Rogun Dam: l’ambizione idro-strategica del Tagikistan tra geopolitica, sovranità e ingegneria italiana. Elena Tempestini.

Nel cuore dell’Asia centrale, lungo il fiume Vakhsh, prende forma una delle opere più imponenti e simboliche del nostro tempo: la diga di Rogun. Con i suoi 335 metri di altezza, destinata a diventare la più elevata al mondo, Rogun rappresenta molto più di un’infrastruttura idroelettrica è una dichiarazione di identità strategica e indipendenza energetica per il Tagikistan.

Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la gestione dell’acqua in Asia centrale è divenuta terreno di potere, di equilibri mutevoli e di diplomazie silenziose. In questo scenario, Rogun emerge come architrave della sovranità energetica di Dushanbe: un progetto capace di trasformare la risorsa idrica in leva geopolitica e di ridisegnare i flussi energetici della regione.

L’intervento del gruppo italiano Webuild (già Salini-Impregilo), vincitore nel 2016 del contratto per il completamento dell’opera, ha dato al progetto una dimensione internazionale. È l’incontro tra ingegneria italiana e ambizione nazionale tagika: un’alleanza che unisce competenze tecnologiche avanzate e un contesto operativo estremo, in cui la sfida non è solo costruttiva ma anche geopolitica.

Webuild porta con sé il modello del “fare infrastruttura” come atto di diplomazia economica: costruire una diga, in questa prospettiva, significa stabilire alleanze, creare interdipendenze e generare stabilità regionale.

Il completamento dell’impianto, previsto entro il 2029, segnerà una svolta. Il raddoppio della capacità energetica del Paese non solo garantirà autosufficienza invernale, ma permetterà di esportare elettricità verso Afghanistan, Pakistan e altri partner dell’Asia meridionale. Ciò consoliderà il ruolo del Tagikistan come hub energetico continentale, inserendolo in una rete di scambi che trascende i confini nazionali.

Ma Rogun è anche un banco di prova ambientale. La regolazione delle acque del Vakhsh, la tutela della biodiversità e la mitigazione dell’impatto sul bacino richiedono tecnologie di monitoraggio e sostenibilità avanzate, ambiti in cui la competenza italiana si dimostra determinante. L’infrastruttura diventa così laboratorio di eco-innovazione e resilienza idrica, anticipando modelli di equilibrio tra sviluppo e salvaguardia del territorio.

Sul piano geostrategico, la diga rafforza la posizione di Dushanbe in un quadrante delicato, dove le risorse idriche equivalgono al potere politico. Il controllo del flusso del Vakhsh significa, di fatto, poter condizionare i rapporti con Uzbekistan e Kirghizistan, tradizionalmente sensibili alla gestione dei bacini transfrontalieri.

La diga di Rogun è quindi un’opera militare nel pensiero, economica nella funzione e simbolica nell’essenza. È la manifestazione visibile di un principio: che la vera forza di una nazione, oggi, risiede nella capacità di trasformare le proprie risorse naturali in strumenti di autonomia e di influenza.

E nel farlo, il Tagikistan ha scelto la competenza italiana quella che coniuga ingegneria, diplomazia e visione strategica, per costruire non solo una diga, ma una nuova geografia del potere idrico in Asia centrale.

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