Caribe rischio di guerra: perché la tensione Stati Uniti-Venezuela può ridisegnare gli equilibri mondiali. Elena Tempestini.

Stretta di mano tra Maduro e Pechino dopo aver siglato gli accordi petroliferi.

Settembre 2025 ha fatto “ scoppiare” un nuovo focolaio di crisi internazionale. Dopo i sorvoli dei jet venezuelani sulla nave americana USS Jason Dunham, la tensione tra Caracas e Washington ha raggiunto livelli altissimi: accuse di narcotraffico, minacce militari e rischi di escalation si intrecciano in un quadro che ricorda le dinamiche più dure della Guerra Fredda.

Dal gennaio 2025, la Russia ha intensificato il sostegno a Nicolás Maduro: addestramento militare, forniture di armi e l’apertura a Maracay di un impianto Rostec per la produzione di munizioni e kalashnikov. Un rafforzamento che si inserisce nel più ampio quadro della cooperazione BRICS e che segnala la volontà di Mosca di radicarsi nel cuore dei Caraibi.

Parallelamente, la Cina ha colto il vuoto lasciato dalle major occidentali: attraverso la CCRC ha investito un miliardo di dollari in giacimenti venezuelani, siglando con Caracas un contratto ventennale di condivisione della produzione. In un Paese con le più grandi riserve di greggio al mondo, isolato e sotto sanzioni, la mossa di Pechino è tanto economica quanto strategica: consolidare la sua proiezione nel Sud globale e legare a sé un attore fragile ma ricco di risorse.

A complicare il quadro, la contesa sull’Essequibo. Dopo la vincita del Venezuela con il referendum del 2023, Caracas ha ottenuto formalmente due terzi del territorio della Guyana, intensificando provocazioni navali e operazioni ibride. Un’area che, con i suoi giacimenti offshore e i traffici criminali, è divenuta nuovo epicentro di rischi globali. Nelle ultime settimane la crisi si è aggravata:

Il 2 settembre 2025: strike degli Stati Uniti, contro una lancia legata al cartello Tren de Aragua, con 11 vittime. Caracas ha detto che è omicidio extragiudiziario, Washington risponde con lotta al narco-terrorismo. Il 4 settembre: due F-16 venezuelani sorvolano la USS Jason Dunham in acque internazionali. Il Pentagono denuncia una provocazione “altamente pericolosa”. Il 5 settembre: Trump avverte che qualsiasi velivolo ostile sarà abbattuto e ordina il dispiegamento di 10 F-35 a Porto Rico. Da oggi 8 settembre: Maduro ha mobilitato milizie e riservisti, aumentando da 10.000 a 25.000 le truppe schierate lungo coste e frontiere strategiche. La regione caraibica torna così ad essere terreno di confronto tra grandi potenze.

Per gli stati Uniti , la crisi è parte della guerra contro i cartelli, ma anche un messaggio di forza verso la Russia e la Cina. Per Mosca e Pechino, il Venezuela è un avamposto: energia, influenza e capacità di minacciare l’America. Per Caracas, è questione di sopravvivenza del regime, giocata sulla leva del petrolio e sull’appoggio esterno.

A tutti gli effetti la crisi stati Uniti -Venezuela non è solo regionale: tocca equilibri globali, mercati energetici e dinamiche criminali transnazionali. La spirale militare in corso aumenta il rischio di un conflitto diretto, con potenziali destabilizzazioni dal Caribe fino al Sud America. In questo scenario, la domanda cruciale è se prevarrà la logica dello scontro o quella della diplomazia. Perché il Venezuela, oggi, rischia davvero di diventare il nuovo epicentro di una guerra globale a bassa intensità.

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