Rocchetta Mattei: un castello da scoprire sull’Appennino bolognese. Di Elena tempestini

Rocchetta Mattei

Le bellezze italiane delle nostre città, dei nostri borghi e dei nostri paesaggi naturali sono un patrimonio inestimabile unico al mondo. Se impariamo a comprendere il nostro territorio a leggere la sua storia e a vedere il suo futuro, riusciremo a valorizzarne le bellezze ed anche riconoscerne le criticità.

L’Italia è la nazione conosciuta come il “ Bel Paese”. Con le sue opere d’arte e monumenti di altissimo valore artistico è a tutti gli effetti un vero e proprio museo a cielo aperto, fonte di ricordi indimenticabili per tutti coloro che la visitano. Ogni regione ha degli angoli di stupore, dei gioielli poco conosciuti e incastonati nel verde delle colline. Sono andata in Emilia Romagna precisamente a Riola, comune di Grizzana Morandi, a breve distanza da Bologna. All’improvviso sono stata catapultata in un libro di fiabe. Davanti ai miei occhi, su una Rocca si erge un maestoso e misterioso “castello”. È la Rocca Mattei.

Il castello è conosciuto come “Rocchetta Mattei” grazie al nome del suo proprietario ed architetto, il Conte Cesare Mattei (1809-1886) che lo fece edificare sulle rovine di una antica costruzione risalente all’XIII secolo, la Rocca di Savigano, appartenuto quasi sicuramente a Matilde di Canossa. La storia racconta che la Rocca aveva già un complesso medievale, appartenuta agli imperatori Federico il Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, re dei romani e re d’Italia, Successivamente di Ottone IV e poi dominio della Contessa Matilde di Canossa, conosciuta come la grande Matilde di Toscana. La quale tenne la Rocca facendola custodire da un vassallo di nome Lanfranco da Savignano. La necessità della difesa del passaggio sul fiume Reno, rese prezioso questo castello ai sovrani del tempo; successivamente caduto in potere dei Bolognesi la rocca divenne inutile e fu distrutta nel 1293.

Nel 1850 il Conte Mattei, trovò il luogo “magico” dove edificare il castello che lo avrebbe ospitato per tutta la vita, conducendovi all’interno una vita da castellano medievale.
La struttura del castello fu modificata molte volte dal conte durante la sua vita, rendendola un labirinto di torri, scalinate monumentali, sale di ricevimento, camere private che richiamano stili diversi, dal medievale al moresco, dal liberty al gotico. Dal cortile centrale tramite una scala a chiocciola policroma, si giunge al celebre Cortile dei Leoni.

Realizzato sul modello del complesso palaziale andaluso dell’Alhambra, è una tra le aree più affascinanti dell’intero Castello. Al centro si trova una fontana alla cui base sono situati 4 leoni. Ci si gira all’interno e di entra nella Sala della Musica, ispirata alla Cattedrale di Cordoba, dove Mattei si intratteneva con personaggi quali Gioacchino Rossini, e che oggi custodisce gli strumenti musicali meccanici, perfettamente accordati, di Marino Marini. 

Impossibile, in ultimo, non rimanere ammaliati dalla Cappella, riproduzione in miniatura della famosa Mezquita di Cordoba. Qui gli elementi di impronta arabo-islamica si uniscono allo stile andaluso degli archi all’interno dei quali, come preziosi ricami, si sviluppano le varie sezioni del soffitto. Vi è il sepolcro che ospita il Conte, sul quale vi è una scritta :

« Anima requiescat in manu dei »

« Diconsi stelle di XVI grandezza e tanto più lontane sono che la luce loro solo dopo XXIV secoli arriva a noi. Visibili furono esse coi telescopi Herschel. Ma chi narrerà delle stelle anche più remote: atomi percettibili solo colle più meravigliose lenti che la scienza possegga o trovi? Quale cifra rappresenterà tale distanza che solo correndo per milioni d’anni la luce alata valicherebbe? Uomini udite: oltre quelle spaziano ancora i confini dell’Universo! »

Il Conte Cesare Mattei, politico e medico autodidatta, dopo la morte della madre, alla quale assistette impotente, divenne il fondatore dell’elettromeopatia una pratica fondata sull’omeopatia. Per i tempi ebbe una grandissima risonanza e curiosità, tanto che Fëdor Dostoevskij , nel 1880 cito’ il conte nel romanzo “I fratelli Karamazov”, un romanzo nel quale sono descritti i dibattiti etici concernenti Dio, il libero arbitrio e la moralità; il dramma spirituale di una lotta che coinvolge la fede, il dubbio, la ragione, messi in rapporto con il contesto storico di una Russia allora pervasa da fermenti modernizzatori. Dostoevskij fa raccontare al diavolo di essere riuscito a guarire da terribili dolori causati dai reumatismi, solo grazie a un libro e delle gocce preparate dal Conte Mattei.

Il castello ospitava illustri personaggi che arrivavano da ogni luogo per sottoporsi alle cure di Mattei. Dallo Zar Alessandro II a Ludovico di Baviera.

Alla morte del Conte Mattei, nell’Aprile del 1896, il castello venne ultimata dal figlio adottivo Mario Venturoli Mattei, che parallelamente continuò la produzione e distribuzione dei “Rimedi Mattei” fino al 1959, quando i laboratori furono costretti a chiudere.

Dopo vari tentativi di cederlo al Comune di Bologna o ad altri enti, gli eredi conclusero la vendita con Primo Stefanelli, il quale voleva rendere il castello un’attrazione turistica di interesse. Con la morte di Stefanelli la Rocchetta venne definitivamente chiusa al pubblico.

Grazie alla Fondazione Cassa in Risparmio di Bologna che l’ha acquistata nel 2005 e riaperta al pubblico nel 2015, e al Comune di Grizzana Morandi che lo gestisce grazie al patrocinio dell’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e della Città Metropolitana di Bologna, la Rocchetta Mattei è un gioiello architettonico che oggi ho potuto scoprire, visitare e fotografare con grande stupore.

Amicodivalerio: una speranza per tutti i bambini ai quali si sono spezzate le ali.

Era il 18 ottobre del 2010 quando Valerio di soli undici anni, ha lasciato questa vita a causa di un tumore cerebrale. Per le cure doveva indossare un casco, quello che Valerio insieme alla sua mamma Ida, chiamava “casco da astronauta”. Era un modo per attutire il dolore di un bambino, per potergli far fare un sorriso di speranza, per rendere visibile il suo sogno di vita.

Abbiamo tutti bisogno di sperare davanti a un muro di dolore, abbiamo bisogno di non sentirci soli. Ed è questo seme che i genitori di Valerio hanno voluto far crescere, il seme della speranza. Quel seme è diventato l’Associazione “Amicodivalerio”. L’Associazione “Amicodivalerio” è accreditata con il Meyer e fa parte delle associazioni che collaborano tra loro in un rapporto di sinergia, con tavoli di lavoro in cui vengono portate le varie problematiche su cui è necessario intervenire.

Sono molte le cose che l’Associazione è riuscita a portare a compimento come la mostra che si inaugura sabato 25 marzo al Caffè Letterario delle Murate.

“L’associazione Amicodivalerio ha voluto che il testimone del piccolo viaggiatore fosse il burattino tanto amato da grandi e piccini, Pinocchio. Un testimonial perfetto per supportare tutte le iniziative che l’Associazione realizza allo scopo di finanziare i tanti progetti. Ma fra definire il testimonial e trovare un’immagine che rappresentasse l’idea, ci voleva un Amico ed Artista che la realizzasse.
ed ecco che Stefano Puntri con i suoi lavori e le opere di Silvio Loffredo si sono unite per dare vita ad una realtà in mostra.

Unire l’arte alla solidarietà . Sabato 25 Marzo al Caffè letterario delle Murate una mostra per piccoli e grandi intrepidi viaggiatori.

La Pergamena di Chinon e l’assoluzione dell’Ordine Templare. Di Elena Tempestini

Giovanni Boccaccio, Giovanni Villani, Chellino Boccaccio ( padre di Giovanni che assistette al rogo a Parigi) e la Biblioteca del Vaticano….

Oggi 18 marzo è l’anniversario della morte di Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’Ordine dei Templari. Giovanni Villani che fu uno dei più grandi storici e cronisti della storia quotidiana dei tempi medioevali, nella sua Nova Cronica (Libro IX, cap. XCII), scritta tra il 1322 e il 1348, quindi molto vicina ai fatti che ripropone, afferma senza mezzi termini “…che:

“È nota che la notte appresso che’l detto maestro e’l compagno furono martorizzati, per frati e altri religiosi le loro corpora e ossa come reliquie sante furono ricolte, e portate via in sacri luoghi”.

Nel nel 1363-64, Giovanni Boccaccio dedicò un intero capitolo del suo trattato moralizzatore “De casibus virorum illustrium” alla figura di De Molay esaltandone i valori umani e trascrivendo il famoso resoconto fatto da Chellino Boccaccio, suo padre, testimone oculare del tragico evento. Tracce di un passato dimenticato stanno lentamente riemergendo dagli abissi della storia, e non è mai facile per chi con curiosità, stupore e tanta buona volontà, studia e ricerca continuamente, seguire un percorso di “verità” che non porti a smarrirsi in strane selve oscure o buchi della memoria sapientemente creati.
Dopo oltre sette secoli, l’Ordine dei Cavalieri Templari non ha smesso di affascinare ed ammaliare schiere di studiosi in tutto il mondo.
Sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano questo ordine cavalleresco, enigmi che hanno percorso il tempo senza trovare una chiarificazione definitiva. Durante le mie ricerche sul sistema bancario medievale studiato da Raymond de Roover, mi sono imbattuta nel fallimento della Banca della “Gran Tavola dei Bonsignori”. Banchieri senesi a livello altissimo di potenza economico-finanziaria in tutto il mondo conosciuto del 1200. La Banca aveva l’esclusiva del deposito di tutte le somme incassate dalla Chiesa cui si aggiungono, con papa Clemente IV l’esazione di tutte le decime e delle quote destinate alla Terra Santa. La Gran Tavola finanzia, fra l’altro, Carlo IV d’Angiò nella guerra contro gli Svevi per la conquista dell’Italia meridionale e di quello che fu il Regno normanno-svevo di Sicilia. Il Bonsignori si inserisce così da protagonista nel grande gioco della politica internazionale contribuendo finanziariamente all’eliminazione fisica degli epigoni di Federico II ed al ridisegno della carta geopolitica dell’Italia.

Come in tutte le epoche, quando sono i resoconti bancari a parlare, tutto si complica davanti alla parola verità. Filippo il bello vide la possibilità di accrescere la propria sete di denaro e potere, grazie all’essere creditore della banca dei Bonsignori, e questo gli aprì il debole spiraglio che permise alla corte francese di arrogarsi il diritto di spostare la sede papale ad Avignone.

Praticamente Papa Clemente V, grazie a un credito mai rimborsato di Papa Niccolò IV, si “concesse” l’arma della scomunica contro la città di Siena, nonostante il Papa Bonifacio VIII avesse espressamente vietato la scomunica come arma di ricatto per il recupero creditizio. Con la sede papale ad Avignone, Filippo creò numerosi cardinali francesi e fu complice della soppressione dei Templari per impadronirsi delle immense ricchezze dell’ordine e liberarsi nel contempo, del suo principale creditore. Ma il Papa non voleva la sua morte e la pergamena ritrovata lo attesta.

La Pergamena di Chinon è un documento medievale scoperto nel settembre 2001 da Barbara Frale, una paleografa italiana, ritrovato presso l’Archivio Segreto Vaticano. La pergamena dimostra che nel 1308 Papa Clemente V concesse l’assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay nonché i restanti maggiorenti dei Cavalieri templari, trascinati in un processo organizzato dal re di Francia Filippo IV il Bello servendosi dell’inquisizione medievale. Il Papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. La pergamena è datata Chinon, 17-20 agosto 1308 e fu redatta su ordine di Berengario, cardinale prete di San Nereo ed Achille, Stefano, cardinale prete di San Ciriaco in Thermis, e Landolfo, cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria; il Vaticano custodisce la copia originale e autentica degli atti di quella inchiesta, con segnatura archivistica Archivum Arcis Armarium D 217, mentre una seconda copia è autenticata e conservata.

Guerra e pace nel metaverso. Un territorio in espansione per un “nuovo grandegioco”

Il Metaverso riunisce una serie di mondi virtuali, interconnessi e immersivi che offrono ai propri utenti un senso di presenza  attraverso l’azione e la comunicazione.

Il termine fu coniato all’interno di un libro scritto da Neal Stephenson, un fisico con la passione  della tecnologia, della nanotecnologia, matematica, economia e storia della scienza. Stephenson,  figlio di due professori, è nato all’interno del “Fort George G. Meade, sede della National Security Agency, il Dipartimento della Sicurezza Americana. Il libro, pubblicato nel 1992, è un thriller  distopico dal titolo “ Snow Crash”. È la descrizione del mondo del ventesimo secolo, corrotto e in mano solo al capitalismo, chi  non riesce a trovare una propria dimensione si rifugia nel Metaverso.  

Un mondo virtuale di evasione da una realtà sempre più deteriorata e spesso banalizzata, dove libertà e piaceri sono limitati solo dall’immaginazione . Se questo accadeva alla fine del XX secolo, il XXI è divenuta un’epoca nella quale i videogiochi hanno il potere di simulare perfettamente gli ambienti del mondo reale e anche di superare i limiti della realtà. La rete Internet è nata come rete militare negli anni sessanta, il suo contenuto, il software usato dai motori di ricerca, il WWW è nato solo nel 1989 al CERN di Ginevra: nello stesso modo è nato il Metaverso. Fin dagli anni Ottanta, l’Esercito Americano ha cercato di riunire mondi virtuali per simulare operazioni belliche. Creando SIMNET la rete virtuale che in tempo reale addestra i militari. Un nuovo modo di apprendere, di formare soldati ed ufficiali, non più solo nelle Accademie Militari, ma attraverso una connessione di alta qualità, che riesce a personalizzare l’addestramento a seconda delle migliori capacità del singolo. L’addestramento può avvenire ovunque nel mondo e in qualsiasi momento. 

 

I primi effetti del Metaverso militare sono nella guerra tra Russia e Ucraina? Effettivamente il suo uso è stato reso pubblico

 

È stato un Professore cinese, Zhan- Shi a pubblicare un testo dal titolo “La prima guerra del Metaverso” riferendosi alla guerra Russa Ucraina. Una analisi geopolitico-culturale che Zhan Shi, direttore del World Politics Research Center, diffonde grazie alla piattaforma digitale Wechat. Ed è proprio sull’uso geopolitico delle piattaforme digitali che si può analizzare come la rete e gli utenti social interagiscono con la percezione e la conduzione del conflitto. La guerra del Metaverso è la concreta  interazione tra la realtà digitale e la vita reale, materiale e quotidiana.

Alla Princeton University lo stanno osservando, anche in qualità delle innovazioni a vantaggio di un migliore sistema geopolitico che per troppo tempo ha vissuto solo di grande caos. L’establishment delle Forze Armate più avanzate del mondo, ha iniziato a prendere sul serio il Metaverso militare e le sue numerose implicazioni negli scenari di guerra.

 

Come?

 

Le parole sono “Gaming”, gioco, ed è usata per l’interattività virtuale che esso permette di realizzare, e Metaverso, che è l’ambito nel quale gli stessi utenti del gioco, possono interagire tra di loro in uno spazio virtuale tridimensionale. Praticamente è la cuspide, il punto zero del crollo della barriera tra mondo virtuale e reale. Il Gaming non è più solo il gioco di coloro che ne prendono parte in modo cosciente,  è diventato una piattaforma di socializzazione, si è trasformato in un concetto secondo cui non esistiamo solamente “in real life”, ma anche in uno vero e proprio spazio digitale. Il Metaverso può lavorare non solo per addestrare alla guerra e alla difesa da essa, ma anche per la pace e la sua comunicazione. Avatar e Ologrammi, all’interno del metaverso, stanno trasformando il modo in cui vediamo il mondo, e anche il modo in cui partecipiamo alla  politica e alla società. 

 

Con il gioco continuiamo la perenne e atavica lotta tra il bene e il male, tra luci ed ombre, o forse meglio dire tra il giusto e lo sbagliato? 

 

Se ci appare troppo lontano il gioco dell’Oca, il “gioco nobile” che in antichità rappresentava il ciclo della vita, insieme al gioco degli scacchi e al gioco dei dadi, dobbiamo ricordare che fu proprio da un gioco, quello d’azzardo che nacquero gli studi e gli scritti sul calcolo matematico delle probabilità, sul quale oggi si e’ sviluppata la fisica quantistica. Il primo trattato matematico sul caso e le probabilità, fu scritto nel 1400 da Gerolamo Cardano, medico, matematico e visionario, grande amante del gioco d’azzardo. Il suo trattato, il “Liber de ludo aleae”, il “Libro dei giochi aleatori. Nel suo libro Cardano introduce il concetto di circuito, cioè l’insieme di tutti i casi possibili, che oggi coincide con il concetto di “spazio dei campioni o spazio degli eventi”. I dadi stimolano i matematici a venire a capo ai problemi relativi al caso, quelli non deterministici, non esiste una formula per determinare il valore che uscirà. Questa è la spiegazione del perché i fenomeni non deterministici sono definiti aleatori, da alea/ dado. I Il manoscritto fu pubblicato solo un secolo dopo, nel 1663, ma furono comunque le sue intuizioni a perfezionare lo studio del calcolo delle probabilità. Personalmente, scoprendo che originariamente il libro è conservato e pubblicato nel 1953 presso l’Universita’ di Princeton, la stessa dove insegnava Einstein, ho pensato che la famosa frase “Dio non gioca a dadi”, rivolta da Einstein all’amico Niels Bohr, grande fisico, durante una discussione sull’interpretazione della fisica quantistica, possa derivare proprio dallo studio del manoscritto di Gerolamo Cardano. Ma non è finita, perché il grande indagatore della vita che si pose la domanda se: “ Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” fu il grande Shakespeare. Shakespeare e Cardano? L’editore e sceneggiatore delle opere di Shakespeare fu John Florio, e la curiosità è che il padre di John Florio si chiamava Michelangelo Florio, fiorentino, intellettuale, scrittore ed avventuriero, ebreo di nascita, Monaco per questioni di vita e predicatore protestante per bisogno di vivere in Inghilterra dove venne apprezzato. Quindi Cardano – Florio Shakespeare? Nell’epoca nella quale, le esplorazioni scientifiche non avevano ancora un nome preciso, Cardano esplorò , indagò il sonno e i sogni, talmente bene che Shakespeare fece pronunciare ad Amleto il dubbio di “essere o non essere”, e non tenendo in mano un teschio come erroneamente si pensa. Ma è nel secondo atto che dobbiamo guardare attentamente, quando Amleto tiene un libro in mano, e alla domanda di Polonio su cosa stia leggendo, il suo Signore, Amleto, risponderà: “parole, parole, parole”. Amleto le leggerà nel trattato “De Consolatione” di Gerolamo Cardano. Un testo rivolto a chi soffre di infelicita’ su più piani della vita: su più piani? Quelli che oggi definiamo Multiverso? Le teorie sugli Universi paralleli ci dicono che ogni volta che si verifica un determinato evento, si ha come conseguenza la divisione della nostra realtà in molti mondi, in ciascuno dei quali è possibile un diverso risultato dell’evento. Praticamente, quando lanciamo un dado, l’universo si divide effettivamente in un mondo per ciascun numero che può uscire dal lancio. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”( Amleto). Gli Universi paralleli erano già intuiti da Cardano? Il ragionamento di un matematico che non esclude nessun fenomeno oggettivo e tanto meno ciò che affiora dalla soggettività più segreta? Chissà!!!

 

Nel ventesimo secolo ci fu la “Teoria dei Giochi” sempre elaborata presso Princeton da John Nash, poi successivamente rielaborata da Robert Aumann con la quale ottenne il premio Nobel. La teoria dei giochi si applica ad un’infinità di scenari più o meno complessi, dal gioco comune alla regolamentazione del mercato economico, fino all’uso militare in uno scenario di guerra. Nella Teoria dei giochi sono in primo piano le scelte razionali che i “giocatori” devono fare quando si trovano in una situazione in cui devono interagire strategicamente con scelte complesse.. È il concetto asimmetrico di lotta, di supremazia, di guerra tra il bene e il male. Viviamo un’epoca nella quale abbiamo  avuto una pandemia mondiale non ancora del tutto debellata, una guerra europea con tutte le conseguenze sociali ed economiche che essa comporta. Dall’altro lato della medaglia, l’accelerazione scientifica ha fatto passi da gigante, il Tecnopolo Cern di Bologna ospita il super computer Leonardo e il centro meteo europeo, analisi e studio dei big data, digital twins, algoritmi cosmologici, il  Telescopio James WEBB che ha permesso  la scoperta degli esopianeti e delle extra galassie e il nuovissimo ET Telescope che approfondirà la rilevazione delle onde gravitazionali . L’epoca  è supportata dalla tecnologia digitale che è divenuta la vera rivoluzione 5.0 in qualsiasi ambito, specialmente in quello militare. Gli strateghi militari americani, fino dalla fine della Guerra Fredda, hanno usato l’acronimo VUCA : instabilità, incertezza, complessità e ambiguità. Aggettivi per definire un mondo in trasformazione, soggetto a dei cambiamenti improvvisi, con conseguenze ignote e interrelazioni complesse e variabili. L’acronimo ben si ripropone in questo nuovo scenario tra Russia ed Ucraina. Un contesto asimmetrico, instabile geopoliticamente, con alleanze inaffidabili. L’incertezza comporta poter conoscere la causa e anche l’effetto dell’evento destabilizzante, ma non la certezza di come si possa evolvere e concludere. Esattamente ciò che sta succedendo dopo il G20 che si è tenuto in India a febbraio 2023, nel quale Stati Uniti ed Europa hanno bocciato la linea cinese sui negoziati. Pechino si unisce a Mosca e non sottoscrive i paragrafi della sintesi a conclusione del summit con cui si definisce “inammissibile” un eventuale uso delle armi nucleari tattiche. La notevole quantità di variabili sta rendendo difficile la gestione del conflitto e la sua risoluzione di pace,  creando radicali cambiamenti a livello globale.

 

Quanto influisce il Metaverso nel conflitto Russia Ucraina?

 

Il ruolo svolto dalle piattaforme social nel conflitto Ucraino è piuttosto evidente, è una guerra che si sta trasformando quasi in un conflitto individuale, nel quale ogni singolo utente social può avere la propria percezione della guerra e il conseguente giudizio. L’ attenzione mediatica e politica da parte dell’Occidente è stata sostenuta dalle molteplici opinioni pubbliche che ogni governo ha pensato di applicare, anche in base allo studio del flusso costante dei contenuti multimediali che mostrano le realtà crude del fronte di guerra e i gesti di resistenza da parte degli Ucraini assediati dai Russi.   In Ucraina il percorso di modernizzazione digitale è iniziato  con la campagna presidenziale di Zelensky, gestita dall’oggi ministro per la transizione digitale Mykhajlo Al’bertovyč Fedorov, da tempo proprietario di un’azienda di marketing digitale, ed esperto di comunicazione online. 

Il Presidente Ucraino ha potuto essere presente simultaneamente  a varie conferenze sul digitale, usando  un ologramma tridimensionale di tecnologia Arht Media. Le conferenze di Brilliant Minds di Stoccolma, il Forum dei fondatori di Londra, The Next Web di Amsterdam, Vivatech di Parigi, l’AI Summit alla London Tech Week, il SuperReturn di Berlino, è il Dts di Dublino. L’ologramma di Zelensky si è rivolto direttamente ai principali imprenditori tecnologici, investitori e leader aziendali, per spronare gli innovatori più influenti al mondo a donare risorse finanziarie e tecnologiche per dare il via alla ricostruzione dell’Ucraina. Nella conferenza di Parigi,  il Presidente Ucraino ha paragonato la Russia all’Impero galattico della serie di “Star Wars” portando l’esempio  della lotta tra bene e male, la scelta tra luce e tenebre che il mondo è costretto a subire. In questo messaggio c’è la  volontà espressa pubblicamente dal Presidente Zelensky, di ricostruire lo stato dell’Ucraina come una  “democrazia digitale”, uno stato che possa offrire la possibilità di una vera rivoluzione digitale, un’opportunità per i visionari che potranno così mostrare il loro valore e la loro abilità.

L’obiettivo è quello di una mobilitazione totale della popolazione, unita e compatta nella difesa del territorio, aiutata dalla connessione costante della comunicazione. Praticamente per il professore cinese  Zhan Shi Zhan, l’obiettivo ultimo del Metaverso è trasformare la realtà in gioco, per costruire la “struttura” globale delle reti. Fantascienza? No assolutamente, in questa epoca molto “calda” e piena di incertezze, la potenza delle reti social e del digitale camminerà di pari passo con la realtà aumentata, la quale sarà maggiore della nostra  immaginazione tradizionale. D’altra parte, “ il pazzo, l’amante e il poeta non sono composti che di fantasia” ( Wialliam Shakespeare)

Camminare attraverso il tempo con creatività. la collezione di “bastoni d’epoca” di Emma Costantino e dell’Archigiano Tommaso Agujari. Di Elena Tempestini

Tommaso Agujari e la sua splendida moglie Emma Costantino sono un connubio di arte, creatività ed amore. Tommaso è un Architetto di grande personalità, a Firenze è conosciuto come l’Archigiano, perché riesce a costruire piccole cose che tendono a vivere in armonia con grandi idee. Emma è una attrice che proviene dai tempi dei film della “commedia italiana”, successivamente divenuta una delle prime esperte italiane di marketing. Le idee progettate e realizzate da Tommaso, Emma con molto amore e sapiente conoscenza del mondo economico estero, riesce ad esportarle in giro per il mondo.

Negli ultimi tempi ha riscosso un grande successo la mostra presso la Galleria Coveri: “Bastoni d’epoca e bastoni creativi’

Emma Costantino con un particolare bastone in esposizione

Un’idea nata dalla collezione di Emma Costantino e curata nei minimi dettagli dall’Architetto Tommaso Agujari, una mostra patrocinata dalla Regione Toscana, dal Comune di Firenze e da Palazzo Coveri. La mostra ha poi proseguito nel suo percorso, con il Patrocinio della Regione Toscana e del Comune di San Vincenzo nella suggestiva ed antica Torre di San Vincenzo.

Torre di San Vincenzo

“Guardare al passato per progettare il futuro”

La storia e l’uso del bastone, proviene dall’antichità, il quale non aveva la cima ricurva come spesso siamo portati ad immaginarlo, ma era dritto con dei pomelli sull’estremità superiore nei quali venivano scolpiti dei simboli che rappresentavano e distinguevano le persone che ne facevano uso.

Il bastone ha sicuramente conosciuto l’antico mondo Cinese, Medio Orientale, Greco e Romano. Era un oggetto che simboleggiava il potere politico, il potere economico, il potere della Chiesa o quello di un re quale scettro. Ma era anche un’arma di attacco e di difesa, nascondendo al suo interno marchingegni meccanici di grande astuzia. Il bastone era un “accessorio” distintivo e ornamentale di Papi e Vescovi, strumento di maghi e divinatori che lo usavano come strumento di contatto verso la volontà di indagare il divino alla ricerca della verità. Nel XVI secolo si diffuse il suo simbolismo, tanto da diventare un accessorio assolutamente necessario e di moda. Divenne di uso comune per il passeggio sia degli uomini che delle donne e delle uniformi militari. Luigi XIV, il Re Sole, ne possedeva molti, ma amava in particolare un bastone di canna di bambù con il pomo di preziosa agata. Con il tempo le idee sulla costruzione del bastone divennero sempre più estrose, tanto da essere fondine per nascondere sciabole affilate, oppure per celare e trasportare oggetti utili alla vita quotidiana o scherzosi giochi.

Le esposizioni dei bellissimi e particolari bastoni della Collezione Emma Costantino, hanno ottenuto un grande riscontro di pubblico e di interesse italiano ed estero, con la volontà di far conoscere quella che un tempo era pura Arte.

Un’Arte talmente preziosa che la Regina Margherita II di Danimarca è rimasta talmente affascinata, da esprimere formalmente il desiderio di proporre la mostra nella sua nazione. Gli Americani e i Giapponesi non sono stati da meno nelle richieste di poter ospitare la collezione.

Ma “l’Archigiano” Tommaso Agujari, ha voluto fare un passo ulteriore di condivisione, ha lanciato un invito a tutti i creativi: un contest dal titolo: “ Impugna l’arte per sostenere la creatività’ “.

Architetto Tommaso Agujari, soprannominato da Repubblica: “L’Archigiano”

Il progetto prevede di far tornare il bastone quale “segno distintivo”, di promuovere nuovamente un accessorio eclettico e creativo che ha secoli di storia alle spalle. Estrapolarlo dal concetto “moderno” abbinato all’età avanzata o simbolo di appoggio della sofferenza. Le idee proposte potranno essere: sia elaborati grafici che oggetti, successivamente un Qr code verrà abbinato al bastone ed illustrerà sia la creazione, l’uso e il profilo del suo ideatore, divenendo poi parte integrante di tutte le future esposizioni.

https://www.tommasoagujari.it

L’impegno etico dell’Architetto Agujari, è di tutelare la figura artigianale, la mano d’opera e la creatività che ci contraddistingue in tutto il mondo.

La casa di “campagna’ di Dante Alighieri” che divenne proprietà della famiglia di Beatrice Portinari. Di Elena Tempestini

L’antico Pozzo di Beatrice che ha scolpito lo stemma della famiglia Portinari. Si trova all’interno del cortile di Villa il Garofalo.

La villa di campagna di Dante Alighieri? Si trova sulla collina di Fiesole, precisamente sulla bellissima via delle Forbici. Il nome dell’antica strada, che da viale Volta sale fino a San Domenico. Il nome deriva dallo stemma dei Della Tosa, famiglia conosciuta a Firenze come Tosinghi, il quale è formato da un paio di forbici d’argento per tosatori in campo azzurro. La strada è costeggiata da alberi secolari che si ergono da dietro i muri di cinta delle antiche ville. La grande curiosità la troviamo su un muro curvato, precisamente quando si arriva all’altezza di via della Piazzola, si trova una iscrizione in latino: “A matre et filia aeque disto” Fiesole, la madre, e Firenze, la figlia, sorgono ad identica distanza da questa lapide. Quindi Firenze figlia degli Etruschi di Fiesole e non città fondata dai Romani nel 59 A.C?

L’ospitalità di una bella serata in armonia, intorno ad una tavola meravigliosamente bandita, seduti nel centro di una antica biblioteca con il caminetto acceso, è stata teatro di racconti ed aneddoti. La villa si trova nella zona conosciuta come “Camerata”, denominazione della zona che alcuni storici identificano in Camartis, contrazione di Campus Martis, Campo di Marte. La strada è la bellissima via delle Forbici, la villa si chiama Villa il Garofano, conosciuta nelle antiche cronache del catasto del 1427 come il “Gherofano in Camerata”. Costruita tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300, fu patrimonio della famiglia Alighieri, oltre che luogo di villeggiatura del Divino Poeta.

Non solo, come si tramanda, questa villa appartenne alla famiglia Alighieri, ma per ironia della sorte passò ai Portinari, ossia alla famiglia di Beatrice. Accadde in occasione di alcune “sistemazioni” degli interessi economici fra i figli ed il fratello di Dante, dato che nel 1332, il Duca di Atene aveva restituito alla famiglia Alighieri i beni che gli erano stati confiscati dalla Repubblica Fiorentina. Il Podere Alighieri era stato confiscato nel 1302 dalla Repubblica, fu acquistata nel 1332 dalla famiglia Portinari che ne rimase proprietaria fino al 1507. La villa fu comprata dalla famiglia Giuntini, che per i festeggiamenti dei cinquecento anni dalla nascita del Sommo Poeta volle accertarsi, tra le carte dell’Archivio di Stato, dove vi è il contratto originale nel quale si cita che : “casa novella divenne ai Portinari”, e l’Archivio di San Martino dei Bonomini, in piazza San Martino a Firenze, chiesa dove aveva, ed ha la sede la Congregazione dei Bonomini. I Bonomini, nacquero con l’incarico di assistere i poveri vergognosi che all’epoca erano gli avversari politici della famiglia dei Medici. Nel 1865 durante il periodo di Firenze Capitale, la villa fu acquistata dalla famiglia Bondi, la quale intervenne con un grande restauro del luogo, donandogli nuovamente respiro e le caratteristiche medioevali che le appartenevano. Il Comune di Fiesole appose una targa marmorea il 14 maggio 1865 a ricordo della passata appartenenza alla famiglia di Dante Alighieri.

La villa è celebre fra gli intenditori di architettura per la bellezza del cortile di carattere medioevale, il quale ha un doppio ordine di logge e un antico pozzo “ il Pozzo di Beatrice” sul quale sono scolpite le armi dei Portinari. Lo stemma potrebbe essere stato scolpito dalla stessa mano di colui che ebbe la committenza da Folco Portinari, fondatore dell’Ospedale di Santa Maria Nuova.

La famiglia Bondi durante la prima guerra mondiale vi istituì un ospizio per i mutilati della guerra. Durante la seconda guerra mondiale, per un periodo di tempo, la villa accolse “l’Ospedale Pediatrico Anna Mayer”, fondato a Firenze in via Luca Giordano nel 1884 dal commendatore russo Giovanni Mayer, marchese di Montagliari originario di San Pietroburgo e marito della statunitense Anna Fitzgerald Meyer, deceduta per leucemia il 13 dicembre 1883 all’età di 32 anni. Le sue ultime volontà furono la creazione di una struttura per bambini poveri convalescenti.

La villa fu danneggiata dalla guerra e nel 1945 venne acquistata dal conte Rimbotti, il quale effettuò un accurato restauro utilizzando i materiali originali e riportando la villa agli antichi fasti. Xavier Bueno, realizzò l’affresco del Salone delle Feste, dipingendo il Committente, il conte Rimbotti, come prima figura a destra con le chiavi di casa.

Sul muro, vicino alla porta, vi sono i ritratti di Dante e Beatrice, in due medaglioni, scolpiti da Giovanni Dupre’, sotto i quali si leggono i versi scritti dal poeta e grande conoscitore dei versi danteschi della “Divina Commedia”, Luigi Venturi:

“Questa magion campestre era soggiorno

Al cantor dei tre regni; ed ei venia

Giovine quivi, a inebriarsi un giorno

Di speranze, d’amor, di poesia,

E la lasciò, nè più vi fe’ ritorno

Poiché l’esilio gli serrò la via.

Or le ridona di sui gloria un segno

Le figlie e il nome di quel divo ingegno”.

Versi dedicati a Dante Alighieri dal poeta Luigi Venturi: che su incarico del Granduca Leopoldo II, insegnò alla famiglia, la lettura della Divina Commedia.

Cacciato l’Alighier, casa novella

Divenne ai Portinari, e ne fu lieta

Che, se le sparve il raggio della stella.

Lo splendore acquistò del suo pianeta:

E le parca che alla gentil donzella

Qui col pensier tornasse il gran poeta.

E la memoria rannodò felice

Degli affetti di Dante e Beatrice.

I versi di Luigi Venturi dedicati a Beatrice Portinari

Per i settecento anni di Dante, la famiglia Rimbotti ha dedicato la lapide in ricordo. La villa da molti anni è stata dichiarata Dimora Storica, si affaccia su un bellissimo panorama, con un grande e curato giardino, regalando sogni meravigliosi a coloro che la scelgono come luogo di matrimonio o ricevimento.

Disumanizzazione, dimenticanza e indifferenza. La “ memoria” non deve essere retorica, ma impegno per sconfiggere la “banalità del male”. Di Elena Tempestini

È possibile rendere il male “banale” solo quando diventiamo incapaci di porci domande rispetto a quanto stiamo facendo, quando non può esserci l’energia di Amore, quando non pensiamo e non vogliamo guardare le CONSEGUENZE delle nostre azioni, dalla più piccola alla più grande. In questo 2023, la direzione del museo di Auschwitz è stata “costretta” ad escludere i rappresentanti russi alle commemorazioni del 78simo anniversario della liberazione del campo di stermino nazista di Auschwitz-Birkenau. Ma la giornata della Memoria è il 27 gennaio 1945. Furono le forze sovietiche le prime a raggiungere uno tra i campi più grandi, quello di Maidanek, vicino a Lublino (Polonia), nel luglio 1944. Sorpresi dalla rapidità dell’avanzata sovietica, i Tedeschi avevano cercato di demolire il campo per eliminare le prove degli assassinii di massa. I Sovietici liberarono Auschwitz il 27 gennaio del 1945, e poi Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück. Le Forze americane liberarono i campi di Buchenwald, Dora-Mittelbau, Flossenburg, Dachau e Mauthausen, mentre i campi costruiti nel nord della Germania, inclusi Neuengamme e Bergen-Belsen, furono liberati dall’esercito inglese. Solo dopo la liberazione di questi campi il mondo poté finalmente conoscere le reali dimensioni dell’orrore nazista. Perché dobbiamo sempre usare la storia a proprio piacimento, eludendo o cambiando i fatti passati? Allora dobbiamo anche scordare ed eliminare dalle celebrazioni chi compi’ il massacro della gola di Babi Yar? Fu uno dei tre più grandi massacri della storia dell’Olocausto, superato solo dal massacro della Operazione Erntefest in Polonia, nel 1943.

Monumento a Kiev in ricordo dei giorni tra il 29 e il 30 settembre del 1941, dove nella gola di Babi Yar, i nazisti, con la collaborazione delle forze ausiliarie ucraine, trucidarono 33.771 ebrei. Collaborazione tra: Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (MEIS), Babyn Yar Holocaust Memorial Center di Kiev, Fondazione Museo della Shoah di Roma, l’Ambasciata d’Italia a Kiev e l’Istituto italiano di cultura di Kiev


Se è la giornata della Memoria, non perdiamola dietro le dualità retoriche, di qui o di la, ma impariamo e ricordiamoci che il male purtroppo è banale, ma può essere perpetrato solo con l’aiuto delle persone “normali”. I deportati potevano essere catturati solo grazie al mormorio, alle voci, all’odio, all’invidia, alla cattiveria di altre persone che li indicavano e denunciavano. Essi erano ebrei d’Europa, zingari, omosessuali, portatori di handicap mentali e fisici e oppositori politici, tutti coloro che non erano parte del sistema che si era creato. Fu un periodo storico di una ferocia e follia assurda, ma non lo possiamo ricordare solo come un periodo da-a, ma come il processo insito nell’evoluzione della società’, divenendo giorno dopo giorno totalitarismo e Olocausto. Quando la “memoria” si illuminerà, allora non sarà retorica, ma diverrà impegno per sconfiggere la “banalità del male”. In tutte le culture, in tutti gli angoli del mondo con verità e non creando continui buchi della memoria per alterare la verità.


La “disumanizzazione”, è un perverso processo nel quale l’essere umano, per mano di altri esseri umani, si attiva per far perdere completamente la dignità, la personalità. Il fine è di spogliare l’essere umano della sua stessa natura umana, facendogli perdere le sue radici. È un processo per farlo divenire un oggetto, uno strumento numerato da usare. Nel libro “La banalità del male” Hanna Arendt, mette in evidenza l’indifferenza, che diviene banalità, e purtroppo “normalità” grazie anche alla dimenticanza. È quello che rese persone comuni, complici di un genocidio. “Non c’è solo la colpa di chi decide e opera il male, ma c’è anche la codardia di molti che aiuta a far perdere la dignità altrui.
Hanna Arendt, racconta le terribili domande che riguardavano, Eichman, alle quali rispondeva che il suo dovere era solo quello di far funzionare un meccanismo. A lui non spettava prendere decisioni sui contenuti. Quando pianificava la partenza di treni per i campi non era suo compito sapere se contenessero ebrei da sterminare o balle di cotone.
Quando Primo Levi, decise di scrivere “Se questo è un uomo”, era in campo di concentramento, e se ne fosse uscito vivo, avrebbe dato voce alle parole per rimanere MEMORIA. Lo scrittore non voleva neppure ergersi a giudice dei suoi aguzzini, ma testimoniare quell’evento tragico. Far scoprire a tutti le atrocità subite, È quel senso di giustizia che muove il bisogno umano di condividere, di raccontare, di rendere gli altri partecipi”. Tutti hanno Coraggio? No!!! La casa editrice Einaudi rifiutò il testo di Primo Levi perché Natalia Ginzburg e Cesare Pavese non lo reputarono “favorevole”, perché a loro parere erano già stati editati molti libri riguardanti l’argomento dei campi di concentramento. Primo Levi si rivolse ad una piccola casa editrice, la Francesco De Silva, e pubblicò il libro nell’autunno del 1947. Ma solo nel 1958 il libro divenne un successo. Anno nel quale la casa editrice Einaudi decise finalmente di pubblicare il testo.

“Se comprendere è impossibile,
conoscere è necessario,
perché ciò che è accaduto può ritornare,
le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate:
anche le nostre.”
Primo Levi

Verrà il secolo in cui l’uomo scoprirà forze potenti nella Natura. Giordano Bruno

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio, comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace e menzognera che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”, Giordano Bruno (1548-1600).

Saggi, poeti illuminati di secoli scorsi già preannunciavano che TUTTO è collegato da sottili fili invisibili. La scienza ha dimostrato forze potenti, le “stringhe magnetiche”, simili a “elastici” chiamati stringhe cosmiche, che produrrebbero le increspature dello spazio tempo, meglio conosciute, studiate e dimostrare negli ultimi anni come onde gravitazionali, che proverrebbero da sistemi binari di buchi neri. La peculiarità è quella di collegare all’istante, superando quindi la velocità della luce di Einstein, delle distanze enormi per il nostro concetto mentale terrestre, ma così reali da essere osservati dalla NASA. E’ chiamato “entanglement” ed è la connessione istantanea tra movimenti sia vicini sia lontani, connessione indipendente dalle reciproche distanze. Non c’è “distanziamento sociale” tra le galassie, né c’è tra le particelle che formano i nostri corpi. Giordano Bruno preannunciava i semi che sarebbero germogliati, ma ammoniva che “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.

Ci sono uomini e donne che hanno vissuto epoche storiche che non gli appartenevano. Menti illuminate da idee rivoluzionare troppo premature per il tempo e il contesto culturale che stavano e stanno vivendo. Gran parte di loro sono stati perseguitati, oltraggiati e ancora oggi, messi al margine dal potere costituito, in ragione delle loro idee troppo distanti da quelle ufficialmente accettate e pertanto troppo scomode. Le loro ricerche sono state ignorate nella migliore delle ipotesi, se non derise o addirittura manipolate e sminuite affinché risultassero palesemente false o nulle a tutti coloro che si fossero accostati ad esse per cercare di comprenderle. Nessun uomo inventa qualcosa che potenzialmente non esista già, ma una mente ispirata può scoprire e descrivere parte delle leggi universali che ci governano. Ognuno di questi uomini ha acceso la luce su una porzione del Progetto, ha esteso la propria mente al di là delle convinzioni del proprio tempo.

Conoscere, leggere e comprendere Giordano Bruno significa entrare nel pensiero ermetico. La sapienza della concezione bruniana, figlia della ‘gnosi ermetica’, ha la pretesa di provenire da un altro piano di realtà, ossia da un mondo superiore che comunica da sempre ininterrottamente informazioni negli animi degli ‘eletti’; lo stesso Bruno più volte sosteneva nei suoi scritti che la verità non è comprensibile a tutti, ma solo a pochissime anime dotte. Esistono esseri che “indicano la via per edificare un ‘nuovo mondo’, per aprire il cammino all’umanità verso una nuova aurora: sono esseri di luce, accomunati dalla stessa forza ed energia, ma anche “marchiati” dalla stessa solitudine. Forse, sono venuti troppo presto, “nati postumi con la mente dinamite”, avrebbe detto Nietzsche.

Giordano Bruno fu a tutti gli effetti un aristocratico del pensiero, sempre pronto a difendere con le unghie e con i denti l’amore per la verità: per esempio i ‘Sigilli bruniani’, e con essi tutti i diagrammi ermetici, le xilografie incise su legno, da lui elaborati, sono in realtà strumenti di connessione, portali tra la dimensione fisica e quella metafisica.

Per mezzo del loro simbolismo geometrico è infatti possibile alterare il nostro stato di coscienza e comprendere altre realtà più sottili e al tempo stesso più grandi della nostra. “Prisca Magia”, il regno divino situato da sempre nell’intimo di ogni essere vivente. Per Marsilio Ficino esisteva una lunga catena iniziatica che comprendeva Zoroastro, Ermete Trismegisto, Orfeo, Pitagora, Platone e Plotino. La sapienza di questi maestri, frutto della rivelazione divina, fu nascosta al popolo sotto il velo di favole e misteri.

I Sigilli ermetici, realizzati con squadra e compasso, antichi simboli iniziatici propri della geometria sacra, sono inequivocabilmente stati creati per mezzo di ciò che Bruno chiama ‘Magia matematica’. ‘Misurare’ equivale al sigillo ‘Mente’, ‘Comprendere’ equivale al sigillo ‘Intelletto’, ‘Realizzare’ equivale al sigillo ‘Amore’. È Amore, la forza “che move il sole e l’altre stelle”, di cui parla Dante, è “l’unica che muove infiniti mondi e li rende vivi”. E quella “magia naturale” che solo il vero saggio da sempre percepisce nel profondo, dentro di se. I Sigilli bruniani sono essenzialmente archetipi, pensieri visivi, talismani capaci di creare una effettiva connessione tra il mondo reale e il mondo ideale e di risvegliare la memoria immortale, ovverosia la ‘memoria dell’anima’. Giordano Bruno rivela il grande segreto, la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico, che fu poi il motivo vero della sua condanna, perché vanificava il ruolo della Chiesa come intermediaria tra l’uomo e Dio. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’Amore.

“Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini.” Giordano Bruno.

Giordano Bruno, prevede ed evidenzia come il pianeta di oggi si stia trasformando, una predizione di secoli indietro. Scienza del futuro? O coscienza delle infinite potenzialità dell’essere umano e soprattutto della sua immortalità? Bruno annuncia la nascita dell’uomo nuovo, libero da tabù e paure, capace di ricevere e di riflettere nelle sue opere l’intero messaggio vitale, quello che oggi è conosciuto come DNA, quindi la possibilità di creare un nuovo mondo che sia di pace e vera giustizia.

Il grande segreto per Bruno è la magia della natura: la comunione naturale di ogni corpo con il messaggio genetico. Bruno rivela il ruolo centrale di protagonista dell’uomo nel progetto cosmico, prevede i tempi attuali e l’evento che ristabilirà l’antico volto: il risveglio dell’uomo alla coscienza dell’infinita e vera realtà, l’energia Oscura, ovvero l’energia che conosciamo come l’Amore.

È la Forza cosmica di Bruno, chiamata “Eroico furore”. L’uomo nuovo è il furioso, l’ebbro di Dio e arso d’amore che con uno sforzo eroico, cioè da eros, giunge a una sovrumana immedesimazione con il processo cosmico per cui l’Universo si dispiega nelle cose e le cose si risolvono nell’Universo, generando una sorta di legame d’amore tra lui e la Natura. E’ l’Amore, il lato luminoso della Forza con cui tutti possono comunicare e di cui nessuno si può appropriare… 

L’eresia di Giordano Bruno è una “nuova” e antica concezione della realtà, utile a comprendere che i limiti di energia e di tempo sono tutti falsi, utili a soggiogare la mente che ci crede. Da millenni siamo stati immersi in una caverna in cui non abbiamo potuto osservare la realtà reale, ma solo le ombre proiettate sulle pareti della caverna, come ben ci ha spiegato prima Platone con il “mito della caverna” e poi Giordano Bruno.

Solo il fuoco dell’esperienza dell’Amore è in grado di aprire la strada alla visione di Dio, è la via del Tutto, dell’unità. Scorrendo in particolare i suoi sette scritti magici, tra cui la “Lampas triginta statuarum”, testo di bellezza poetica e sopratutto immaginativa, che fu la prima delle opere scritte da Bruno, non pubblicate Wüttemberg, nel soggiorno del 1587. Fa parte della trilogia delle lampade. Lavoro inedito fino al 1891, quando Felice Tocco e Girolamo Vitelli furono gli scopritori del Bruno Maestro di arte della memoria, che Frances Yates scopri’ dopo il 1950. Leggendo non possiamo non cogliere il moderno senso del Divino nell’uomo come appartenenza al Tutto, è la scintilla perfetta di un Tutto unico e animato, la metempsicosi orfico-pitagorica, nel quale la morte non è altro che una dissoluzione di legami, ma nessun spirito o nessun corpo celeste perisce: è solo un continuo mutare, trasformare e creare combinazioni, come scrisse nel De Magia Naturali. È l’intuizione che l’anima possa istituire innumerevoli legami tra piani dell’universo.

“La verità attraversa sempre tre fasi. Prima viene ridicolizzata, poi violentemente contestata, infine accettata come una cosa ovvia

Dante, Michelangelo e Giovanni Paolo II, “poeti visionari della modernità dell’uomo”. Io non muoio del tutto, quel che in me è imperituro permane. Di Elena Tempestini

L’amore totalizzante per tutto ciò che ci circonda, può avvicinarsi ad una sensazione euforica, l’amore quale scintilla posta nel cuore di ogni uomo per renderlo eterno. L’amore è il filo conduttore di tutte le opere di Michelangelo, dall’amore passionale di chi scopre l’esperienza dell’innamoramento a quello altissimo e puro di una madre per il figlio. Nel 1555, Giorgio Vasari scrisse di Michelangelo suo buon amico:

“Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov’io tengo i mie pensieri”. ( Michelangelo)


Michelangelo è un genio assoluto, una figura che non è solo architetto, scultore, progettista, ma il suo animo tenebroso e profondo, ne mette in luce la sua Arte di poeta. Saranno le sue parole scritte, a rivelarci un’anima così complessa e meravigliosa, scrutando nei propri pensieri, nei suoi sentimenti più personali.

Michelangelo, fu solitario in vita, persona fuori dal comune. Sfugge e sfuggirà sempre all’intendimento comune. La grand’anima di Michelangelo, è irrequieta, tumultuosa, continuamente in preda a violenti affetti, non era l’anima di chi è esperto ma vuoto e cerca di diversificarsi nel suo tempo: Il mettere i pensieri in rima non era un “capriccio” di moda dei tempi, ma uno sfogo del cuore, un sollievo ed un tormento al tempo stesso.

La scultura e la pittura gli concedevano, a notte inoltrata, di scrivere i suoi versi, esprimendosi in sonetti, madrigali, in ottave e terzine, che esprimono tutto il travaglio del suo pensiero. Nel concetto di Michelangelo la poesia e i versi di Dante erano destinati a uscire fuori man mano, a manifestarsi nel e dal marmo.

Michelangelo

Così scrisse il grande Ugo Foscolo:

“Non fa meraviglia che il Dante della pittura, traesse dalla poesia, sopratutto dalla Divina Commedia, alcune delle sue più sublimi rappresentazioni: nella pittura come nella scultura.Senza dire del gran dipinto del Giudizio Universale, nel quale l’ardito suo pennello impresse sui volti i colori terribili coi quali il Poeta dipinge quegli sciagurati spiriti Ignudi “( Ugo Foscolo)

“Mai due anime s’accordarono come queste in armonia perfetta, tanto se si osservi la fiera e terribile natura del loro imaginare, quanto l’elevatezza dei loro sentimenti e la perfezione delle loro rappresentazioni” (Ugo Foscolo)

L’idea poetica per Michelangelo, usciva dalla massa informe, non solo martellando il marmo, ma scolpendo il verso; che è più resistente della pietra, perché soffoca, recide e infrange l’idea. A Michelangelo doveva concedere Dio un’arte non mai data in sorte agli uomini, un’arte di mezzo fra la poesia e la scultura, che desse risalto al pensiero e poeticamente lo raffigurasse, senza bisogno di curare stile e lingua, metro e versificazione. È lui stesso, a pochi amici, a confidare le sue rime che abitualmente scrive per sé stesso; dimentica la folla, il mondo dei poeti, il mondo tutto.

La poesia è un intimo soliloquio che in troppi non comprendono. Michelangelo sapeva di essere poeta, e ne provava, da artista vero, grande compiacimento; nel 1546 Michelangelo pone mano all’allestimento di un ‘canzoniere’ testimoniato
dal manoscritto che si trova in Vaticano latino 3211, integrato, per alcuni componimenti dal
manoscritto dell’ Archivio Buonarroti. Si compie Una ricerca poetica, una selezione che sorprende il lettore moderno.

Dante e Giotto erano coetanei, appartenevano entrambi al circolo ristretto di intellettuali conosciuti come “Fedeli d’Amore”. È significativo pure l’attributo di «maestro» riconosciuto a Giotto, perché sappiamo che con tale titolo il pittore potrà firmarsi soltanto dal 1327, quando gli fu concesso di iscriversi in Firenze, primo in assoluto nella sua categoria, alla stessa corporazione cui appartenne anche Dante Alighieri, l’Arte dei Medici e degli Speziali. Con tale titolo, l’artista si firmò in tutte le opere successive a quella data, ma mai in precedenza.

Dante e Giotto si pongono alla base di una rifondazione dell’Arte tale da innalzare nuovamente l’Uomo alle stelle, che non è facile retorica, ma espressione di un preciso ed oggettivo indirizzo neoplatonico. Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia si chiudono con la celebrazione delle stelle, la Cappella degli Scrovegni è completante coperta dal blu intensissimo di un cielo completamente stellato. L’effige di Dante sarà in seguito fissata dal Boccaccio ed eternata infine dal Raffaello Sanzio nella Disputa del Sacramento. Ma la Commedia fu “Annunciata” attraverso le Tre Sante Donne: S. Lucia, Beatrice e la SS. Vergine: Le grandi protagoniste.

Sarà proprio Michelangelo architetto, dopo due secoli, a riportare nella Firenze repubblicana, l’ispirazione nella pietra dei versi di Dante. Michelangelo inventa il David liberatore e poi a Roma nel Giudizio Universale. Quest’affresco riflette un’idea centrale della Commedia, che non si limita all’Inferno dantesco, si può vedere al centro del dipinto, sotto al piede sinistro di Cristo, San Bartolomeo seduto in modo “scosciato”, riconoscibile dal coltello del suo martirio e dalla pelle da lui scuoiata, che regge con le mani. Nel volto sfigurato, è nota la presenza di un autoritratto michelangiolesco. Questa scena, anche se in modo opposto richiama il canto iniziale del Paradiso. Ma, mentre Michelangelo mette in risalto la figura del corpo integro del santo, Dante evidenzia quella della guaina scuoiata a Marsia, chiedendo al “buon Apollo” d’ispirarlo con la stessa forza con cui egli scuoiò quel personaggio mitologico antico: “traendolo\ de la vagina de le membra sue (Paradiso I, 20-21)”

San Bartolomeo, tiene la pelle ( con autoritratto di Michelangelo, similitudine di abbandono e di martirio) quale riconoscimento immortale verso chi soffre per una giusta causa. Chi ha dato la propria vita al servizio di altri, affrontando prima gravi rischi, non deve temere. Anche perché quel braccio potrebbe essere anche la fonte di un amore che si rinnova: nel perdono.

Michelangelo scolpirà “la Pietà”, un’opera non certo meno nota dell’Affresco del Giudizio, ma del quale il legame con la Divina Commedia è ancora più esplicito. Oltre all’eccellenza tecnica nella realizzazione della scultura, una caratteristica peculiare la distingue da molte altre “Pietà” omonime: è il viso particolarmente giovane della Vergine. Essa pare addirittura più giovane di Cristo, suo figlio, appena deposto dalla croce, e i versi di Dante:

“Vergine madre figlia del tuo figlio… (Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri). Le quali parole sono entrate anche nella preghiera liturgica ufficiale della Chiesa.

La Pietà in Vaticano

Il Sommo Poeta è la “lucente stella” Michelangelo si deve addirittura astenere dal raccontare poiché il suo “splendore” abbaglia persino ciechi “gli orbi”. Michelangelo consacra la memoria del suo compatriota evocando la Commedia come un’ardua spedizione nell’oltretomba per la quale solo il “pio” Dante era all’altezza di cimentarsi: un viaggio ultraterreno per riferire al mondo la verità sull’aldilà. Dante è un esegeta, o addirittura un profeta, che “dal ciel discese portando un vero lume di conoscenza.”

Il furore del tenebroso Michelangelo gli farà dire ai suoi concittadini : il “popol che offese Dante condannandolo all’ “aspro esilio” Firenze, inconsapevole della propria ricchezza, chiuse le porte al Poeta che le aveva trovate aperte in Paradiso. Il “popolo ingrato” biasimato dal Buonarroti richiama e si ispira indubbiamente alle parole del mentore Brunetto Latini che, nell’Inferno (XV, 61-64), predice a Dante l’esilio che l’attende.

La Creazione di Adamo. « Adamo » non è nome proprio di persona, ma nome collettivo e significa « Umanità — Genere Umano » , senza aggettivi perché non è occidentale, orientale, del nord o del sud, ma solo universale.

Secoli dopo, precisamente nel 1965, in occasione del VI centenario dantesco, Paolo VI con la lettera apostolica “Altissimi cantus” definirà Dante teologo, ma successivamente sarà Giovanni Paolo II che si servirà della fonte dantesca non solo nei documenti del magistero, ma anche per la sua personale produzione letteraria, soprattutto nel “Trittico Romano” scritto 2003.

Karol Wojtyla in Trittico Romano entra completamente nella visione di Michelangelo, nella vastità dell’Universo. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’IO autoriale come “poeta visionario”. La prima tavola del trittico romano di Papa Giovanni Paolo II rispecchia l’esperienza della creazione, della sua bellezza e del suo dinamismo. Egli cerca la sorgente e riceve l’indicazione: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”. La ricerca della sorgente, lo obbliga a salire, a camminare controcorrente. All’arrivo la vera sorpresa è che l’”inizio” svela anche la “fine”.

È un cammino che conduce alla sorgente è un cammino per diventare vedenti:appaiono il principio e la fine. Ma cosa vi scorge l’uomo “moderno” ad osservare? Michelangelo quale Creatore che appare con le “sembianze di un essere umano”, l’origine e la fine di tutto, il nesso tra discesa e salita, tra sorgente, cammino è la mèta. È il mondo arcano degli Eroi, dei Profeti e delle Sibille, a cui Michelangelo diede forma, anima e vita. Michelangelo, si dimostra spiritualmente affine a Dante, proclamando che le sue opere sono “mal conosciute da tutti, meno che da lui stesso e rivelando il suo ardente desiderio di conseguire il successo dell’Alighieri (“Fuss’io pur lui).

Dante, Michelangelo e Giovanni Paolo II, poeti visionari”, capaci, nonostante la distanza di secoli, di “vedere” per ben due volte, “anche se stessi”.

Io non muoio del tutto, quel che in me è imperituro permane.“

Modelli matematici per la sostenibilità dell’ecologia. Di Elena Tempestini

La parola “ecologia” e l’aggettivo “ecologica/o”, sono molto usati negli ultimi anni, bisognerebbe comprendere nel suo profondo cosa significhi ecologia: scienza che si occupa dei meccanismi con cui l’ambiente influenza gli esseri viventi e viceversa. È “l’ economia della natura”, l’insieme di provvedimenti per la salvaguardia dell’equilibrio naturale, la comprensione dei complessi fenomeni che legano gli esseri viventi, e fra questi gli esseri umani, al mondo circostante. Dal mondo circostante gli esseri viventi traggono i materiali per la propria vita, nel caso degli esseri umani anche le materie prime per le attività produttive economiche, che successivamente nel territorio nel quale sono inseriti rigettano le proprie scorie.
Mantenere la qualità dell’ambiente implica attuare misure economiche legislative, tecnologiche e di educazione pubblica, si definisce “economia verde” un modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’impatto ambientale, cioè eventuali danni che si potrebbero generare dall’antropizzazione in genere, da tutto il ciclo di trasformazione dalle materie prime fino alla definitiva eliminazione o smaltimento del prodotto finito. Dal momento che il territorio e le materie per la vita e per le manifatture sono presenti sul pianeta in quantità limitate, le popolazioni si appropriano dello spazio e dei beni materiali con forme altamente conflittuali come abbiamo potuto assistere nella guerra Russo-Ucraina, combattuta per la supremazia sul controllo delle materie prime.

L’inizio dello studio dello sviluppo della dinamica delle popolazioni si deve principalmente a due importanti scienziati del primo novecento: Alfred J. Lotka, americano esperto di statistica, e Vito Volterra, matematico italiano, studente a Firenze e Pisa, fondatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche il CNR, e della Società Italiana di Fisica, nonché membro della Royal Society. Sia Lotka che Volterra vedevano la natura come un grande sistema un “trasformatore di energia”.

Le equazioni matematiche sono funzionali anche per l’analisi di un ecosistema dove due specie sono in competizione per una risorsa e ciascuna influenza negativamente l’altra. L’utilizzo della matematica in ecologia è sempre stato importante ma negli ultimi decenni è diventato fondamentale. E’ sufficiente sfogliare una qualsiasi delle riviste di ecologia più quotate Ecology, American Naturalist, Journal of Animal Ecology, Trends in Ecology and Evolution per rendersi conto che ormai non solo gli studi teorici, ma anche quelli sperimentali e applicati, utilizzano intensamente modelli matematici, oggigiorno molto sofisticati.

Ma c’è ancora la necessità di trovare un compromesso tra le esigenze di sviluppo socio-economico e il mantenimento della qualità della biosfera, sopratutto per le generazioni future. Questo gap non ancora risolto, ci ha condotto all’affermazione di un nuovo ed importante obiettivo da perseguire per il benessere di tutti i cittadini del nostro pianeta: quello della sostenibilità della biosfera e dello sviluppo sostenibile.

La parola “sostenibile” deriva dall’inglese e significa “mantenibile nel tempo, “duraturo”; perciò sviluppo sostenibile significa sviluppo che può essere mantenuto nel tempo senza compromettere il funzionamento globale della terra. Praticamente è ciò che descriviamo nel Carrying Capacity, che è la capacità di carico o di capacità portante. Un concetto ben conosciuto agli ecologi ed agli studiosi della biodiversità e dei sistemi naturali, mentre ancora troppo ignorato dalla classe politica e dagli economisti. La capacità di carico, è il numero di individui in una popolazione che le risorse dell’ambiente in cui vive sono capaci di sostentare. Gli studiosi delle scienze del sistema Terra e della sostenibilità globale sono molto interessati a comprendere il più possibile, nella relazione tra sistemi naturali e specie umana e i suoi sistemi sociali, la tematica dell’accrescimento della popolazione umana e dei suoi livelli di consumo di energia e materia. È essenziale per comprendere come sia possibile garantire la nostra sopravvivenza nel futuro e, possibilmente, l’avvio di una società equa e sostenibile.

Oggi è diventata una necessità improrogabile la costruzione di una nuova economia che consenta agli esseri umani di vivere bene nell’ambito dei chiari limiti biofisici dei sistemi naturali che ci supportano e grazie ai quali esiste la nostra economia ed il nostro benessere.

Non siamo noi a stabilire quei limiti, ma l’ecologia e le risorse finite del pianeta. Espandere liberamente i nostri desideri materiali non è sostenibile. C’è bisogno di un autentico cambiamento di pensiero.

Per impostare una nuova economia è perciò fondamentale stabilire dei limiti, dei tetti massimi all’utilizzo delle risorse, delle emissioni, indicando i conseguenti obiettivi di riduzione. Gli studiosi ci ricordano che rispettare i limiti ecologici richiede di comprendere precisamente cosa questi limiti comportino, e dove l’attuale attività economica si collochi rispetto a essi. Un processo che richiede il passaggio dalla carrying capacity alla carrying capability al fine di incrementare la funzionalità dell’intero sistema. La finalità è la conservazione a lungo termine dei valori universali del Bene, nella consapevolezza che essa dipende ed inizia in larga misura dalle comunità locali nel loro complesso di espressioni economiche, sociali e culturali.