La nuova geografia del potere, un gioco di geometrie variabili. Le due facce della stessa medaglia: Caucaso e Mediterraneo, il corridoio di Zangezur e la rottura turca con Israele. Elena Tempestini

La firma di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian segna una svolta storica in un conflitto trentennale. La normalizzazione delle relazioni bilaterali si concentra su un nodo cruciale: il corridoio di Zangezur, arteria strategica che dovrebbe connettere direttamente l’Azerbaigian con la sua exclave del Nakhchivan, e da lì con la Turchia.

Il corridoio non è solo un tracciato logistico: rappresenta un corridoio geopolitico multilivello.

Per Washington, significa stabilizzare il Caucaso meridionale e limitare l’influenza russa, sempre più logorata dalla guerra in Ucraina.

Per Ankara, è la realizzazione del sogno panturco, un collegamento terrestre ininterrotto con l’Asia Centrale che aggira l’Iran e consolida la “via anatolica” delle nuove rotte energetiche e commerciali.Per Mosca, rappresenta una perdita di centralità: il Cremlino era tradizionalmente garante di sicurezza nella regione, ma oggi appare marginalizzato.

Per l’Unione Europea, significa diversificazione energetica: gas e risorse del Caspio raggiungerebbero l’Europa via Caucaso–Anatolia, riducendo la dipendenza da Mosca.

La pace tra Erevan e Baku, favorita da pressione americana, si colloca quindi in un più ampio disegno strategico multilaterale, nel quale gli Stati Uniti si propongono come stabilizzatori regionali, ma Ankara mira a capitalizzare con un ruolo egemonico diretto.

Mentre consolida la propria influenza nel Caucaso, la Turchia ha compiuto un gesto di rottura radicale con Israele: chiusura di cieli e porti, sospensione delle relazioni economiche e commerciali, definizione morale delle azioni israeliane come genocidio.

Il gesto ha tre livelli di lettura:

Militare–strategico: il controllo dello spazio aereo e marittimo è un’arma geopolitica non convenzionale. Limitare l’accesso a Israele significa dimostrare che Ankara è in grado di influenzare gli equilibri operativi e logistici del Mediterraneo orientale.

Economico: la rottura ha azzerato un interscambio che nel 2023 valeva quasi 7 miliardi di dollari. Israele ha reagito cercando mercati alternativi (Egitto, Giordania, Marocco), ma la mossa turca segnala che Ankara è pronta a sacrificare dividendi commerciali in nome della proiezione politica.

Simbolico–politico: Erdogan mobilita la narrativa morale per accreditarsi come leader del mondo islamico, posizionandosi come antitesi a Israele e ponendosi in concorrenza con Arabia Saudita, Egitto e Iran nel campo della rappresentanza palestinese.

L’apparente contraddizione è evidente: da un lato, Ankara si muove contro Israele con un’azione di isolamento totale; dall’altro, resta convergente con Tel Aviv nel Caucaso, attraverso l’appoggio all’Azerbaigian e la promozione del corridoio di Zangezur.

Questo paradosso va letto come un gioco di geometrie variabili:

La Turchia non agisce per alleanze fisse, ma per teatri funzionali.

Nel Caucaso, la convergenza con Israele è indiretta e mediata da Baku: il rafforzamento dell’Azerbaigian consolida sia l’asse turco–panturco, sia gli interessi israeliani (energia, sicurezza contro l’Iran).

In Medio Oriente, la Turchia si propone invece come avversario frontale di Israele, in una dinamica a somma zero che privilegia la dimensione politica e morale sulla cooperazione pragmatica.

La Turchia mostra di saper usare strumenti diversi (militari, economici, commerciali e simbolici) come armi di potere ibrido. La chiusura dello spazio aereo non è solo diplomazia, ma un atto di coercizione indiretta.

Nel Caucaso, il Cremlino non è più l’arbitro. Armenia e Azerbaigian siglano una pace con mediazione americana, e la Turchia emerge come attore di riferimento. 

Tel Aviv si trova a dover diversificare approvvigionamenti ed alleanze. Ma non rinuncia all’asse con Baku, dove gli interessi energetici e di sicurezza restano vitali.

Washington appare come il grande regista che, da un lato, incoraggia la pace caucasica, dall’altro, osserva il conflitto Turchia–Israele come variabile da gestire senza compromettere la stabilità regionale.

Le due vicende, la pace caucasica e la rottura con Israele, non sono episodi separati, ma tasselli di una stessa strategia turca: presentarsi come architetto multipolare capace di agire su più scacchieri contemporaneamente, nel Caucaso, consolida la direttrice panturca e accresce il suo ruolo energetico; nel Mediterraneo, si accredita come leader islamico e avversario morale di Israele; nello scenario globale, dimostra che la Turchia non è più un attore secondario della NATO, ma una potenza autonoma che esercita influenza combinando forza militare, strumenti economici e narrativa politica.

In questo quadro, il corridoio di Zangezur e la chiusura dei cieli a Israele appaiono come due facce della stessa medaglia: l’affermazione di Ankara come potenza regionale con ambizioni globali, capace di ridisegnare le mappe della sicurezza e delle alleanze.

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