
La Silicon Valley nasce dal silicio, e il silicio porta un nome italiano: Federico Faggin. Fu lui, ingegnere vicentino, a concepire nel 1971 il primo microprocessore, gettando le basi della rivoluzione digitale che ha ridefinito potere, economia e società. Da quella scintilla è nata la civiltà del dato, dove l’informazione è diventata risorsa e strumento di dominio.
Oggi, se il cervello del mondo digitale è nel microchip, il suo corpo corre sotto i mari: oltre il 95% dei dati globali viaggia attraverso cavi sottomarini, un’infrastruttura invisibile che unisce continenti, governi e mercati. E anche qui l’Italia è protagonista silenziosa. La Prysmian Group di Milano è il leader mondiale nella produzione di cavi per energia e telecomunicazioni, mentre la Tratos Cavi Spa di Pieve Santo Stefano realizza tecnologie in fibra ottica che alimentano reti e data network planetari. Da queste infrastrutture dipendono la sicurezza energetica, la capacità di comunicazione e la stabilità geopolitica di interi sistemi.

In questo contesto si colloca la nozione di sovranità tecnologica: la capacità di una nazione di sviluppare, gestire e proteggere autonomamente le proprie infrastrutture digitali. È la nuova forma del potere, fondata sul controllo dei dati e delle reti, che da decenni costituisce l’architettura invisibile della politica globale. Le grandi piattaforme digitali lo hanno compreso bene: trasformare la ricchezza in potere politico e culturale è la loro strategia. Le Big Tech non sono più semplici aziende, ma infrastrutture essenziali per comunicare, lavorare, commerciare.
Figure come Peter Thiel incarnano questa visione: ideologo del monopolio e mentore di intere generazioni di imprenditori e politici, da René Girard a J.D. Vance, teorizza la legittimità del dominio tecnologico come missione quasi salvifica. I tecnocapitalisti non appartengono a partiti: li usano. Accumulano risorse per modellare il futuro a propria immagine, costruendo una sovranità parallela, priva di veri contrappesi.

Così, mentre la politica tradizionale arranca, l’asse del potere si sposta verso chi controlla i flussi di informazione, energia e intelligenza artificiale. Dall’intuizione di Faggin ai cavi sottomarini italiani, emerge una geografia invisibile del potere, in cui l’Italia forse non si rende ancora conto di quanto una parte del suo tessuto industriale sia, in silenzio, uno dei motori trainanti del mondo, con eccellenze tecnologiche e manifatturiere sempre all’avanguardia. Ed è in questa trama sommersa che si gioca la vera sovranità del XXI secolo.