La fine della finzione: Davos, Carney, Fink e il crollo dell’ordine globale. Elena Tempestini.

Non basta riportare ovunque il discorso di Mark Carney, ma comprenderne bene ogni parola, domandarsi il perché. Non sono parole contro qualcuno, ma contro una “finzione”. Mentre pubblicavo questo articolo, mi è tornato alla mente un passaggio che oggi appare quasi profetico. Nel 1972, all’Accademia militare di Modena, Eugenio Cefis tenne un discorso destinato a rimanere sotterraneo ma decisivo. Disse ai giovani ufficiali, futuri punti chiave del sistema, che il potere del futuro non sarebbe stato solo negli Stati, ma nelle multinazionali, che avrebbero dovuto comprenderle, accettarle, studiarle, perché lì si sarebbe spostato il vero centro decisionale del mondo.
Quella visione accompagnò la nascita della globalizzazione economica che a Davos nel 1971 con Klaus Schwab, abbiamo conosciuto per cinquant’anni. Oggi, a Davos, sembra essersi celebrato l’atto finale di quella stessa stagione. Come se il cerchio iniziato allora si stesse chiudendo, anche cambiando il luogo futuro dove si terrà il Forum.
Non è solo la fine di un modello economico. È la fine dell’illusione che il potere potesse essere neutrale, invisibile, senza responsabilità politica. La globalizzazione è nata come progetto. Sta finendo come realtà storica.
Carney non ha parlato di transizione, ma di frattura. Ha detto ciò che molti pensano da tempo che le regole non proteggono più, l’integrazione economica è diventata un’arma e fingere che il sistema funzioni è diventato il vero rischio.
In questo passaggio entra inevitabilmente Donald Trump, non come protagonista, ma come detonatore. Carney non lo difende, ma ne riconosce implicitamente l’effetto, Trump è stato il primo a smettere di fingere, mostrando che i rapporti internazionali oggi si fondano sui rapporti di forza più che sulla retorica. Trump non viene celebrato in quel discorso, ma neppure demonizzato, viene superato, perché ha svolto, forse suo malgrado, la funzione più destabilizzante di tutte, rendere visibile ciò che prima veniva nascosto. E quando una verità strutturale emerge, non può più essere rimossa, può solo essere affrontata.
Qui si trova il concetto di René Girard, mentore di Peter Thiel e di J.D Vance vice presidente americano. Trump è il capro espiatorio volontario su cui proiettare le contraddizioni della globalizzazione, per evidenziarle per rivelarne le fragilità.
È questo il cuore del discorso di Carney, quando parla alle nazioni e dice: “Se non siete al tavolo, vuol dire che siete nel menù”Riconoscere che il vecchio ordine non tornerà e che la nostalgia non è una strategia. Davos non ha celebrato la globalizzazione, né ha certificato il suo tramonto. E ha posto una domanda che riguarda tutti, continuare a fingere o costruire qualcosa di nuovo partendo dalla verità? Carney non difende Trump.
Ma riconosce implicitamente una verità scomoda, se smetti di recitare, tutti gli altri sono obbligati a scegliere se continuare a mentire o iniziare a costruire davvero.
Elena Tempestini
Elisabetta Failla

A Trump e al sistema di sicurezza degli Stati Uniti non interessa “possedere” la Groenlandia. Elena Tempestini.

Gli americani in Groenlandia sono una presenza storica ai quali non interessa diventare proprietari dell’isola, ma mantenere e rafforzare l’infrastruttura di difesa che protegge non solo l’America, ma l’intero spazio euro Atlantico. Le dichiarazioni di Trump sul presunto interesse a “comprare” la Groenlandia vanno lette per ciò che realmente sono, provocazioni con una precisa funzione geopolitica. Servono a riportare l’Artico al centro del dibattito strategico americano, a inviare un segnale a Cina e Russia che quell’area non è disponibile a interferenze esterne e a rivendicare una postura di leadership risoluta, anche sul piano simbolico. Al di là delle formule roboanti, è evidente che nessun presidente statunitense può aspirare ad acquistare un territorio appartenente a una monarchia europea senza accordi e consenso multilaterale, ovviamente Trump ne è consapevole.

La questione reale è un’altra,la priorità strategica statunitense nell’Artico non è territoriale, ma difensiva e tecnologica. Washington punta a modernizzare la Pituffik Space Base, potenziare i sistemi radar e satellitari e impedire che potenze concorrenti, con particolare attenzione alla Cina, possano inserirsi nell’isola attraverso progetti infrastrutturali o minerari capaci di generare leva politica. L’Artico, oggi, è un teatro decisivo della competizione per la supremazia nello spazio e nelle rotte polari, riguarda l’innovazione, la capacità di proiezione e la sicurezza collettiva, non la conquista di nuove province. Quello che conta davvero, oggi come dagli anni Quaranta, è mantenere e modernizzare la presenza militare americana sull’isola, una rete di basi e sistemi radar che costituisce uno degli snodi più avanzati della difesa aerospaziale occidentale. La Groenlandia è un pilastro del dispositivo strategico del Nord America e della NATO, non un territorio da annettere e il cuore della competizione artica passa proprio da lì. La Groenlandia è situata tra l’Atlantico settentrionale e l’Oceano Artico, è diventata nel corso del Novecento uno dei pezzi più importanti dello scacchiere strategico globale. La sua ampia estensione, la posizione geografica unica tra Nord America ed Europa e il progressivo scioglimento dei ghiacci ne hanno accentuato la rilevanza, ponendo l’isola al centro delle dinamiche di sicurezza tra grandi potenze, con particolare riferimento agli Stati Uniti d’America.  

La storia per Washington risale alla Seconda guerra mondiale. Già negli anni Quaranta, con il timore di un’espansione tedesca nell’Artico e la necessità di supportare operazioni meteorologiche cruciali, Stati Uniti e Canada firmarono un accordo per la difesa dell’isola che permise la costruzione delle prime installazioni militari. Dopo la guerra, nel contesto della Guerra fredda, la Groenlandia divenne un elemento chiave per la sicurezza nordamericana. Fu costruita quella che oggi è la Pituffik Space Base, originariamente nota come Thule Air Base, nel punto più settentrionale di insediamento militare statunitense e tra i più avanzati in termini di tecnologia radar e sorveglianza spaziale. Questa base è operativa da oltre settant’anni e continua a essere gestita dagli Stati Uniti, sotto un accordo di difesa con la Danimarca, paese del quale la Groenlandia è territorio semi-autonomo.  

La Pituffik Space Base svolge funzioni che trascendono la mera presenza militare, ospita radar avanzati che costituiscono una parte fondamentale dell’architettura di allerta missilistica e di sorveglianza spaziale. Tali sistemi permettono di monitorare eventuali lanci di missili balistici o altri vettori potenzialmente diretti verso il Nord America, nonché di tracciare oggetti in orbita terrestre a favore delle capacità difensive e di controllo spaziale statunitensi e alleate.  Queste funzionalità sono integrate nel sistema di difesa della regione nordamericana attraverso il comando NORAD, il North American Aerospace Defense Command. Il NORAD è un organismo binazionale canadese-statunitense responsabile della sorveglianza dello spazio aereo e della difesa contro attacchi aerospaziali. La presenza radar e di monitoraggio in Groenlandia, così come altre installazioni in Canada e negli Stati Uniti, è parte integrante della missione di allerta precoce e di difesa territoriale stabilita sin dalla metà del secolo scorso.  

Nel corso degli anni, la presenza americana sull’isola ha subito varie trasformazioni. Alla fine degli anni Cinquanta e nei decenni successivi, durante il picco delle tensioni con l’Unione Sovietica, la base di Thule arrivò ad ospitare numeri significativi di personale nell’ordine di migliaia di militari. Con la fine della Guerra fredda questa presenza si è ridotta drasticamente, e oggi si stima un contingente stabile dell’ordine delle centinaia di persone.  

La presenza di questi hub strategici non è importante solo per gli Stati Uniti. Anche l’Europa, attraverso l’Alleanza Atlantica, trae vantaggio dal monitoraggio e dalle capacità di difesa installate in Groenlandia. La posizione dell’isola consente di controllare corridoi di accesso artico e transatlantico che potrebbero essere utilizzati da forze ostili, oltre a essere un punto di osservazione privilegiato per le attività navali e aeree russe nel Nord Atlantico e nell’Oceano Artico. In un contesto geopolitico in cui la competizione tra grandi potenze si estende anche alle regioni polari, la cooperazione tra gli Stati Uniti, il Canada e gli alleati europei nell’ambito di strutture come il NORAD e la Nato assume una rilevanza strategica crescente.  

Il dibattito politico su cosa debba significare questa presenza non è mai completamente sopito. Alcuni leader europei hanno avvertito che mettere in discussione la sovranità danese della Groenlandia o ipotizzare scenari di acquisizione territoriale da parte di Washington potrebbe mettere a rischio l’equilibrio di sicurezza post-seconda guerra mondiale costruito attorno alla Nato.  

La Groenlandia non rappresenta per gli Stati Uniti una semplice questione di “possessione territoriale”, ma piuttosto un elemento cruciale di una rete di difesa e sorveglianza che ha radici storiche profonde e che continua a essere fondamentale sia per la protezione del Nord America sia per la stabilità euro-atlantica. Attraverso la presenza di installazioni come la Pituffik Space Base e la cooperazione con partner come Canada e membri della Nato, gli Stati Uniti mantengono un ruolo centrale nel monitoraggio delle minacce nell’Artico e nella gestione strategica di un’area che potrebbe definire equilibri di sicurezza nel XXI secolo.

La chiesa di Santo Stefano al Celio rappresenta l’architettura della Gerusalemme futura. Elena Tempestini.

La diffusione del culto di Santo Stefano, primo martire del Cristianesimo, conosce un momento decisivo nel V secolo grazie all’opera di Sant’Agostino, che a partire dal 425 d.C. ne divenne uno dei principali propagatori in Occidente. In un celebre discorso, il vescovo di Ippona riferisce come, subito dopo il ritrovamento delle reliquie del santo a Gerusalemme, iniziarono a manifestarsi miracoli nei luoghi a lui dedicati. Fin dall’origine, la figura di Stefano assume una prossimità singolare a Cristo stesso: negli Atti degli Apostoli è colui che, nel momento supremo della morte, perdona i propri carnefici, reiterando il gesto salvifico del Maestro. Per questo motivo la sua memoria liturgica è collocata immediatamente il giorno dopo il 25 dicembre, come sigillo teologico del mistero dell’Incarnazione.

Dante Alighieri, nel Purgatorio (canto XV), restituisce con straordinaria potenza visionaria la scena della lapidazione di Stefano, insistendo sul perdono pronunciato nel momento della morte:

“Poi vidi genti accese in foco d’ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: ‘Martira, martira!”

Stefano viene lapidato a Gerusalemme intorno al 31 d.C., per istigazione del Sinedrio, con l’accusa di bestemmia contro Dio e contro Mosè. È il primo dei sette diaconi scelti dagli Apostoli e il primo martire cristiano. In sua memoria sorsero numerosi edifici sacri; tra questi, uno si distingue in modo radicale per forma, collocazione e densità simbolica: la chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio, a Roma. La chiesa fu edificata sotto il pontificato di papa Simplicio (468–483 d.C.), probabilmente intorno al 470, sul colle del Celio, uno dei più vasti e antichi dei sette colli romani, dominante la valle dell’Anfiteatro Flavio. Il Celio, anticamente detto Querquetulanus per la presenza di un querceto sacro, era attraversato dall’acquedotto Appio e accessibile dalle porte Celimontana e Capena, quest’ultima snodo originario della via Appia e della via Latina. La costruzione di Santo Stefano Rotondo si colloca in uno dei periodi più drammatici della storia romana. Dopo la morte di Teodosio nel 395, l’Impero fu diviso; nel 452 Aquileia venne distrutta dagli Unni di Attila; nel 455 Roma fu saccheggiata dai Vandali di Genserico; nel 476 la deposizione di Romolo Augustolo segnò la fine formale dell’Impero romano d’Occidente. In questo scenario di dissoluzione politica e spirituale, il Cristianesimo assunse il compito di rifondare simbolicamente il mondo.
Non è casuale che la chiesa sorga su un antico bosco sacro preromano, in prossimità dei principali templi egizi di Roma, e direttamente sopra il mitreo dei Castra Peregrini, la caserma delle milizie straniere. Il Celio era un’area ad altissima densità cultuale: vi prosperarono il culto di Iside, attestato da Trebellio Pollione, e quello di Mithra, religione misterica particolarmente diffusa negli ambienti militari e sostenuta da imperatori come Diocleziano, che nel 307 elevò Mithra a protettore del proprio potere. Solo con Costantino e la vittoria del Cristianesimo nel 312 d.C. le religioni misteriche iniziarono il loro declino. In Occidente, Sant’Agostino e papa Simplicio contribuirono a delineare una nuova geografia del sacro, occupando e trasfigurando gli spazi simbolici delle antiche divinità. Le prime chiese cristiane adottano prevalentemente la pianta basilicale longitudinale, derivata dall’architettura civile romana. Gli edifici a pianta centrale sono generalmente riservati a mausolei, battisteri e martyria. Fanno eccezione casi rarissimi, tra cui San Lorenzo a Milano e Santo Stefano Rotondo a Roma, concepita non come semplice martirio, ma come spazio assembleare. L’edificio fu progettato con diametro e altezza pari a 144 cubiti romani (un cubito misura circa 0,462 metri), così da poter essere inscritto idealmente in una sfera perfetta, immagine della totalità cosmica.
Il numero 144 non è arbitrario. È il numero della creazione 24 ore per 6 giorni, la radice quadrata di 12 × 12, cifra della massima completezza, valore numerico della Gerusalemme celeste nell’Apocalisse, nonché numero ricorrente nella tradizione biblica e patristica. Platone e Aristotele lo consideravano soglia di mutamento per le città e i cicli storici. Ma 144 possiede anche una rilevanza astronomica: la differenza tra i due principali valori della precessione degli equinozi, quello di 25.920 simbolico tradizionale e quello di 25.776 anni astronomici e più preciso, la differenza e’ 144. È inoltre il dodicesimo termine della sequenza di Fibonacci, legata alla sezione aurea e alle strutture fondamentali della natura.
L’interno, della chiesa di Santo Stefano Rotondo è articolato in tre cilindri concentrici. Il locale centrale aveva un diametro di 48 cubiti; ventidue colonne lo separavano dal secondo anello, il quale distava ventiquattro cubiti dal terzo, formato da otto grandi piloni di sostegno e trentasei colonne. A una distanza ulteriore di ventiquattro cubiti si collocava il muro esterno. La luce penetrava da trentasei finestre esterne e da ventidue finestre che illuminavano il nucleo centrale. Dodici scalini conducevano alle otto porte esterne, che immettevano in quattro ambienti disposti a croce secondo i punti cardinali; da questi si accedeva, attraverso altre quattro porte, allo spazio sacro vero e proprio.
Ogni numero è carico di significato. I dodici gradini rimandano ai dodici Apostoli che sorreggono la Chiesa. L’otto, ripetuto nei portali e nei pilastri, allude al mistero della Resurrezione, avvenuta l’ottavo giorno, simbolo di una nuova era del mondo; non a caso, i battisteri cristiani sono spesso ottagonali. L’ottagono disegna e contiene la croce, orientata lungo l’asse nord-sud, inscrivendo la Passione nel cosmo. Le ventidue colonne e finestre del nucleo centrale possono essere lette come riferimento alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, dalla prima all’ultima, Alfa e Omega, principio e fine. Il numero trentasei, legato alle colonne e alle finestre esterne, equivale a tre volte dodici e richiama insieme la Trinità, la perfezione e la totalità apostolica; è anche il numero delle stelle dello zodiaco nel sistema babilonese e il risultato dell’ogdoade, la somma dei numeri da uno a otto. Su Santo Stefano Rotondo sono stati condotti molti studi di particolare profondità simbolica, quello più importante che ricordiamo è di Ritz Sandor, che ha interpretato il tempio come anticipazione architettonica della Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse di Giovanni: una città quadrangolare, le cui misure sono uguali in lunghezza, larghezza e altezza, con mura di centoquarantaquattro cubiti, nella quale non vi è tempio, perché Dio stesso è il tempio. Perché, allora, una chiesa rotonda? Entrare in uno spazio circolare significa perdere l’orientamento spaziale e temporale, ritornare alla dimensione primordiale dell’umanità raccolta intorno al fuoco sacro. La liturgia non si sviluppa come sequenza, ma come esperienza cosmica. Il cerchio è simbolo di perfezione, del cielo e di Dio: non ha inizio né fine. Il quadrato rappresenta la terra. La quadratura del cerchio diviene così metafora del tentativo umano di elevarsi dal piano materiale a quello divino. In Santo Stefano, il cubo apocalittico si trasforma in sfera: la Gerusalemme futura è anticipata come promessa, non come compimento. Santo Stefano Rotondo è un tempio senza spazio e senza tempo, fondato su luoghi che conobbero altri dèi e altre rivelazioni. È dottrina fatta pietra, ammonimento e promessa. Come l’Apocalisse, parla un linguaggio simbolico, doppiamente velato, esoterico ed essoterico. Oggi la chiesa appare quasi invisibile dall’esterno, segnata dal tempo e dall’abbandono. Le sue mura non lasciano intuire la ricchezza che custodiscono. Forse, come ammonisce Giovanni, non siamo più capaci di leggere i numeri sacri, di ascoltare la Parola, di riconoscere la verità trasmessa dalla forma. Restano pochi, in una sorta di veglia silenziosa, pronti al duplice combattimento evocato da san Bernardo, contro la materia e contro gli spiriti del disordine. Non è un caso che i custodi del Santo Sepolcro abbiano edificato chiese rotonde: immagini terrene di un centro eterno, dove la pietra ricorda all’uomo ciò che ha dimenticato.

L’Occhio dell’Occidente: Dati, Potere e la Sfida della Libertà. Elena Tempestini.

“La Repubblica Tecnologica: potere, dati e destino dell’Occidente”
La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, è un libro che va letto non come un saggio tecnologico, ma come un manifesto politico-strategico. Pubblicato negli Stati Uniti il 18 febbraio 2025, il volume è arrivato in Italia il 21 ottobre 2025, in un momento storico segnato da competizioni# tra potenze, dalla guerra lunga e dalla crisi del modello liberale occidentale.
Alexander C. Karp non è un osservatore neutrale. È il cofondatore e CEO di Palantir Technologies, insieme a Peter Thiel, una delle figure più influenti e controverse della Silicon Valley. Palantir non è una semplice azienda tecnologica, ma è una infrastruttura di elevato potere, un sistema di analisi dei dati utilizzato da governi, apparati di sicurezza, eserciti e agenzie d’intelligence. Non a caso, Palantir che prende il nome dalla saga del Signore degli Anelli è una delle sette pietre che vedono il futuro, ed è realmente definita “l’occhio onniveggente” del XXI secolo, non per suggestione simbolica, ma per funzione strategica di lettura dati.
Il cuore del libro ha una tesi netta: l’Occidente rischia di perdere la sua centralità storica non per inferiorità tecnologica, ma per mancanza di volontà politica e culturale. Karp denuncia una frattura profonda tra élite tecnologiche e istituzioni democratiche, accusando il mondo accademico, parte dell’imprenditoria e della burocrazia occidentale di aver abdicato alla responsabilità storica del potere.
Secondo gli autori, la tecnologia non è neutra. È sempre espressione di una visione del mondo. Se l’Occidente rinuncia a orientarla secondo i propri valori di libertà, responsabilità, difesa delle società aperte, altri lo faranno. In particolare, il libro individua nella Cina il modello alternativo, uno Stato che integra pienamente tecnologia, strategia, controllo territoriale e visione imperiale.
Il messaggio è chiaro e volutamente provocatorio: la Silicon Valley non può restare moralmente distante dal destino geopolitico dell’Occidente. Karp critica l’illusione che l’innovazione possa prosperare separata dalla difesa, dalla sicurezza e dalla sovranità. In questo senso, La repubblica tecnologica è anche una critica interna al mito libertario della tecnologia come spazio “post-politico”.
Il dato, in questo libro, non è solo informazione: è potere strutturale. Chi controlla i flussi di dati, le architetture decisionali e la capacità di interpretare la complessità, controlla il campo di battaglia di questa epoca che non è solo militare, ma economica, cognitiva, infrastrutturale. Palantir viene implicitamente proposta come modello di integrazione tra sapere tecnico e interesse nazionale. Uno dei passaggi più controversi del libro riguarda il rapporto tra la Silicon Valley e il potere statale. Karp sostiene che la storica diffidenza tra tecnologia e governo sia diventata un lusso che l’Occidente non può più permettersi. Nel mondo descritto da Karp:
i dati sono il territorio, gli algoritmi sono le infrastrutture critiche e la capacità di analisi è una forte deterrenza.
Da qui l’idea di una “repubblica tecnologica”, in cui imprese ad alta intensità tecnologica collaborano apertamente con lo Stato per garantire sicurezza e continuità strategica. Non una fusione indistinta, ma un’alleanza strutturata, regolata e orientata a obiettivi di interesse pubblico.
Da non sottovalutare il rapporto tra Donald Trump e la Silicon Valley, che è stato storicamente conflittuale, ma nel libro l’analisi è più sottile. Karp non difende Trump come figura politica, né lo demonizza, lo considera un sintomo. Secondo Karp, l’era Trump ha messo in luce una frattura profonda: da un lato, l’élite tecnologiche spesso sono scollegate dal sentimento nazionale, dall’altro e’ in atto una politica populista che diffida della tecnologia ma ne sfrutta il potere. Trump viene letto come l’espressione di una domanda di sovranità che le democrazie liberali avevano ignorato troppo a lungo. La Silicon Valley, nel suo isolamento morale e culturale, ha contribuito a questa frattura. Ma la risposta, per Karp, non è il ritiro della tecnologia dalla sfera pubblica, anzi è esattamente l’opposto. La tecnologia, sostiene karp, deve assumersi una responsabilità politica, altrimenti sarà la politica, e nella sua forma più brutale a impadronirsene sicuramente una tesi non rassicurante, scomoda ma centrale
Il punto più discusso del libro è che la neutralità tecnologica è solo una finzione.
@Ogni scelta tecnica incorpora una visione del mondo. Rinunciare a guidarla equivale a cedere potere strategico. In questo senso, Palantir non è solo un’azienda, ma un modello: tecnologia costruita esplicitamente per servire lo Stato, non per sostituirlo, il punto è etico e strategico. Karp sostiene che l’Occidente deve recuperare il coraggio di scegliere, di assumersi il peso morale delle proprie decisioni, di riconoscere che la neutralità è spesso una forma mascherata di resa. La “repubblica tecnologica” non è un nuovo Stato, ma una alleanza consapevole tra sapere, potere e responsabilità.
Emerge una domanda critica: può una civiltà sopravvivere se rinuncia a difendere se stessa anche sul piano tecnologico?
Il libro non offre consolazioni. Offre una presa d’atto: il tempo della delega è finito. La tecnologia è ormai una questione di sicurezza nazionale, di ordine internazionale, di sopravvivenza culturale. E ignorarlo, per l’Occidente, non è un’opzione.

“La pace, dice Karp, non nasce dall’inerzia. Nasce dalla capacità di vedere, comprendere e custodire il proprio futuro

Peter Thiel e la religione della tecnologia: Il transumanesimo come escatologia del potere

Nel mondo ipertecnologico contemporaneo, la sovranità non si misura più attraverso i confini o le istituzioni politiche, ma attraverso i codici. Il potere non governa più territori o popoli, bensì flussi di dati, algoritmi e, sempre più spesso, corpi umani.

È emersa così una nuova forma di sovranità tecnologica, che ha sostituito il linguaggio della politica con quello della tecnica. Dietro la presunta neutralità dell’innovazione si cela tuttavia una teologia secolare del potere: la fede nell’uomo che si salva da sé, senza Dio, attraverso la macchina.

L’idea di redenzione si è spostata dalla grazia al calcolo. Chi controlla la tecnologia controlla anche l’escatologia: decide come e dove finirà l’umano.

Tra i principali architetti di questa nuova religione laica, Peter Thiel occupa un posto centrale. Filosofo di formazione e imprenditore visionario, Thiel è stato tra i fondatori di PayPal, primo finanziatore di Facebook e di Elon Musk, promotore di startup dedicate alla longevità, all’antivecchiamento e alla crioconservazione. È inoltre mentore e finanziatore del vicepresidente americano J. D. Vance, ma soprattutto fondatore di Palantir Technologies, la più potente impresa mondiale nel campo dell’analisi e della sorveglianza dei dati.

Il nome Palantir, tratto dagli specchi onniveggenti di Tolkien, è rivelatore: rappresenta una forma moderna di occhio oracolare, una piattaforma in grado di leggere, correlare e prevedere i comportamenti umani su scala globale. È la materializzazione di un sogno di controllo totale, la traduzione in codice di ciò che un tempo apparteneva alla sfera del sapere divino: l’occhio che non dorme, la conoscenza che non dimentica.

Thiel non è soltanto un uomo d’affari: è un pensatore che vede nella tecnologia un nuovo strumento di trascendenza. La morte, per lui, non è un destino ma un errore tecnico da correggere; la salvezza non è un mistero, ma un progetto di ingegneria biologica.

In una recente intervista al New York Times, Thiel ha denunciato la stagnazione mondiale dovuta alla mancanza di coraggio, soprattutto in Europa:

“Il futuro è l’idea di un domani diverso dal presente. Ma oggi, in Europa, le uniche tre opzioni che ci vengono offerte sono l’ecologia, la sharia o uno Stato comunista totalitario. Come uscirne? Correndo rischi, il più possibile — anche nella salute, nel nucleare o nell’intelligenza artificiale.”

Discepolo dichiarato di René Girard, Thiel crede all’Apocalisse e si percepisce come colui che deve avvertire dell’arrivo dell’Anticristo. Secondo la sua visione, esso prenderà la forma di un governo mondiale autoritario. Il suo transumanesimo, corrente filosofica che mira a potenziare l’uomo mediante la tecnologia, assume così un carattere teologico: diventa la religione dell’Occidente post-cristiano, che promette la salvezza non più per grazia, ma per mezzo della tecnica. La resurrezione diventa uploading, la grazia un upgrade. L’uomo non attende più la redenzione, la programma.

È la fede di un’epoca che ha sostituito il Verbo con l’algoritmo e la trascendenza con il codice. La promessa rimane quella del cristianesimo, la vita eterna, ma il percorso è rovesciato: non più l’uomo che sale a Dio, bensì la macchina che si sostituisce all’uomo.

La teologia cristiana insegna che l’Anticristo non è solo un individuo, ma un principio spirituale: l’idea che l’uomo possa farsi Dio. In questa prospettiva, la sovranità tecnologica rappresenta la sua forma contemporanea. Non è il male dichiarato, ma il bene assoluto che si fa idolo. Non distrugge la carne: la riprogramma. Non nega Dio: lo replica in forma digitale. L’Anticristo del nostro tempo non ha un volto, ma un’interfaccia. È la fede silenziosa in un potere che promette perfezione e immortalità attraverso la macchina.

La corsa tecnologica tra Stati Uniti e Cina non è soltanto economica: è antropologica ed escatologica. Chi controllerà l’intelligenza artificiale, la biologia sintetica e i big data definirà non solo gli equilibri geopolitici, ma la stessa forma dell’uomo. Thiel invoca una “sovranità tecnologica americana” come argine al totalitarismo cinese. Tuttavia, nel difendere la libertà, l’Occidente rischia di costruire un controllo ancora più pervasivo, fondato sulla trasparenza totale e sull’onniveggenza digitale.

Il transumanesimo di Thiel e della Silicon Valley non è un semplice materialismo: è una teologia della potenza. Non annuncia la morte di Dio, ma la sua sostituzione con la macchina. Non distrugge la fede, la trasferisce nell’algoritmo. È una religione che conserva le forme della speranza cristiana, ma ne capovolge il senso: l’eternità diventa un prodotto di laboratorio, la resurrezione una simulazione computazionale.

Per la teologia cristiana, invece, il limite non è un errore da correggere, ma il luogo in cui l’uomo scopre la verità di sé: la propria creaturalità. Infrangerlo significa dissolvere l’umano. La sovranità tecnologica, intesa come padronanza totale dell’esistenza, è dunque una escatologia rovesciata: non la salvezza dell’uomo in Dio, ma la salvezza dell’uomo da Dio. È il sogno antico di Babele che ritorna, questa volta costruito con il silicio e alimentato dai dati.

In questa prospettiva, Palantir appare come la nuova torre di Babele dell’Occidente: nasce per proteggere, ma finisce per osservare tutto. È la religione dei dati che pretende di salvare l’uomo conoscendolo fino in fondo e, così facendo, lo priva del mistero. È una fede rovesciata: la salvezza diventa software, l’eternità un processo di calcolo, la grazia un prodotto biotecnologico. La parabola di Peter Thiel racconta molto più di una biografia imprenditoriale: è la storia dell’Occidente che ha trasferito la fede dalla trascendenza alla tecnologia. Il suo transumanesimo non è un’eresia scientifica, ma una nuova religione geopolitica, nella quale i dati sostituiscono le Scritture e la macchina diventa il nuovo mediatore del destino.

Il contrappunto di Federico Faggin

A contrasto con questa visione escatologica e tecnologica, Federico Faggin, pioniere della Silicon Valley e inventore del microprocessore, propone un approccio diverso. Nei suoi scritti e interventi, Faggin sostiene che scienza e spiritualità devono camminare insieme, integrandosi. La tecnologia può spiegare e potenziare il mondo fisico, ma senza riconoscere la dimensione spirituale dell’uomo, rischia di diventare sterile o pericolosa.

Per Faggin, la coscienza e l’esperienza interiore restano centrali: la ricerca del significato, della consapevolezza e del mistero non può essere sostituita dalla macchina. La salvezza e l’evoluzione umana non sono solo un progetto tecnico, ma un percorso che unisce ricerca scientifica e consapevolezza spirituale, preservando la creaturalità e il limite dell’uomo.

Così, mentre Thiel costruisce una religione della tecnica e del calcolo, Faggin propone una via integrativa, dove il progresso tecnologico è strumento e non fine, e dove la tecnologia serve all’uomo senza sostituire il mistero e la trascendenza.

In fondo, entrambe le visioni parlano della stessa questione: come l’Occidente intende affrontare il potere, la vita e l’immortalità, ma con approcci radicalmente diversi: uno escatologico e teologico, l’altro integrativo e consapevole.

Il Premio Pinocchio 2025: Firenze celebra valori, tradizione e responsabilità civile. Elena Tempestini

Firenze, 24 novembre 2025

Nella cornice solenne della Sala Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi si è svolta l’edizione 2025 del Premio Pinocchio, promosso dall’Associazione Culturale “Pinocchio di Carlo Lorenzini”, guidata dalla presidente Anna Iacobacci. Un appuntamento che, anno dopo anno, rinsalda un legame profondo tra la città di Firenze e il suo burattino più celebre del mondo, divenuto nel tempo un vero archetipo dell’educazione civile e della crescita personale.

L’edizione 2025 ha confermato la natura corale del Premio, costruito attorno ai personaggi e ai simboli del capolavoro lorenziniano. Ogni riconoscimento è stato infatti associato a una figura della fiaba, affinché il valore incarnato dai premiati si inserisse nel tessuto etico che ha reso immortale “Le avventure di Pinocchio”.

A inaugurare la cerimonia è stata l’esibizione dei giovani musicisti della Scuola di Musica di Fiesole: Miriam Cancellieri, Riccardo Fametti, Filippo Maria Delle Vergini e Luca Gonnelli cui sono seguiti i saluti istituzionali della Vice Sindaca Alessia Bettini e l’introduzione della Professoressa Anna Kraczyna, docente universitaria, autrice e traduttrice simultanea di riconosciuto prestigio. Quest’ultima ha offerto al pubblico una riflessione tanto colta quanto incisiva sull’attualità del romanzo di Carlo Lorenzini, evidenziando che è un testo che continua a parlare al presente attraverso il valore dell’educazione, del coraggio, della responsabilità e dell’intelligenza emotiva.

“L’umanità non è innata ma si conquista” ha ricordato Kraczyna, “solo così possiamo smettere di essere burattini e divenire  persone”

I premi, ciascuno collegato a un personaggio dell’opera lorenziniana, hanno visto protagonisti figure di rilievo del panorama culturale, economico e sociale: Paolo Conticini attore, Ginevra Moretti imprenditrice che sta restituendo vita al Castello di Sammezzano, Maurizio de Giovanni scrittore e autore televisivo del Commissario Ricciardi e Mina Settembre, Giovanni Bernabei produttore internazionale televisivo della luxvide, Rosa Maria Di Giorgi Senatrice e Presidente del Conservatorio Luigi Cherubini, Daniela Mori Presidente del Consiglio di Sorveglianza Unicoop Firenze , Irene Sanesi Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze, Diana Frescobaldi imprenditrice ed erede da sette secoli della viticoltura e valorizzazione del territorio della storica famiglia, Roberto Marcori Presidente Fondazione Ada Cullino, Edoardo Malagigi designer e artista di fama internazionale, Cinzia Gagliardi Comandante Generale dei Carabinieri Forestali della Toscana.

Proprio il premio dedicato al “Paese dei Balocchi”, consegnato a Roberto Giacinti e Silvano Gori ha assunto quest’anno un significato particolare, soprattutto in relazione alla storia dell’Automobile Club Firenze. Giacinti commercialista e membro del Collegio dei Revisori ACI Automobile club di Firenze, e Silvano Gori già assessore comunale, ex deputato e oggi presidente della Fondazione Onlus Compagnia di Babbo Natale, impegnata in iniziative di sostegno a bambini e famiglie in difficoltà. Entrambi rappresentano due figure la cui opera civile riflette in pieno quell’intreccio tra impegno, responsabilità e solidarietà che la fiaba di Lorenzini ha custodito per generazioni.

A premiare Giacinti e Gori è stato il Professore e Architetto Massimo Ruffilli, Presidente dell’Automobile Club di Firenze, che ha voluto sottolineare la continuità ideale tra i valori del Premio e la missione pubblica dell’Automobile Club di Firenze. In questa occasione Ruffilli ha consegnato al Marchese Ginori un suo disegno originale dedicato alle prime automobili della storia cittadina: un omaggio di particolare rilevanza simbolica, poiché il Marchese è discendente diretto di Carlo Ginori, primo fondatore dell’Automobile Club Firenze.

Fu proprio Carlo Ginori, come ricordato durante la cerimonia dal Presidente dell’Automobile Club Firenze, Professore Massimo Ruffilli, ad uscire dal suo garage di via Taddea, la stessa strada che vide nascere il 24 novembre 1826 Carlo Lorenzini, alla guida della rombante Panhard-Levassor: la prima automobile a percorrere le vie di Firenze. Quel gesto pionieristico, denso di audacia e visione, appare oggi come un perfetto contrappunto al messaggio del Premio Pinocchio: la volontà di attraversare il nuovo senza perdere il senso della responsabilità, della comunità e dell’etica civile.

L’accostamento fra il mondo di Lorenzini e la storia dell’Automobile Club di Firenze non è dunque frutto del caso: entrambi testimoniano un’idea alta di cittadinanza, dove progresso, cultura e solidarietà non sono dimensioni separate, ma parti di una stessa narrazione civile.

Il Premio Pinocchio 2025 si è così confermato non soltanto come celebrazione dei meriti individuali, ma come una vera liturgia laica della città: un luogo in cui Firenze riconosce, nei suoi cittadini e nelle sue istituzioni, quei valori di libertà, educazione e responsabilità che Carlo Lorenzini consegnò alla letteratura e che ancora oggi continuano a orientare la nostra idea di comunità.

Ucraina: raid russo a Ternopil e il piano segreto USA-Russia, il futuro di un conflitto che cambia equilibrio. Elena Tempestini.

In queste notti di novembre a Ternopil in Ucraina, un attacco russo ha lasciato una scia tragica: almeno 26 morti, tra cui bambini, e quasi 100 feriti, colpiti da droni e missili in quello che sembra un raid coordinato su infrastrutture energetiche e di trasporto. La Polonia ha chiuso gli aeroporti di Rzeszow e Lublino mentre i raid colpivano le città ucraine, per salvaguardare il proprio spazio aereo, Varsavia ha fatto anche decollare aerei polacchi e alleati. Anche la Romania ha fatto decollare i suoi jet per una nuova incursione di droni di Mosca, ha affermato il ministero della Difesa di Bucarest. Chiuso dalla Polonia, in risposta al sabotaggio ferroviario del 19 novembre. Chiuso anche il consolato russo di Danzica, l’ultimo rimasto nel Paese. L’Ucraina, ancora una volta, si trova al centro di un conflitto che non è solo militare, ma profondamente politico e strategico.Il Consiglio dei ministri dell’Ucraina ha nominato Artem Nekrasov ministro ad interim dell’Energia dell’Ucraina in seguito alla destituzione della titolare del dicastero, Svitlana Grynchuk, per lo scandalo corruzione nel settore energetico.

Parallelamente, emergono notizie che scuotono la percezione internazionale: un piano segreto, elaborato dagli emissari di Washington e Mosca, prevede una possibile cessione di territori ucraini e limitazioni sulle capacità militari di Kiev. A Bruxelles, Kaja Kallas e altri leader europei reagiscono con forte contrarietà, ricordando che qualsiasi accordo deve rispettare la sovranità ucraina e l’unità transatlantica.

La posta in gioco va oltre la geografia: il piano, se attuato, ridefinirebbe l’assetto strategico dell’Ucraina e consoliderebbe le posizioni russe su Donbas e Crimea, segnando un precedente nella gestione dei conflitti europei. La negoziazione, condotta al di fuori del consesso europeo, mette in luce un elemento cruciale: alcuni attori americani e russi potrebbero privilegiare un accordo bilaterale rispetto a un percorso multilaterale guidato dall’UE.

Zelenskyy, con la diplomazia come unica arma aggiuntiva, si prepara a un incontro chiave in Turchia per rilanciare i colloqui e ottenere sistemi di difesa aerea più avanzati dai suoi alleati. Ogni mossa diventa allora strategica, non solo per resistere militarmente, ma per salvaguardare la credibilità internazionale dell’Ucraina.

Le implicazioni sono molteplici: la tenuta dell’unità europea, la stabilità del fronte orientale, la credibilità degli Stati Uniti come partner coerente e la percezione della comunità internazionale sulle regole che governano i conflitti moderni. In questo scenario, il futuro non è scritto: l’Ucraina potrebbe trovarsi di fronte a un compromesso pesante, o a una resistenza che ridefinisce nuovamente i confini del conflitto.

Questa è la partita strategica: non è solo la guerra che si combatte sul terreno, ma l’influenza, la narrativa e la capacità di leggere i movimenti degli attori globali. Ogni segnale, ogni accordo o tentativo di accordo, diventa un indicatore di come il mondo guarda al futuro dell’Europa orientale, e più in generale al principio di sovranità e sicurezza che governa le relazioni internazionali.

Cambiare la narrativa: il metodo italiano per sopravvivere alla complessità. Elena Tempestini.

Quando Winston Churchill, con il suo humour tagliente, definì gli Italiani “un popolo bizzarro, fascista in massa un giorno e partigiano in massa quello successivo”, non stava giudicando un Paese, ma fotografando un carattere. Una battuta, certo, ma anche un lampo di lucidità: l’Italia quando cambia il vento, cambia racconto, prima ancora di cambiare comportamento.

A distanza di quasi un secolo, quelle parole non hanno perso forza. Perché l’Italia continua a muoversi con quella stessa, sorprendente flessibilità identitaria. Una forma di ginnastica nazionale che supera i governi e i cicli economici: si oscillava allora tra consenso e dissenso, come si oscilla oggi tra europeismo e scetticismo, tra slanci riformisti e nostalgie improvvise.

Il punto non è la coerenza. È la capacità tutta italiana di ricollocarsi in tempo reale.

Praticamente una doppia verità  rassicura tutti e nessuno avrebbe esclamato Pirandello!!!

Il modo in cui la narrazione politica viene costruita per gli italiani ha qualcosa di profondamente teatrale. I fatti si muovono, ma il racconto li rincorre con un certo ritardo, cercando ogni volta la cornice più accettabile.

Ieri la propaganda passava per la radio EIAR, oggi per i social e per i talk show: la tecnologia cambia, la dinamica no.

L’italiano medio assorbe il messaggio che gli permette di sentirsi nella parte “giusta” della storia, mentre chi governa utilizza proprio quella duttilità per pilotare, attenuare, alleggerire le contraddizioni.

In questa danza, la politica sa che l’Italia non è un Paese statico: è un Paese che preferisce raccontarsi piuttosto che guardarsi allo specchio.

Guardando agli ultimi anni, si ritrova la stessa malleabilità che Churchill aveva colto: un giorno siamo inflessibili difensori dell’integrazione europea, il giorno dopo difensori della sovranità nazionale;

un giorno ci scandalizziamo della corruzione, il giorno dopo votiamo chi “ci assomiglia”;

un giorno chiediamo stabilità, il giorno dopo pretendiamo cambiamenti radicali.

Non è schizofrenia collettiva. È il nostro modo di sopravvivere alla complessità: aprire sempre una via di fuga narrativa.

La storia cambia, noi ci adattiamo. È una costante che va da Giolitti al boom economico, da Tangentopoli ai governi tecnici. Se oggi Churchill leggesse i titoli dei giornali o ascoltasse i dibattiti politici, probabilmente sorriderebbe.

Parlare degli Italiani come di un popolo capace di essere tutto e il contrario di tutto non sarebbe più una provocazione, ma una constatazione sociologica.

E la sua battuta, aggiornata ai tempi della comunicazione digitale, suonerebbe così:

“Gli Italiani cambiano idea con una rapidità straordinaria… ma il loro modo di cambiare idea resta sempre lo stesso.”

Quella frase di Churchill non è un atto d’accusa: è uno specchio.

Ci ricorda che il nostro Paese vive di dualità:

tradizione e modernità, disciplina e improvvisazione, slancio e rinuncia.

L’Italia è una somma di identità che convivono, si sovrappongono, si contraddicono. Ed è proprio questa doppiezza fragile e brillante insieme che ci rende un popolo così difficile da definire, e così facilmente riconoscibile.

In fondo, l’ironia di Churchill non “irrde” gli Italiani,  li descrive e descrivendoli li svela: capaci di cambiare tutto per non cambiare nulla, o di cambiare nulla facendo finta che sia cambiato tutto.

Burry chiude Scion: il primo allarme sulla bolla dell’Intelligenza Artificiale. Elena Tempestini.

Michael Burry

Profitti gonfiati, contabilità creativa e scommesse contro i giganti tech: cosa sta davvero accadendo sui mercati e perché novembre 2025 potrebbe essere ricordato come un punto di svolta della finanza.

Quando Michael Burry parla, i mercati tendono a fermarsi, non perché sia infallibile, ma perché nella storia recente è stato uno dei pochi ad aver visto arrivare tempeste che molti ignoravano. La sua previsione sulla crisi dei subprime del 2008 anche raccontata nel libro e nel film La Grande Scommessa , lo ha consacrato come la voce capace di leggere dove gli altri vedono solo rumore.

Per questo la decisione annunciata in questo novembre 2025, di chiudere Scion Asset Management,  ha avuto un impatto immediato: un gesto raro per un gestore, e ancora più raro se compiuto in un momento di massima euforia per il settore tech e per tutto ciò che ruota intorno all’intelligenza artificiale. La chiusura di Scion è stata formalizzata il 10 novembre nelle registrazioni alla SEC, un atto che non lascia spazio a interpretazioni: per Burry il rischio sistemico è tornato, e riguarda in primo luogo la bolla speculativa dell’AI.

Burry sostiene da tempo che i mercati si siano “distaccati dai fondamentali”.

Non è una metafora: significa che i prezzi delle azioni non riflettono più i dati reali delle aziende, ma aspettative e narrazioni.

L’intelligenza artificiale, soprattutto dopo il 2023, ha generato una corsa agli investimenti senza precedenti. Le capitalizzazioni sono cresciute più velocemente dei ricavi, dei margini e degli utili. La promessa dell’AI ha oscurato l’analisi tradizionale dei bilanci.

Secondo Burry, oggi ci troviamo davanti a un fenomeno già visto nella storia: valutazioni iperboliche, profitti dichiarati che non corrispondono ai cicli di investimento reali, una fiducia cieca nella tecnologia come motore illimitato di futuro.

Il punto non è negare la rilevanza dell’intelligenza artificiale bensì  è interrogarsi sulla sostenibilità economica di questo entusiasmo. Da questo pensiero nascono le scommesse ribassiste contro Nvidia e Palantir

Prima di chiudere Scion, Burry aveva assunto posizioni ribassiste contro alcuni dei principali simboli della corsa all’AI: Nvidia, cuore tecnologico delle GPU per modelli AI, con una crescita valutativa vertiginosa; e Palantir Technologies che fondata da Peter Thiel, il vero gigante della data intelligence, oggetto di un hype costante sulle sue partnership governative e militari. La logica di Burry è lineare: quando una valutazione cresce molto più dei fondamentali, lo sbilanciamento prima o poi si corregge. È già successo con le dot-com, con il settore biotech, con i subprime. Il suo allarme riguarda proprio questo eccesso di fiducia: una narrativa perfetta che però rischia di non essere supportata da utili reali. La critica più pesante che Burry muove alla Silicon Valley riguarda gli hyperscaler, cioè le aziende  che gestiscono reti di data center su scala massiccia, in grado di fornire servizi cloud e gestire carichi di lavoro enormi per miliardi di utenti come Amazon, Microsoft, Google ecc, praticamente  i custodi dell’infrastruttura su cui si regge l’intera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Secondo Burry, molti utili presentati come “boom dell’AI” sarebbero in realtà il risultato di un uso aggressivo degli ammortamenti: i colossali investimenti in data center e hardware vengono distribuiti contabilmente su periodi così lunghi da rendere più leggera la spesa nei bilanci trimestrali.

È legale, certo. Ma altera la percezione della redditività reale.

Questa distorsione, se applicata su larga scala, può gonfiare artificialmente l’intero settore tech e ingannare gli investitori meno attenti ai dettagli contabili. Possiamo pensare ad una bolla speculativa tecnologica.? ci sono le analogie con il passato? Perché il termine “bolla” evoca ricordi precisi: la dot-com bubble dei primi anni 2000. Allora bastava aggiungere “.com” al proprio nome per attirare capitali. Oggi basta pronunciare “AI”. Le analogie sono molte: crescita delle valutazioni più rapida dei ricavi, aspettative irrealistiche, riduzione dello scetticismo, capitali che inseguono narrazioni più che numeri.

Sicuramente la storia non si ripete mai identica, ma spesso ritorna sotto nuove forme.

Come sempre accade quando Burry parla, il mercato si divide: Una parte dei grandi investitori difende la solidità della crescita dell’AI, definendola strutturale e inevitabile. Un’altra parte, più prudente, ammette che il rischio di sovravalutazioni è reale e che la contabilità degli hyperscaler merita maggiore vigilanza. Nel frattempo, la sola notizia della chiusura di Scion ha aumentato la volatilità dei titoli AI e riacceso il dibattito sulla sostenibilità della loro corsa.

Il timore di Burry è chiaro:

la bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare il punto debole dell’intero mercato del 2025. Un eventuale crollo dei titoli AI avrebbe effetti a catena sull’intero mercato, proprio come accadde nel 2008 quando il problema era confinato – almeno apparentemente ai mutui subprime.

La chiusura di Scion non è una notizia qualsiasi: è un segnale.

Che abbia ragione o torto, Michael Burry ci ricorda che ogni rivoluzione tecnologica porta con sé entusiasmi eccessivi e rischi nascosti. Oggi la domanda da porsi non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo perché sicuramente lo farà.

La vera domanda è a quale prezzo e con quale sostenibilità economica.

In questo momento le valutazioni dei colossi tech toccano nuovi record, la voce di Burry ci invita a osservare ciò che si trova sotto la superficie.

E nelle grandi trasformazioni, spesso, è proprio lì che si nascondono le verità più importanti.

È un’immagine che nessuno avrebbe immaginato dieci anni fa: il presidente siriano ad interim, Ahmed al-Sharaa, accolto alla Casa Bianca con tutti gli onori.Elena Tempestini

Non come un nemico da isolare, ma come un interlocutore da reintegrare nel sistema internazionale.

Un gesto che vale più di mille dichiarazioni: la Siria è tornata al tavolo del potere. Dietro quella stretta di mano tra Sharaa e il presidente americano si nasconde una partita che ridefinisce gli equilibri dell’intero Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno scelto di riaprire il dossier siriano, non per altruismo, ma per chiudere i corridoi strategici dell’Iran e riportare Damasco nell’orbita occidentale.

Il messaggio è chiaro: il nuovo ordine regionale non si costruisce più con guerre di regime, ma con architetture di sicurezza e di investimento. La Siria, devastata da oltre un decennio di conflitto, diventa oggi il banco di prova di una strategia che intreccia diplomazia, economia e controllo militare.

Washington punta a neutralizzare la proiezione iraniana verso il Mediterraneo, garantendo a Israele una fascia di sicurezza nel Sud del Paese. È qui che prende forma il vero disegno: una rete di cooperazione che unisce Stati Uniti, Israele e la nuova leadership siriana, sotto il segno della stabilità e della deterrenza.

Per la Siria, l’apertura americana è al tempo stesso una rinascita e una resa. Da un lato, significa fine dell’isolamento, accesso ai fondi internazionali e possibilità di avviare la ricostruzione; dall’altro, comporta l’accettazione di una sovranità vigilata, condizionata da impegni di sicurezza e da un progressivo allontanamento da Teheran.

L’Iran reagisce con durezza. Per Teheran, la caduta del vecchio asse Damasco-Hezbollah-Teheran è un colpo profondo: significa perdere la propria finestra mediterranea e vedere ridursi lo spazio d’influenza nel Levante.

La Russia, invece, osserva e calibra. Mosca non abbandona la Siria, ma si adatta: mantiene le sue basi, garantisce un equilibrio, e lascia che siano gli Stati Uniti a prendersi il peso della gestione politica e della ricostruzione.

Nel frattempo, Israele legge la visita di Sharaa a Washington come l’inizio di una nuova fase di sicurezza controllata. Un confine più stabile, meno milizie filo-iraniane e la prospettiva di un accordo di pace “tecnico”, fondato su garanzie di disarmo nel Sud della Siria.

Sul piano simbolico, la visita di Sharaa è una foto storica: un Paese che per anni è stato sinonimo di guerra e isolamento diventa oggi un tassello indispensabile nella diplomazia regionale.

Sul piano sostanziale, è il segnale che il Medio Oriente sta cambiando grammatica: meno ideologia, più ingegneria strategica; meno confronto diretto, più gestione multilivello del potere.

Gli Stati Uniti non cercano più di esportare democrazia: esportano sicurezza condizionata. E lo fanno con accordi che legano economia, energia e controllo territoriale.

Così, dietro il sorriso di Washington, si disegna il vero volto del nuovo ordine: un Medio Oriente dove le guerre si spengono solo per essere amministrate, e dove la ricostruzione diventa il nuovo terreno della competizione globale.

E in mezzo a tutto questo, la Siria di Sharaa diventa il laboratorio di un esperimento più grande: capire se un Paese devastato può tornare a vivere, anche quando la sua libertà è scritta tra le clausole di un accordo.