
Scomparso il territorio del Nagorno-Karabakh tra l’Armenia e l’Arzebaijan, Mosca prevedeva la riapertura di collegamenti e un corridoio attraverso la provincia armena di #Syunik, il corridoio di Zangezur, collegando direttamente l’Azerbaigian con l’exclave di Nakhchivan e quindi con la Turchia, tagliando l’Armenia da sud a nord. Ma non è solo una questione locale #Armenia–#Azerbaigian: è un check point eurasiatico che tocca equilibri tra #Russia, #Turchia, #Iran, #Cina e #UE. Uno dei motivi perché Trump voleva a tutti i costi mediare la pace tra Armenia e Arzebaijan?
Il corridoio, per l’Arzebaijan può cambiare le rotte energetiche e commerciali, rafforzando la posizione di Baku come hub energetico e logistico, connettendolo direttamente alla Turchia.
Per la Turchia Il corridoio completerebbe la sua visione pan-turanica, il corridoio Zangezur = ponte verso l’Asia centrale. Praticamente sarebbe una via diretta Ankara-Baku-Caspio-Asia Centrale, fuori dal controllo russo e iraniano.
Per la Russia, che è mediatrice interessata a mantenere la presenza militare come garante del corridoio, il rischio di Mosca è che il corridoio riduca il suo leverage sull’Armenia e accresca quello turco.
Per l’Iran è uno dei punti più ostili, perderebbe l’unico confine terrestre con l’Armenia, suo corridoio verso l’Europa. Teheran vede il progetto come una “linea rossa strategica”: teme l’isolamento e la rottura del suo asse con Caucaso e Russia.
Per la Cina sarebbe un corridoio caucasico Turchia–Caspio–Asia Centrale che potrebbe accelerare il bypass di Russia e Iran.
Gli Stati Uniti sostengono Armenia, soprattutto dopo l’indebolimento della protezione russa: Washington appoggia i progetti di Middle Corridor (Trans-Caspian), ma non a costo di destabilizzare l’Armenia. La logica americana è di evitare vuoti strategici che rafforzino avversari sistemici, pur senza impegnarsi in nuove “guerre infinite”.
Praticamente a fine agosto 2025 vediamo trasformazioni dall’Africa al Caucaso, che mostrano con chiarezza come le dinamiche regionali siano parte di un’unica competizione sistemica tra grandi potenze.
Quindi il Sahel si conferma un laboratorio del potere Russo? Dopo il ritiro ufficiale del gruppo Wagner, la Russia ha accelerato la statizzazione della sua presenza paramilitare, consolidando l’Africa Corps, puntando a una rete di 20–30 basi militari operative tra Mali, Burkina Faso, Niger e Centrafrica: un vero sistema di proiezione militare e politica.
Quindi la partita resta aperta: ogni mossa mette al centro il corridoio di #Zangezur che può riaccendere conflitti, Africa, Caucaso, Medio Oriente e Indo-Pacifico non sono più scenari separati, ma capitoli dello stesso confronto multipolare.
Per l’Europa e l’Italia, la sfida è comprendere come queste dinamiche, sicurezza energetica, rotte commerciali, accesso a minerali critici, influenzino direttamente la propria autonomia strategica.