
Non basta riportare ovunque il discorso di Mark Carney, ma comprenderne bene ogni parola, domandarsi il perché. Non sono parole contro qualcuno, ma contro una “finzione”. Mentre pubblicavo questo articolo, mi è tornato alla mente un passaggio che oggi appare quasi profetico. Nel 1972, all’Accademia militare di Modena, Eugenio Cefis tenne un discorso destinato a rimanere sotterraneo ma decisivo. Disse ai giovani ufficiali, futuri punti chiave del sistema, che il potere del futuro non sarebbe stato solo negli Stati, ma nelle multinazionali, che avrebbero dovuto comprenderle, accettarle, studiarle, perché lì si sarebbe spostato il vero centro decisionale del mondo.
Quella visione accompagnò la nascita della globalizzazione economica che a Davos nel 1971 con Klaus Schwab, abbiamo conosciuto per cinquant’anni. Oggi, a Davos, sembra essersi celebrato l’atto finale di quella stessa stagione. Come se il cerchio iniziato allora si stesse chiudendo, anche cambiando il luogo futuro dove si terrà il Forum.
Non è solo la fine di un modello economico. È la fine dell’illusione che il potere potesse essere neutrale, invisibile, senza responsabilità politica. La globalizzazione è nata come progetto. Sta finendo come realtà storica.
Carney non ha parlato di transizione, ma di frattura. Ha detto ciò che molti pensano da tempo che le regole non proteggono più, l’integrazione economica è diventata un’arma e fingere che il sistema funzioni è diventato il vero rischio.
In questo passaggio entra inevitabilmente Donald Trump, non come protagonista, ma come detonatore. Carney non lo difende, ma ne riconosce implicitamente l’effetto, Trump è stato il primo a smettere di fingere, mostrando che i rapporti internazionali oggi si fondano sui rapporti di forza più che sulla retorica. Trump non viene celebrato in quel discorso, ma neppure demonizzato, viene superato, perché ha svolto, forse suo malgrado, la funzione più destabilizzante di tutte, rendere visibile ciò che prima veniva nascosto. E quando una verità strutturale emerge, non può più essere rimossa, può solo essere affrontata.
Qui si trova il concetto di René Girard, mentore di Peter Thiel e di J.D Vance vice presidente americano. Trump è il capro espiatorio volontario su cui proiettare le contraddizioni della globalizzazione, per evidenziarle per rivelarne le fragilità.
È questo il cuore del discorso di Carney, quando parla alle nazioni e dice: “Se non siete al tavolo, vuol dire che siete nel menù”Riconoscere che il vecchio ordine non tornerà e che la nostalgia non è una strategia. Davos non ha celebrato la globalizzazione, né ha certificato il suo tramonto. E ha posto una domanda che riguarda tutti, continuare a fingere o costruire qualcosa di nuovo partendo dalla verità? Carney non difende Trump.
Ma riconosce implicitamente una verità scomoda, se smetti di recitare, tutti gli altri sono obbligati a scegliere se continuare a mentire o iniziare a costruire davvero.
Elena Tempestini
Elisabetta Failla