La cuspide dell’uomo: Riflessioni sulla frattura interiore dell’Occidente. Elena Tempestini.

“Egli disse: Il seminatore uscì a seminare. E mentre egli seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in un luogo sassoso, dove non c’era molta terra e subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, subito bruciò e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede il frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi, intenda.” ( Vangelo di Matteo (13: 3-9 / 18-23).

La civiltà ebbe inizio quando l’uomo, per la prima volta, scavò la terra e vi depose un seme. In quel gesto originario era contenuto tutto: la fiducia, il tempo, la possibilità del domani. Oggi, invece, sembriamo vivere sospesi su una cuspide, un punto instabile tra ciò che eravamo e ciò che non sappiamo ancora diventare.

Non è una crisi economica, né un semplice conflitto politico: è un’incrinatura profonda dell’essere umano. Una crepa che attraversa l’anima delle nazioni e i sistemi di potere, la cui mappa ormai non coincide più con i confini tracciati sulle carte. L’Occidente, che per secoli ha fondato la propria egemonia sulla certezza del progresso, scopre di non sapere più che cosa significhi avanzare. Si è smarrito il senso della direzione, come se la storia stessa avesse perso il proprio nord.

Sotto la superficie della geopolitica si consuma un’altra guerra invisibile ma onnipresente tra due concezioni dell’uomo: da una parte i progressisti, convinti che la tecnologia e i diritti possano risolvere ogni frattura; dall’altra i conservatori, che tentano di trattenere un ordine simbolico ormai in disfacimento. È un conflitto che non si combatte solo nei parlamenti o nei mercati, ma anche nelle chiese, nei media, nelle coscienze individuali. Ogni campo, religioso o laico che sia, riflette la stessa tensione: quella tra l’idea di un uomo “costruibile” e quella di un uomo “ricevuto”, depositario di un senso che non può autogenerarsi.

Viviamo in un tempo che scambia la connessione per comunione, la libertà per assenza di legami, la parola per rumore. Ci illudiamo di essere parte di un sistema globale che ci include, quando in realtà ci separa con la precisione di un algoritmo. Abbiamo sostituito il pensiero lento con la reazione istantanea, la profondità con l’immediatezza. Eppure, proprio come le piante che sopravvivono adattandosi senza muoversi, anche l’uomo è chiamato oggi a una forma nuova di radicamento: non più nella materia, ma nella consapevolezza.

La crepa che si è aperta non è una condanna, ma un varco. È da lì che filtra la luce, anche se abbaglia. Ogni civiltà giunge a un punto in cui deve scegliere se continuare a riparare le proprie macerie o imparare a costruire di nuovo. L’Occidente è a quel punto adesso: stretto tra il ricordo della sua grandezza e la paura di non avere più nulla da offrire.

Non possiamo più continuare a vivere di rimandi e di alibi. L’uomo ha edificato muri altissimi per difendersi da se stesso: economici, morali, ideologici. Ma nessuna architettura del potere potrà salvarlo se non tornerà a riconoscersi come seme, e non come radice morta. Perché ogni sistema politico, spirituale o economico si ammala quando l’uomo dimentica di essere parte della vita e non il suo padrone.

Forse non esiste una direzione certa, ma la certezza è ciò che più ci imprigiona. Siamo nell’epoca della cuspide: non possiamo tornare indietro, ma non sappiamo ancora dove mettere piede. È in questa vertigine che si misura il coraggio del nostro tempo non nel vincere, ma nel cominciare finalmente a comprendere.

Firenze, nel segno della solidarietà: la 42ª Cerimonia di Consegna degli Scudi di San Martino nel Salone dei Cinquecento. Elena Tempestini

Nel cuore di Firenze, nel maestoso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si è svolta la 42ª edizione della Cerimonia di Consegna degli Scudi di San Martino, un appuntamento che da oltre quarant’anni celebra il valore più alto dell’impegno civile: la solidarietà.

Alla presenza di numerose autorità civili, militari e religiose, la cerimonia si è aperta con lo squillo delle chiarine della Famiglia del Gonfalone della Città di Firenze, in un’atmosfera di profondo raccoglimento e partecipazione. Insieme al presidente dell’Istituto Scudi di San Martino, Comm. Roberto Lupi, erano presenti tra gli altri il capogruppo PD ed ex presidente del Consiglio comunale Luca Milani e il vicepresidente vicario del Consiglio comunale Alessandro Draghi.


Realizzato da maestri artigiani fiorentini, lo scudo riproduce l’immagine del Santo nell’atto di dividere il proprio mantello con un povero, gesto che da secoli incarna la virtù della condivisione e dell’aiuto reciproco.
La forma circolare richiama la difesa e la protezione, mentre i rilievi e le finiture in argento o bronzo distinguono le diverse onorificenze:
Scudo d’Argento – conferito a chi si è distinto per atti di eroismo o gesti di straordinaria solidarietà umana;
Scudo di Bronzo – assegnato a coloro che hanno compiuto azioni di rilevante valore civile o sociale;
Diploma di Benemerenza – riconoscimento a chi, con costanza e dedizione, ha contribuito a opere di aiuto e fratellanza.
Sul retro, ogni scudo reca inciso il motto che ispira l’Istituto:
“Dividere ciò che si ha, per unire ciò che conta: l’umanità.”

Un momento di particolare rilievo è stato dedicato al simbolo stesso dell’Istituto: il calco originale con cui vengono forgiati gli Scudi d’Argento e di Bronzo, che nell’ultimo anno è stato custodito nel Principato di Monaco e che, grazie alla Sig.ra Muriel Natali-Laure, Ambasciatrice della Solidarietà di Montecarlo, è stato scortato dai Rappresentati di Parte Guelfa e consegnato a Frate Ruggero Valentini, presidente della Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio dell’Università Cattolica di Tirana. Un gesto che sottolinea la dimensione internazionale della solidarietà e il legame spirituale tra Firenze, Monaco e l’Europa, confermato anche dalla presenza di una copia del calco presso il Parlamento Europeo in questi giorni dedicati a San Martino.

Fondata nel 1983, l’Istituto Scudi di San Martino si ispira al principio espresso nel suo primo articolo: “ricompensare simbolicamente quanti si sono prodigati in opere meritorie di altruismo e solidarietà umana.” Dal 1984, ogni anno, la cerimonia si celebra nel sabato più prossimo all’11 novembre, giorno del Santo Patrono, ricordando il gesto che ne è all’origine: il mantello diviso con chi aveva bisogno.

L’edizione 2025 ha visto la partecipazione di un ampio parterre istituzionale: il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha mandato il suo messaggio di vicinanza all’Istituto non essendo potuto intervenire di persona, la Sindaca di Firenze Sara Funaro, il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, il Prefetto Francesca Ferrandino, il Questore di Firenze Fausto Lamparelli, il Generale Andrea De Gennaro, Capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, l’Arcivescovo di Firenze Mons. Gherardo Gambelli, il Contrammiraglio Alberto Tarabotto, Comandante dell’Accademia Navale, e il Generale Edi Turco, Comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche.

Come ogni anno, un artista ha donato un’opera ispirata alla virtù della solidarietà: per questa edizione, la creazione è firmata dall’artista Lynn, che ha interpretato in chiave contemporanea il messaggio universale di San Martino.

Nel corso della cerimonia sono stati consegnati i Diplomi di Benemerenza, gli Scudi in Bronzo e gli Scudi in Argento, riconoscimenti attribuiti a persone ed enti che si sono distinti per atti di generosità, coraggio e impegno civile.

Tra i premiati con Diploma di Benemerenza, l’Aviere Capo Giuseppe Sionis, la Dott.ssa Paola Fabiani, il Primo Graduato Samantha Salvina Leanza dell’Esercito Italiano, il Sig. Francesco Miraglia, l’Ass. Amm. Rosa Carbotti della Marina Militare, l’Associazione Xenia (Polonia), l’Equipe Elisoccorso della Guardia di Finanza, il Vigile del Fuoco Daniele Sacconi e il Brigadiere Capo Matteo Cannata dell’Arma dei Carabinieri.

Gli Scudi in Bronzo sono stati conferiti, tra gli altri, a Mr. Oscar Mc Crae (UK), Filippo Albonico, giovane di quindici anni di Como, al Dott. Massimiliano Monnanni, all’Agente Massimo Frascà della Polizia Penitenziaria.

Gli Scudi in Argento, il riconoscimento più alto, sono stati assegnati a:

Dr. Mantas Kvedaravicius (alla memoria) – Ritirato dal figlio Samuelis Kvedaravicius e accompagnato dall’Ambasciatore della Lituania Daila Kreivienè. Il riconoscimento sottolinea il coraggio e l’impegno civile del regista e antropologo, la cui opera documentaristica nei contesti di guerra rappresenta un’eredità morale e culturale di grande valore per l’umanità.

Mr. William Newbury (Cardiff) – Ritirato dall’Avv. Enrico Palasciano, Console onorario della Lituania. Premiato per il coraggioso intervento in difesa di una madre e del suo neonato, affrontando animali aggressivi a rischio della propria incolumità.

Sig. Massimiliano Valente (Marina di Pulsano) – Riconosciuto per aver salvato due bagnanti in mare, sfidando condizioni proibitive e pericoli imminenti, dimostrando senso civico e coraggio.

Vice Sovrintendente Federico Galli (Polizia di Stato) Premiato per il salvataggio di una giovane in mare in condizioni meteo-marine estreme, dimostrando alto senso del dovere e eroismo, intervenendo fino all’esaurimento delle forze fisiche.

Sergente Maggiore Aiutante Eliseo Vitaliano Ricca (Esercito Italiano) Riconosciuto per atti ripetuti di eroismo e altruismo civile, salvando vite umane in diverse circostanze, testimoniando i più alti valori del servizio militare e del sacrificio personale per la comunità.

La cerimonia, profondamente sentita, si è conclusa con un momento di silenzio e raccoglimento, nel quale il valore della solidarietà, inteso non solo come gesto individuale ma come atto di civiltà e fondamento etico della comunità, ha trovato la sua più autentica espressione.

In un tempo segnato da crisi e divisioni, Firenze ha ancora una volta ricordato che la grandezza di una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura degli altri.

 

Pasolini il poeta e il petrolio in un’ l’Italia che non volle o non era in grado di ascoltare. Elena Tempestini.   

Ho conosciuto Pasolini non nei libri di scuola, ma nel suo “fondo cartaceo” custodito al Gabinetto Vieusseux di Firenze. Tra quelle infinite carte ingiallite trovai una copia della rivista “L’erba Voglio”, la rivista che fondò con Aldo Capitini e altri intellettuali.

Sfogliandola, lessi un testo che mi spiazzò: il discorso del presidente dell’ENI e successivamente di Montedison, che tenne nel 1972 all’Accademia Militare di Modena. Un discorso in apparenza neutro, ma in realtà densissimo di implicazioni politiche e morali. Parlava del potere come di una “necessità naturale” da imparare, di una classe dirigente che doveva “educare” il Paese alla modernità, alla nascita delle multinazionali. 

Pasolini fu ossessionato da quel lungo discorso. Lo riconobbe come il manifesto di un nuovo potere invisibile, più sottile e più pervasivo di quello politico. Quando, pochi anni dopo, iniziò a scrivere Petrolio, quel discorso divenne una delle chiavi di tutto il romanzo: un atto d’accusa contro la mutazione genetica dell’Italia industriale.

Pasolini comprese che il potere economico non si nascondeva più dietro i governi, ma li generava e li sostituiva. Aveva intuito che la morte di Enrico Mattei non fu solo la fine di un uomo, ma la perdita dell’autonomia energetica e morale dell’Italia che tornava sotto un’egemonia economica straniera travestita da progresso.

Il 2 novembre 1975, quella voce si spense all’Idroscalo di Ostia. Dopo l’omicidio, il manoscritto Petrolio scomparve in parte: alcune carte furono ritrovate, altre no. Quel che rimase venne conservato nel Fondo Pasolini di Firenze. Il suo archivio era immenso e disperso: diari, appunti, lettere, sceneggiature, quaderni di lavoro. Serviva un luogo neutrale ma autorevole, capace di custodire quelle carte con rigore e indipendenza. Firenze, più raccolta e meno esposta di Roma, divenne la scelta naturale. A volerlo fu Graziella Chiarcossi, cugina e collaboratrice del poeta, insieme a studiosi come Maria Corti e Franco Zabagli, che scelsero il Gabinetto Vieusseux per garantire una tutela sobria e scientifica, lontana da ogni pressione mediatica.

Nel 1980 nacque ufficialmente il Fondo Pasolini, oggi cuore pulsante degli studi sull’autore, con oltre 70.000 documenti manoscritti, dattiloscritti, lettere, taccuini, fotografie e bobine sonore — che ancora raccontano la voce inquieta di chi non volle mai smettere di cercare la verità.

Il 2 novembre del 1975 non morì solo un poeta, morì la possibilità di dire la verità su un Paese che aveva smesso di ascoltare e di credere in se stesso.

Petrolio, fu pubblicato ben venti anni dopo, nel 1992 durante Tangentopoli, il periodo che mise a nudo quel sistema di corruzione che Pasolini aveva già intuito vent’anni prima ed aveva scritto nel romanzo incompiuto; l’Italia stava vivendo la fine della Prima Repubblica. l’ENI, le tangenti e i rapporti tra politica e affari erano al centro del dibattito nazionale. In questo contesto, la casa editrice Einaudi decise di pubblicare Petrolio, curato da Maria Corti, filologa e studiosa del fondo pasoliniano.

Fu un gesto quasi “storico”: perché il libro apparve come una profezia postuma. Tutto ciò che Pasolini aveva intuito, il legame tra potere economico, morale e mediatico, adesso si manifestava sotto gli occhi di tutti. Un libro che racconta la nascita di una borghesia industriale e politica capace di controllare il linguaggio, la televisione e il denaro, molto prima che Tangentopoli rivelasse la rete di corruzione tra imprese e partiti.

Tra le sue pagine si intravedono riferimenti cifrati all’ENI, ai servizi segreti, ai rapporti occulti tra Stato e finanza. Pasolini non era certo un complottista: era un analista poetico, e questo lo rese pericoloso. Forse Petrolio fu proprio la sua condanna. Disse di star lavorando su “qualcosa di pericoloso”, e dopo la sua morte, alcune delle sue carte scomparvero. Nessuno ha mai saputo dove siano finite.

Negli stessi anni, il suo cammino incrociò quello di Oriana Fallaci. Due caratteri inconciliabili, ma uniti da un medesimo coraggio: dire ciò che gli altri tacevano. Lei lo intervistò per L’Europeo, lo provocò, lo difese, Pasolini le rispose: “Oriana, tu sei una moralista travestita da cinica”. Eppure, quando lui morì, fu lei a scrivere la frase più vera:

“Era un uomo libero. E lo hanno ucciso perché era libero.”

Titolo per l’Europeo: “Un marxista a New York”. Oriana Fallaci racconta Pier Paolo Pasolini
a New York, come documentato dal servizio fotografico che lei realizzò per la rivista. . Un testo del 1966.

Pasolini aveva capito che la rivoluzione del consumo sarebbe stata più devastante di quella politica.

Nel 1974 scriveva: “Il potere non si nasconde più, si mostra.”

La televisione, la pubblicità, i nuovi linguaggi: tutto serviva a formare un nuovo tipo umano, più docile e più solo.

L’Italia non doveva più essere censurata: bastava insegnarle a desiderare ciò che la rendeva dipendente.

A cinquant’anni dalla sua morte, la domanda resta intatta:

chi controlla i nostri desideri?

Il petrolio che allora scorreva nelle vene del potere oggi è l’informazione, l’immagine, l’algoritmo. Cambiano le forme, non la sostanza.

Raccontare Pasolini non è solo un esercizio di memoria, la sua voce continua a chiedere se abbiamo ancora il coraggio di guardare il potere senza innamorarci di lui.

Quella notte del 2 novembre 1975, in un campo di calcio di periferia, finì la partita dell’Italia che cercava la verità.

Da allora, forse, non è mai più ricominciata.

La Cina ha inaugurato la Rotta Artica: Nuove Vie Commerciali e Implicazioni Strategiche

Una nave container cinese ha compiuto il primo viaggio commerciale sulla nuova rotta chiamata “ China – Europe Artic Express” che collega direttamente i porti cinesi a quelli del Nord Europa. Un primo container è partito il 20 settembre 2025 e ha completato il percorso in circa 18 giorni, un tempo significativamente inferiore rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez. il Passaggio a Nord —Est lungo la costa siberiana verso l’Europa e’ avvenuta. La nave è partita da Ningbo-Zhoushan, facendo scalo anche a Qingdao e Shanghai, prima di dirigersi verso i porti europei di Danzica, Amburgo, Rotterdam e infine Felixstowe. La gestione è della compagnia cinese emergente Haijie Shipping Sea Legend.
L’apertura della rotta artica da parte della Cina, la quale segna un cambio di paradigma nel commercio globale, collegando direttamente la Repubblica Popolare Cinese all’Europa senza passare per le vie tradizionali di Suez o del Capo di Buona Speranza. Il risparmio di tempo e l’efficienza logistica rappresentano un vantaggio immediato, ma la navigazione attraverso i mari gelati comporta rischi ambientali e geopolitici significativi.
Dal punto di vista strategico, l’iniziativa rafforza l’influenza cinese sulle catene commerciali globali, riducendo la dipendenza da rotte controllate da terzi e creando nuovi equilibri nelle relazioni internazionali. La Russia, pur collaborando economicamente con Pechino, osserva con attenzione la crescente presenza cinese nel suo “cortile artico”.
L’aspetto ambientale non è trascurabile: il traffico navale in zone ecologicamente sensibili espone la regione a incidenti e accelerazione dello scioglimento dei ghiacci. La sostenibilità diventa quindi un elemento chiave nella strategia commerciale e diplomatica cinese.
In prospettiva, la rotta artica non è solo un percorso commerciale: è uno strumento geopolitico, una leva di potere e un indicatore della crescente complessità nelle relazioni tra economia, sicurezza e ambiente nel XXI secolo.

Il petrolio come leva di pace: la mossa americana che incrina gli equilibri del Cremlino. Elena Tempestini

Negli ultimi giorni Washington ha dato un colpo diretto al petrolio della Russia per costringere Putin a trattare la pace in Ucraina. Sanzioni alle due colonne portanti del regime economico russo: le petrolifere Rosneft e Lukoil. Si mira a interrompere l’accesso delle compagnie a servizi finanziari e a pressare i loro conti esteri. Reazioni immediate, con vendite e una perdita di capitalizzazione rilevante per entrambe. Gli oligarchi russi, “fedeli” al Cremlino, sono innanzitutto gestori di capitale: perdite sistemiche di patrimonio e restrizioni sui movimenti di capitale erodono rapidamente la loro propensione a sostenere politiche che mettono a rischio i loro attivi. Se sanzioni e conseguenze operative dovessero prolungarsi, potrebbero richiedere un cambiamento dell’assetto politico ed economico. Questo non significa necessariamente un golpe in senso classico, ma una frammentazione delle alleanze e una maggiore instabilità decisionale al vertice.
Il fatto che Mosca mandi un emissario economico-diplomatico di alto livello come Kirill Dmitriev inviato speciale del Presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, nel momento che Trump è in Asia, e che la Russia sia in piena crisi finanziaria delle sue compagnie petrolifere, suggerisce che gli affari economici, quali investimenti e contatti internazionali sono parte integrante della strategia del Cremlino, dimostra che non c’è solo l’azione militare o diplomatica pura.
Le sanzioni a Rosneft e Lukoil non sono solo una misura economica: sono un attacco mirato al meccanismo che finanzia e legittima il potere a Mosca. A breve possono sembrare solo un problema finanziario con oscillazioni e contromisure, ma a medio termine aumenteranno la probabilità che l’equilibrio fra Stato, élite e apparato militare si incrini. Questo non garantisce automaticamente scenari catastrofici o “cospirazioni” interne: significa che il margine d’errore politico diventa più stretto e che le élite potrebbero ricalibrare il loro supporto se i costi superano i benefici. La posta in gioco è la capacità del Cremlino di sostenere contemporaneamente guerra, stabilità interna e il patto implicito con i detentori di capitale, proteggere la capacità di finanziare lo sforzo militare e insieme mantenere il consenso o la neutralità dell’élite economica che sostiene il sistema. Rosneft e Lukoil rappresentano quote rilevanti della produzione e delle entrate statali russe: colpirle è colpire la macchina fiscale che alimenta gli equilibri interni.
Kirill Dmitriev ha annunciato di essere giunto negli Stati Uniti per colloqui con funzionari americani, parlando di una possibile soluzione diplomatica fra Russia, USA e Ucraina. Ha inoltre affermato che il summit fra Donald Trump e Putin non è stato cancellato ma solo rinviato.

Trump e Xi verso la distensione: accordo su TikTok, terre rare e soia

Gli Stati Uniti e la Cina sembrano aver trovato un punto di equilibrio dopo mesi di tensione commerciale. A pochi giorni dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto in Corea del Sud, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha annunciato un accordo “definitivo” su le terre rare e la soia, nonché sulla vendita di TikTok, segnando una fase di distensione che potrebbe ridefinire i rapporti economici tra le due potenze.
Secondo quanto dichiarato da Bessent durante il programma “Face the Nation”della CBS, “tutti i dettagli sono ormai definiti” e la chiusura formale della transazione sarà nelle mani dei due leader. La vendita di TikTok rappresenta un passaggio simbolico e politico di rilievo: a gennaio 2025 la Corte Suprema aveva infatti confermato la legge federale che vieta l’app Tik Tok negli Stati Uniti, a meno che non venga ceduta dalla sua società madre cinese. La conclusione positiva del negoziato segna quindi un momento di pragmatismo diplomatico, volto a disinnescare uno dei principali fattori di frizione tecnologica tra Washington e Pechino.
Parallelamente, è stata raggiunta una pre-intesa sulle terre rare, strategici indispensabili per la produzione di microchip, batterie e tecnologie militari che prevede il rinvio di un anno alle restrizioni cinesi sulle esportazioni. In cambio, Pechino riprenderà gli acquisti di soia americana, bloccati negli ultimi mesi per ragioni politiche e commerciali.
L’accordo, secondo Bessent, “porterà benefici concreti ai coltivatori americani e stabilità al mercato agricolo”. Il riferimento è chiaro: le tensioni tariffarie degli ultimi anni avevano colpito duramente il comparto agroalimentare statunitense, storicamente vicino alla base elettorale repubblicana.
Dal punto di vista geopolitico, l’intesa sancisce una tregua tattica. Trump ha confermato che l’ipotesi di dazi al 100% nei confronti della Cina è ormai archiviata, dopo due giorni di colloqui “molto positivi” in Malesia. L’obiettivo è duplice: ridurre l’escalation commerciale e ricreare un canale stabile di dialogo economico, in un momento in cui entrambe le potenze hanno interesse a evitare nuove turbolenze nei mercati globali.
Le trattative, descritte da Bessent come “costruttive e approfondite”, hanno toccato anche il tema della cooperazione sulla crisi del fentanyl, segnale di un dialogo più ampio che va oltre la dimensione economica.
L’appuntamento di giovedì 30 ottobre in Corea del Sud tra Trump e Xi rappresenterà il banco di prova della nuova fase dei rapporti sino-americani. Più che un semplice accordo commerciale, quello che si profila è un test di equilibrio strategico tra due potenze consapevoli che la stabilità economica globale passa oggi, inevitabilmente, per la loro capacità di negoziare senza indebolirsi.

“Italia protagonista del quantum: innovazione, imprese e opportunità globali”. Elena Tempestini.

Nasce in Lombardia la Q-Alliance, hub per il quantum computing che mette l’Italia sotto i riflettori internazionali. Mercoledì 14 ottobre, D-Wave e IonQ, due giganti statunitensi, hanno annunciato l’apertura di un centro per ricerca e sviluppo industriale nel nostro Paese.

Perché proprio l’Italia? La risposta è nel Piano nazionale per le tecnologie quantistiche, con 33 azioni concrete: dalla ricerca avanzata alla formazione, dall’installazione di hardware dedicato all’accesso alle tecnologie critiche. L’Italia punta a diventare competitiva come Francia, Germania e Spagna, investendo circa 200 milioni all’anno per cinque anni.

Secondo Wired, il progetto è anche una porta europea per le aziende americane, che altrimenti non possono accedere ai fondi comunitari. D-Wave, per esempio, lavora con una tecnologia unica, il quantum annealing, assente in Europa. Fabio Beltram della Scuola Normale di Pisa sottolinea: “Non sappiamo quale tecnologia vincerà, quindi dobbiamo mantenere tutte le porte aperte”.

A rafforzare il ruolo dell’Italia come hub tecnologico contribuisce anche il forum promosso dalla Fondazione Innovazione Digitale ETS, piattaforma di incontro tra istituzioni, operatori e mondo della ricerca su innovazione, intelligenza artificiale e digitalizzazione. L’evento favorisce il dialogo tra policy maker, industria e accademia, con l’obiettivo di posizionare l’Italia come protagonista del dibattito internazionale e di rafforzare la collaborazione tra imprese italiane, nazionali e multinazionali e il patrimonio di ricerca delle università.

L’Italia non parte da zero: il Paese è già al centro di tecnologie avanzate che esporta globalmente. Un esempio è Prysmian Group di Milano e Tratos Cavi Spa di Pieve Santo Stefano, leader nella produzione di cavi sottomarini, i cui componenti in fibre ottiche sono fondamentali anche per le comunicazioni quantistiche. E poi c’è EniQuantic di Eni, impegnata nello sviluppo di soluzioni tecnologiche avanzate per il quantum computing, il quale quantum è un calcolo quantistico, una tecnologia che sfrutta i principi della meccanica quantistica per risolvere problemi complessi che i computer tradizionali non possono affrontare. A differenza dei computer classici che usano i bit, cioè da 0/1, i computer quantistici utilizzano i qubit che grazie ai fenomeni della superposizione e dell’Entanglement possono elaborare simultaneamente un numero esponenziale di informazioni. Questa capacità li rende potenzialmente molto più veloci nel risolvere specifici problemi, come la crittografia, l’ottimizzazione e la simulazione molecolare. L’italia è un Paese che da sempre ha una filiera scientifica d’eccellenza, pronta a integrarsi con la nuova frontiera della tecnologia quantistica. Il contrasto con Bruxelles è chiaro: guidata dalla Francia di Macron, che con Pasqal, ha appena annunciato 65 milioni di investimenti nell’Illinois per insediare il primo quartier generale negli Stati Uniti.

l’Europa vuole favorire aziende comunitarie in nome della sovranità digitale, escludendo giganti americani come D-Wave. Ma per l’Italia, questa esclusione è un’opportunità: attrarre investimenti, competenze e startup, e diventare hub di innovazione.

Praticamente il lago di Como non è solo bellezza, ma il teatro dove l’Italia può giocare un ruolo strategico nella tecnologia del futuro.

Fonte: Wired, interviste a Fabio Beltram (Scuola Normale di Pisa)

India, Exxon e il nuovo asse del greggio: la fine del monopolio russo nell’Oceano Indiano. Elena Tempestini

Quando l’India decide di cambiare fornitore di petrolio, il mondo ascolta.

La notizia dell’acquisto di 4 milioni di barili di greggio guyanese da parte di Indian Oil Corporation e Hindustan Petroleum, due delle principali raffinerie statali indiane, non è un semplice movimento commerciale: è una manovra geopolitica.

Dietro l’operazione con ExxonMobil, che controlla la produzione di petrolio in Guyana, si intravede una revisione profonda della politica energetica di Nuova Delhi e, più in generale, un segnale di riallineamento nei rapporti di forza tra Washington, Mosca e l’Asia meridionale.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’India aveva approfittato dei forti sconti offerti da Mosca per consolidare le proprie scorte energetiche, diventando uno dei principali acquirenti di greggio russo. Una scelta definita da molti “pragmatica”: garantire approvvigionamenti stabili a basso costo in un momento di inflazione e tensioni sui mercati globali.

Tuttavia, il recente accordo con ExxonMobil segna un cambio di prospettiva. Nuova Delhi, pur senza rinnegare i legami con Mosca, inizia a diversificare le proprie rotte energetiche per evitare una dipendenza eccessiva e rispondere alle pressioni occidentali, in particolare statunitensi, che da mesi chiedono all’India di “non finanziare indirettamente la guerra” russa.

La pressione di Washington si è concretizzata in modo esplicito lo scorso 1° agosto 2025, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto ufficialmente all’India di interrompere le importazioni di petrolio russo.

Una richiesta che, se accolta, potrebbe mettere a rischio miliardi di dollari di entrate per la Russia, spingere Mosca a reagire bloccando un importante oleodotto guidato dagli USA e, potenzialmente, innescare una nuova crisi globale dell’offerta energetica.

L’India, terzo importatore mondiale di petrolio, è infatti divenuta dal 2022 il maggiore acquirente di greggio russo, con acquisti fino a 2 milioni di barili al giorno, pari al 2% dell’offerta globale. Altri grandi acquirenti restano la Cina e la Turchia.

La scelta della Guyana non è casuale. In pochi anni, questo piccolo Stato sudamericano è diventato uno dei nuovi poli emergenti dell’energia globale, grazie alle scoperte petrolifere al largo delle sue coste, dove ExxonMobil, insieme a Hess e CNOOC, ha avviato una produzione in rapida espansione.

La dimensione geopolitica lo rende prezioso: acquistare in Guyana significa avvicinarsi all’orbita statunitense e ridurre il rischio di sanzioni o instabilità logistica derivanti dai flussi eurasiatici.

La Russia non ha commentato ufficialmente la decisione indiana, ma il segnale è chiaro: la partnership energetica russo-indiana non è più esclusiva.

Per Mosca, che negli ultimi due anni aveva trovato proprio in Nuova Delhi un mercato vitale per compensare la perdita di clienti europei, si tratta di un colpo strategico non trascurabile.

Per Washington, invece, è una vittoria silenziosa: gli Stati Uniti ottengono un doppio risultato, rafforzando la propria influenza energetica nell’Oceano Indiano e riducendo la dipendenza dell’India dal petrolio russo, senza dover imporre apertamente sanzioni o diktat.

Si è formato un nuovo triangolo energetico: India, Stati Uniti, Sud America.

Questa mossa conferma come l’India stia diventando uno snodo cruciale del nuovo ordine energetico multipolare.

Da un lato, continua a importare da Mosca, dal Golfo Persico e dall’Africa; dall’altro, apre canali con l’Atlantico, consolidando un ponte strategico tra Sud America e Asia.

È la logica del multi-alignment, la diplomazia a più centri, che il premier Narendra Modi ha elevato a dottrina: mantenere rapporti solidi con tutti, senza legarsi a nessuno.

Ma in questo equilibrio sottile, ogni scelta energetica diventa un atto di politica estera.

Il passaggio dell’India verso il petrolio della Guyana non è solo un esperimento commerciale, ma un indizio di come la geopolitica dell’energia stia evolvendo in silenzio.

L’Asia meridionale si configura sempre più come crocevia di interessi globali, dove il controllo dei flussi energetici equivale al controllo dell’influenza politica.

L’India, consapevole della propria centralità, sta ridisegnando la mappa del potere petrolifero globale: tra Oriente e Occidente, tra pragmatismo e strategia, tra memoria coloniale e ambizione di potenza.

E forse, dietro ogni barile di greggio, si cela la vera misura del futuro equilibrio mondiale.

Dall’invenzione del microchip ai cavi sottomarini: è l’Italia “invisibile” che connette il mondo. Elena Tempestini.

La Silicon Valley nasce dal silicio, e il silicio porta un nome italiano: Federico Faggin. Fu lui, ingegnere vicentino, a concepire nel 1971 il primo microprocessore, gettando le basi della rivoluzione digitale che ha ridefinito potere, economia e società. Da quella scintilla è nata la civiltà del dato, dove l’informazione è diventata risorsa e strumento di dominio.

Oggi, se il cervello del mondo digitale è nel microchip, il suo corpo corre sotto i mari: oltre il 95% dei dati globali viaggia attraverso cavi sottomarini, un’infrastruttura invisibile che unisce continenti, governi e mercati. E anche qui l’Italia è protagonista silenziosa. La Prysmian Group di Milano è il leader mondiale nella produzione di cavi per energia e telecomunicazioni, mentre la Tratos Cavi Spa di Pieve Santo Stefano realizza tecnologie in fibra ottica che alimentano reti e data network planetari. Da queste infrastrutture dipendono la sicurezza energetica, la capacità di comunicazione e la stabilità geopolitica di interi sistemi.

In questo contesto si colloca la nozione di sovranità tecnologica: la capacità di una nazione di sviluppare, gestire e proteggere autonomamente le proprie infrastrutture digitali. È la nuova forma del potere, fondata sul controllo dei dati e delle reti, che da decenni costituisce l’architettura invisibile della politica globale. Le grandi piattaforme digitali lo hanno compreso bene: trasformare la ricchezza in potere politico e culturale è la loro strategia. Le Big Tech non sono più semplici aziende, ma infrastrutture essenziali per comunicare, lavorare, commerciare.

Figure come Peter Thiel incarnano questa visione: ideologo del monopolio e mentore di intere generazioni di imprenditori e politici, da René Girard a J.D. Vance, teorizza la legittimità del dominio tecnologico come missione quasi salvifica. I tecnocapitalisti non appartengono a partiti: li usano. Accumulano risorse per modellare il futuro a propria immagine, costruendo una sovranità parallela, priva di veri contrappesi.

Così, mentre la politica tradizionale arranca, l’asse del potere si sposta verso chi controlla i flussi di informazione, energia e intelligenza artificiale. Dall’intuizione di Faggin ai cavi sottomarini italiani, emerge una geografia invisibile del potere, in cui l’Italia forse non si rende ancora conto di quanto una parte del suo tessuto industriale sia, in silenzio, uno dei motori trainanti del mondo, con eccellenze tecnologiche e manifatturiere sempre all’avanguardia. Ed è in questa trama sommersa che si gioca la vera sovranità del XXI secolo.

L’era della tokenizzazione: la visione di Larry Fink e la nuova geografia del potere finanziario. Elena Tempestini.

Larry Fink sul social X

“Credo che siamo solo all’inizio della tokenizzazione di tutti gli asset, dagli immobili alle azioni alle obbligazioni.” Con questa frase, pronunciata quasi come una profezia, Larry Fink , CEO del più grande gestore di patrimoni al mondo, dei più importanti asset manager, principale fornitori di servizi di gestione degli investimenti globali, la BlackRock, ha sintetizzato una delle trasformazioni più profonde e sottovalutate del sistema finanziario globale.

BlackRock CEO Larry Fink

Per comprendere la portata di queste parole, bisogna spingersi oltre il linguaggio tecnico e leggere il messaggio politico, strategico e culturale che le accompagna. Fink non parla soltanto di innovazione tecnologica, ma di una nuova forma di sovranità economica. La tokenizzazione, nella sua visione, è il punto di arrivo di un processo in cui il valore diventa digitale, liquido, frazionabile e tracciabile. Ogni bene reale, un edificio, un titolo di Stato, una quota societaria può essere convertito in un insieme di “token”, rappresentazioni digitali della proprietà registrate su blockchain.

Questo meccanismo ha conseguenze dirompenti: democratizza l’accesso agli investimenti, riduce i costi di intermediazione, accelera i flussi di capitale e abbatte le barriere tra mercati nazionali. Ma, al tempo stesso, riconcentra il potere nelle mani di chi possiede e gestisce le infrastrutture digitali che rendono possibile questa circolazione di valore.

È in questa dinamica che Fink individua la nuova “frontiera” della finanza globale. Dopo la moneta, i derivati, gli ETF e la finanza algoritmica, ora il controllo non sarà più solo sui capitali, ma sull’architettura stessa della loro rappresentazione.

La tokenizzazione, nella prospettiva geopolitica, ridefinisce il concetto di sovranità. Le banche centrali, già impegnate nello sviluppo delle valute digitali di Stato (CBDC), vedono emergere un ecosistema parallelo, spesso più rapido e più attrattivo. I fondi sovrani e le grandi istituzioni finanziarie competono per presidiare le piattaforme, i protocolli e i registri che diventeranno i “porti franchi” del valore globale.

In questa corsa, BlackRock gioca d’anticipo: non come semplice gestore di fondi, ma come architetto di un’infrastruttura che unisce finanza tradizionale, intelligenza artificiale e blockchain.

Il messaggio di Fink è quindi doppio. Da un lato, la promessa di una finanza più inclusiva e trasparente; dall’altro, l’avvertimento che il dominio non sarà più solo sulla moneta, ma sull’informazione che la rappresenta. La tokenizzazione è il linguaggio con cui il capitalismo del XXI secolo riscrive se stesso: trasformando ogni cosa in dato, ogni proprietà in codice, ogni valore in flusso digitale.

E in quel flusso , silenzioso, invisibile e globale, si gioca già oggi la nuova geografia del potere economico mondiale.