, dal gioco comune alla regolamentazione del mercato economico, fino all’uso militare in uno scenario di guerra. Nella Teoria dei giochi sono in primo piano le scelte razionali che i “giocatori” devono fare quando si trovano in una situazione in cui devono interagire strategicamente con scelte complesse.. È il concetto asimmetrico di lotta, di supremazia, di guerra tra il bene e il male. Viviamo un’epoca nella quale abbiamo  avuto una pandemia mondiale non ancora del tutto debellata, una guerra europea con tutte le conseguenze sociali ed economiche che essa comporta. Dall’altro lato della medaglia, l’accelerazione scientifica ha fatto passi da gigante, il Tecnopolo Cern di Bologna ospita il super computer Leonardo e il centro meteo europeo, analisi e studio dei big data, digital twins, algoritmi cosmologici, il  Telescopio James WEBB che ha permesso  la scoperta degli esopianeti e delle extra galassie e il nuovissimo ET Telescope che approfondirà la rilevazione delle onde gravitazionali . L’epoca  è supportata dalla tecnologia digitale che è divenuta la vera rivoluzione 5.0 in qualsiasi ambito, specialmente in quello militare. Gli strateghi militari americani, fino dalla fine della Guerra Fredda, hanno usato l’acronimo VUCA : instabilità, incertezza, complessità e ambiguità. Aggettivi per definire un mondo in trasformazione, soggetto a dei cambiamenti improvvisi, con conseguenze ignote e interrelazioni complesse e variabili. L’acronimo ben si ripropone in questo nuovo scenario tra Russia ed Ucraina. Un contesto asimmetrico, instabile geopoliticamente, con alleanze inaffidabili. L’incertezza comporta poter conoscere la causa e anche l’effetto dell’evento destabilizzante, ma non la certezza di come si possa evolvere e concludere. Esattamente ciò che sta succedendo dopo il G20 che si è tenuto in India a febbraio 2023, nel quale Stati Uniti ed Europa hanno bocciato la linea cinese sui negoziati. Pechino si unisce a Mosca e non sottoscrive i paragrafi della sintesi a conclusione del summit con cui si definisce “inammissibile” un eventuale uso delle armi nucleari tattiche. La notevole quantità di variabili sta rendendo difficile la gestione del conflitto e la sua risoluzione di pace,  creando radicali cambiamenti a livello globale.

 

Quanto influisce il Metaverso nel conflitto Russia Ucraina?

 

Il ruolo svolto dalle piattaforme social nel conflitto Ucraino è piuttosto evidente, è una guerra che si sta trasformando quasi in un conflitto individuale, nel quale ogni singolo utente social può avere la propria percezione della guerra e il conseguente giudizio. L’ attenzione mediatica e politica da parte dell’Occidente è stata sostenuta dalle molteplici opinioni pubbliche che ogni governo ha pensato di applicare, anche in base allo studio del flusso costante dei contenuti multimediali che mostrano le realtà crude del fronte di guerra e i gesti di resistenza da parte degli Ucraini assediati dai Russi.   In Ucraina il percorso di modernizzazione digitale è iniziato  con la campagna presidenziale di Zelensky, gestita dall’oggi ministro per la transizione digitale Mykhajlo Al’bertovyč Fedorov, da tempo proprietario di un’azienda di marketing digitale, ed esperto di comunicazione online. 

Il Presidente Ucraino ha potuto essere presente simultaneamente  a varie conferenze sul digitale, usando  un ologramma tridimensionale di tecnologia Arht Media. Le conferenze di Brilliant Minds di Stoccolma, il Forum dei fondatori di Londra, The Next Web di Amsterdam, Vivatech di Parigi, l’AI Summit alla London Tech Week, il SuperReturn di Berlino, è il Dts di Dublino. L’ologramma di Zelensky si è rivolto direttamente ai principali imprenditori tecnologici, investitori e leader aziendali, per spronare gli innovatori più influenti al mondo a donare risorse finanziarie e tecnologiche per dare il via alla ricostruzione dell’Ucraina. Nella conferenza di Parigi,  il Presidente Ucraino ha paragonato la Russia all’Impero galattico della serie di “Star Wars” portando l’esempio  della lotta tra bene e male, la scelta tra luce e tenebre che il mondo è costretto a subire. In questo messaggio c’è la  volontà espressa pubblicamente dal Presidente Zelensky, di ricostruire lo stato dell’Ucraina come una  “democrazia digitale”, uno stato che possa offrire la possibilità di una vera rivoluzione digitale, un’opportunità per i visionari che potranno così mostrare il loro valore e la loro abilità.

L’obiettivo è quello di una mobilitazione totale della popolazione, unita e compatta nella difesa del territorio, aiutata dalla connessione costante della comunicazione. Praticamente per il professore cinese  Zhan Shi Zhan, l’obiettivo ultimo del Metaverso è trasformare la realtà in gioco, per costruire la “struttura” globale delle reti. Fantascienza? No assolutamente, in questa epoca molto “calda” e piena di incertezze, la potenza delle reti social e del digitale camminerà di pari passo con la realtà aumentata, la quale sarà maggiore della nostra  immaginazione tradizionale. D’altra parte, “ il pazzo, l’amante e il poeta non sono composti che di fantasia” ( Wialliam Shakespeare)

Camminare attraverso il tempo con creatività. la collezione di “bastoni d’epoca” di Emma Costantino e dell’Archigiano Tommaso Agujari. Di Elena Tempestini

Tommaso Agujari e la sua splendida moglie Emma Costantino sono un connubio di arte, creatività ed amore. Tommaso è un Architetto di grande personalità, a Firenze è conosciuto come l’Archigiano, perché riesce a costruire piccole cose che tendono a vivere in armonia con grandi idee. Emma è una attrice che proviene dai tempi dei film della “commedia italiana”, successivamente divenuta una delle prime esperte italiane di marketing. Le idee progettate e realizzate da Tommaso, Emma con molto amore e sapiente conoscenza del mondo economico estero, riesce ad esportarle in giro per il mondo.

Negli ultimi tempi ha riscosso un grande successo la mostra presso la Galleria Coveri: “Bastoni d’epoca e bastoni creativi’

Emma Costantino con un particolare bastone in esposizione

Un’idea nata dalla collezione di Emma Costantino e curata nei minimi dettagli dall’Architetto Tommaso Agujari, una mostra patrocinata dalla Regione Toscana, dal Comune di Firenze e da Palazzo Coveri. La mostra ha poi proseguito nel suo percorso, con il Patrocinio della Regione Toscana e del Comune di San Vincenzo nella suggestiva ed antica Torre di San Vincenzo.

Torre di San Vincenzo

“Guardare al passato per progettare il futuro”

La storia e l’uso del bastone, proviene dall’antichità, il quale non aveva la cima ricurva come spesso siamo portati ad immaginarlo, ma era dritto con dei pomelli sull’estremità superiore nei quali venivano scolpiti dei simboli che rappresentavano e distinguevano le persone che ne facevano uso.

Il bastone ha sicuramente conosciuto l’antico mondo Cinese, Medio Orientale, Greco e Romano. Era un oggetto che simboleggiava il potere politico, il potere economico, il potere della Chiesa o quello di un re quale scettro. Ma era anche un’arma di attacco e di difesa, nascondendo al suo interno marchingegni meccanici di grande astuzia. Il bastone era un “accessorio” distintivo e ornamentale di Papi e Vescovi, strumento di maghi e divinatori che lo usavano come strumento di contatto verso la volontà di indagare il divino alla ricerca della verità. Nel XVI secolo si diffuse il suo simbolismo, tanto da diventare un accessorio assolutamente necessario e di moda. Divenne di uso comune per il passeggio sia degli uomini che delle donne e delle uniformi militari. Luigi XIV, il Re Sole, ne possedeva molti, ma amava in particolare un bastone di canna di bambù con il pomo di preziosa agata. Con il tempo le idee sulla costruzione del bastone divennero sempre più estrose, tanto da essere fondine per nascondere sciabole affilate, oppure per celare e trasportare oggetti utili alla vita quotidiana o scherzosi giochi.

Le esposizioni dei bellissimi e particolari bastoni della Collezione Emma Costantino, hanno ottenuto un grande riscontro di pubblico e di interesse italiano ed estero, con la volontà di far conoscere quella che un tempo era pura Arte.

Un’Arte talmente preziosa che la Regina Margherita II di Danimarca è rimasta talmente affascinata, da esprimere formalmente il desiderio di proporre la mostra nella sua nazione. Gli Americani e i Giapponesi non sono stati da meno nelle richieste di poter ospitare la collezione.

Ma “l’Archigiano” Tommaso Agujari, ha voluto fare un passo ulteriore di condivisione, ha lanciato un invito a tutti i creativi: un contest dal titolo: “ Impugna l’arte per sostenere la creatività’ “.

Architetto Tommaso Agujari, soprannominato da Repubblica: “L’Archigiano”

Il progetto prevede di far tornare il bastone quale “segno distintivo”, di promuovere nuovamente un accessorio eclettico e creativo che ha secoli di storia alle spalle. Estrapolarlo dal concetto “moderno” abbinato all’età avanzata o simbolo di appoggio della sofferenza. Le idee proposte potranno essere: sia elaborati grafici che oggetti, successivamente un Qr code verrà abbinato al bastone ed illustrerà sia la creazione, l’uso e il profilo del suo ideatore, divenendo poi parte integrante di tutte le future esposizioni.

https://www.tommasoagujari.it

L’impegno etico dell’Architetto Agujari, è di tutelare la figura artigianale, la mano d’opera e la creatività che ci contraddistingue in tutto il mondo.

La casa di “campagna’ di Dante Alighieri” che divenne proprietà della famiglia di Beatrice Portinari. Di Elena Tempestini

L’antico Pozzo di Beatrice che ha scolpito lo stemma della famiglia Portinari. Si trova all’interno del cortile di Villa il Garofalo.

La villa di campagna di Dante Alighieri? Si trova sulla collina di Fiesole, precisamente sulla bellissima via delle Forbici. Il nome dell’antica strada, che da viale Volta sale fino a San Domenico. Il nome deriva dallo stemma dei Della Tosa, famiglia conosciuta a Firenze come Tosinghi, il quale è formato da un paio di forbici d’argento per tosatori in campo azzurro. La strada è costeggiata da alberi secolari che si ergono da dietro i muri di cinta delle antiche ville. La grande curiosità la troviamo su un muro curvato, precisamente quando si arriva all’altezza di via della Piazzola, si trova una iscrizione in latino: “A matre et filia aeque disto” Fiesole, la madre, e Firenze, la figlia, sorgono ad identica distanza da questa lapide. Quindi Firenze figlia degli Etruschi di Fiesole e non città fondata dai Romani nel 59 A.C?

L’ospitalità di una bella serata in armonia, intorno ad una tavola meravigliosamente bandita, seduti nel centro di una antica biblioteca con il caminetto acceso, è stata teatro di racconti ed aneddoti. La villa si trova nella zona conosciuta come “Camerata”, denominazione della zona che alcuni storici identificano in Camartis, contrazione di Campus Martis, Campo di Marte. La strada è la bellissima via delle Forbici, la villa si chiama Villa il Garofano, conosciuta nelle antiche cronache del catasto del 1427 come il “Gherofano in Camerata”. Costruita tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300, fu patrimonio della famiglia Alighieri, oltre che luogo di villeggiatura del Divino Poeta.

Non solo, come si tramanda, questa villa appartenne alla famiglia Alighieri, ma per ironia della sorte passò ai Portinari, ossia alla famiglia di Beatrice. Accadde in occasione di alcune “sistemazioni” degli interessi economici fra i figli ed il fratello di Dante, dato che nel 1332, il Duca di Atene aveva restituito alla famiglia Alighieri i beni che gli erano stati confiscati dalla Repubblica Fiorentina. Il Podere Alighieri era stato confiscato nel 1302 dalla Repubblica, fu acquistata nel 1332 dalla famiglia Portinari che ne rimase proprietaria fino al 1507. La villa fu comprata dalla famiglia Giuntini, che per i festeggiamenti dei cinquecento anni dalla nascita del Sommo Poeta volle accertarsi, tra le carte dell’Archivio di Stato, dove vi è il contratto originale nel quale si cita che : “casa novella divenne ai Portinari”, e l’Archivio di San Martino dei Bonomini, in piazza San Martino a Firenze, chiesa dove aveva, ed ha la sede la Congregazione dei Bonomini. I Bonomini, nacquero con l’incarico di assistere i poveri vergognosi che all’epoca erano gli avversari politici della famiglia dei Medici. Nel 1865 durante il periodo di Firenze Capitale, la villa fu acquistata dalla famiglia Bondi, la quale intervenne con un grande restauro del luogo, donandogli nuovamente respiro e le caratteristiche medioevali che le appartenevano. Il Comune di Fiesole appose una targa marmorea il 14 maggio 1865 a ricordo della passata appartenenza alla famiglia di Dante Alighieri.

La villa è celebre fra gli intenditori di architettura per la bellezza del cortile di carattere medioevale, il quale ha un doppio ordine di logge e un antico pozzo “ il Pozzo di Beatrice” sul quale sono scolpite le armi dei Portinari. Lo stemma potrebbe essere stato scolpito dalla stessa mano di colui che ebbe la committenza da Folco Portinari, fondatore dell’Ospedale di Santa Maria Nuova.

La famiglia Bondi durante la prima guerra mondiale vi istituì un ospizio per i mutilati della guerra. Durante la seconda guerra mondiale, per un periodo di tempo, la villa accolse “l’Ospedale Pediatrico Anna Mayer”, fondato a Firenze in via Luca Giordano nel 1884 dal commendatore russo Giovanni Mayer, marchese di Montagliari originario di San Pietroburgo e marito della statunitense Anna Fitzgerald Meyer, deceduta per leucemia il 13 dicembre 1883 all’età di 32 anni. Le sue ultime volontà furono la creazione di una struttura per bambini poveri convalescenti.

La villa fu danneggiata dalla guerra e nel 1945 venne acquistata dal conte Rimbotti, il quale effettuò un accurato restauro utilizzando i materiali originali e riportando la villa agli antichi fasti. Xavier Bueno, realizzò l’affresco del Salone delle Feste, dipingendo il Committente, il conte Rimbotti, come prima figura a destra con le chiavi di casa.

Sul muro, vicino alla porta, vi sono i ritratti di Dante e Beatrice, in due medaglioni, scolpiti da Giovanni Dupre’, sotto i quali si leggono i versi scritti dal poeta e grande conoscitore dei versi danteschi della “Divina Commedia”, Luigi Venturi:

“Questa magion campestre era soggiorno

Al cantor dei tre regni; ed ei venia

Giovine quivi, a inebriarsi un giorno

Di speranze, d’amor, di poesia,

E la lasciò, nè più vi fe’ ritorno

Poiché l’esilio gli serrò la via.

Or le ridona di sui gloria un segno

Le figlie e il nome di quel divo ingegno”.

Versi dedicati a Dante Alighieri dal poeta Luigi Venturi: che su incarico del Granduca Leopoldo II, insegnò alla famiglia, la lettura della Divina Commedia.

Cacciato l’Alighier, casa novella

Divenne ai Portinari, e ne fu lieta

Che, se le sparve il raggio della stella.

Lo splendore acquistò del suo pianeta:

E le parca che alla gentil donzella

Qui col pensier tornasse il gran poeta.

E la memoria rannodò felice

Degli affetti di Dante e Beatrice.

I versi di Luigi Venturi dedicati a Beatrice Portinari

Per i settecento anni di Dante, la famiglia Rimbotti ha dedicato la lapide in ricordo. La villa da molti anni è stata dichiarata Dimora Storica, si affaccia su un bellissimo panorama, con un grande e curato giardino, regalando sogni meravigliosi a coloro che la scelgono come luogo di matrimonio o ricevimento.