Il nome di Tony Blair torna oggi al centro delle dinamiche mediorientali come possibile garante di una fase di transizione politica a Gaza. Un ritorno che non sorprende: l’ex premier britannico, partner privilegiato di Washington nelle campagne militari in Iraq e mediatore ufficiale del Quartetto per il Medio Oriente negli anni Duemila, incarna un profilo che unisce esperienza diplomatica, affidabilità agli occhi delle potenze occidentali e relazioni consolidate con le monarchie del Golfo.
Secondo le indiscrezioni, la proposta di creare una Gaza International Transitional Authority (GITA) sotto l’egida delle Nazioni Unite avrebbe trovato nell’ex leader laburista il candidato ideale a guidarne la fase iniziale. Un’eventuale amministrazione ad interim, con sede provvisoria in Egitto (al-Arish) e successivo trasferimento nella Striscia, sarebbe protetta da una forza multinazionale a maggioranza araba.
La scelta di Blair risponde a più logiche convergenti: infatti per Washington, garantisce un interlocutore fedele e pragmatico, capace di tradurre in governance locale le linee strategiche statunitensi; per Israele, rappresenta una figura non ostile, disponibile a favorire un approccio graduale che non metta subito in discussione l’attuale equilibrio di sicurezza; per il mondo arabo, in particolare le monarchie del Golfo, Blair è un uomo con cui esistono rapporti consolidati, alimentati anche attraverso il suo istituto londinese, che da anni opera come piattaforma di consulenza politica ed economica; per l’Europa, infine, offre un volto internazionale che legittima il progetto sotto l’ombrello ONU.
Ad interessare sono i giacimenti offshore israeliani: praticamente la nuova frontiera del gas, non dimentichiamo che la dimensione politico-diplomatica è inseparabile da quella energetica. Negli ultimi quindici anni, le coste israeliane hanno rivelato la presenza di grandi giacimenti di gas naturale offshore, localizzati nella zona economica esclusiva (ZEE) di Israele nel Mediterraneo orientale, tra 90 e 130 km a ovest di Haifa e lungo il confine marittimo con il Libano e Gaza, i principali sono: Tamar scoperto nel 2009, operativo dal 2013: circa 300 miliardi di metri cubi di gas, situato a 90 km dalla costa di Haifa. È il primo grande giacimento israeliano ad entrare in produzione e alimenta oggi il mercato interno. Leviathan scoperto nel 2010, operativo dal 2019: circa 620 bcm di gas, situato a 130 km dalla costa. È il più grande giacimento offshore del Mediterraneo orientale e ha proiettato Israele nel novero dei grandi esportatori regionali. Karish, scoperto nel 2013, operativo dal 2022, circa 80-100 bcm di gas, situato più a nord, vicino al confine con il Libano, oggetto di tensioni risolte solo di recente con l’accordo marittimo Israele-Libano del 2022 mediato dagli Stati Uniti.
Questi giacimenti hanno trasformato Israele da importatore a potenziale hub energetico regionale, con esportazioni verso Egitto, Giordania e, in prospettiva, Europa, attraverso progetti di liquefazione del gas (LNG) e pipeline regionali. È qui che la questione di Gaza si intreccia con la dimensione energetica: a sud, al largo della Striscia, si trova il giacimento Gaza Marine, scoperto già alla fine degli anni ’90 ma mai sfruttato a causa di vincoli politici e militari. Le stime parlano di circa 30 bcm di riserve, che, seppur modeste rispetto a Leviathan, assumono un valore altamente simbolico per la futura autonomia economica palestinese.
Non è la prima volta che Tony Blair si muove su un crinale dove politica e risorse naturali si intrecciano. Nel 2014, infatti, ha assunto il ruolo di consulente per il progetto Shah Deniz 2 in Azerbaigian, un’iniziativa guidata da BP per l’estrazione di gas nel Mar Caspio e la costruzione del Corridoio Meridionale (TANAP e TAP), destinato a portare energia direttamente in Europa riducendo la dipendenza dal gas russo. Anche in quel caso, la sua funzione non era tecnica, bensì politico-strategica: facilitare rapporti con governi, gestire le implicazioni ambientali e sociali e offrire la propria rete diplomatica per consolidare un progetto di interesse vitale per l’Occidente.
Questo precedente dimostra come la sua eventuale leadership della GITA non sarebbe soltanto un mandato politico, ma una cerniera tra sicurezza e sviluppo, con implicazioni dirette sul futuro utilizzo delle risorse naturali della regione. Non a caso, la stabilizzazione della Striscia aprirebbe la strada a una ridefinizione degli assetti energetici del Mediterraneo orientale, in cui i giacimenti offshore israeliani – e in prospettiva Gaza Marine – diventano strumenti di potere e leve di influenza geopolitica.
La prospettiva che prende forma è duplice: da un lato, congelare per anni il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza e neutralizzare le spinte più radicali; dall’altro, consolidare un ordine energetico regionale sotto supervisione occidentale, dove la stabilizzazione di Gaza diventa funzionale all’estrazione e alla commercializzazione del gas del Mediterraneo orientale.
La storia offre un parallelismo inevitabile. Blair, scelto come garante di una transizione che pretende di combinare ricostruzione e sicurezza, ricorda il ritorno britannico nei nodi irrisolti del Medio Oriente, in continuità con quelle architetture imposte dall’esterno che, dai tempi degli accordi di Sykes-Picot e della Dichiarazione Balfour, hanno segnato la geopolitica della regione. Oggi, con il lessico della “stabilizzazione” e della “transizione”, si ripropone un approccio che intreccia potere politico e risorse naturali.
La lezione della storia è chiara: le soluzioni concepite dall’alto, senza un reale radicamento nella società locale, rischiano di generare instabilità duratura. La proposta Blair/GITA si configura come un laboratorio internazionale che, sotto la retorica della ricostruzione, potrebbe rappresentare un nuovo capitolo delle logiche coloniali ed energetiche che ancora oggi plasmano il Mediterraneo.