
Si fa presto a dire Toscana. È una continua salita e discesa tra monti, colline e mare, si attraversano campi coltivati, vigneti ed oliveti che si stagliano sul territorio a perdita d’occhio. All’improvviso un castello, circondato da campi di girasoli che piegheranno armoniosamente la testa al calar del sole; non importa di che colore sia il cielo oggi, nell’aria c’è un profumo inconfondibile di roseti selvatici che annunciano il risveglio della natura.

Ogni regione italiana è un piccolo regno e ognuna porta con sé un bagaglio di storie e di leggende che si tramandano per secoli e s’intrecciano con pensieri che non sappiamo se collocare nella verità o nella fantasia. Ma la mia Toscana ha quell’aria selvaggia e spettinata che vive di intuito e cuore che pulsa, colei che donando se stessa, porta i semi della vita, ispira nuove opere, tesse i fili della natura con la luce della luna. Sarà che il vino è rosso come il sangue della passione, ed è con essa che la storia, la filosofia, l’arte e la religione prendono vita, il suo lento scorrere ha la sicurezza in sé, tanto da essere invidiata come la bellezza che non si riesce a vedere.

Paragono la Toscana a una donna antica, più dei tempi dei tempi quando l’intuito era ricchezza; non saprei trovare le parole per esprimerne l’attrazione. È elegante, di carattere anzi direi accattivante, per l’inesprimibile carisma che la domina. Si può definire l’anima in molti modi, ma l’energia che scorre nelle viscere di una terra antica, mantiene la memoria profonda. Avevo sette anni quando toccando le pietre scolpite per costruire i muri delle case dei vecchi borghi, percepivo il loro “chiacchiericcio”, la vitalità custodita dal ventre della terra per secoli.

Ogni angolo di Toscana ha storie da raccontare, ogni casa possiede una porta, e ogni porta è una soglia per entrare o uscire da un personale mondo. È nel presente che ricordiamo e facciamo divenire memoria il passato, e non sempre riusciamo ad afferrare il futuro che ci è già accanto, è l’attimo fugace, che si differenzia da ciò che abbiamo realmente immaginato.

Tempo, parola coniata ed abusata dagli uomini, evidenziata nella percezione della sua mancanza. L’arroganza umana pensa di possederlo e compete con la natura, la quale semplicemente si accontenta di scorrere nell’eterno presente tra l’alba e il tramonto. È il continuo compromesso del pendolo che oscilla tra senso e non senso; ammettiamolo, una certa negatività piace, rende più insignificanti le aspirazioni umane che si contrappongono forzatamente ai sogni, quelli belli che ci regalano attimi di magia che placano veramente il caos e l’inquietudine del rumore quotidiano, quello che affolla la nostra mente e ci rende tutti avvolti nel mantello astratto dell’uguaglianza.

La quiete della Toscana è uno stato d’animo, i suoi sentieri attraversano un caleidoscopio di colori che l’aria delle stagioni muta dal giallo ocra al verde smeraldo, battaglie di acquerelli, spruzzate di viola e di marrone che arrossite timidamente davanti alla maestà dell’arancio, divengono il rosso fuoco delle assolate giornate estive, sono quelle pennellate che i “Benedetti o Maledetti” pittori toscani, i Macchiaioli, ci hanno lasciate impresse nelle loro tele.

Le vecchie strade si snodano dietro i profili aggraziati delle colline ondulate, ciottoli di pietra, cipressi sentinella si ergono severi come colonne di marmo basate su radici intrecciate da millenni. Cammino per le valli, osservo in lontananza la maestosità delle torri di San Gimignano, gli echi delle guerre e del sangue sparso tra Guelfi e Ghibellini ancora risuona nella natura che ne fu testimone. Arrivo davanti all’Abbazia di San Galgano, il luogo che conserva la spada nella roccia, ferro e pietra uniti nei secoli, storie e leggende di un Galgano realmente esistito e di un Artù immaginario; il primo che conficca la spada nella pietra quale gesto di conversione ai suoi infiniti peccati umani, e il secondo che la estrae come il predestinato a instaurare un regno di giustizia. Solo allora mi accorgo che accanto a me c’è una bambina di circa sette anni, mi guarda e mi sorride, ha qualcosa di magnetico nello sguardo, sembra conoscere il “segreto” che è nell’etere che ci circonda. Sì, lo chiamo “segreto”, appartiene ai bambini che una volta divenuti adulti:dimenticano. Perdono la magia di meravigliarsi, lo stupore, ,la curiosità di scoprire dove ancora viva la loro parte fanciulla, che è tremendamente impaurita dal nostro abbandono. Continuo a camminare lungo la via Francigena, quanti uomini hanno percorso la strada in cerca di se stessi e di quel ponte tra una realtà spesso illusoria e un sogno veritiero. Lo sguardo di quella bambina, incontrata poco prima, mi crea un un perfetto ritmo sincronizzato come un alfabeto morse.. Mi inginocchio per toccare la terra è dura ed arida, ma tra le mie dita scivola via come polvere alla quale so di appartenere da millenni, respiro l’aria ed osservo la vegetazione che mi circonda. Non sono diversa da lei, se non nella presunzione di essere. Noi assorbiamo le caratteristiche della terra che ci ospita la quale è in grado di rimettere ordine e ricollocarci nel giusto posto dell’Universo.


















































