
“La Repubblica Tecnologica: potere, dati e destino dell’Occidente”
La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, è un libro che va letto non come un saggio tecnologico, ma come un manifesto politico-strategico. Pubblicato negli Stati Uniti il 18 febbraio 2025, il volume è arrivato in Italia il 21 ottobre 2025, in un momento storico segnato da competizioni# tra potenze, dalla guerra lunga e dalla crisi del modello liberale occidentale.
Alexander C. Karp non è un osservatore neutrale. È il cofondatore e CEO di Palantir Technologies, insieme a Peter Thiel, una delle figure più influenti e controverse della Silicon Valley. Palantir non è una semplice azienda tecnologica, ma è una infrastruttura di elevato potere, un sistema di analisi dei dati utilizzato da governi, apparati di sicurezza, eserciti e agenzie d’intelligence. Non a caso, Palantir che prende il nome dalla saga del Signore degli Anelli è una delle sette pietre che vedono il futuro, ed è realmente definita “l’occhio onniveggente” del XXI secolo, non per suggestione simbolica, ma per funzione strategica di lettura dati.
Il cuore del libro ha una tesi netta: l’Occidente rischia di perdere la sua centralità storica non per inferiorità tecnologica, ma per mancanza di volontà politica e culturale. Karp denuncia una frattura profonda tra élite tecnologiche e istituzioni democratiche, accusando il mondo accademico, parte dell’imprenditoria e della burocrazia occidentale di aver abdicato alla responsabilità storica del potere.
Secondo gli autori, la tecnologia non è neutra. È sempre espressione di una visione del mondo. Se l’Occidente rinuncia a orientarla secondo i propri valori di libertà, responsabilità, difesa delle società aperte, altri lo faranno. In particolare, il libro individua nella Cina il modello alternativo, uno Stato che integra pienamente tecnologia, strategia, controllo territoriale e visione imperiale.
Il messaggio è chiaro e volutamente provocatorio: la Silicon Valley non può restare moralmente distante dal destino geopolitico dell’Occidente. Karp critica l’illusione che l’innovazione possa prosperare separata dalla difesa, dalla sicurezza e dalla sovranità. In questo senso, La repubblica tecnologica è anche una critica interna al mito libertario della tecnologia come spazio “post-politico”.
Il dato, in questo libro, non è solo informazione: è potere strutturale. Chi controlla i flussi di dati, le architetture decisionali e la capacità di interpretare la complessità, controlla il campo di battaglia di questa epoca che non è solo militare, ma economica, cognitiva, infrastrutturale. Palantir viene implicitamente proposta come modello di integrazione tra sapere tecnico e interesse nazionale. Uno dei passaggi più controversi del libro riguarda il rapporto tra la Silicon Valley e il potere statale. Karp sostiene che la storica diffidenza tra tecnologia e governo sia diventata un lusso che l’Occidente non può più permettersi. Nel mondo descritto da Karp:
i dati sono il territorio, gli algoritmi sono le infrastrutture critiche e la capacità di analisi è una forte deterrenza.
Da qui l’idea di una “repubblica tecnologica”, in cui imprese ad alta intensità tecnologica collaborano apertamente con lo Stato per garantire sicurezza e continuità strategica. Non una fusione indistinta, ma un’alleanza strutturata, regolata e orientata a obiettivi di interesse pubblico.
Da non sottovalutare il rapporto tra Donald Trump e la Silicon Valley, che è stato storicamente conflittuale, ma nel libro l’analisi è più sottile. Karp non difende Trump come figura politica, né lo demonizza, lo considera un sintomo. Secondo Karp, l’era Trump ha messo in luce una frattura profonda: da un lato, l’élite tecnologiche spesso sono scollegate dal sentimento nazionale, dall’altro e’ in atto una politica populista che diffida della tecnologia ma ne sfrutta il potere. Trump viene letto come l’espressione di una domanda di sovranità che le democrazie liberali avevano ignorato troppo a lungo. La Silicon Valley, nel suo isolamento morale e culturale, ha contribuito a questa frattura. Ma la risposta, per Karp, non è il ritiro della tecnologia dalla sfera pubblica, anzi è esattamente l’opposto. La tecnologia, sostiene karp, deve assumersi una responsabilità politica, altrimenti sarà la politica, e nella sua forma più brutale a impadronirsene sicuramente una tesi non rassicurante, scomoda ma centrale
Il punto più discusso del libro è che la neutralità tecnologica è solo una finzione.
@Ogni scelta tecnica incorpora una visione del mondo. Rinunciare a guidarla equivale a cedere potere strategico. In questo senso, Palantir non è solo un’azienda, ma un modello: tecnologia costruita esplicitamente per servire lo Stato, non per sostituirlo, il punto è etico e strategico. Karp sostiene che l’Occidente deve recuperare il coraggio di scegliere, di assumersi il peso morale delle proprie decisioni, di riconoscere che la neutralità è spesso una forma mascherata di resa. La “repubblica tecnologica” non è un nuovo Stato, ma una alleanza consapevole tra sapere, potere e responsabilità.
Emerge una domanda critica: può una civiltà sopravvivere se rinuncia a difendere se stessa anche sul piano tecnologico?
Il libro non offre consolazioni. Offre una presa d’atto: il tempo della delega è finito. La tecnologia è ormai una questione di sicurezza nazionale, di ordine internazionale, di sopravvivenza culturale. E ignorarlo, per l’Occidente, non è un’opzione.
“La pace, dice Karp, non nasce dall’inerzia. Nasce dalla capacità di vedere, comprendere e custodire il proprio futuro