
Quando Winston Churchill, con il suo humour tagliente, definì gli Italiani “un popolo bizzarro, fascista in massa un giorno e partigiano in massa quello successivo”, non stava giudicando un Paese, ma fotografando un carattere. Una battuta, certo, ma anche un lampo di lucidità: l’Italia quando cambia il vento, cambia racconto, prima ancora di cambiare comportamento.
A distanza di quasi un secolo, quelle parole non hanno perso forza. Perché l’Italia continua a muoversi con quella stessa, sorprendente flessibilità identitaria. Una forma di ginnastica nazionale che supera i governi e i cicli economici: si oscillava allora tra consenso e dissenso, come si oscilla oggi tra europeismo e scetticismo, tra slanci riformisti e nostalgie improvvise.
Il punto non è la coerenza. È la capacità tutta italiana di ricollocarsi in tempo reale.
Praticamente una doppia verità rassicura tutti e nessuno avrebbe esclamato Pirandello!!!
Il modo in cui la narrazione politica viene costruita per gli italiani ha qualcosa di profondamente teatrale. I fatti si muovono, ma il racconto li rincorre con un certo ritardo, cercando ogni volta la cornice più accettabile.
Ieri la propaganda passava per la radio EIAR, oggi per i social e per i talk show: la tecnologia cambia, la dinamica no.
L’italiano medio assorbe il messaggio che gli permette di sentirsi nella parte “giusta” della storia, mentre chi governa utilizza proprio quella duttilità per pilotare, attenuare, alleggerire le contraddizioni.
In questa danza, la politica sa che l’Italia non è un Paese statico: è un Paese che preferisce raccontarsi piuttosto che guardarsi allo specchio.
Guardando agli ultimi anni, si ritrova la stessa malleabilità che Churchill aveva colto: un giorno siamo inflessibili difensori dell’integrazione europea, il giorno dopo difensori della sovranità nazionale;
un giorno ci scandalizziamo della corruzione, il giorno dopo votiamo chi “ci assomiglia”;
un giorno chiediamo stabilità, il giorno dopo pretendiamo cambiamenti radicali.
Non è schizofrenia collettiva. È il nostro modo di sopravvivere alla complessità: aprire sempre una via di fuga narrativa.
La storia cambia, noi ci adattiamo. È una costante che va da Giolitti al boom economico, da Tangentopoli ai governi tecnici. Se oggi Churchill leggesse i titoli dei giornali o ascoltasse i dibattiti politici, probabilmente sorriderebbe.
Parlare degli Italiani come di un popolo capace di essere tutto e il contrario di tutto non sarebbe più una provocazione, ma una constatazione sociologica.
E la sua battuta, aggiornata ai tempi della comunicazione digitale, suonerebbe così:
“Gli Italiani cambiano idea con una rapidità straordinaria… ma il loro modo di cambiare idea resta sempre lo stesso.”
Quella frase di Churchill non è un atto d’accusa: è uno specchio.
Ci ricorda che il nostro Paese vive di dualità:
tradizione e modernità, disciplina e improvvisazione, slancio e rinuncia.
L’Italia è una somma di identità che convivono, si sovrappongono, si contraddicono. Ed è proprio questa doppiezza fragile e brillante insieme che ci rende un popolo così difficile da definire, e così facilmente riconoscibile.
In fondo, l’ironia di Churchill non “irrde” gli Italiani, li descrive e descrivendoli li svela: capaci di cambiare tutto per non cambiare nulla, o di cambiare nulla facendo finta che sia cambiato tutto.