L’Arte della Comunicazione: il Talento di Jago Art

di Elena Tempestini

La comunicazione è Arte. È attraverso le Arti che l’uomo esteriorizza la propria interiorità: è il Talento, che attraverso passaggi storici cambia il suo nome ma resta il suo significato più profondo. Un codice di comunicazione che unisce passato, presente e futuro, per mezzo di un sentimento insito in tutti gli uomini. Le Arti, e in questo caso la scultura, è comunicazione che riesce a separare e liberare l’opera dalla materia del marmo. Come un alito di vento nasce una nuova vita che attraverserà i secoli. Fra gli artisti più comunicativi che mi hanno regalato emozioni, c’è Jago Artist, pseudonimo di Jacopo Cardillo. Giovanissimo scultore che nel 2016, all’interno della cripta della Basilica dei Santi XII Apostoli, ha realizzato la sua prima esposizione personale a Roma, intitolata Memorie, una selezione di opere realizzate in marmo di Carrara. Nel 2019 a New York completa il Figlio Velato, scolpendo un blocco di marmo Danby del Vermont. L’opera, ispirata al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, rappresenta un bambino disteso coperto da un velo. Il 21 dicembre la scultura viene collocata presso la Cappella dei Bianchi della chiesa di San Severo fuori le mura, nel rione Sanità di Napoli.

Intervista a Jago

Nel 2019, in occasione della missione Beyond dell’ESA (European Space Agency), JAGO è stato il primo artista ad aver inviato una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale. L’opera, intitolata “The First Baby” e raffigurante il feto di un bambino, è tornata sulla terra a febbraio 2020 sotto la custodia del capo missione, Luca Parmitano. Nel novembre del 2020 Jago ha realizzato l’installazione “Look Down” in Piazza del Plebiscito a Napoli, ora installata nel deserto Al Haniya nell’emirato di Fujairah. A ottobre 2021 ha collocato l’opera “Pietà” all’interno della Basilica di Santa Maria in Montesanto (Chiesa degli artisti) a Roma, luogo scelto per creare un dialogo fra l’arte contemporanea e la spiritualità.

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Un accordo tra l’Università della Sapienza di Roma e il Lviv Polytechnic National University di Leopoli. La Conoscenza contro la guerra. Di Elena Tempestini

Il 16 marzo è stato concluso un accordo di collaborazioni tra le Università Politecnico di Lviv a Leopoli, in Ucraina , e La Sapienza di Roma. Accordo già avviato nel 2021. Grazie alla firma contestuale dei due Magnifici Rettori, la rettrice professoressa Antonella Polimeni per La Sapienza e il rettore professor Yuriy Bobalo per l’Università di Leopoli. Un intenso lavoro, un gesto di grande importanza avvenuto dopo la gestazione portata avanti in tempo di pace. Un alto valore simbolico in questo terribile momento. La Sapienza di Roma lancia un messaggio preciso, per una così illustre istituzione accademica (la più grande d’Europa): un messaggio di solidarietà, amicizia, collaborazione. L’accademia, quindi, nelle forme e negli ambiti delle proprie competenze, si mette con determinazione e generosità al servizio della pace.
La scienza, la cultura, l’insegnamento universitario, la conoscenza. I quali sono fattori fondamentali per sconfiggere ogni forma di egoismo nazionale, di prevaricazione, di intolleranza. L’avvio è avvenuto con un incontro tra le due Università tenuto presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza, promosso e agevolato dalla fondamentale Fondazione di Studi Internazionali e Geopolitica presieduta dal professor Giancarlo Elia Valori.

Presenti il prorettore per l’internazionalizzazione della Sapienza, il professor Bruno Botta e il preside della Facoltà, professor Oliviero Diliberto e la delegazione ucraina, guidata dalla vice-rettrice, docente di Economia, la professoressa Nataliya Chukhray. Sono proseguiti intensi incontri e scambi di informazioni.
Un percorso, che si era avviato non immaginando certo la tragedia della guerra. L’Università – Politecnico della splendida città di Lviv (Leopoli) fondato nel 1844, è tra le più antiche e illustri istituzioni accademiche dell’Ucraina nonché tra le più prestigiose dell’intera Europa centro-orientale: solo per limitarsi al campo scientifico, nell’Università Ukraina hanno operato, tra gli altri, Marie Sklodowska Curie e Stefan Banach.
L’ateneo ucraino vanta anche una importante e attiva sezione di italianistica, diretta dal professor Orest Vasylko, e pertanto l’interesse per il nostro Paese ha fondamenta non solo storico-culturali e istituzionali ma anche squisitamente scientifici. L’accordo prevede forme di collaborazione nel campo della ricerca scientifica, dello scambio di docenti e studenti e nella mutua assistenza.
La collaborazione scientifica e didattica tra i due Atenei si svilupperà innanzi tutto in campo giuridico, con particolare attenzione al Diritto Internazionale e Diritto dell’Unione Europea, nonché l’incremento della slavistica a Roma e della romanistica a Lviv (Leopoli).
Ma la collaborazione medesima potrà interessare anche pressoché tutte le discipline insegnate nei due Atenei.

Dobbiamo ricordare a tutti noi che bisogna guardare sempre le situazioni da angolazioni diverse. Dobbiamo riuscire a spostarci, ad avere la volontà, a compiere la fatica di salire verso una visuale più ampia, più alta per osservare le cose. Ognuno di noi può vederlo con ì propri occhi: è in quel momento che è insito il cambiamento, proprio quando crediamo di sapere qualcosa, guardando da un’altra prospettiva, comprendiamo che esiste un’altra realtà .

“Coppa della Consuma 2022” di Elena Tempestini

Video etpress

Trofeo Coppa della Consuma 27 Marzo 2022.

Fazzino su Osella a Sortino vince la prima di TIVM sud.
Faggioli ha vinto con il tempo straordinario di 4’53″13 e Peroni si è imposto con 5’27″06, lungo i leggendari 12,3 Km tra Palaie e Pelago. La gara organizzata dall’Automobile Club Firenze per il tramite della propria società controllata Acipromuove, in collaborazione con la Scuderia Clemente Biondetti, ha visto il ritorno del grande pubblico sui terrapieni ai lati del tracciato.
Il pluri titolato pilota di Bagno a Ripoli insieme al team ha perfettamente riportato al massimo del potenziale la biposto di gruppo E2SC, dopo i postumi di una toccata avuta in prova. Sul podio delle “moderne”, tutto firmato dal Team Faggioli, sono saliti anche il trentino Diego Degasperi su Osella FA 40 Zytek, che ha aperto in modo gratificante la stagione ed il suo esordio alla Consuma, come il ragusano di Comiso Franco Caruso che con il 3° posto ha testato con profitto la Nova Proto NP 01-2 Zytek.
Marco Capucci ha capitalizzato l’esperienza maturata nell’europeo per adattarsi in fretta al tracciato fiorentino dove sull’Osella PA 21/S HOnda si è imposto nel gruppo CN, con il 4° tempo assoluto. Più staccato ha completato la top five il milanese Alessandro Trentini su radical SR3 Suzuki.
Nel primo round del Trofeo Italiano Velocità Montagna Sud il giovane pilota di casa si è imposto vincendo sullaPA 21 Turbo entrambe le gare davanti a Bonforte su Osella PA 21 S e a Camilleri su Formula Tatuus Honda.Viaggio su Fiat 126 primo vincitore del Campionato Interregionale Sicilia Calabria Salita/Slalom. Piazza su Lucchini il più veloce tra le auto storiche.

L’italia: l’Emilia Romagna è la nuova Data Valley: dai Digital Twins al Centro Metereologico Europeo al CERN. TECNOPOLO CERN

di Elena Tempestini

Il “SENSO DELLA BELLEZZA”

Avreste mai pensato che l’Italia sarebbe divenuta la nuova “Data Valley”? Il luogo più importante per il calcolo dei big data, del centro metereologico, dei digital twins applicati alla realtà. L’Emilia Romagna con Bologna sono il luogo di tecnologia avanzata della quale l’Italia ne sta diventando leader in Europa e nel mondo. Sta divenendo una realtà il TECNOPOLO CERN. Un ecosistema con centri di ricerca italiani e internazionali in vari settori: dalla climatologia alla fisica, dalla sanità ai Big Data. Un centro di eccellenza dell’innovazione che impiegherà oltre duemila persone. Supercomputer che possono fare di tutto e di più e cose ancora inimmaginabili: si possono perfezionare invenzioni prima di realizzarle, simulare virtualmente l’automobile che ancora non esiste e testarla realisticamente su strada. Tutto ciò vale per tutte le industrie: farmaci, materiali, ponti, navi, batterie. Si possono creare dei gemelli digitali: una copia virtuale di uno stadio, un parcheggio, un quartiere per capire gli effetti che avrebbero alcune decisioni industriali sul traffico, sull’inquinamento, sui consumi di energia. In una parola: sarà possibile duplicare virtualmente la realtà grazie al supercalcolo per capire come migliorarla. “La ricchezza, nella nuova economia della conoscenza, è avere a disposizione grandi quantità di dati e saperli raccogliere, elaborare e gestire. Sarà la grande sfida, il luogo dove pensare e trovare soluzioni alle grandi complessità del futuro: “Il Tecnopolo è il nuovo mondo” ed è Italiano. Grazie al supercomputer Leonardo, al Data Center principale della rete di calcolo dell’Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, per l’analisi di dati del Cern) e alla potenza del Centro Meteo Ecmwf, il Tecnopolo diventerà uno dei principali hub di supercalcolo e big data al mondo”. L’innovazione tecnologica sarà “guidata” per il prossimo decennio dai Digital twin. Non è difficile immaginare come i gemelli digitali che incorporeranno i big data, l’intelligenza artificiale, machine learning e Internet diventeranno fondamentali nell’Industria 4.0.

Elena Tempestini

Cosa è un Digital Twin? Un gemello digitale; una rappresentazione virtuale di un oggetto o di un sistema, al quale verrà collegato tutto il ciclo di vita di qualsiasi cosa possa essere pensata e prodotta. Grazie alI’intelligenza artificiale, si avranno possibilità di prevedere le prestazioni future dell’asset fisico e di sperimentare miglioramenti senza doverli testare sul prodotto stesso. L’impiego dei digital twins potrebbe aiutarci ad evolvere in molti campi, risolvere complessità sanitarie, testare e mettere in sicurezza la mobilità e scoprirne in anticipo le eventuali problematiche. Applicare la sicurezza sul lavoro di un macchinario industriale, ma sopratutto garantire la maggiore sicurezza di un aereo, della costruzione di edifici, ponti e architetture in genere. Praticamente i “gemelli digitali” diverranno la fonte preziosa per migliorare la più avanzata tecnologia.

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“Enduring Freedom” di Elena Tempestini

Sono trascorsi venti anni dal regime dei Talebani. Un buco nero della storia mondiale, nato in risposta all’attentato alle Torri Gemelle di New York del 11 settembre 2001. Un attentato che ha colpito al cuore tutto il mondo occidentale, un pezzo di storia che nessuno di noi desidera ricordare perché ancora emana fantasmi irrisolti. L’Afghanistan è la storia di un Paese martoriato da anni di guerra, un paese che chiede disperatamente di non spegnere i riflettori dell’attenzione mondiale. Un paese devastato che nonostante abbia visto cessare il fuoco delle armi, è in attesa di uscire dal caos per riavere rispetto e dignità.

ENDURING FREEDOM si intotola la mostra di due giovani artisti fiorentini : Gianluca Braccini e Jonathan Soliman Awadalla. Presentata a MAD Murate Art District. La mostra è organizzata dall’associazione culturale Eterotopie, in collaborazione con il Comune di Firenze, MUS.E, MAD Murate Art District. Con il supporto del Consiglio Regionale della Toscana e di RFK Human Rights Italia. È visitabile dal 24 marzo al 25 aprile presso gli spazi dell’organizzazione non profit RFK International House for Human Rights Italia. Il titolo della mostra è ripreso dal nome dell’operazione militare americana. Sessantacinque opere che andranno in asta on line allo scopo di devolvere il ricavato della vendita alla popolazione afghana che sta cercando di risollevarsi da due decenni di guerra. C’è una riflessione da porsi : Perché uccidiamo persone che stanno uccidendo persone per dimostrare che uccidere è sbagliato?

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“Un borgo toscano magico: Lucchio” di Elena Tempestini

Lucchio Valle Pistoiese

Lucchio. Il paesaggio toscano. Dolci colline, cipressi solitari che appaiono come sentinelle a guardia delle strade sterrate abbracciate da vigneti illuminati dal sole. La Toscana regala antichi paesaggi, come regala autentiche “perle” di pietra e mattoni, piccoli borghi un tempo carichi di vita.

Lucchio, il borgo più nascosto della Toscana

Lucchio è il paese, il borgo, più nascosto e arroccato della regione Toscana: Lucchio. Si trova nella valle del fiume Lima. All’incrocio della strada che da Bagni di Lucca si incontra con la via del Brennero che sale da Pistoia.
Una valle inselvatichita di vegetazione che ricrea paesaggi medioevali e danteschi. Una valle quasi sicuramente già abitata dai Celti, anche grazie alla sacralità di una vegetazione così  verde e ricca.

La città delle aquile reali

Lucchio appare in tutta la sua magia salendo per una strada tortuosa, piena di curve. Lasciata così, come era stata costruita secoli addietro. Sembra la città delle aquile reali da quanto è inaccessibile. Secoli e secoli hanno scolpito Lucchio quale parte della roccia maestosa. Una fortezza di un paese abbandonato e oggi fantasma del tempo che fu.
Nel camminare davanti a queste case di roccia, alcune restaurate per le vacanze estive, incontro su una seggiola di paglia un anziano del luogo. Con il suo sorriso rassicurante, mi racconta di storie di cavalieri e di un castello che sovrasta la cima della montagna. Alzo gli occhi e non vedo castelli, vedo delle pietre e qualche muretto che forse un tempo remoto furono  il perimetro di un castello. La tradizione racconta che la Rocca sarebbe stata commissionata da Matilde di Canossa ma studiosi hanno scoperto che sicuramente fu un insediamento molto più antico, risalente ai romani e ai  longobardi.

Lucchio, contesa fra Firene e Lucca

Il castello, o rocca di Lucchio per molti anni venne conteso dal dominio lucchese e da quello fiorentino. Intrighi e guerriglie per una rocca seminascosta che dominava l’intera vallata della Lima. Una posizione molto strategica.
Il vecchio signore ha voglia di raccontare. Non molti viaggiatori vengono in questo paese, la strada ha un accesso molto ripido, tanto da aver paura di scivolare indietro. L’anziano del luogo continua il suo racconto, ed è la storia, o leggenda, di due giovani fanciulle che con l’arte della femminilità salvarono la rocca da alcuni cavalieri fiorentini che volevano impossessarsene.

le due giovani fanciulle che salvarono la rocca si chiamavano Anastasia e Lucia di Vico Pancellorum.

Vico Pancellorum

(Dal volume di storia lucchese, Volume 2 Di Antonio Nicolao Cianelli, apprendiamo che non fu leggenda ma storia vera) :, nel giugno del 1437 scoprirono, con gran scaltrezza femminile, il tradimento di Gasparo da Slazzema, Castellano di Lucchio, e sventarono il tradimento. Attirato con l’inganno, scherzando e giocando con lui, sfoderarono armi femminili a cui era impossibile rimanere immuni. Sotto la loro seduzione il tradimento a favore dei fiorentini venne sventato.
Questo luogo mantiene un fascino particolare, ha i colori della pietra confusi nel verde di una vegetazione sacra, inviolata, la magia di antiche sensazioni medioevali che rendono per qualche ora il viandante parte di un paesaggio presente, un piccolo grande tesoro ancora incontaminato . Vi posso assicurare, essendomi arrampicata varie volte a toccare i resti di quelle pietre che un tempo furono un castello, che si percepisce una antica energia.

di Elena Tempestini

“La bellezza dei numeri e delle forme” di Elena Tempestini

Come si sviluppano le forme

Lo scultore Henry Moore è stato il primo grande artista a scoprire il libro scritto da D’Arcy Thompson: “On Growth and Form”, Sulla crescita e sulle forme.

D’Arcy Thompson, biologo, matematico ed umanista, fu antesignano nell’evidenziare il rapporto tra l’arte e la matematica, osservando e studiando le strutture geometriche della fillotassi: l’ordine e la disposizione con la quale la natura si sviluppa. Thompson, dimostrò che tutta la natura segue i modelli matematici della sequenza numerica di Fibonacci, la sezione aurea e le spirali logaritmiche.

Lo studio della fillotassi lo possiamo ritrovare nelle osservazioni sulla crescita delle piante, già conosciuto da Teofrasto nel 200 A.C., da Plinio il Vecchio, da Leonardo Da Vinci che evinse la struttura spiraliforme, fino a Keplero che nel 1600 intuì la relazione tra fillotassi e i numeri di Fibonacci, anche se la dimostrazione scientifica ebbe la sua manifestazione solo nel XIX secolo. La “curiosità” meno conosciuta della scoperta della successione di Fibonacci, nasce nel 1223, a Pisa, quando l’imperatore Federico II di Svevia assiste a un singolare torneo. Gli sfidanti sono i più insigni matematici dell’epoca e le armi sono le loro conoscenze e intuizioni. La gara consisteva nel risolvere, nel minore tempo possibile, un problema matematico: “quante coppie di conigli si ottengono in un anno a partire da una sola coppia?”

Assumendo l’ipotesi di avere a disposizione una coppia di conigli appena nati, che diventi fertile dopo un mese, dia alla luce una nuova coppia all’inizio del secondo mese e tutte le generazioni future si comportino in maniera analoga, dando vita a una nuova coppia ogni mese.

La risposta fu data velocemente da Leonardo Fibonacci, matematico pisano: il numero è 144! Fibonacci applicò la sequenza che poi prese il suo nome così rappresentata: ciascun numero è la somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144…fino all’infinito. 

D’Arcy Thompson un precursore? Scienza antica e scienza moderna, sono una convergenza?

Con il suo libro “sulla crescita e sulle forme”, Thompson getta le basi della biologia matematica fin dal XIX secolo: creando un “ponte tra scienza e arte”. 

Possiamo affermarlo oggi in questo inizio del 2022, nel quale dopo due anni di pandemia, dobbiamo capire, tornare a comprendere il rapporto tra bellezza e società. La fondamentale connessione tra il benessere collettivo e la qualità estetica dei nostri contesti di vita. Praticamente il costante dialogo della vita che si alterna tra disperazione e speranza.

Pochi anni dopo la sensazionale scoperta del “Bosone di Higgs”: una particella molto speciale che permette di comprendere il perché le altre particelle elementari che costituiscono il nucleo atomico, hanno massa. Se non ci fosse la massa gli atomi non starebbero insieme, se non ci fossero gli atomi non ci sarebbe la materia e di conseguenza neanche noi esseri umani e l’universo. E’ dalla massa nascono le forme e le loro proporzioni. Questi studi avvengono presso il CERN, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, nel quale si trova l’LHC, l’accelleratore di particelle elementari.

Ed è questa continua ricerca di ciò che ancora non si conosce, che ha dato vita ad un esperimento che è, allo stesso tempo, un viaggio nel tempo più lontano e nello spazio più piccolo che possiamo immaginare. Un esperimento innovativo che varca una soglia che ci ricorda che l’essenziale è spesso invisibile agli occhi.

È l’immagine che aiuta l’interpretazione della scienza, vista anche dalla prospettiva di un visionario.

Il senso della bellezza

Il titolo del progetto si chiama Il Senso della Bellezza. Un’opera concepita e realizzata da Valerio Jalongo, filosofo, regista e, autore di scrittura creativa. Un docufilm, nato insieme alla direttrice del CERN, la fisica italiana Fabiola Giannotti e,circa centocinquanta scienziati che lavorano al progetto scientifico. È la documentazione della continua ricerca della bellezza e del suo concreto concetto.

La conoscenza, come l’arte, è un bene che appartiene all’umanità. (Fabiola Giannotti direttrice CERN)

Quale migliore occasione se non filmando la ricerca scientifica, attraverso gli esperimenti e le conseguenze che si presentano agli scienziati?

Valerio Jalongo e il CERN, ci dimostrano nel documentario, che la bellezza non è solo quella che si vede con gli occhi, ma è un’immagine che può essere penetrata con la mente. 

È una bellezza che si manifesta attraverso le parole e i sentimenti degli scienziati, nella bellezza delle leggi fisiche e nella simmetria come criterio guida per la ricerca delle leggiancora ignote. Leggi non così lontane dalle ricerche estetiche di artisti che usano mezzi visivi. 

Ed ecco la visione di D’Arcy Thompson, lo scienziato ottocentesco che dimostrò che la forma di un organismo è il punto di contatto tra i due mondi: Arte e scienza. Divenendo il risultato di leggi fisiche che operano e descrivono la crescita e la forma biologica secondo schemi matematici, come la conchiglia del mollusco Nautilus, il quale cresce ad un ritmo costante e il suo guscio è una delle forme più note della sezione aurea; una spirale logaritmica. La quale sezione aurea altro non è che il numero cui tende il rapporto tra ogni numero della successione di Fibonacci e il suo precedente cioè 1,6180334… Alla sezione aurea, fa capo il concetto artistico-matematico di perfezione, rinvenibile nelle proporzioni di tante architetture.

D’Arcy Thompson è stato un grande comunicatore di scienza del Regno Unito, colui che ha ispirato un’intera schiera di disegnatori che si sono impegnati nei secoli successivi, nello studio delle forme. Per D’Arcy non ha senso la parola “astratto”, dal momento che ogni forma che abbia preso corpo è già concreta. Ed è allora che la forma viene indagata con un modello matematico-geometrico in relazione al processo di crescita sul quale agiscono le forze della materia: causa dell’origine e del mutamento. Una regola applicabile universalmente sia al mondo organico che inorganico.

È la conclusione di un processo di crescita biologica nel quale ciascuna forma è indice della propria storia. Sarà la sua forma a spiegare le leggi alla quale ha obbedito per dimensione e memoria del proprio divenire. Allo stesso tempo, saranno le immagini di un processo che non è ancora del tutto concluso che si mostra allo spettatore nel suo fluire.

La lingua di Dio

Il CERN di oggi, un possibile ponte sul quale, scienziati da una parte e artisti contemporanei dall’altra, si incontrano per la ricerca della verità?

La bellezza matematica è una qualità che non può essere definita, non più di quanto la bellezza possa essere definita per l’arte, ma chi studia matematica, di solito, non ha difficoltà ad apprezzarla.“

Arte e Scienza non sono mai state in competizione. il film svela il significato del proprio titolo nella pratica della curiosità, della conoscenza, alternando a immagini della natura come la conosciamo e la percepiamo, ad altre, artistiche, in altissima definizione provenienti dalle opere di artisti internazionali, che la ricreano ispirandosi alle scoperte della fisica

Un sapere ri–scoperto nella sua eternità, grazie ad una sensibilità moderna che dimostra un concetto di atemporalità. Senza dimenticarci di Galileo, che studiando le leggi dell’Universo, stabilì che la matematica era la lingua parlata da Dio.

di Elena Tempestini

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“Pinocchio, non favola, ma storia vera di luoghi e personaggi” di Elena Tempestini

“C’era una volta un re!” è un suono rassicurante per ogni bambino, ma in Pinocchio è: “c’era una volta un pezzo di legno”. La fantasiosa avventura inizia con una piccola delusione per i più piccoli.

Ma la favola scritta da Carlo Lorenzini con lo pseudonimo di Collodi, paese di nascita della madre, presso Pescia (Pistoia), è un racconto per adulti, è la ricerca del fanciullo che eravamo, l’opportunità di apprezzare la vita con una prospettiva più aperta, più accogliente e meno condizionata dai giudizi altrui.

Giuseppe Prezzolini dichiarava che se si fosse compresa la bellezza di Pinocchio si sarebbe compresa l’Italia, con gli smarrimenti e le resurrezioni. Ovviamente adulta e vera. E quindi anche i luoghi della favola sono vivi e reali fonte di ispirazione.

A  cominciare dal centro storico della Firenze ottocentesca (Via Taddea, poi al centro delle demolizioni per costruire il Mercato Centrale), dove il burattino (e il suo autore) nacque, per lanciarsi poi verso la campagna circostante e i paesi della Piana a Nord Ovest della città, oggi contesa da industrie, alta velocità, autostrada e aeroporto: Campi Bisenzio, l’Osmannoro, Sesto Fiorentino, Peretola e così via. Il teatro geografico non è frutto della fantasia del suo autore, ma conoscenza e rappresentazione di luoghi reali.

La casa di Geppetto é a Castello, il teatro dei burattini a Peretola, il Quercione dell’impiccato alle Cascine, l’Osteria del Gambero Rosso a Travalle, la Città delle Api industriose a Capalle, gli zecchini d’oro alla Villa Gerini, il Paese dei Barbagianni alla fabbrica di porcellana della Ginori di Doccia (Sesto Fiorentino), da dove alla sera gli operai, uscendo imbiancati di polvere di caolino, assomigliavano a barbagianni. Inquinamento industriale dell’epoca! Il mare infestato dal terribile pesce-cane era presso la grande palude oggi nota con il nome delle Piagge, dalla quale fuoriuscivano ammassi di detriti e tronchi dalle forme mostruose e dalle fauci spalancate.

Anche la fatina dai capelli turchini è un personaggio reale, con nome e cognome: Paola Ragionieri, una bambina dagli occhi azzurri, figlia di un giardiniere della Villa del Bel Riposo del fratello Paolo, a Castello, dove Carlo soggiornò a lungo. E nella prospiciente Villa Corsini sarebbe avvenuta la trasformazione del burattino in bambino.

E da ultimo guardate questa formella della chiesa di Orsanmichele, dove un falegname intaglia una figura umana. Chissà quante volte Carlo Lorenzini vi sarà passato davanti, soffermandosi e ispirandosi per il suo burattino di legno!

La rilettura conduce a nuovi scenari che ci mostrano Carlo Lorenzini calarsi appieno nella realtà del suo tempo, in quella Firenze Capitale e successivamente post capitale divenuta piena di debiti e problemi; “la città degli acchiappacitrulli”, il Paese dei balocchi, un Bengodi pieno di gazze ladre e uccellaci di rapina (di Gatti e di Volpi, pronti a speculare e trafficare a danno di poveri e ingenui).

La città in pieno boom edilizio, entusiasta di divenire Capitale del nuovo Regno d’Italia, non dette ascolto nemmeno alle parole profetiche di Bettino Ricasoli: “attenzione questa è una tazzina di caffè avvelenato”. Sotto la guida del Sindaco Ubaldino Peruzzi, per quanto proba figura post-risorgimentale, il Comune di Firenze andò in default.

Ma tutto ciò non impedì che Pinocchio e sopratutto suo padre, Carlo Lorenzini, si avventurassero lungo un percorso umano, letterario, politico, religioso ed economico di ottimismo e di rinascita, almeno individuale. Pinocchio brancolerà nel buio, finché non incontrerà la fata turchina, dalla quale riceverà una guida morale pronta a trasmettergli, senza giudicarlo, la possibilità di avere una custodia del cuore che lo aiuterà a formarsi l’anima.

Pinocchio apprenderà l’etica e la morale solo quando si troverà in difficoltà, temendo per l’incolumità del suo Creatore/Padre nel ventre del pescecane (non della balena come il mostro marino appare spesso impropriamente rappresentato nei film ispirati al burattino).

La scintilla del concetto di provvidenza, non miracolistica, ma frutto del superamento dei propri errori e cedimenti e intesa come necessità di adeguarsi all’idea di cui è immagine, per divenire reale. I princìpi dell’etica non possono essere discutibili. Pinocchio rappresenta il burattino che diviene bambino e uomo, ma che molto spesso non ascolta i consigli per via della curiosità della conoscenza e del mondo. È la metafora senza tempo della condizione di noi esseri umani, costruttori delle nostre fortune.

Con le tante celebrazioni, rievocazioni e trasposizioni spettacolistiche si è forse perso il senso storico ed etico della creazione di Pinocchio, ormai figura universale in tutti i paesi del mondo, partito da un punto di osservazione ben radicato in un reale “fisico” che, ricco di stimoli, scorreva sotto gli occhi dell’autore.

Qui una breve rappresentazioni per immagini dei luoghi della sua vita e della grande storia da lui costruita con gli occhi e il cuore di una personalità non certo minore nel panorama culturale e della quale oggi 26 ottobre ricorre l’anniversario della morte (1890).

di Elena Tempestini

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“La Bizzarria” di Elena Tempestini

Ma che cosa Bizzarra!!!

frutto della Bizzarria

Quante volte abbiamo ascoltato o detto questa espressione?

Dante cita “Bizzarro”nell’inferno, scrivendo: “ e ’l fiorentino spirito bizzarro / in se medesmo si volvea coì’ denti”. Inf. VIII, (61-63).

Giovanni Boccaccio scrisse: «credo questo vocabolo bizarro” sia solo de’ Fiorentini, e suona sempre in mala parte, per ciò che noi tegnamo bizarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimaner si possono».

L’etimologia di bizzarro è abbastanza incerta, però a Firenze c’è un agrume che si chiama “Bizzaria” e una strada intitolata “Via dei Giardini della Bizzarria”.

Novoli il luogo di villeggiatura dei fiorentini del 1800

Guardando il quartiere di Novoli, dobbiamo usare la fantasia e immaginare i ricchi aristocratici fiorentini dei secoli passati, uscire dai loro Palazzi del centro, montare sulle loro carrozze e dirigersi verso la campagna di Novoli dove possedevano delle splendide dimore di campagna. Ci sono delle memorie storiche: la Torre degli Agli ( distrutta durante la seconda guerra mondiale) e la villa di Carobbi. La villa della Torre degli Agli, era di proprietà della famiglia che ebbe un grande successo finanziario commerciando i preziosi bulbi da cui deriva il suo cognome. Si trova in via di Novoli al numero 46 nell’omonima strada.

Villa Carobbi a Novoli

La villa ha una forma a “U”, nel cortile c’è una fontana con una grande vasca tonda. All’nterno una copia del “ Putto con Delfino” opera del Verrocchio, (il maestro di Leonardo da Vinci). Verso est si trova un grande giardino all’Italiana, al cui interno vi sono due androni voltati affrescati da grottesche, di Bernardino Poccetti. La lapide che si trovava sulla Torre, ricorda l’incontro ufficiale tra Cristina di Lorena, nipote preferita di Caterina dei Medici (alla quale prima di morire dette una favolosa dote), con il futuro sposo, il Granduca Ferdinando dei Medici. Ferdinando aveva lasciato la veste di Cardinale dopo la morte prematura del fratello Francesco I Granduca di Toscana e di sua moglie Bianca Cappello.

matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena

Incontri, festeggiamenti e banchetti fecero da preludio allo sfarzoso matrimonio. Il tutto si concluse con una spettacolare rappresentazione di una autentica battaglia navale. La battaglia fu allestita all’interno del cortile dell’Ammannati in Palazzo Pitti, riempiendolo di acqua fino ad una altezza di quasi due piani.

Via dei giardini della Bizzarria

Lateralmente alla Villa vi è una stradina che si chiama “Via dei giardini della Bizzarria”.

Mi sono incuriosita, che nome “bizzarro” di chiamare una strada. Ed ho scoperto che la Bizzarria è un profumatissimo agrume, che in modo particolare si è mescolato tra un cedro, un arancio, un limone, divenendo tre frutti in uno. Nel 1665 il medico, biologo e naturalista Francesco Redi conosciuto come il “Padre della parassitologia moderna”, all’interno della Fonderia medicea, l’officina farmaceutica creata da Cosimo I nel 1555, con lo scopo di laboratorio per la preparazione di medicamenti farmaceutici e studio di rarità naturali di origine animale e vegetale, sezionò l’Agrume. Gli scritti di Francesco Redi riportano accuratamente lo studio del frutto:

“una Bizzarria” esternamente fatta a strisce alternative irregolarmente di cedrato e d’arancio…la tagliai nel mezzo e .. mi avvidi di aver tagliato tre pomi incastrati l’uno nell’altro. Il primo conteneva in seno gli altri due. L’altro pomo che succedeva era un’arancia schietta tanto nella buccia quanto nell’agro, il terzo e ultimo pomo…era un cedrosino ben fatto e senza punto di mescolanza d’arancio.” 

I frutti bizzarri

Di questo agrume ibrido, che fu poi chiamato Bizzarrìa si racconta che non se ne aveva nessuna conoscenza. Fu il giardiniere del proprietario della villa della Torre degli Agli, che coltivò la pianta che produceva gli strani frutti. La pianta produceva anche sullo stesso ramo frutti tutti diversi l’uno dall’altro, alcuni rotondi come l’ arancia, altri piriformi come il cedro o bitorzoluti come i limoni. Si sarebbe potuto pensare ad un innesto, una “prova” di sperimentazione naturalistica, e invece no, la cosa più stupefacente di tutte è che, la pianta produceva in modo bizzarro, per semplice caso e senza che la mano dell’uomo fosse intervenuta.

Forse oggi è il caso di dire che il frutto abbia realmente un’anima e una forza particolare in se. Neppure i bombardamenti della seconda guerra mondiale, sotto ai quali i giardini di villa Panciatichi e di Castello subirono danni enormi, distrusse la bizzarria. Negli anni ottanta del ventesimo secolo, grazie a Paolo Galeotti, responsabile dell’Orto Botanico della villa Medicea di Castello, l’agrume è stato ritrovato e trapiantato presso il Giardino di Boboli, dove ancora oggi è coltivato. Miglior nome non gli poteva essere attribuito, una Bizzarra e testarda pianta in una città testimone di “bizzarri” cittadini.

di Elena Tempestini