
Quando l’India decide di cambiare fornitore di petrolio, il mondo ascolta.
La notizia dell’acquisto di 4 milioni di barili di greggio guyanese da parte di Indian Oil Corporation e Hindustan Petroleum, due delle principali raffinerie statali indiane, non è un semplice movimento commerciale: è una manovra geopolitica.
Dietro l’operazione con ExxonMobil, che controlla la produzione di petrolio in Guyana, si intravede una revisione profonda della politica energetica di Nuova Delhi e, più in generale, un segnale di riallineamento nei rapporti di forza tra Washington, Mosca e l’Asia meridionale.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’India aveva approfittato dei forti sconti offerti da Mosca per consolidare le proprie scorte energetiche, diventando uno dei principali acquirenti di greggio russo. Una scelta definita da molti “pragmatica”: garantire approvvigionamenti stabili a basso costo in un momento di inflazione e tensioni sui mercati globali.

Tuttavia, il recente accordo con ExxonMobil segna un cambio di prospettiva. Nuova Delhi, pur senza rinnegare i legami con Mosca, inizia a diversificare le proprie rotte energetiche per evitare una dipendenza eccessiva e rispondere alle pressioni occidentali, in particolare statunitensi, che da mesi chiedono all’India di “non finanziare indirettamente la guerra” russa.
La pressione di Washington si è concretizzata in modo esplicito lo scorso 1° agosto 2025, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto ufficialmente all’India di interrompere le importazioni di petrolio russo.
Una richiesta che, se accolta, potrebbe mettere a rischio miliardi di dollari di entrate per la Russia, spingere Mosca a reagire bloccando un importante oleodotto guidato dagli USA e, potenzialmente, innescare una nuova crisi globale dell’offerta energetica.
L’India, terzo importatore mondiale di petrolio, è infatti divenuta dal 2022 il maggiore acquirente di greggio russo, con acquisti fino a 2 milioni di barili al giorno, pari al 2% dell’offerta globale. Altri grandi acquirenti restano la Cina e la Turchia.
La scelta della Guyana non è casuale. In pochi anni, questo piccolo Stato sudamericano è diventato uno dei nuovi poli emergenti dell’energia globale, grazie alle scoperte petrolifere al largo delle sue coste, dove ExxonMobil, insieme a Hess e CNOOC, ha avviato una produzione in rapida espansione.
La dimensione geopolitica lo rende prezioso: acquistare in Guyana significa avvicinarsi all’orbita statunitense e ridurre il rischio di sanzioni o instabilità logistica derivanti dai flussi eurasiatici.
La Russia non ha commentato ufficialmente la decisione indiana, ma il segnale è chiaro: la partnership energetica russo-indiana non è più esclusiva.
Per Mosca, che negli ultimi due anni aveva trovato proprio in Nuova Delhi un mercato vitale per compensare la perdita di clienti europei, si tratta di un colpo strategico non trascurabile.
Per Washington, invece, è una vittoria silenziosa: gli Stati Uniti ottengono un doppio risultato, rafforzando la propria influenza energetica nell’Oceano Indiano e riducendo la dipendenza dell’India dal petrolio russo, senza dover imporre apertamente sanzioni o diktat.
Si è formato un nuovo triangolo energetico: India, Stati Uniti, Sud America.
Questa mossa conferma come l’India stia diventando uno snodo cruciale del nuovo ordine energetico multipolare.
Da un lato, continua a importare da Mosca, dal Golfo Persico e dall’Africa; dall’altro, apre canali con l’Atlantico, consolidando un ponte strategico tra Sud America e Asia.
È la logica del multi-alignment, la diplomazia a più centri, che il premier Narendra Modi ha elevato a dottrina: mantenere rapporti solidi con tutti, senza legarsi a nessuno.
Ma in questo equilibrio sottile, ogni scelta energetica diventa un atto di politica estera.
Il passaggio dell’India verso il petrolio della Guyana non è solo un esperimento commerciale, ma un indizio di come la geopolitica dell’energia stia evolvendo in silenzio.
L’Asia meridionale si configura sempre più come crocevia di interessi globali, dove il controllo dei flussi energetici equivale al controllo dell’influenza politica.
L’India, consapevole della propria centralità, sta ridisegnando la mappa del potere petrolifero globale: tra Oriente e Occidente, tra pragmatismo e strategia, tra memoria coloniale e ambizione di potenza.
E forse, dietro ogni barile di greggio, si cela la vera misura del futuro equilibrio mondiale.