Libia, dopo il Colonello il buio: Ombre lunghe sul paese: Elena Tempestini

 Articolo di Aprile 2016 pubblicato sulla Rivista il “Governo delle Idee”

Chi conosce le strategie di guerra, sa che ormai non esistono più frontiere tra il difensivo e l’offensivo, abbiamo compreso che i conflitti esistono anche se combattuti nel silenzio della più alta e sofisticata tecnologia, non vediamo direttamente il sangue e le vittime,  quindi siamo portati a ignorare che sia in atto un vero e proprio combattimento, usiamo mezzi sempre più sofisticati e precisi come i droni. Questi “potenti” aerei stanno cambiando il modo in cui i paesi si fanno la guerra o proteggono i territori, sono uguali a degli aerei da caccia, ma a tutti gli effetti sono macchine programmabili capaci di eseguire una serie d’istruzioni precise. Macchine costruite per svolgere compiti che in passato mettevano a rischio la vita degli uomini. Grazie ai droni è possibile combattere una guerra quasi essenziale sul fronte della tattica e della ricerca tecnologica, possono essere armati di missili, oppureimpiegati come precisi rivelatori di obiettivi militari, macchine da guerra sempre più tecnologiche, sempre più fredde da poter essere mosse virtualmente, macchine al posto degli occhi umani che non devono più vedere direttamente il sangue del “nemico”.  Albert Einstein disse “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta con i bastoni e con le pietre.” Sono momenti di paura questi ultimi mesi, prima l’assassinio dei due tecnici Italiani della Bonatti e adesso un nuovo attentato al cuore dell’Europa a Bruxelles, e mentre si discute nell’etere di cosa sia giusto oppure sbagliato, mentre tutti parlano di nuove strategie di guerra, sempre di più si comprende quanto siamo fragili, siamo annientati dall’essere aggrediti in un modo barbaro e in fin dei conti antico come il mondo, i martiri che si immolano alla causa nella quale credono, uomini disposti a saltare in aria a morire personalmente, per poter uccidere vittime innocenti. E mentre il mondo occidentale discute e s’incolpa a vicenda, in Libia il caos continua a crescere, il “Califfato” sta agendo in modo diverso, in Siria e Iraq ha creato una “politica energetica” che ha rimesso in produzione i pozzi petroliferi, organizzando una distribuzione parallela con la “ Turchia, in Libia i pozzi sono incendiati e distrutti. La Libia è quel paese che dopo la morte di Ghedaffi è sceso nella più totaleconfusione, tribù che da sempre vivono ostili l’una con l’altra, maerano tenute sotto controllo dal Colonnello, che con la sua morte ha aperto un nuovo scenario geopolitico ed economico di interesse mondiale. La Libia in questo momento ha due governi, uno laico riconosciuto da tutto il mondo internazionale, e un nuovo governo opposto, islamico che avevano vinto le elezioni del 2012,  durante quella primavera araba che forse è stata più autunnale.  il governo ombra di Tripoli, che è sostenuto da Qatar e Turchia, contrapposto a quello “laico” di Abdullah al Thani, (riconosciuto dalla comunità internazionale) a Beida, sostenuto dall’ Egitto (in primis tramite il generale Khalifa Haftar) e dagli Emirati Arabi Uniti. Purtroppo non sono mai i governi esposti a creare confusione e problemi, bensì le coalizioni di incerta lealtà che si instaurano all’interno di essi, rendendo complicati se non impossibili i rapporti di “alleanza” tra i due governi. E dove c’è incertezza, c’è terreno fertile per i gruppi terroristici dell’Isis. In Libia, i terroristi si stanno comportando diversamente, attaccano le infrastrutture petrolifere, vogliono distruggerle, non hanno le forze per produrre, raffinare e distribuire il petrolio. La domanda che nasce spontanea è come sia stato possibile per l’Isis riuscire ad arrivare così vicini alle nostre coste, come si sia potuto permettere che un gruppo armato di terroristi minacci l’Italia, il Vaticano e l’Europa intera, come sia stato possibile a tre giorni dall’arresto del terrorista, ideatore della strage di Parigi, Salah Abdeslam ,  non proteggersi dall’ attentato all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles. Sembra che lo scenario si ripeta sempre, e sempre similari sono le sequenze che si formano alla base di chi sostiene questa metodologia di combattimento, come era già successo in Siria, in Iraq, ma anche precedentemente in Somalia, si crea il caos interno con la disoccupazione e la mancanza delle merci primarie, pagamenti degli stipendi  pubblici sempre più a rischio, prezzi alle stelle, fagocitazioni del malcontento popolare e armi reperibili più facilmente delle materie prime, praticamente condizioni di vita che possono divenire deflagrazioni più potenti di una bomba. Dobbiamo porci le domande di come sia stato possibile che l’Isisprendesse potere in Libia, credo che dobbiamo tornare indietro con la memoria, perché c’è sempre una relazione tra causa ed effetto, ciò che creiamo diventerà qualcosa da affrontare nel futuro, sia nel bene che nel male

Durante gli anni della guerra in Afghanistan, molti arabi si affiancarono ai mujaheddin per portare avanti un loro ideale di vita. Non erano molti, ed erano armati male e spesso lasciati senza una guida, un capo. Piccole milizie considerate dei ribelli guidate da un facoltoso Osama Bin Laden che aveva creato dei campi di addestramento di questi gruppi che aderivano alla jihad. All’interno di uno di questi campi di addestramento, era arruolato un giovane che in seguito diventerà il capo della LIFG (gruppo islamico di combattimento libico), un gruppo rivoluzionario che voleva rovesciare Ghedaffi e istituire uno stato Islamico alle soglie del mondo occidentale. Nel 1995, grazie alle finanze non indifferenti di Osama Bin Laden, e alle sovvenzioni per l’addestramento di uomini, ricevute per combattere contro i Russi,( come la FSB e Putin hanno recentemente dichiarato, puntando il dito contro la CIA e i servizi segreti occidentali, rei di aver volutamente creato il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo nei primi anni ’90 per indebolire deliberatamente la Russia), si è formato il gruppo della LIFG che conquistò la città di Derna,  solo per poco tempo perché il colonnello riuscì a reprimere gli jihadisti e rimanere saldamente a capo della Libia. Purtroppo quando si avviano delle situazioni catastrofiche, riparare o tornare alla normalità non è più possibile, causa effetto appunto, e la povertà aveva avviato un fanatismo religioso all’interno delle tribù libiche, l’astio che da sempre le metteva in contrapposizione ha fatto il resto. La miscela di povertà, l’ alienazione e il fanatismo religioso hanno covato sotto le macerie della città. In tutto il mondo sappiamo che le condizioni sociali quando sono private della loro dignità, quando sono portate all’esasperazione, quando maturano nell’ignoranza delle giovani menti, sono le più potenti armi, e se a ciò uniamo  disperazione, orgoglio e fervore religioso in un contesto estremamente maschilista e retrogrado in una parte di paese ad alta densità  di estremismo islamico l’arma atomica è sicuramente attivata in attesa del giusto momento.

Ghedaffi per qualche anno riprese in mano il potere, investì soldi in nuove infrastrutture e case popolari, cercò di risollevare il PIL interno anche riprendendo una vita sociale internazionale di dialogo con l’occidente, come ben ci ricordiamo noi in Italia. Intanto la guerra tra Sciiti e Sunniti, in Iraq e Siria, ( che somiglia molto alla guerra dei trent’anni che contrappose cristiani contro cristiani) stava distruggendo i propri paesi in una cruenta guerra, alimentando ancora di più sia le menti ribelli sia la povertà, una guerra dove la minoranza sciita “alawita” al potere lotta contro la maggioranza sunnita e dove, non a caso, gli sciiti di Hezbollah provenienti dal Libano, nel momento di maggior difficoltà del regime, sono accorsi al fianco del presidente Assad per impedirne la caduta. Allo stesso modo, i combattenti sunniti di Jabhat al Nusra si sono saldati alle fazioni ribelli jihadiste. Come ho detto sopra varie volte, causa/effetto della povertà e della mancanza di dignità genera la “follia”. Ed ecco nascere un gruppo di ragazzi, in quanto quasi tutti ventenni, indottrinati di rivoluzione, formare il Consiglio della Shura della Gioventù Islamica, il loro vessillo? La bandiera nera con il teschio centrale. Fu scelto il luogo doveinstaurare la sede, e quale miglior posto se non la città di Derna, ormai sfiancata ed avviata alla sottomissione del più forte. Parlo di sottomissione perché la popolazione non ha mai aderito alle follie di quei giovani Jihadisti che colpevolizzano chiunque di violazione alla morale religiosa, nessuno li ha mai appoggiati, la popolazione è stata sottomessa con la paura. Il salto di qualità del Consiglio della gioventù Islamica è stato veloce, nel momento che l’Isis ha conquistato Mosul, le forze si sono unite diventando un unico nucleo combattente, la ferocia ha trovato terreno fertile nella ferocia e da quella unione di giovani “terroristi folli” la nascita dello stato Islamico di Derna, questo accadeva alla fine del 2014, sono passati mesi che si sono trasformati in più di un anno, e adesso tutto il mondo sta guardando con paura e preoccupazione le minacce che vengono rivolte all’Italia e quindi all’occidente,  l’Isis ha messo radici in Libia e proprio da qui, secondo alcune fonti, si sta preparando a sferrare l’attacco all’Italia e all’Europaintera, i due governi Libici opposti sembrano concordare entrambi nell’agire  uniti a combattere i terroristi,  i venti di guerra aleggiano nell’aria, il Presidente Obama vede la radice del problema negli sbagli passati di Inglesi e Francesi, nonché di una politica estera sbagliata dalla sua consigliera Hilary Clinton, che incassa l’accusa proprio sotto campagna presidenziale, e i Sauditi continuano a infiammare i conflitti. Venti di guerra appunto che ancora una volta sono alimentati dal terrorismo spietato, e questa volta non ha colpito il singolo paese come per Parigi, ma il cuore europeo con Bruxelles, la chiamano guerra “asimmetrica”,  un conflitto dove il nemico raramente offre bersagli che possano essere distrutti da un avversario anche se dispone di sofisticate armi di precisione, con il risultato che molto spesso durante il vivo dello scontro la tecnologia moderna non raggiunge lo scopo sperato, piuttosto provoca ‘danni collaterali’. Ed ecco  un altro nodo che si pone davanti alla nostra tecnologica razionalità, siamo in grado di combattere annientare con i nostri moderni mezzi, una guerra che viene combattuta nel modo più antico? Siamo in grado di fermare l’odio che si sta concretizzando contro l’Europa che dovrebbe essere sotto l’unione ed unita, ma non riesce a coordinare in collaborazione tra stati aderenti i propri servizi segreti?  Possiamo fare nuovamente il punto della situazione per cercare di comprendere meglio, perché dovremo riuscire ad arrivare alla strada della soluzione, da un lato abbiamo il governo presieduto da Abdullah al Thani con il generale Khalifa Haftar, c’è l’Isis casa madre, le milizie islamiche, Fajr, e i mujaheddin filo-Isis, la Brigata Battar, gli Islamici di Ansar al Sharia e gli uomini del Consiglio rivoluzionario, c’è Ali Qiem Al Garga’i e due emissari di Al Baghdadi, i Fratelli musulmani di Al Sahib, gli ex membri del Gruppo combattente libico pro al Qaeda, una formazione più estrema della Fratellanza, c’è Omar al Hassisponsorizzato dalla Turchia, i mujaheddin del Wilayat Trabulus, le milizie di Zintan e una massa di altre 200 organizzazioni e le 140 tribù che dai tempi immemorabili mai sono state “pacifiche “ tra di loro. Il bisogno primario rimane la costituzione di un governo di unità nazionale, sostenuto dalla comunità internazionale, “Chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le sue responsabilità legali e morali e di armare l’esercito libico, senza ulteriori ritardi, affinché possa adempiere alla sua missione nazionale”, afferma Ashour Bou Rached, rappresentante libico presso la Lega Araba. “In Libia – aggiunge – più viene ritardata la vittoria militare contro milizie brutali e più aumenta la loro espansione, riducendo le chance di una soluzione politica alla crisi”. Una soluzione lontana dal manifestarsi. Il caos libico è sempre più armato. E inestricabile. Si continua a parlare della priorità assoluta di ripristinare ordine sia civile sia economico, creando un unico ente autorizzato a esportare il petrolio libico. Bengasi, Tobruk, Tripoli e Sirte attendono di vedere l’evolversi della situazione,  ma ricordiamoci che le raffinerie petrolifere sono solo cinque in Libia, ciascuna delle quali è nel territorio controllato da una tribù differente e, per il momento, ostile al Califfato con l’eccezione di Sarir, che è collocata lontano dai campi petroliferi che la alimentano, rendendo impossibile, per una forza terroristica ancora molto scarsa di uomini, il controllo di un intero sistema di oleodotti raffineria. Gli scenari cambiano alla velocità della luce, e se per l’Italia la morte dei due tecnici della Bonatti, ha rappresentato un momento di dura realtà di questo conflitto che ci sta disorientando, il nuovo attentato a Bruxelles ci porta a non parlare solamente di “terrorismo” ma di vero e proprio attacco di guerra, la guerra non convenzionale, la guerra dei suicidi, delle schegge impazzite che rischiano di farci rispondere con il combattimento portandolo tra la gente e in luoghi dove è massiccia la presenza della popolazione civile, e più aumenta il rischio incalcolabile del coinvolgimento di civili innocenti, più la guerra asimmetrica avrà raggiunto il suo scopo, minare e annientare qualsiasi forza razionale moderna.

Uguaglianza senza merito, la fragilità che ci governa. Elena Tempestini.


la civiltà non viene distrutta, viene lentamente svuotata di senso.

Nel 1871 Henri-Frédéric Amiel annotava nel suo diario una profezia che, letta oggi, appare quasi inquietante. Scriveva che le masse sarebbero rimaste al di sotto della media, che l’età si sarebbe abbassata, che la barriera del sesso sarebbe caduta e che la democrazia, spinta fino all’assurdo, avrebbe finito per affidare le decisioni più grandi ai meno capaci. Non era un attacco al popolo, ma un timore più sottile, che il principio astratto di uguaglianza, se separato dal riconoscimento del valore, avrebbe prodotto non giustizia, ma appiattimento. Amiel non parlava contro l’uguaglianza dei diritti, parlava contro la cancellazione delle differenze di merito, di esperienza, di fatica individuale. La sua critica non era politica in senso stretto, ma antropologica. Quando tutto è reso uguale, nulla è più responsabile, quando ogni giudizio è equivalente, il sapere perde autorità. Quando nessuno può più essere riconosciuto come più competente, nessuno può più educare. Quella riflessione nasceva in un’Europa ottocentesca che vedeva affacciarsi le masse sulla scena pubblica. Oggi, a distanza di oltre un secolo, quel processo non solo si è compiuto, ma si è trasformato in struttura permanente del nostro spazio simbolico. Non siamo più nel tempo dell’ingresso delle masse nella storia, ma nel tempo in cui la massa diventa criterio di verità. È qui che il pensiero di Umberto Eco, apparentemente lontano, si innesta con una precisione sorprendente. Quando nel 1961 scrive la Fenomenologia di Mike Bongiorno, Eco non intende colpire un uomo di televisione, né ironizzare sul gusto popolare. Sta osservando la nascita di un nuovo patto invisibile tra chi parla e chi ascolta, un patto fondato non sull’ammirazione, ma sull’identificazione.

Il successo non appartiene più a chi sa di più, ma a chi appare simile. L’autorità non deriva dalla competenza, ma dalla capacità di non far sentire nessuno inferiore. È una svolta silenziosa ma decisiva, il sapere non viene più riconosciuto come guida, ma percepito come una minaccia. L’assurdita è che l’intelligente spesso è costretto a “fingersi stupido” o a nascondere le proprie capacità per adattarsi, per non provocare invidie o non mettere a disagio chi ha meno capacità intellettuali. La complessità, se emerge, viene rifiutata.

Umberto Eco coglie in anticipo ciò che Amiel aveva intuito sul piano teorico, l’uguaglianza, quando smette di essere principio giuridico e diventa criterio simbolico, produce mediocrità. Non perché le persone siano mediocri, ma perché il sistema premia ciò che non eccede, ciò che non distingue, ciò che non obbliga a salire.

Così la società non lavora più per elevare la conoscenza, ma per abbassarne la soglia. Non si chiede come accompagnare tutti verso livelli più alti di comprensione, ma come rendere ogni contenuto immediatamente accessibile, emotivo, consumabile. Non si educa più al pensiero, si protegge dal disagio che il pensiero comporta. In questo senso, la profezia di Amiel e l’intuizione di Eco parlano dello stesso movimento storico, osservato in due momenti diversi. Il primo ne avverte il rischio; il secondo ne descrive il funzionamento. Entrambi indicano una trasformazione profonda del rapporto tra individuo e valore. Quando la diseguaglianza di valore viene negata, non si ottiene giustizia, ma confusione. Non tutti gli sforzi sono equivalenti, non tutte le opinioni hanno lo stesso peso, non tutte le esperienze generano la stessa responsabilità. Riconoscere questo non significa creare gerarchie oppressive, ma rendere possibile un cammino. Senza differenze non c’è crescita, senza Maestri non c’è trasmissione, senza riconoscimento del limite non esiste formazione.

Il paradosso del nostro tempo è che abbiamo moltiplicato gli strumenti della conoscenza mentre ne abbiamo indebolito il valore simbolico. Sappiamo tutto, ma comprendiamo poco. Abbiamo accesso a ogni informazione, ma fatichiamo a distinguere ciò che conta, in nome dell’uguaglianza abbiamo smesso di chiedere profondità, e in nome dell’inclusione abbiamo rinunciato all’elevazione. Non è un problema politico nel senso immediato del termine ma una questione di civiltà. Quando una società perde il senso dell’orientamento, diventa facilmente fragile, seducibile, bisognosa di  rassicurazioni e facilmente manipolabile. Non perché manchi di intelligenza, ma si mette nella condizione di consegnare il proprio destino a chiunque sappia indicarle una strada, anche falsa.

Da Pannunzio a Scalfari. Elena Tempestini.

“Ne mai cose nuove fioriscono se prima distruggendo le vecchie non le aiuta la morte”. Così scriveva Lucrezio nel De Rerum Natura, la nascita e la morte di tutte le cose, il principio e la fine, l’alfa e l’omega come simbolo della ciclicità. La nostra società odierna si trova in un momento molto incerto da collocare, unmomento che la nostra percezione potrebbe descrivere come l’epilogo di un lungo ciclo di crisi, oppure come l’inizio di una nuova opportunità per prendere coscienza del nostro mondo.Continuo a pensare ai processi di causa/effetto, e quando l’essere umano si trova in periodi di grandi cambiamenti si immerge inquello che Hegel definiva “il bisogno di filosofia”. Ed è in quel bisogno che l’uomo deve riuscire a leggere oltre le righe, deve trovare una chiave di lettura degli eventi nella loro interezza, riuscendo a superare la dualità degli opposti discordanti. Se questo avviene, riusciamo a comprendere il tempo che viviamo. La percezione della società l’assorbiamo attraverso la comunicazione, e in questo momento con la crisi del gruppo Espresso/Repubblica, stiamo assistendo alla caduta dei media tradizionali, al declino della carta stampata come mezzo di comunicazione di massa, o forse sarebbe meglio dire stiamo assistendo ad una trasformazione della comunicazione di massa, quella che ha da sempre veicolato la storia, la cultura e soprattutto la politica. Per capire meglio l’oggi, dobbiamo rileggere un pezzetto della nostra storia, lo dobbiamo comprendere con una visione diversa, dobbiamo analizzare le cause che hanno portato a questi effetti, un salto indietro nel passato, che mostrerà un cambio di attori, costumi e scenografie, ma nella realtà il ripetersi della stessa storia.Sappiamo che dopo il trattato di Versailles del 1919, che fu realmente solo un armistizio della durata di venti anni, si formarono molti grovigli di spartizioni territoriali, che con la seconda guerra porteranno un assetto completamente rivoluzionato dei poteri. La vittoria degli alleati, permise l’attuazione dei sistemi di pensiero anglo americani, con la creazione dell’agenzia ANSA tramite lo Psychological WarfareBranch  e tramite l’ «Allied Publication Board» (APB), le quali concessero l’autorizzazione ai giornali di poter tornare in edicola,ma con il compromesso di sottolineare la rottura con il passato. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, era dominata dal bipolarismo di due partiti: la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e il PCI, il quale era composto da una federazione di partiti di sinistra rappresentata da Palmiro Togliatti (Pci) e Pietro Nenni (Psi). la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbligava l’establishment angloamericano a sostenere il partito della Democrazia Cristiana, anche se era una alleanza abbastanza forzata, Il partito, essendo radicato nel cattolicesimo e nello Stato, poteva stridere con la parte atlantica che si rispecchiava in quella società ebraica o protestante, che era da sempre accanita sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali quali il divorzio e l’aborto. Anche la finanza, rappresentata in Italia da Raffaele Mattioli, presidente della Comit era attentissima all’evoluzione di una nuova società italiana che andava costituendosi, nonostante le forti pressioni di Harry Truman che aveva lanciato il Piano Marshall, un piano di aiuti di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell’Europa Occidentale, (Piano contestato da Palmiro Togliatti che lo liquidò come un ricatto politico). Non si pensava ad una presa di potere, bensì a un reale ammodernamento dell’Italia, anche grazie a strumenti quali la comunicazione a mezzo stampa per veicolare un pensiero di maggiore cultura.  Fu con la nascita dell’Europeo di Benedetti che per la prima volta gli uomini politici, gli scrittori, gli uomini d’affari, diventarono dei personaggi da raccontare alla società italiana, figure che attraverso la cronaca, divenivano reali per tutti, la condivisione degli eventi tramite un giornalismo che fino a quel momento era riservato solamente ai “dotti” e agli intellettuali. Si stava formando quella che oggi viene definita “L’opinione pubblica”, quella che con il tempo darà vita a un vero e proprio partito politico. il 19 febbraio 1949, uscì il primo numero del settimanale “ Mondo” un giornale laico e anticlericale diretto da Mario Pannunzio. Così scrisse Eugenio Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”.  Ma sarà nel 1955, con la nascita del partito radicale, che si formarono i veri e propri liberals”. ( Eugenio Scalfari). Sono gli anni del potere di Valletta alla FIAT, l’Amministratore Delegato era stato scaltro e intuitivo, aveva compreso che non poteva fare guerra al PCI e al sindacato, specialmente da una posizione conservatrice come facevano quasi tutti gli imprenditori del dopoguerra, bensì solo creando una politica socialdemocratica si sarebbero potuti avere dei buoni risultati, praticamente la vera politica saragattiana che vedrà successivamente in Nenni un rappresentante del centro-sinistra. Il centro -sinistra di Valletta, fu la solida pietra per isolare il PCI, quella differenziazione che lo anteponeva ad Enrico Mattei.  Filo americano Valletta, e anti americano Mattei. Con il consolidamento della DC a destra e l’elezione di Segni al Quirinale, Mattei comprese la sconfitta. Lo scenario della stampa di allora, era dominata quasi esclusivamente dal “Corriere della Sera” e dalla “Stampa”, due tradizioni diverse li separavano, più inglese e liberal il primo e più socialdemocratico il secondo,praticamente liberista il Corriere e populista la Stampa. Ma poiché l’Italia era più conservatrice che liberale, il Corriere divenne presto il giornale di maggiore diffusione sul territorio nazionale. La seconda metà degli anni cinquanta richiese la nascita di un nuovo partito, la creazione di una fazione politica,  che accogliesse la sinistra più liberals, quella che si rispecchiava pericolosamente nel PCI e che invece doveva essere “spostata”, consigliata a guardare verso valori più “atlantici e liberali”, quei valori che erano stati sedati sotto il regime fascista, quei valori portati avanti dalla politica di La Malfa, Visentini, Parri, Spinelli, dalla finanza di Mattioli, Cuccia, Carli, dall’industria di Valletta, Olivetti e Merzegora, dalla cultura di Pannunzio, Silone, Croce e Moravia e molti altri. Fu così che nel febbraio del 1956 venne fondato il Partito Radicale, quel partito nato sotto l’inno della Marsigliese, l’unica musica per quel gruppo di liberali di sinistra, devoti all’illuminismo, un partito che li rappresentasse pienamente nei loro valori e principi, quelli che mettevano al centro di tutto l’uomo, valori fondati sull’uso della ragione e della libertà di giudizio, contrapposti alla tradizione dell’autorità politica e religiosa. La nascita di un nuovo partito richiedeva anche un giornale che avesse una voce di grandi proporzioni verso i cittadini, e il giornale Mondo si stava rivelando troppo elitario per arrivare alla massa. Fu così che venne ideato “L’Espresso”, un settimanale che non fosse solo letto dagli intellettuali,  bensì fosse alla portata di tutti i cittadini, affrontando le tematiche piùlibertarie e progressiste, un giornale che potesse pubblicare degli scoop e anche “bacchettare” attraverso gli articoli, i poteri interni statalisti italiani, un settimanale che svelasse o “ rivelasse”i retroscena di una Italia,  che volendo a volte scappare dal giogo post guerra filo Atlantico, si ribellava con progetti di colpi di stato e accordi non trasparenti, quelli  che si profileranno negli anni con la “Speculazione Edilizia del Sacco di Roma e il tentativo di Golpe del Piano Solo che vide protagoniste le più alte cariche dello Stato. La realizzazione del governo Moro arrivò a scontrarsicon il presidente della Repubblica Segni, che vedeva in quella apertura a sinistra un reale pericolo, si era aperta una fase completamente nuova per l’Italia, una nuova prospettiva che andava a scontrarsi con i vecchi equilibri di un assetto burocratico-militare, ma grazie al ridimensionamento di tutte leparti ci fu solo “un tintinnio di sciabole”. I fondatori dell’Espresso, su consiglio del finanziere Raffaele Mattioli, si rivolsero ad Adriano Olivetti, che non solo fu combattente per gli Alleati, ma apparteneva a una borghesia laica sostenitrice delle idee euro federaliste di Altiero Spinelli. Negli anni arrivarono alcuni cambi di rotta, tra i quali il più importante fu quello di Olivetti che non si rispecchiava totalmente nelle idee di una sinistra radicale, e che lasciò, senza nulla volere in cambio, nonostante l’investimento di 125 milioni di lire, tutte le azioni del settimanale, ripartite tra un 60% al principe Caracciolo, e il resto diviso tra Arrigo Benedetti e Eugenio Scalfari. Il settimanale fu portato avanti con l’intenzione di fungere da organo di contro potere, che è poi quel ruolo che dovrebbe distinguere un giornale che riporta i fatti, da un giornale che vive e si anima di un pensiero che analizza i fatti. Saranno gli anni di svolte senza precedenti, con un partito socialista quale elemento determinante nella maggioranza parlamentare, anni di scontri con i comunisti della classe operaia e con la democrazia cristiana per la gestione moderata della società. Si arriverà per l’idea di bene comune ad una alleanza della DC con i socialisti, e a una diffusione di idea del benessere come concetto necessario alla vita quotidiana, anche dovendo far fronte all’emigrazione di massa dal sud al nord che si era creata con la manovalanza imprenditoriale. Purtroppo fu proprio la borghesia imprenditoriale, che avrebbe dovuto essere il motore principale della nazione, ad essere assente. Nonostante tutto la società italiana continuava a crescere, il fronte liberale-progressista si ricompose e la coscienza dei diritti civili si consolidava nel benessere che si diffondeva. Fin dall’antichità la filosofia, l’umanesimo ci hanno trasmesso che tutto inesorabilmente fluisce, tutto è in movimento e tutto si trasforma, e i mezzi di comunicazione sono sempre stati lo specchio e il punto di riferimento dell’opinione dei cittadini, per questo il gruppo dei liberals ebbe la necessità di andare “oltre” un settimanale come L’Espresso, c’era il bisogno di un quotidiano rapporto con i lettori. Fu nel gennaio del 1976 che nacque “Repubblica”. Giorgio Mondadori, Mario Formenton, Carlo Caracciolo, Eugenio Scalfari, Lio Rubini dettero il via a una trasformazione del fare giornalismo, tanto da creare un “fenomeno Repubblica”. Si susseguirono anni molto difficili per l’Italia, che vide parte dei partiti inglobati nei sindacati, che come un’arma a doppio taglio, porterà una nuova forza per sedare i movimenti di protesta  di tentazioni anarchiche e focolai spesso presenti in Italia, ma per contro, una delegittimazione progressiva delle istituzioni, una incapacità di mantenere l’autorità politica che con il tempo arriverà ad affiliarsi a singoli settori della magistratura, facendo nascere motivazioni trasversali e politicizzando purtroppo l’ordine giudiziario. È il nodo gordiano degli anni 80, quello che vedrà l’inizio di un vero e proprio inquinamento delle notizie, la destabilizzazione attraverso i mezzi di comunicazione, che a loro volta con la delegittimazione dei partiti politici vedrà nascere aggregazioni di gruppi editoriali e singoli giornalisti quali fazioni di influenza politica. Sono gli anni fine settanta e inizio ottanta, il rapimento Moro, il terrorismo in Italia, la lista P2, gli scandali di Andreotti, la solitudine di Berlinguer e l’ascesa di Craxi fino all’assalto giudiziario di  Di Pietro che con “Tangentopoli” nel 1992 distruggerà la classe politica della Prima Repubblica. Saranno anni a seguire di una sinistra trasformista che vedrà nel giornale Repubblica un’area di riferimento molto potente, un prodotto pensato e creato per la funzione di accoglienza a tutto il malessere cittadino davanti agli estremi, una voce potente ottenuta anche grazie alla propria indipendenza dal potere economicoitaliano. Non so se oggi siamo arrivati alla resa dei conti, non so se quella sinistra trasformista ha portato a termine il progetto iniziale di traghettare un PCI verso le idee liberals, non so se quelle idee si sono confluite nel PD odierno, ma sicuramente la percezione è che le manovre non siano circoscritte alla politica di casa nostra, bensì si stiano ripresentando i terreni di un dopoguerra, con scenari più ampi e mondiali  che si combattono nell’ombra, quella dualità che vede gli Stati Uniti da una parte e i Russi dall’altra, i filo atlantici contro i filo arabi, un rappresentante quale Soros, contrapposto a Bannon, la continua sfida per l’espansione, il duello di armistizio e non di pace che il trattato di Versailles ha mostrato nei decenni, come se la guerra fredda non fosse mai cessata di essere combattuta nelle retrovie. Perché come esiste una polarizzazione politica liberal/conservatrice tra capitalisti all’interno di una nazione, c’è una polarizzazione tra capitalisti riguardo le politiche estere della propria nazione, un continuo conflitto tra il liberale e il conservatore, tra il globalista e il nazionalista.

 

 

Palantir Tolkien e il potere della visione. Elena Tempestini


Nell’immagine la millenaria “rete di Indra” che rappresenta l’universo come un intreccio infinito di relazioni: ogni nodo, un tempo rappresentato da una gemma, riflette tutti gli altri, nessuno esiste da solo. Un’antica visione che anticipa la logica della rete Internet, dove ogni connessione vive solo attraverso le altre e ogni azione produce effetti sull’intero sistema.

Quando Peter Thiel sceglie di chiamare Palantir la propria società di analisi dei dati, non compie un’operazione estetica né letteraria. Compie una dichiarazione strategica. I Palantír, sono le pietre veggenti del Signore degli Anelli, non sono oggetti magici nel senso comune del termine, sono infrastrutture di conoscenza. Consentono di vedere lontano, di collegare luoghi distanti, di osservare eventi reali in tempo reale. Ma soprattutto introducono una verità politica fondamentale, chi controlla la visione controlla il potere.

Tolkien, con il Signore degli Anelli, non scrive una favola medievale, scrive una teoria del dominio dopo due guerre mondiali. Nel suo mondo il vero conflitto non è tra eserciti, ma tra chi vede e chi è visto. L’Occhio di Sauron non combatte, osserva. La forza non è più fisica, è cognitiva, non conquista territori, ma orienta la percezione del reale.

I Palantír funzionano come una rete, le immagini che mostrano non sono false, ma parziali. La pietra non mente, seleziona. Chi controlla il nodo dominante può decidere quali frammenti del mondo diventano visibili e quali restano nell’ombra. È un’intuizione straordinariamente moderna, Tolkien anticipa la natura del potere informativo, non imporre una menzogna, ma guidare ciò che appare vero.

Palantir Technologies nasce esattamente su questo crinale. Non produce contenuti, non genera informazione, non crea narrazioni. Integra dati, li connette, li rende leggibili. Praticamente trasforma il caos in visione operativa. Il suo valore geopolitico non sta nella sorveglianza in sé, ma nella capacità di anticipare scenari, correlare eventi, ridurre l’incertezza decisionale. In un mondo frammentato, addirittura fratturato, come e’ stato detto a Davos in questo gennaio 2026, chi possiede la mappa governa il tempo prima ancora dello spazio.

Qui emerge la dimensione più profonda, quasi esoterica, della scelta del nome. Nelle tradizioni antiche la conoscenza ha sempre avuto due volti, la gnosi che libera e la conoscenza che governa. I Palantír appartengono alla seconda, non elevano chi guarda; amplificano il potere di chi già comanda. Nei testi di Tolkien, chi usa le pietre senza dominio interiore finisce dominato da ciò che vede. Non è la visione a corrompere, ma l’asimmetria della visione.

oggi il potere non sta più nel controllare la terra o i confini, ma nel controllare come le persone comprendono il mondo, chi decide cosa vediamo, cosa conta e cosa ignoriamo

influenza anche ciò che pensiamo possibile o vero. Non controlla i confini, controlla le correlazioni. Non occupa lo spazio, occupa il campo delle possibilità. Le decisioni non vengono più prese solo sulla base dei fatti, ma sulla base di ciò che appare rilevante. Chi decide cosa è visibile decide anche cosa è pensabile. E’ la costruzione di una rete strategica, gerarchica, asimmetrica. Non tutti vedono allo stesso modo e non tutti vedono tutto. Alcuni osservano, altri vengono osservati.

Tolkien aveva compreso ciò che oggi sperimentiamo ogni giorno, il male moderno non ha bisogno di violenza spettacolare, gli basta osservare, attendere, prevedere, perché il potere non urla ma calcola.

Chiamare Palantir una delle più potenti società di dati del mondo non è quindi un omaggio letterario, è la consapevole ammissione che in questo secolo il dominio non passa più dalla forza, ma dalla visione. E che chi controlla la visione non ha bisogno di governare apertamente, gli basta rendere il mondo leggibile secondo il proprio schema. Peter Thiel è pienamente dentro ciò che oggi sta accadendo sul piano geopolitico, ma non per costruire un nuovo ordine mondiale nel senso classico. La sua visione non coincide né con la globalizzazione liberale nata dopo il 1991, né con un semplice ritorno ai nazionalismi. È qualcosa di diverso, più profondo e più strutturale.

La globalizzazione aveva promesso stabilità attraverso l’interdipendenza, mercati aperti, istituzioni multilaterali e regole condivise. Oggi quell’architettura mostra tutte le sue fratture. Thiel lo aveva compreso con largo anticipo, un mondo connesso senza direzione genera uniformità, paralisi decisionale e perdita di sovranità reale. Il problema, per lui, non è l’apertura del mondo, ma l’assenza di comando.

Il suo rapporto con Trump va letto in questa chiave: non è ideologico, ma funzionale. Trump rappresenta lo strumento capace di rompere il linguaggio, i rituali e i dogmi dell’ordine precedente. Serve a far crollare un sistema che non decide più. Ma Thiel non cerca il caos cerca un nuovo principio di ordine fondato sulla decisione, non sulla mediazione permanente.

In questa visione il potere non risiede più nei parlamenti, nei trattati o nelle grandi istituzioni internazionali. Si sposta verso le infrastrutture decisive del nostro tempo: dati, intelligenza artificiale, difesa tecnologica, capacità di previsione. Non conta più governare i territori, ma rendere leggibile il mondo, chi possiede la mappa governa il tempo prima ancora dello spazio.

Palantir è il cuore di questo impianto. Non è una multinazionale tradizionale, ma un’infrastruttura strategica. Non produce narrazioni, integra informazioni. Non impone decisioni, rende possibile chi decide. In un mondo frammentato, instabile e simultaneo, il vero potere non è più l’ordine universale, ma la capacità di orientamento.

Qui il riferimento a Tolkien diventa rivelatore. Thiel non sceglie l’Anello, che domina la volontà. Sceglie i Palantír, che dominano la visione. Nel XXI secolo il controllo diretto delle masse è inefficace; ciò che conta è definire ciò che appare reale. Non governare le persone, ma il campo delle possibilità in cui si muovono.

Davos oggi non è più il centro del comando globale, ma il luogo in cui si prende atto della fine dell’illusione globalista. La fiducia ha lasciato il posto alla sicurezza, l’universalismo alla competizione sistemica. Su questo punto convergono molte élite, anche se con linguaggi diversi. Thiel non guida questo processo, ma lo interpreta con lucidità. La sua idea di Occidente non è imperiale né morale, ma un Occidente che accetta il conflitto, protegge le proprie infrastrutture cognitive e torna a decidere. Meno universalista, più strategico. Non più fondato sull’illusione che tutti condividano gli stessi valori, ma sulla consapevolezza che il mondo è entrato in una fase di competizione permanente.

È qui che emerge la distanza simbolica con la millenaria rete di Indra. Lì ogni nodo partecipa al tutto in modo orizzontale, in Palantir alcuni nodi devono vedere di più per mantenere il sistema in equilibrio. Non è una questione etica, ma una scelta di civiltà.

Thiel non sta costruendo un nuovo ordine mondiale globale. Sta lavorando per un ordine post-globalizzato, fondato sulla visione, sulla previsione e sul controllo delle infrastrutture della conoscenza. Trump serve a chiudere il mondo che finisce, Palantir a rendere governabile quello che nasce. La meta non è il caos ma il ritorno della decisione.

 

La guerra che non è ancora iniziata: il Medio Oriente entra militarmente nella zona grigia strategica. Elena Tempestini.

Nello scenario mediorientale il quadro che emerge non è quello di una guerra in corso, ma di un’area entrata stabilmente in assetto di allerta avanzata. Le forze non si muovono per reagire a un evento già avvenuto, ma per impedirne uno futuro. È la logica del preposizionamento strategico, fase intermedia nella quale l’apparato militare viene schierato prima che la politica sia costretta a prendere decisioni irreversibili.
Lo spazio aereo del Medio Oriente è attraversato da un flusso costante di velivoli da comando e controllo, piattaforme di sorveglianza elettronica, aerei da rifornimento in volo e sistemi di ricognizione a lungo raggio. La presenza simultanea di AWACS, asset SIGINT e tanker indica una mappatura completa del dominio aereo ed elettromagnetico, condizione necessaria per qualsiasi operazione difensiva o offensiva moderna. Non si tratta di voli dimostrativi né di esercitazioni, ma di un’attività continua di raccolta dati, tracciamento e analisi in tempo reale. A questa architettura partecipa pienamente anche l’Europa. Regno Unito, Francia e altri Paesi europei che hanno rafforzato la propria postura operativa nel Mediterraneo orientale e nelle aree limitrofe. Dalle basi avanzate nel Levante operano velivoli in configurazione di sorveglianza e controllo, mentre droni e sistemi ISR contribuiscono alla costruzione di un quadro informativo condiviso. L’Europa non agisce come attore secondario, ma come componente integrata di un dispositivo che considera la stabilità del Medio Oriente direttamente legata alla sicurezza del continente. Sul dominio marittimo la situazione appare ancora più strutturata. Nel Mediterraneo orientale, nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden è presente una concentrazione continua di unità da combattimento ad alta capacità. Cacciatorpediniere dotati di sistemi AEGIS, fregate antiaeree, unità di difesa antimissile e navi di supporto logistico garantiscono una presenza ininterrotta. Questo dispositivo consente il controllo dei choke point strategici, la protezione delle rotte energetiche e la capacità di risposta immediata a minacce asimmetriche.
Il quadrante compreso tra Creta, Cipro, Libano e Israele rappresenta oggi uno dei punti più militarizzati del pianeta. In quest’area convergono sorveglianza aerea continua, pattugliamento navale permanente e sistemi radar multilivello. È una zona di frizione strategica, nella quale ogni movimento viene rilevato, classificato e valutato nel giro di pochi minuti. Qui si misura il vero equilibrio regionale.
Il centro di gravità dell’intero sistema resta l’Iran, non come obiettivo diretto ma come perno attorno al quale ruota la stabilità del Medio Oriente. I movimenti militari in corso sono finalizzati a monitorare la capacità di azione indiretta attraverso i proxy regionali, il trasferimento di armamenti, le capacità missilistiche e la possibilità di attacchi asimmetrici contro Israele o contro infrastrutture energetiche e marittime.
Israele mantiene una postura di difesa attiva e silenziosa. Il rafforzamento dei sistemi antimissile, l’intensificazione delle attività di sorveglianza e il coordinamento costante con Stati Uniti ed Europa indicano una strategia fondata sulla prevenzione totale. L’obiettivo non è l’escalation, ma la capacità di assorbire e neutralizzare un eventuale attacco su più fronti, terrestre, missilistico e marittimo. Questo assetto si inserisce in un contesto globale segnato da una competizione permanente tra potenze. Il Medio Oriente è tornato a essere il teatro di compensazione delle tensioni sistemiche: energia, rotte commerciali, sicurezza marittima e credibilità strategica convergono in questa regione.
La fase attuale è la più delicata. Le forze sono già schierate, le mappe operative vengono aggiornate costantemente, le catene decisionali sono pronte. Non si combatte, ma tutto è predisposto affinché, se necessario, l’intervento possa avvenire senza preavviso. È questa la natura della zona grigia strategica: nessuna dichiarazione di guerra, nessun cessate il fuoco, ma una pressione continua che riduce progressivamente lo spazio dell’errore.

Il silenzio degli F-35 e il nuovo equilibrio invisibile intorno all’Iran. Elena Tempestini.

Negli ultimi giorni si osserva un rafforzamento militare statunitense nel Medio Oriente, semplice deterrenza o preparazione verso l’Iran? Movimenti aerei e navali verso basi che, in linea d’aria, si collocano direttamente sul perimetro operativo iraniano.
Presenza di F-35 tra i primi assetti ad essere ridistribuiti, proprio per la loro capacità stealth e ISR. Nel rapporto iraniano, gli F-35 occupano una posizione centrale non come velivoli da attacco visibile, ma come piattaforme di penetrazione stealth, sensori avanzati e nodi di coordinamento dell’intero dispositivo aereo. In uno scenario reale, sarebbero tra i primi assetti a operare, non gli ultimi. Proprio per questo, la loro eventuale presenza non viene mai enfatizzata pubblicamente, gli F-35 fanno già parte del dispositivo militare statunitense nel Medio Oriente in modo strutturale, flessibile e deliberatamente poco visibile. In una fase di riallineamento delle forze verso l’Iran, è quindi altamente probabile che assetti di questo tipo siano già integrati nello schieramento, anche in assenza di annunci ufficiali , secondo una logica coerente con l’analisi militare NATO. Caccia avanzati, assetti di supporto, aerei cisterna e dispositivi di comando sono stati ridistribuiti nell’area di responsabilità del Comando Centrale americano (CENTCOM). Formalmente si parla di misure difensive e di stabilizzazione regionale. Tuttavia, come spesso accade in geopolitica, ciò che conta non è solo la dichiarazione ufficiale, ma la struttura concreta dello schieramento.
La presenza militare statunitense nella regione poggia su una rete articolata di basi e infrastrutture, distribuite tra Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Oman. Un sistema che consente agli Stati Uniti di operare in prossimità strategica dell’Iran senza un dispiegamento diretto sul suo territorio, garantendo rapidità di intervento, profondità operativa e piena interoperabilità tra aria, mare e intelligence.
Quando aumentano la capacità di rifornimento in volo, il coordinamento tra basi alleate, la prontezza di assetti a lungo raggio e l’integrazione dei sistemi di comando, non siamo più soltanto nel campo della deterrenza simbolica. Entriamo nella fase della preparazione operativa, quella che consente al decisore politico di mantenere aperte tutte le opzioni: pressione, contenimento o azione mirata.
Storicamente, questo tipo di configurazione precede momenti di alta tensione strategica. Non perché l’attacco sia imminente, ma perché la macchina militare viene messa nelle condizioni di poterlo essere. L’Iran osserva e interpreta.
Perché nel Medio Oriente la percezione dello schieramento vale quanto lo schieramento stesso. Il nodo centrale oggi non è comprendere se un confronto sia alle porte, ma riconoscere che il livello di prontezza sta cambiando. Ed è proprio questo più delle dichiarazioni ufficiali il vero segnale geopolitico da monitorare.

La fine della finzione: Davos, Carney, Fink e il crollo dell’ordine globale. Elena Tempestini.

Non basta riportare ovunque il discorso di Mark Carney, ma comprenderne bene ogni parola, domandarsi il perché. Non sono parole contro qualcuno, ma contro una “finzione”. Mentre pubblicavo questo articolo, mi è tornato alla mente un passaggio che oggi appare quasi profetico. Nel 1972, all’Accademia militare di Modena, Eugenio Cefis tenne un discorso destinato a rimanere sotterraneo ma decisivo. Disse ai giovani ufficiali, futuri punti chiave del sistema, che il potere del futuro non sarebbe stato solo negli Stati, ma nelle multinazionali, che avrebbero dovuto comprenderle, accettarle, studiarle, perché lì si sarebbe spostato il vero centro decisionale del mondo.
Quella visione accompagnò la nascita della globalizzazione economica che a Davos nel 1971 con Klaus Schwab, abbiamo conosciuto per cinquant’anni. Oggi, a Davos, sembra essersi celebrato l’atto finale di quella stessa stagione. Come se il cerchio iniziato allora si stesse chiudendo, anche cambiando il luogo futuro dove si terrà il Forum.
Non è solo la fine di un modello economico. È la fine dell’illusione che il potere potesse essere neutrale, invisibile, senza responsabilità politica. La globalizzazione è nata come progetto. Sta finendo come realtà storica.
Carney non ha parlato di transizione, ma di frattura. Ha detto ciò che molti pensano da tempo che le regole non proteggono più, l’integrazione economica è diventata un’arma e fingere che il sistema funzioni è diventato il vero rischio.
In questo passaggio entra inevitabilmente Donald Trump, non come protagonista, ma come detonatore. Carney non lo difende, ma ne riconosce implicitamente l’effetto, Trump è stato il primo a smettere di fingere, mostrando che i rapporti internazionali oggi si fondano sui rapporti di forza più che sulla retorica. Trump non viene celebrato in quel discorso, ma neppure demonizzato, viene superato, perché ha svolto, forse suo malgrado, la funzione più destabilizzante di tutte, rendere visibile ciò che prima veniva nascosto. E quando una verità strutturale emerge, non può più essere rimossa, può solo essere affrontata.
Qui si trova il concetto di René Girard, mentore di Peter Thiel e di J.D Vance vice presidente americano. Trump è il capro espiatorio volontario su cui proiettare le contraddizioni della globalizzazione, per evidenziarle per rivelarne le fragilità.
È questo il cuore del discorso di Carney, quando parla alle nazioni e dice: “Se non siete al tavolo, vuol dire che siete nel menù”Riconoscere che il vecchio ordine non tornerà e che la nostalgia non è una strategia. Davos non ha celebrato la globalizzazione, né ha certificato il suo tramonto. E ha posto una domanda che riguarda tutti, continuare a fingere o costruire qualcosa di nuovo partendo dalla verità? Carney non difende Trump.
Ma riconosce implicitamente una verità scomoda, se smetti di recitare, tutti gli altri sono obbligati a scegliere se continuare a mentire o iniziare a costruire davvero.
Elena Tempestini
Elisabetta Failla

A Trump e al sistema di sicurezza degli Stati Uniti non interessa “possedere” la Groenlandia. Elena Tempestini.

Gli americani in Groenlandia sono una presenza storica ai quali non interessa diventare proprietari dell’isola, ma mantenere e rafforzare l’infrastruttura di difesa che protegge non solo l’America, ma l’intero spazio euro Atlantico. Le dichiarazioni di Trump sul presunto interesse a “comprare” la Groenlandia vanno lette per ciò che realmente sono, provocazioni con una precisa funzione geopolitica. Servono a riportare l’Artico al centro del dibattito strategico americano, a inviare un segnale a Cina e Russia che quell’area non è disponibile a interferenze esterne e a rivendicare una postura di leadership risoluta, anche sul piano simbolico. Al di là delle formule roboanti, è evidente che nessun presidente statunitense può aspirare ad acquistare un territorio appartenente a una monarchia europea senza accordi e consenso multilaterale, ovviamente Trump ne è consapevole.

La questione reale è un’altra,la priorità strategica statunitense nell’Artico non è territoriale, ma difensiva e tecnologica. Washington punta a modernizzare la Pituffik Space Base, potenziare i sistemi radar e satellitari e impedire che potenze concorrenti, con particolare attenzione alla Cina, possano inserirsi nell’isola attraverso progetti infrastrutturali o minerari capaci di generare leva politica. L’Artico, oggi, è un teatro decisivo della competizione per la supremazia nello spazio e nelle rotte polari, riguarda l’innovazione, la capacità di proiezione e la sicurezza collettiva, non la conquista di nuove province. Quello che conta davvero, oggi come dagli anni Quaranta, è mantenere e modernizzare la presenza militare americana sull’isola, una rete di basi e sistemi radar che costituisce uno degli snodi più avanzati della difesa aerospaziale occidentale. La Groenlandia è un pilastro del dispositivo strategico del Nord America e della NATO, non un territorio da annettere e il cuore della competizione artica passa proprio da lì. La Groenlandia è situata tra l’Atlantico settentrionale e l’Oceano Artico, è diventata nel corso del Novecento uno dei pezzi più importanti dello scacchiere strategico globale. La sua ampia estensione, la posizione geografica unica tra Nord America ed Europa e il progressivo scioglimento dei ghiacci ne hanno accentuato la rilevanza, ponendo l’isola al centro delle dinamiche di sicurezza tra grandi potenze, con particolare riferimento agli Stati Uniti d’America.  

La storia per Washington risale alla Seconda guerra mondiale. Già negli anni Quaranta, con il timore di un’espansione tedesca nell’Artico e la necessità di supportare operazioni meteorologiche cruciali, Stati Uniti e Canada firmarono un accordo per la difesa dell’isola che permise la costruzione delle prime installazioni militari. Dopo la guerra, nel contesto della Guerra fredda, la Groenlandia divenne un elemento chiave per la sicurezza nordamericana. Fu costruita quella che oggi è la Pituffik Space Base, originariamente nota come Thule Air Base, nel punto più settentrionale di insediamento militare statunitense e tra i più avanzati in termini di tecnologia radar e sorveglianza spaziale. Questa base è operativa da oltre settant’anni e continua a essere gestita dagli Stati Uniti, sotto un accordo di difesa con la Danimarca, paese del quale la Groenlandia è territorio semi-autonomo.  

La Pituffik Space Base svolge funzioni che trascendono la mera presenza militare, ospita radar avanzati che costituiscono una parte fondamentale dell’architettura di allerta missilistica e di sorveglianza spaziale. Tali sistemi permettono di monitorare eventuali lanci di missili balistici o altri vettori potenzialmente diretti verso il Nord America, nonché di tracciare oggetti in orbita terrestre a favore delle capacità difensive e di controllo spaziale statunitensi e alleate.  Queste funzionalità sono integrate nel sistema di difesa della regione nordamericana attraverso il comando NORAD, il North American Aerospace Defense Command. Il NORAD è un organismo binazionale canadese-statunitense responsabile della sorveglianza dello spazio aereo e della difesa contro attacchi aerospaziali. La presenza radar e di monitoraggio in Groenlandia, così come altre installazioni in Canada e negli Stati Uniti, è parte integrante della missione di allerta precoce e di difesa territoriale stabilita sin dalla metà del secolo scorso.  

Nel corso degli anni, la presenza americana sull’isola ha subito varie trasformazioni. Alla fine degli anni Cinquanta e nei decenni successivi, durante il picco delle tensioni con l’Unione Sovietica, la base di Thule arrivò ad ospitare numeri significativi di personale nell’ordine di migliaia di militari. Con la fine della Guerra fredda questa presenza si è ridotta drasticamente, e oggi si stima un contingente stabile dell’ordine delle centinaia di persone.  

La presenza di questi hub strategici non è importante solo per gli Stati Uniti. Anche l’Europa, attraverso l’Alleanza Atlantica, trae vantaggio dal monitoraggio e dalle capacità di difesa installate in Groenlandia. La posizione dell’isola consente di controllare corridoi di accesso artico e transatlantico che potrebbero essere utilizzati da forze ostili, oltre a essere un punto di osservazione privilegiato per le attività navali e aeree russe nel Nord Atlantico e nell’Oceano Artico. In un contesto geopolitico in cui la competizione tra grandi potenze si estende anche alle regioni polari, la cooperazione tra gli Stati Uniti, il Canada e gli alleati europei nell’ambito di strutture come il NORAD e la Nato assume una rilevanza strategica crescente.  

Il dibattito politico su cosa debba significare questa presenza non è mai completamente sopito. Alcuni leader europei hanno avvertito che mettere in discussione la sovranità danese della Groenlandia o ipotizzare scenari di acquisizione territoriale da parte di Washington potrebbe mettere a rischio l’equilibrio di sicurezza post-seconda guerra mondiale costruito attorno alla Nato.  

La Groenlandia non rappresenta per gli Stati Uniti una semplice questione di “possessione territoriale”, ma piuttosto un elemento cruciale di una rete di difesa e sorveglianza che ha radici storiche profonde e che continua a essere fondamentale sia per la protezione del Nord America sia per la stabilità euro-atlantica. Attraverso la presenza di installazioni come la Pituffik Space Base e la cooperazione con partner come Canada e membri della Nato, gli Stati Uniti mantengono un ruolo centrale nel monitoraggio delle minacce nell’Artico e nella gestione strategica di un’area che potrebbe definire equilibri di sicurezza nel XXI secolo.

La chiesa di Santo Stefano al Celio rappresenta l’architettura della Gerusalemme futura. Elena Tempestini.

La diffusione del culto di Santo Stefano, primo martire del Cristianesimo, conosce un momento decisivo nel V secolo grazie all’opera di Sant’Agostino, che a partire dal 425 d.C. ne divenne uno dei principali propagatori in Occidente. In un celebre discorso, il vescovo di Ippona riferisce come, subito dopo il ritrovamento delle reliquie del santo a Gerusalemme, iniziarono a manifestarsi miracoli nei luoghi a lui dedicati. Fin dall’origine, la figura di Stefano assume una prossimità singolare a Cristo stesso: negli Atti degli Apostoli è colui che, nel momento supremo della morte, perdona i propri carnefici, reiterando il gesto salvifico del Maestro. Per questo motivo la sua memoria liturgica è collocata immediatamente il giorno dopo il 25 dicembre, come sigillo teologico del mistero dell’Incarnazione.

Dante Alighieri, nel Purgatorio (canto XV), restituisce con straordinaria potenza visionaria la scena della lapidazione di Stefano, insistendo sul perdono pronunciato nel momento della morte:

“Poi vidi genti accese in foco d’ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: ‘Martira, martira!”

Stefano viene lapidato a Gerusalemme intorno al 31 d.C., per istigazione del Sinedrio, con l’accusa di bestemmia contro Dio e contro Mosè. È il primo dei sette diaconi scelti dagli Apostoli e il primo martire cristiano. In sua memoria sorsero numerosi edifici sacri; tra questi, uno si distingue in modo radicale per forma, collocazione e densità simbolica: la chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio, a Roma. La chiesa fu edificata sotto il pontificato di papa Simplicio (468–483 d.C.), probabilmente intorno al 470, sul colle del Celio, uno dei più vasti e antichi dei sette colli romani, dominante la valle dell’Anfiteatro Flavio. Il Celio, anticamente detto Querquetulanus per la presenza di un querceto sacro, era attraversato dall’acquedotto Appio e accessibile dalle porte Celimontana e Capena, quest’ultima snodo originario della via Appia e della via Latina. La costruzione di Santo Stefano Rotondo si colloca in uno dei periodi più drammatici della storia romana. Dopo la morte di Teodosio nel 395, l’Impero fu diviso; nel 452 Aquileia venne distrutta dagli Unni di Attila; nel 455 Roma fu saccheggiata dai Vandali di Genserico; nel 476 la deposizione di Romolo Augustolo segnò la fine formale dell’Impero romano d’Occidente. In questo scenario di dissoluzione politica e spirituale, il Cristianesimo assunse il compito di rifondare simbolicamente il mondo.
Non è casuale che la chiesa sorga su un antico bosco sacro preromano, in prossimità dei principali templi egizi di Roma, e direttamente sopra il mitreo dei Castra Peregrini, la caserma delle milizie straniere. Il Celio era un’area ad altissima densità cultuale: vi prosperarono il culto di Iside, attestato da Trebellio Pollione, e quello di Mithra, religione misterica particolarmente diffusa negli ambienti militari e sostenuta da imperatori come Diocleziano, che nel 307 elevò Mithra a protettore del proprio potere. Solo con Costantino e la vittoria del Cristianesimo nel 312 d.C. le religioni misteriche iniziarono il loro declino. In Occidente, Sant’Agostino e papa Simplicio contribuirono a delineare una nuova geografia del sacro, occupando e trasfigurando gli spazi simbolici delle antiche divinità. Le prime chiese cristiane adottano prevalentemente la pianta basilicale longitudinale, derivata dall’architettura civile romana. Gli edifici a pianta centrale sono generalmente riservati a mausolei, battisteri e martyria. Fanno eccezione casi rarissimi, tra cui San Lorenzo a Milano e Santo Stefano Rotondo a Roma, concepita non come semplice martirio, ma come spazio assembleare. L’edificio fu progettato con diametro e altezza pari a 144 cubiti romani (un cubito misura circa 0,462 metri), così da poter essere inscritto idealmente in una sfera perfetta, immagine della totalità cosmica.
Il numero 144 non è arbitrario. È il numero della creazione 24 ore per 6 giorni, la radice quadrata di 12 × 12, cifra della massima completezza, valore numerico della Gerusalemme celeste nell’Apocalisse, nonché numero ricorrente nella tradizione biblica e patristica. Platone e Aristotele lo consideravano soglia di mutamento per le città e i cicli storici. Ma 144 possiede anche una rilevanza astronomica: la differenza tra i due principali valori della precessione degli equinozi, quello di 25.920 simbolico tradizionale e quello di 25.776 anni astronomici e più preciso, la differenza e’ 144. È inoltre il dodicesimo termine della sequenza di Fibonacci, legata alla sezione aurea e alle strutture fondamentali della natura.
L’interno, della chiesa di Santo Stefano Rotondo è articolato in tre cilindri concentrici. Il locale centrale aveva un diametro di 48 cubiti; ventidue colonne lo separavano dal secondo anello, il quale distava ventiquattro cubiti dal terzo, formato da otto grandi piloni di sostegno e trentasei colonne. A una distanza ulteriore di ventiquattro cubiti si collocava il muro esterno. La luce penetrava da trentasei finestre esterne e da ventidue finestre che illuminavano il nucleo centrale. Dodici scalini conducevano alle otto porte esterne, che immettevano in quattro ambienti disposti a croce secondo i punti cardinali; da questi si accedeva, attraverso altre quattro porte, allo spazio sacro vero e proprio.
Ogni numero è carico di significato. I dodici gradini rimandano ai dodici Apostoli che sorreggono la Chiesa. L’otto, ripetuto nei portali e nei pilastri, allude al mistero della Resurrezione, avvenuta l’ottavo giorno, simbolo di una nuova era del mondo; non a caso, i battisteri cristiani sono spesso ottagonali. L’ottagono disegna e contiene la croce, orientata lungo l’asse nord-sud, inscrivendo la Passione nel cosmo. Le ventidue colonne e finestre del nucleo centrale possono essere lette come riferimento alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, dalla prima all’ultima, Alfa e Omega, principio e fine. Il numero trentasei, legato alle colonne e alle finestre esterne, equivale a tre volte dodici e richiama insieme la Trinità, la perfezione e la totalità apostolica; è anche il numero delle stelle dello zodiaco nel sistema babilonese e il risultato dell’ogdoade, la somma dei numeri da uno a otto. Su Santo Stefano Rotondo sono stati condotti molti studi di particolare profondità simbolica, quello più importante che ricordiamo è di Ritz Sandor, che ha interpretato il tempio come anticipazione architettonica della Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse di Giovanni: una città quadrangolare, le cui misure sono uguali in lunghezza, larghezza e altezza, con mura di centoquarantaquattro cubiti, nella quale non vi è tempio, perché Dio stesso è il tempio. Perché, allora, una chiesa rotonda? Entrare in uno spazio circolare significa perdere l’orientamento spaziale e temporale, ritornare alla dimensione primordiale dell’umanità raccolta intorno al fuoco sacro. La liturgia non si sviluppa come sequenza, ma come esperienza cosmica. Il cerchio è simbolo di perfezione, del cielo e di Dio: non ha inizio né fine. Il quadrato rappresenta la terra. La quadratura del cerchio diviene così metafora del tentativo umano di elevarsi dal piano materiale a quello divino. In Santo Stefano, il cubo apocalittico si trasforma in sfera: la Gerusalemme futura è anticipata come promessa, non come compimento. Santo Stefano Rotondo è un tempio senza spazio e senza tempo, fondato su luoghi che conobbero altri dèi e altre rivelazioni. È dottrina fatta pietra, ammonimento e promessa. Come l’Apocalisse, parla un linguaggio simbolico, doppiamente velato, esoterico ed essoterico. Oggi la chiesa appare quasi invisibile dall’esterno, segnata dal tempo e dall’abbandono. Le sue mura non lasciano intuire la ricchezza che custodiscono. Forse, come ammonisce Giovanni, non siamo più capaci di leggere i numeri sacri, di ascoltare la Parola, di riconoscere la verità trasmessa dalla forma. Restano pochi, in una sorta di veglia silenziosa, pronti al duplice combattimento evocato da san Bernardo, contro la materia e contro gli spiriti del disordine. Non è un caso che i custodi del Santo Sepolcro abbiano edificato chiese rotonde: immagini terrene di un centro eterno, dove la pietra ricorda all’uomo ciò che ha dimenticato.

L’Occhio dell’Occidente: Dati, Potere e la Sfida della Libertà. Elena Tempestini.

“La Repubblica Tecnologica: potere, dati e destino dell’Occidente”
La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, è un libro che va letto non come un saggio tecnologico, ma come un manifesto politico-strategico. Pubblicato negli Stati Uniti il 18 febbraio 2025, il volume è arrivato in Italia il 21 ottobre 2025, in un momento storico segnato da competizioni# tra potenze, dalla guerra lunga e dalla crisi del modello liberale occidentale.
Alexander C. Karp non è un osservatore neutrale. È il cofondatore e CEO di Palantir Technologies, insieme a Peter Thiel, una delle figure più influenti e controverse della Silicon Valley. Palantir non è una semplice azienda tecnologica, ma è una infrastruttura di elevato potere, un sistema di analisi dei dati utilizzato da governi, apparati di sicurezza, eserciti e agenzie d’intelligence. Non a caso, Palantir che prende il nome dalla saga del Signore degli Anelli è una delle sette pietre che vedono il futuro, ed è realmente definita “l’occhio onniveggente” del XXI secolo, non per suggestione simbolica, ma per funzione strategica di lettura dati.
Il cuore del libro ha una tesi netta: l’Occidente rischia di perdere la sua centralità storica non per inferiorità tecnologica, ma per mancanza di volontà politica e culturale. Karp denuncia una frattura profonda tra élite tecnologiche e istituzioni democratiche, accusando il mondo accademico, parte dell’imprenditoria e della burocrazia occidentale di aver abdicato alla responsabilità storica del potere.
Secondo gli autori, la tecnologia non è neutra. È sempre espressione di una visione del mondo. Se l’Occidente rinuncia a orientarla secondo i propri valori di libertà, responsabilità, difesa delle società aperte, altri lo faranno. In particolare, il libro individua nella Cina il modello alternativo, uno Stato che integra pienamente tecnologia, strategia, controllo territoriale e visione imperiale.
Il messaggio è chiaro e volutamente provocatorio: la Silicon Valley non può restare moralmente distante dal destino geopolitico dell’Occidente. Karp critica l’illusione che l’innovazione possa prosperare separata dalla difesa, dalla sicurezza e dalla sovranità. In questo senso, La repubblica tecnologica è anche una critica interna al mito libertario della tecnologia come spazio “post-politico”.
Il dato, in questo libro, non è solo informazione: è potere strutturale. Chi controlla i flussi di dati, le architetture decisionali e la capacità di interpretare la complessità, controlla il campo di battaglia di questa epoca che non è solo militare, ma economica, cognitiva, infrastrutturale. Palantir viene implicitamente proposta come modello di integrazione tra sapere tecnico e interesse nazionale. Uno dei passaggi più controversi del libro riguarda il rapporto tra la Silicon Valley e il potere statale. Karp sostiene che la storica diffidenza tra tecnologia e governo sia diventata un lusso che l’Occidente non può più permettersi. Nel mondo descritto da Karp:
i dati sono il territorio, gli algoritmi sono le infrastrutture critiche e la capacità di analisi è una forte deterrenza.
Da qui l’idea di una “repubblica tecnologica”, in cui imprese ad alta intensità tecnologica collaborano apertamente con lo Stato per garantire sicurezza e continuità strategica. Non una fusione indistinta, ma un’alleanza strutturata, regolata e orientata a obiettivi di interesse pubblico.
Da non sottovalutare il rapporto tra Donald Trump e la Silicon Valley, che è stato storicamente conflittuale, ma nel libro l’analisi è più sottile. Karp non difende Trump come figura politica, né lo demonizza, lo considera un sintomo. Secondo Karp, l’era Trump ha messo in luce una frattura profonda: da un lato, l’élite tecnologiche spesso sono scollegate dal sentimento nazionale, dall’altro e’ in atto una politica populista che diffida della tecnologia ma ne sfrutta il potere. Trump viene letto come l’espressione di una domanda di sovranità che le democrazie liberali avevano ignorato troppo a lungo. La Silicon Valley, nel suo isolamento morale e culturale, ha contribuito a questa frattura. Ma la risposta, per Karp, non è il ritiro della tecnologia dalla sfera pubblica, anzi è esattamente l’opposto. La tecnologia, sostiene karp, deve assumersi una responsabilità politica, altrimenti sarà la politica, e nella sua forma più brutale a impadronirsene sicuramente una tesi non rassicurante, scomoda ma centrale
Il punto più discusso del libro è che la neutralità tecnologica è solo una finzione.
@Ogni scelta tecnica incorpora una visione del mondo. Rinunciare a guidarla equivale a cedere potere strategico. In questo senso, Palantir non è solo un’azienda, ma un modello: tecnologia costruita esplicitamente per servire lo Stato, non per sostituirlo, il punto è etico e strategico. Karp sostiene che l’Occidente deve recuperare il coraggio di scegliere, di assumersi il peso morale delle proprie decisioni, di riconoscere che la neutralità è spesso una forma mascherata di resa. La “repubblica tecnologica” non è un nuovo Stato, ma una alleanza consapevole tra sapere, potere e responsabilità.
Emerge una domanda critica: può una civiltà sopravvivere se rinuncia a difendere se stessa anche sul piano tecnologico?
Il libro non offre consolazioni. Offre una presa d’atto: il tempo della delega è finito. La tecnologia è ormai una questione di sicurezza nazionale, di ordine internazionale, di sopravvivenza culturale. E ignorarlo, per l’Occidente, non è un’opzione.

“La pace, dice Karp, non nasce dall’inerzia. Nasce dalla capacità di vedere, comprendere e custodire il proprio futuro