
Profitti gonfiati, contabilità creativa e scommesse contro i giganti tech: cosa sta davvero accadendo sui mercati e perché novembre 2025 potrebbe essere ricordato come un punto di svolta della finanza.
Quando Michael Burry parla, i mercati tendono a fermarsi, non perché sia infallibile, ma perché nella storia recente è stato uno dei pochi ad aver visto arrivare tempeste che molti ignoravano. La sua previsione sulla crisi dei subprime del 2008 anche raccontata nel libro e nel film La Grande Scommessa , lo ha consacrato come la voce capace di leggere dove gli altri vedono solo rumore.
Per questo la decisione annunciata in questo novembre 2025, di chiudere Scion Asset Management, ha avuto un impatto immediato: un gesto raro per un gestore, e ancora più raro se compiuto in un momento di massima euforia per il settore tech e per tutto ciò che ruota intorno all’intelligenza artificiale. La chiusura di Scion è stata formalizzata il 10 novembre nelle registrazioni alla SEC, un atto che non lascia spazio a interpretazioni: per Burry il rischio sistemico è tornato, e riguarda in primo luogo la bolla speculativa dell’AI.
Burry sostiene da tempo che i mercati si siano “distaccati dai fondamentali”.
Non è una metafora: significa che i prezzi delle azioni non riflettono più i dati reali delle aziende, ma aspettative e narrazioni.
L’intelligenza artificiale, soprattutto dopo il 2023, ha generato una corsa agli investimenti senza precedenti. Le capitalizzazioni sono cresciute più velocemente dei ricavi, dei margini e degli utili. La promessa dell’AI ha oscurato l’analisi tradizionale dei bilanci.
Secondo Burry, oggi ci troviamo davanti a un fenomeno già visto nella storia: valutazioni iperboliche, profitti dichiarati che non corrispondono ai cicli di investimento reali, una fiducia cieca nella tecnologia come motore illimitato di futuro.
Il punto non è negare la rilevanza dell’intelligenza artificiale bensì è interrogarsi sulla sostenibilità economica di questo entusiasmo. Da questo pensiero nascono le scommesse ribassiste contro Nvidia e Palantir
Prima di chiudere Scion, Burry aveva assunto posizioni ribassiste contro alcuni dei principali simboli della corsa all’AI: Nvidia, cuore tecnologico delle GPU per modelli AI, con una crescita valutativa vertiginosa; e Palantir Technologies che fondata da Peter Thiel, il vero gigante della data intelligence, oggetto di un hype costante sulle sue partnership governative e militari. La logica di Burry è lineare: quando una valutazione cresce molto più dei fondamentali, lo sbilanciamento prima o poi si corregge. È già successo con le dot-com, con il settore biotech, con i subprime. Il suo allarme riguarda proprio questo eccesso di fiducia: una narrativa perfetta che però rischia di non essere supportata da utili reali. La critica più pesante che Burry muove alla Silicon Valley riguarda gli hyperscaler, cioè le aziende che gestiscono reti di data center su scala massiccia, in grado di fornire servizi cloud e gestire carichi di lavoro enormi per miliardi di utenti come Amazon, Microsoft, Google ecc, praticamente i custodi dell’infrastruttura su cui si regge l’intera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Secondo Burry, molti utili presentati come “boom dell’AI” sarebbero in realtà il risultato di un uso aggressivo degli ammortamenti: i colossali investimenti in data center e hardware vengono distribuiti contabilmente su periodi così lunghi da rendere più leggera la spesa nei bilanci trimestrali.
È legale, certo. Ma altera la percezione della redditività reale.
Questa distorsione, se applicata su larga scala, può gonfiare artificialmente l’intero settore tech e ingannare gli investitori meno attenti ai dettagli contabili. Possiamo pensare ad una bolla speculativa tecnologica.? ci sono le analogie con il passato? Perché il termine “bolla” evoca ricordi precisi: la dot-com bubble dei primi anni 2000. Allora bastava aggiungere “.com” al proprio nome per attirare capitali. Oggi basta pronunciare “AI”. Le analogie sono molte: crescita delle valutazioni più rapida dei ricavi, aspettative irrealistiche, riduzione dello scetticismo, capitali che inseguono narrazioni più che numeri.
Sicuramente la storia non si ripete mai identica, ma spesso ritorna sotto nuove forme.
Come sempre accade quando Burry parla, il mercato si divide: Una parte dei grandi investitori difende la solidità della crescita dell’AI, definendola strutturale e inevitabile. Un’altra parte, più prudente, ammette che il rischio di sovravalutazioni è reale e che la contabilità degli hyperscaler merita maggiore vigilanza. Nel frattempo, la sola notizia della chiusura di Scion ha aumentato la volatilità dei titoli AI e riacceso il dibattito sulla sostenibilità della loro corsa.
Il timore di Burry è chiaro:
la bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare il punto debole dell’intero mercato del 2025. Un eventuale crollo dei titoli AI avrebbe effetti a catena sull’intero mercato, proprio come accadde nel 2008 quando il problema era confinato – almeno apparentemente ai mutui subprime.
La chiusura di Scion non è una notizia qualsiasi: è un segnale.
Che abbia ragione o torto, Michael Burry ci ricorda che ogni rivoluzione tecnologica porta con sé entusiasmi eccessivi e rischi nascosti. Oggi la domanda da porsi non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo perché sicuramente lo farà.
La vera domanda è a quale prezzo e con quale sostenibilità economica.
In questo momento le valutazioni dei colossi tech toccano nuovi record, la voce di Burry ci invita a osservare ciò che si trova sotto la superficie.
E nelle grandi trasformazioni, spesso, è proprio lì che si nascondono le verità più importanti.