Articolo di Aprile 2016 pubblicato sulla Rivista il “Governo delle Idee”

Chi conosce le strategie di guerra, sa che ormai non esistono più frontiere tra il difensivo e l’offensivo, abbiamo compreso che i conflitti esistono anche se combattuti nel silenzio della più alta e sofisticata tecnologia, non vediamo direttamente il sangue e le vittime, quindi siamo portati a ignorare che sia in atto un vero e proprio combattimento, usiamo mezzi sempre più sofisticati e precisi come i droni. Questi “potenti” aerei stanno cambiando il modo in cui i paesi si fanno la guerra o proteggono i territori, sono uguali a degli aerei da caccia, ma a tutti gli effetti sono macchine programmabili capaci di eseguire una serie d’istruzioni precise. Macchine costruite per svolgere compiti che in passato mettevano a rischio la vita degli uomini. Grazie ai droni è possibile combattere una guerra quasi essenziale sul fronte della tattica e della ricerca tecnologica, possono essere armati di missili, oppureimpiegati come precisi rivelatori di obiettivi militari, macchine da guerra sempre più tecnologiche, sempre più fredde da poter essere mosse virtualmente, macchine al posto degli occhi umani che non devono più vedere direttamente il sangue del “nemico”. Albert Einstein disse “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta con i bastoni e con le pietre.” Sono momenti di paura questi ultimi mesi, prima l’assassinio dei due tecnici Italiani della Bonatti e adesso un nuovo attentato al cuore dell’Europa a Bruxelles, e mentre si discute nell’etere di cosa sia giusto oppure sbagliato, mentre tutti parlano di nuove strategie di guerra, sempre di più si comprende quanto siamo fragili, siamo annientati dall’essere aggrediti in un modo barbaro e in fin dei conti antico come il mondo, i martiri che si immolano alla causa nella quale credono, uomini disposti a saltare in aria a morire personalmente, per poter uccidere vittime innocenti. E mentre il mondo occidentale discute e s’incolpa a vicenda, in Libia il caos continua a crescere, il “Califfato” sta agendo in modo diverso, in Siria e Iraq ha creato una “politica energetica” che ha rimesso in produzione i pozzi petroliferi, organizzando una distribuzione parallela con la “ Turchia, in Libia i pozzi sono incendiati e distrutti. La Libia è quel paese che dopo la morte di Ghedaffi è sceso nella più totaleconfusione, tribù che da sempre vivono ostili l’una con l’altra, maerano tenute sotto controllo dal Colonnello, che con la sua morte ha aperto un nuovo scenario geopolitico ed economico di interesse mondiale. La Libia in questo momento ha due governi, uno laico riconosciuto da tutto il mondo internazionale, e un nuovo governo opposto, islamico che avevano vinto le elezioni del 2012, durante quella primavera araba che forse è stata più autunnale. il governo ombra di Tripoli, che è sostenuto da Qatar e Turchia, contrapposto a quello “laico” di Abdullah al Thani, (riconosciuto dalla comunità internazionale) a Beida, sostenuto dall’ Egitto (in primis tramite il generale Khalifa Haftar) e dagli Emirati Arabi Uniti. Purtroppo non sono mai i governi esposti a creare confusione e problemi, bensì le coalizioni di incerta lealtà che si instaurano all’interno di essi, rendendo complicati se non impossibili i rapporti di “alleanza” tra i due governi. E dove c’è incertezza, c’è terreno fertile per i gruppi terroristici dell’Isis. In Libia, i terroristi si stanno comportando diversamente, attaccano le infrastrutture petrolifere, vogliono distruggerle, non hanno le forze per produrre, raffinare e distribuire il petrolio. La domanda che nasce spontanea è come sia stato possibile per l’Isis riuscire ad arrivare così vicini alle nostre coste, come si sia potuto permettere che un gruppo armato di terroristi minacci l’Italia, il Vaticano e l’Europa intera, come sia stato possibile a tre giorni dall’arresto del terrorista, ideatore della strage di Parigi, Salah Abdeslam , non proteggersi dall’ attentato all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles. Sembra che lo scenario si ripeta sempre, e sempre similari sono le sequenze che si formano alla base di chi sostiene questa metodologia di combattimento, come era già successo in Siria, in Iraq, ma anche precedentemente in Somalia, si crea il caos interno con la disoccupazione e la mancanza delle merci primarie, pagamenti degli stipendi pubblici sempre più a rischio, prezzi alle stelle, fagocitazioni del malcontento popolare e armi reperibili più facilmente delle materie prime, praticamente condizioni di vita che possono divenire deflagrazioni più potenti di una bomba. Dobbiamo porci le domande di come sia stato possibile che l’Isisprendesse potere in Libia, credo che dobbiamo tornare indietro con la memoria, perché c’è sempre una relazione tra causa ed effetto, ciò che creiamo diventerà qualcosa da affrontare nel futuro, sia nel bene che nel male
Durante gli anni della guerra in Afghanistan, molti arabi si affiancarono ai mujaheddin per portare avanti un loro ideale di vita. Non erano molti, ed erano armati male e spesso lasciati senza una guida, un capo. Piccole milizie considerate dei ribelli guidate da un facoltoso Osama Bin Laden che aveva creato dei campi di addestramento di questi gruppi che aderivano alla jihad. All’interno di uno di questi campi di addestramento, era arruolato un giovane che in seguito diventerà il capo della LIFG (gruppo islamico di combattimento libico), un gruppo rivoluzionario che voleva rovesciare Ghedaffi e istituire uno stato Islamico alle soglie del mondo occidentale. Nel 1995, grazie alle finanze non indifferenti di Osama Bin Laden, e alle sovvenzioni per l’addestramento di uomini, ricevute per combattere contro i Russi,( come la FSB e Putin hanno recentemente dichiarato, puntando il dito contro la CIA e i servizi segreti occidentali, rei di aver volutamente creato il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo nei primi anni ’90 per indebolire deliberatamente la Russia), si è formato il gruppo della LIFG che conquistò la città di Derna, solo per poco tempo perché il colonnello riuscì a reprimere gli jihadisti e rimanere saldamente a capo della Libia. Purtroppo quando si avviano delle situazioni catastrofiche, riparare o tornare alla normalità non è più possibile, causa effetto appunto, e la povertà aveva avviato un fanatismo religioso all’interno delle tribù libiche, l’astio che da sempre le metteva in contrapposizione ha fatto il resto. La miscela di povertà, l’ alienazione e il fanatismo religioso hanno covato sotto le macerie della città. In tutto il mondo sappiamo che le condizioni sociali quando sono private della loro dignità, quando sono portate all’esasperazione, quando maturano nell’ignoranza delle giovani menti, sono le più potenti armi, e se a ciò uniamo disperazione, orgoglio e fervore religioso in un contesto estremamente maschilista e retrogrado in una parte di paese ad alta densità di estremismo islamico l’arma atomica è sicuramente attivata in attesa del giusto momento.
Ghedaffi per qualche anno riprese in mano il potere, investì soldi in nuove infrastrutture e case popolari, cercò di risollevare il PIL interno anche riprendendo una vita sociale internazionale di dialogo con l’occidente, come ben ci ricordiamo noi in Italia. Intanto la guerra tra Sciiti e Sunniti, in Iraq e Siria, ( che somiglia molto alla guerra dei trent’anni che contrappose cristiani contro cristiani) stava distruggendo i propri paesi in una cruenta guerra, alimentando ancora di più sia le menti ribelli sia la povertà, una guerra dove la minoranza sciita “alawita” al potere lotta contro la maggioranza sunnita e dove, non a caso, gli sciiti di Hezbollah provenienti dal Libano, nel momento di maggior difficoltà del regime, sono accorsi al fianco del presidente Assad per impedirne la caduta. Allo stesso modo, i combattenti sunniti di Jabhat al Nusra si sono saldati alle fazioni ribelli jihadiste. Come ho detto sopra varie volte, causa/effetto della povertà e della mancanza di dignità genera la “follia”. Ed ecco nascere un gruppo di ragazzi, in quanto quasi tutti ventenni, indottrinati di rivoluzione, formare il Consiglio della Shura della Gioventù Islamica, il loro vessillo? La bandiera nera con il teschio centrale. Fu scelto il luogo doveinstaurare la sede, e quale miglior posto se non la città di Derna, ormai sfiancata ed avviata alla sottomissione del più forte. Parlo di sottomissione perché la popolazione non ha mai aderito alle follie di quei giovani Jihadisti che colpevolizzano chiunque di violazione alla morale religiosa, nessuno li ha mai appoggiati, la popolazione è stata sottomessa con la paura. Il salto di qualità del Consiglio della gioventù Islamica è stato veloce, nel momento che l’Isis ha conquistato Mosul, le forze si sono unite diventando un unico nucleo combattente, la ferocia ha trovato terreno fertile nella ferocia e da quella unione di giovani “terroristi folli” la nascita dello stato Islamico di Derna, questo accadeva alla fine del 2014, sono passati mesi che si sono trasformati in più di un anno, e adesso tutto il mondo sta guardando con paura e preoccupazione le minacce che vengono rivolte all’Italia e quindi all’occidente, l’Isis ha messo radici in Libia e proprio da qui, secondo alcune fonti, si sta preparando a sferrare l’attacco all’Italia e all’Europaintera, i due governi Libici opposti sembrano concordare entrambi nell’agire uniti a combattere i terroristi, i venti di guerra aleggiano nell’aria, il Presidente Obama vede la radice del problema negli sbagli passati di Inglesi e Francesi, nonché di una politica estera sbagliata dalla sua consigliera Hilary Clinton, che incassa l’accusa proprio sotto campagna presidenziale, e i Sauditi continuano a infiammare i conflitti. Venti di guerra appunto che ancora una volta sono alimentati dal terrorismo spietato, e questa volta non ha colpito il singolo paese come per Parigi, ma il cuore europeo con Bruxelles, la chiamano guerra “asimmetrica”, un conflitto dove il nemico raramente offre bersagli che possano essere distrutti da un avversario anche se dispone di sofisticate armi di precisione, con il risultato che molto spesso durante il vivo dello scontro la tecnologia moderna non raggiunge lo scopo sperato, piuttosto provoca ‘danni collaterali’. Ed ecco un altro nodo che si pone davanti alla nostra tecnologica razionalità, siamo in grado di combattere annientare con i nostri moderni mezzi, una guerra che viene combattuta nel modo più antico? Siamo in grado di fermare l’odio che si sta concretizzando contro l’Europa che dovrebbe essere sotto l’unione ed unita, ma non riesce a coordinare in collaborazione tra stati aderenti i propri servizi segreti? Possiamo fare nuovamente il punto della situazione per cercare di comprendere meglio, perché dovremo riuscire ad arrivare alla strada della soluzione, da un lato abbiamo il governo presieduto da Abdullah al Thani con il generale Khalifa Haftar, c’è l’Isis casa madre, le milizie islamiche, Fajr, e i mujaheddin filo-Isis, la Brigata Battar, gli Islamici di Ansar al Sharia e gli uomini del Consiglio rivoluzionario, c’è Ali Qiem Al Garga’i e due emissari di Al Baghdadi, i Fratelli musulmani di Al Sahib, gli ex membri del Gruppo combattente libico pro al Qaeda, una formazione più estrema della Fratellanza, c’è Omar al Hassisponsorizzato dalla Turchia, i mujaheddin del Wilayat Trabulus, le milizie di Zintan e una massa di altre 200 organizzazioni e le 140 tribù che dai tempi immemorabili mai sono state “pacifiche “ tra di loro. Il bisogno primario rimane la costituzione di un governo di unità nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, “Chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le sue responsabilità legali e morali e di armare l’esercito libico, senza ulteriori ritardi, affinché possa adempiere alla sua missione nazionale”, afferma Ashour Bou Rached, rappresentante libico presso la Lega Araba. “In Libia – aggiunge – più viene ritardata la vittoria militare contro milizie brutali e più aumenta la loro espansione, riducendo le chance di una soluzione politica alla crisi”. Una soluzione lontana dal manifestarsi. Il caos libico è sempre più armato. E inestricabile. Si continua a parlare della priorità assoluta di ripristinare ordine sia civile sia economico, creando un unico ente autorizzato a esportare il petrolio libico. Bengasi, Tobruk, Tripoli e Sirte attendono di vedere l’evolversi della situazione, ma ricordiamoci che le raffinerie petrolifere sono solo cinque in Libia, ciascuna delle quali è nel territorio controllato da una tribù differente e, per il momento, ostile al Califfato con l’eccezione di Sarir, che è collocata lontano dai campi petroliferi che la alimentano, rendendo impossibile, per una forza terroristica ancora molto scarsa di uomini, il controllo di un intero sistema di oleodotti raffineria. Gli scenari cambiano alla velocità della luce, e se per l’Italia la morte dei due tecnici della Bonatti, ha rappresentato un momento di dura realtà di questo conflitto che ci sta disorientando, il nuovo attentato a Bruxelles ci porta a non parlare solamente di “terrorismo” ma di vero e proprio attacco di guerra, la guerra non convenzionale, la guerra dei suicidi, delle schegge impazzite che rischiano di farci rispondere con il combattimento portandolo tra la gente e in luoghi dove è massiccia la presenza della popolazione civile, e più aumenta il rischio incalcolabile del coinvolgimento di civili innocenti, più la guerra asimmetrica avrà raggiunto il suo scopo, minare e annientare qualsiasi forza razionale moderna.







