Il paradosso di settembre: quando la geopolitica spaventa la politica, ma non la finanza. Elena Tempestini.

Nonostante il primo di ottobre sia entrato in vigore lo shutdown negli Stati Uniti, a causa del mancato accordo sul bilancio federale, la settimana è stata tutta positiva al rialzo delle borse nella maggior parte delle piazze finanziarie. Sempre sostenuta dai titoli tecnologici e dalla conferma che la Fed abbasserà presto i tassi, Wall Street ne ha approfittato per registrare una serie di record, e non manca l’ Europa che in molti indici hanno registrato nuovi massimi. Quindi il mese di settembre si è chiuso come un mese di apparenti contraddizioni: Quantico, shutdown, rivelazioni di rischio guerra globale, droni che invadevano spazi aerei, generazione di ansia nei cittadini ma i mercati finanziari continuavano a correre. Non solo, il 1 ottobre la Pfizer ha siglato un accordo storico con la Casa Bianca esenzione triennale dai dazi in cambio di sconti fino all’85% sui farmaci e nuovi investimenti negli Usa. L’intesa ha fatto volare i titoli Big Pharma e inaugurato una nuova strategia americana nel settore farmaceutico per i futuri tre anni

Mentre il Nasdaq ha chiuso in rialzo di oltre il 6%, lo S&P 500 ha toccato nuovi massimi, e anche i listini europei si sono mossi in territorio positivo. UCB + 27,98%, la multinazionale biofarmaceutica con sede centrale a Bruxelles, Belgio che è specializzata nella ricerca, sviluppo e commercializzazione di farmaci innovativi per patologie del sistema nervoso centrale, malattie neurologiche (epilessia, Parkinson, etc.), malattie immunitarie, patologie rare.  

praticamente l’intero settore farmaceutico mondiale ha accolto con favore la firma tra la Casa Bianca e un laboratorio (Pfizer, in questo caso) del primo accordo del comparto, considerato un modello per gli altri. I termini del compromesso sono meno sfavorevoli rispetto allo scenario inizialmente previsto, che faceva temere dazi doganali massicci e riduzioni forzate dei prezzi. Diversi attori del settore (laboratori, produttori di apparecchiature mediche) hanno guadagnato oltre il 10% questa settimana, dalla A con AstraZeneca alla Z con Zealand Pharma, passando per Roche o Merck KGaA. Fincantieri 22,51% sostenuti da un rinnovato interesse degli investitori per le aziende esposte al ciclo economico, i titoli ciclici dell’industria europea hanno vissuto una settimana fortunata. La prospettiva di un ulteriore calo dei tassi negli Stati Uniti e gli enormi investimenti legati all’IA alimentano l’ottimismo per la dinamica globale.

Come spiegare un simile paradosso?

Perché il mondo politico sembra in costante caduta  sull’orlo di una crisi, e il mondo finanziario celebra la stabilità?

Negli Stati Uniti, lo shutdown è ormai divenuto una sorta di rituale politico: una dimostrazione di forza tra Congresso e Casa Bianca che si ripete ciclicamente, senza mai degenerare in un vero collasso istituzionale.

Negli ultimi decenni, ogni blocco del bilancio federale ha avuto effetti economici marginali e temporanei. Per questo i mercati non lo leggono più come un segnale di disordine, ma come una routine prevedibile, un “rumore politico” che non incide sulla traiettoria dei profitti aziendali.

In altre parole, lo shutdown non è più un evento, ma un pattern: i gestori e gli algoritmi lo prezzano in anticipo, scontando la sua risoluzione e la successiva normalizzazione.

Così, ciò che appare come crisi per la politica, per la finanza è solo una pausa annunciata nel flusso decisionale americano. Le Borse non reagiscono al presente, ma a ciò che si profila nei prossimi sei-dodici mesi.

E nel settembre 2025, le proiezioni erano favorevoli: Tagli dei tassi attesi dalla Federal Reserve per l’inverno; Inflazione in rallentamento sotto il 2,5%; Crescita della produttività tecnologica, spinta dall’intelligenza artificiale e dal riordino delle catene energetiche globali.

I mercati hanno quindi scommesso su un “atterraggio morbido” dell’economia americana, un equilibrio raro tra rallentamento controllato e prospettive di utili solidi.

La geopolitica, pur incerta, è stata percepita come rumore di fondo, non come rischio sistemico. Quindi ci rendiamo conto che la geopolitica diviene un moltiplicatore, e non come minaccia vera e propria

Il richiamo dei militari americani, le esternazioni di guerra mondiale e altre minacce sono state lette in chiave opposta rispetto alla narrativa allarmistica.

Non un segno di ritirata quella americana, ma di razionalizzazione della spesa e consolidamento interno: un tentativo di riorientare le risorse verso i settori strategici difesa tecnologica, cybersicurezza, spazio, energia intelligente.

Questo ha rafforzato la fiducia nella sostenibilità fiscale americana, attirando capitali globali verso il dollaro e i Treasury, i classici beni rifugio.

In un mondo attraversato da crisi simultanee, Caucaso, Ucraina, Medio Oriente, Pacifico, l’America resta l’unico baricentro finanziario capace di attrarre fiducia anche nel caos.

E così, la tensione geopolitica non ha spaventato i mercati: li ha anzi spinti a concentrare i capitali negli asset statunitensi, consolidando il paradosso.

Negli ultimi anni, gli investitori hanno progressivamente desensibilizzato il rischio geopolitico.

Non lo interpretano più come fattore di distruzione del valore, ma come catalizzatore di spesa pubblica, innovazione e riconfigurazione industriale.

Crisi e conflitti generano cicli di investimento in infrastrutture, tecnologia e difesa: la geopolitica, paradossalmente, alimenta la finanza. Questo spiega perché settembre, pur segnato da ansie e tensioni, sia diventato un mese di record:

i mercati non hanno ignorato il rischio, lo hanno anticipato, incorporandolo in una narrativa di continuità.

Lo shutdown ha mostrato la fragilità della politica americana, ma la forza del suo sistema economico.

Le tensioni internazionali hanno messo in discussione l’ordine globale, ma non la fiducia nel capitale americano.

E i mercati, da sempre entità fredde ma anticipatrici, hanno letto in tutto questo una stabilità nascosta nella discontinuità.

In fondo, la finanza non è cieca alla geopolitica.

È semplicemente un passo avanti: non reagisce alla paura del giorno, ma alla traiettoria del domani.

Settembre 2025 ci trasmette una lezione di questo mondo “ velocizzato”  la vera forza di un sistema non si misura dall’assenza di crisi, ma dalla sua capacità di trasformare l’instabilità in previsione. E in questo, la finanza, per quanto spesso criticata, continua a essere uno specchio sorprendentemente lucido del potere reale.

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