
Facciamo un “viaggio” semi ironico e geopolitico per comprendere la nascita di una spaccatura che ha costruito parte della storia
Poniamoci la domanda di come e quando nacque la destra e la sinistra.
Domanda semplice, risposta impossibile. O quasi. Perché, in fondo, la storia dell’umanità potrebbe essere riassunta così: da quando ci siamo seduti, abbiamo cominciato a dividerci.
La leggenda che poi tanto leggenda non è racconta che tutto ebbe inizio in Francia, nel 1789, quando l’Assemblea Nazionale si riunì per decidere il destino del re. Da una parte si sedettero i sostenitori della monarchia e dell’ordine costituito: a destra. Dall’altra parte, i fautori del cambiamento, i rivoluzionari, i fautori dell’uguaglianza: a sinistra, il resto lo fece la geografia.

Parigi, come ogni grande capitale, aveva già il suo simbolismo topografico: la Rive Droite, la riva destra della Senna, era la sponda dei commerci, delle banche, dell’ordine e dei palazzi del potere; la Rive Gauche, invece, ospitava studenti, artisti, filosofi, utopisti, gente che viveva più di idee che di rendite. Fu un corto circuito perfetto tra politica e città: l’ideologia si fece l’indirizzo dove dirigersi.
Ma la verità più profonda è che la divisione tra destra e sinistra non nacque per organizzare la politica: nacque per organizzare il disaccordo. Era un modo elegante, quasi geometrico, per trasformare il caos in struttura. Invece di gridarsi addosso, ci si sedeva da parti opposte. Il conflitto diventava istituzione. Da allora, quel gesto di sedersi da un lato o dall’altro ha fatto il giro del mondo, come un format politico globale.

Dagli Stati Uniti all’India, dall’Europa alle Americhe, la scena si ripete identica: il parlamento diviso in due schieramenti contrapposti, la linea immaginaria al centro che separa la ragione dall’errore, secondo chi guarda, ovviamente.
Non è un caso che anche nel Novecento, con il cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, la politica italiana tornasse a essere osservata come una costruzione da laboratorio. Non si trattava più di credere nella destra o nella sinistra, ma di organizzarle, di renderle utili al mantenimento dell’equilibrio. Gelli, con la sua visione inquietante e per certi versi preveggente, aveva intuito ciò che molti politologi avrebbero riconosciuto solo decenni dopo: che la divisione non serve a distruggere la società, ma a tenerla sotto controllo.

Il Piano di Rinascita Democratica rappresentò, in fondo, la trasformazione della politica in ingegneria sociale. Non più la destra e la sinistra come ideali contrapposti, ma come strumenti per ordinare il caos, proprio come accadde nel 1789, quando i deputati dell’Assemblea francese si divisero in due sponde per dare forma al conflitto. Solo che, in questo caso, il “caos” non era l’ancien régime: era la democrazia stessa, con le sue incertezze, i suoi imprevisti e le sue voci troppo libere.
Così, ciò che nell’origine era stato simbolo di libertà politica divenne, nel secolo breve, un meccanismo di contenimento: una scenografia ordinata per rappresentare il dissenso senza mai lasciarlo davvero esplodere. La destra e la sinistra non erano più poli morali, ma coordinate funzionali, linee di forza necessarie a mantenere il sistema in perenne equilibrio e in perenne illusione di scelta.
La cosa curiosa, e forse ironica, è che quella linea, nel tempo, si è fatta mobile. La destra e la sinistra non sono più posizioni fisse, ma coordinate in movimento. Ciò che ieri era rivoluzionario, oggi è conservatore. Ciò che ieri era difesa dell’ordine, oggi è protesta contro il sistema. È come se l’umanità, per giustificare la propria incapacità di stare unita, avesse inventato un eterno ballo politico a due.
Dietro questa danza c’è una domanda più grande: perché abbiamo bisogno di dividerci in categorie? Forse perché il pensiero, come il corpo, ha bisogno di equilibrio. La destra e la sinistra sono due emisferi della stessa mente politica: una tende alla conservazione, l’altra alla trasformazione. Ma quando una delle due prevale troppo, il corpo della civiltà vacilla. Nel mondo globalizzato la frattura si è fatta più sottile e più confusa.

Oggi la destra non è più necessariamente il bastione dei valori e la sinistra non è più il laboratorio dei sogni. Si combattono guerre identitarie che scavalcano le ideologie classiche: i progressisti invocano ordine, i conservatori si scoprono rivoluzionari. Tutto si è spostato, eppure il bisogno di dire “noi” e “loro” rimane intatto. A ben guardare, il dibattito geopolitico non è altro che la proiezione planetaria di questo vecchio schema mentale.
L’Occidente e l’Oriente, il Nord e il Sud, i dem e i rep, i globalisti e i sovranisti: le categorie cambiano, ma la matrice è la stessa. Ogni volta che il mondo tenta di ritrovare un’unità, riscopre di essere diviso esattamente come nel 1789.

Solo che oggi non ci si siede più su banchi di legno, ma su algoritmi, feed e piattaforme. La nuova Assemblea è digitale, e anche lì, simbolicamente, c’è sempre una riva destra e una riva sinistra.
Forse, allora, la domanda non è più quando sia nata la destra e la sinistra, ma quando l’uomo imparerà a smettere di usarle per non capirsi. Perché a forza di stare da una parte, rischiamo di non accorgerci che il fiume quello vero, quello della storia continua a scorrere in mezzo, portando via tutti.
























