La chiesa di Santo Stefano al Celio rappresenta l’architettura della Gerusalemme futura. Elena Tempestini.

La diffusione del culto di Santo Stefano, primo martire del Cristianesimo, conosce un momento decisivo nel V secolo grazie all’opera di Sant’Agostino, che a partire dal 425 d.C. ne divenne uno dei principali propagatori in Occidente. In un celebre discorso, il vescovo di Ippona riferisce come, subito dopo il ritrovamento delle reliquie del santo a Gerusalemme, iniziarono a manifestarsi miracoli nei luoghi a lui dedicati. Fin dall’origine, la figura di Stefano assume una prossimità singolare a Cristo stesso: negli Atti degli Apostoli è colui che, nel momento supremo della morte, perdona i propri carnefici, reiterando il gesto salvifico del Maestro. Per questo motivo la sua memoria liturgica è collocata immediatamente il giorno dopo il 25 dicembre, come sigillo teologico del mistero dell’Incarnazione.

Dante Alighieri, nel Purgatorio (canto XV), restituisce con straordinaria potenza visionaria la scena della lapidazione di Stefano, insistendo sul perdono pronunciato nel momento della morte:

“Poi vidi genti accese in foco d’ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: ‘Martira, martira!”

Stefano viene lapidato a Gerusalemme intorno al 31 d.C., per istigazione del Sinedrio, con l’accusa di bestemmia contro Dio e contro Mosè. È il primo dei sette diaconi scelti dagli Apostoli e il primo martire cristiano. In sua memoria sorsero numerosi edifici sacri; tra questi, uno si distingue in modo radicale per forma, collocazione e densità simbolica: la chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio, a Roma. La chiesa fu edificata sotto il pontificato di papa Simplicio (468–483 d.C.), probabilmente intorno al 470, sul colle del Celio, uno dei più vasti e antichi dei sette colli romani, dominante la valle dell’Anfiteatro Flavio. Il Celio, anticamente detto Querquetulanus per la presenza di un querceto sacro, era attraversato dall’acquedotto Appio e accessibile dalle porte Celimontana e Capena, quest’ultima snodo originario della via Appia e della via Latina. La costruzione di Santo Stefano Rotondo si colloca in uno dei periodi più drammatici della storia romana. Dopo la morte di Teodosio nel 395, l’Impero fu diviso; nel 452 Aquileia venne distrutta dagli Unni di Attila; nel 455 Roma fu saccheggiata dai Vandali di Genserico; nel 476 la deposizione di Romolo Augustolo segnò la fine formale dell’Impero romano d’Occidente. In questo scenario di dissoluzione politica e spirituale, il Cristianesimo assunse il compito di rifondare simbolicamente il mondo.
Non è casuale che la chiesa sorga su un antico bosco sacro preromano, in prossimità dei principali templi egizi di Roma, e direttamente sopra il mitreo dei Castra Peregrini, la caserma delle milizie straniere. Il Celio era un’area ad altissima densità cultuale: vi prosperarono il culto di Iside, attestato da Trebellio Pollione, e quello di Mithra, religione misterica particolarmente diffusa negli ambienti militari e sostenuta da imperatori come Diocleziano, che nel 307 elevò Mithra a protettore del proprio potere. Solo con Costantino e la vittoria del Cristianesimo nel 312 d.C. le religioni misteriche iniziarono il loro declino. In Occidente, Sant’Agostino e papa Simplicio contribuirono a delineare una nuova geografia del sacro, occupando e trasfigurando gli spazi simbolici delle antiche divinità. Le prime chiese cristiane adottano prevalentemente la pianta basilicale longitudinale, derivata dall’architettura civile romana. Gli edifici a pianta centrale sono generalmente riservati a mausolei, battisteri e martyria. Fanno eccezione casi rarissimi, tra cui San Lorenzo a Milano e Santo Stefano Rotondo a Roma, concepita non come semplice martirio, ma come spazio assembleare. L’edificio fu progettato con diametro e altezza pari a 144 cubiti romani (un cubito misura circa 0,462 metri), così da poter essere inscritto idealmente in una sfera perfetta, immagine della totalità cosmica.
Il numero 144 non è arbitrario. È il numero della creazione 24 ore per 6 giorni, la radice quadrata di 12 × 12, cifra della massima completezza, valore numerico della Gerusalemme celeste nell’Apocalisse, nonché numero ricorrente nella tradizione biblica e patristica. Platone e Aristotele lo consideravano soglia di mutamento per le città e i cicli storici. Ma 144 possiede anche una rilevanza astronomica: la differenza tra i due principali valori della precessione degli equinozi, quello di 25.920 simbolico tradizionale e quello di 25.776 anni astronomici e più preciso, la differenza e’ 144. È inoltre il dodicesimo termine della sequenza di Fibonacci, legata alla sezione aurea e alle strutture fondamentali della natura.
L’interno, della chiesa di Santo Stefano Rotondo è articolato in tre cilindri concentrici. Il locale centrale aveva un diametro di 48 cubiti; ventidue colonne lo separavano dal secondo anello, il quale distava ventiquattro cubiti dal terzo, formato da otto grandi piloni di sostegno e trentasei colonne. A una distanza ulteriore di ventiquattro cubiti si collocava il muro esterno. La luce penetrava da trentasei finestre esterne e da ventidue finestre che illuminavano il nucleo centrale. Dodici scalini conducevano alle otto porte esterne, che immettevano in quattro ambienti disposti a croce secondo i punti cardinali; da questi si accedeva, attraverso altre quattro porte, allo spazio sacro vero e proprio.
Ogni numero è carico di significato. I dodici gradini rimandano ai dodici Apostoli che sorreggono la Chiesa. L’otto, ripetuto nei portali e nei pilastri, allude al mistero della Resurrezione, avvenuta l’ottavo giorno, simbolo di una nuova era del mondo; non a caso, i battisteri cristiani sono spesso ottagonali. L’ottagono disegna e contiene la croce, orientata lungo l’asse nord-sud, inscrivendo la Passione nel cosmo. Le ventidue colonne e finestre del nucleo centrale possono essere lette come riferimento alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, dalla prima all’ultima, Alfa e Omega, principio e fine. Il numero trentasei, legato alle colonne e alle finestre esterne, equivale a tre volte dodici e richiama insieme la Trinità, la perfezione e la totalità apostolica; è anche il numero delle stelle dello zodiaco nel sistema babilonese e il risultato dell’ogdoade, la somma dei numeri da uno a otto. Su Santo Stefano Rotondo sono stati condotti molti studi di particolare profondità simbolica, quello più importante che ricordiamo è di Ritz Sandor, che ha interpretato il tempio come anticipazione architettonica della Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse di Giovanni: una città quadrangolare, le cui misure sono uguali in lunghezza, larghezza e altezza, con mura di centoquarantaquattro cubiti, nella quale non vi è tempio, perché Dio stesso è il tempio. Perché, allora, una chiesa rotonda? Entrare in uno spazio circolare significa perdere l’orientamento spaziale e temporale, ritornare alla dimensione primordiale dell’umanità raccolta intorno al fuoco sacro. La liturgia non si sviluppa come sequenza, ma come esperienza cosmica. Il cerchio è simbolo di perfezione, del cielo e di Dio: non ha inizio né fine. Il quadrato rappresenta la terra. La quadratura del cerchio diviene così metafora del tentativo umano di elevarsi dal piano materiale a quello divino. In Santo Stefano, il cubo apocalittico si trasforma in sfera: la Gerusalemme futura è anticipata come promessa, non come compimento. Santo Stefano Rotondo è un tempio senza spazio e senza tempo, fondato su luoghi che conobbero altri dèi e altre rivelazioni. È dottrina fatta pietra, ammonimento e promessa. Come l’Apocalisse, parla un linguaggio simbolico, doppiamente velato, esoterico ed essoterico. Oggi la chiesa appare quasi invisibile dall’esterno, segnata dal tempo e dall’abbandono. Le sue mura non lasciano intuire la ricchezza che custodiscono. Forse, come ammonisce Giovanni, non siamo più capaci di leggere i numeri sacri, di ascoltare la Parola, di riconoscere la verità trasmessa dalla forma. Restano pochi, in una sorta di veglia silenziosa, pronti al duplice combattimento evocato da san Bernardo, contro la materia e contro gli spiriti del disordine. Non è un caso che i custodi del Santo Sepolcro abbiano edificato chiese rotonde: immagini terrene di un centro eterno, dove la pietra ricorda all’uomo ciò che ha dimenticato.

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