
Novembre 1999, Firenze. Nelle sale del Palazzo Vecchio, Bill Clinton, Tony Blair, Massimo D’Alema e Jacques Santer ( presidente Commissione europea) si stringono la mano. Ufficialmente si parla di Kosovo, NATO ed Europa. Politicamente, è il segnale di una convergenza: la Third Way britannica, il New Democrat americano e il riformismo progressista europeo stanno dando forma a un centro-sinistra globale. L’Italia, con D’Alema, voleva divenire quel ponte tra Stati Uniti e Europa, Firenze era vista come il luogo ideale per dare peso internazionale a questo ruolo.
La scelta di Firenze combinava simbolismo culturale, strategia diplomatica e visibilità mediatica: non era solo una location, ma un messaggio politico, un “palcoscenico” per annunciare la nuova convergenza transatlantica del centro-sinistra globale.
L’obiettivo è ambizioso: coniugare crescita e giustizia sociale, apertura dei mercati e protezione dei diritti, innovazione e inclusione. È il tempo dell’egemonia liberale post-Guerra Fredda: la globalizzazione sembra inevitabile e benefica, il multilateralismo è garanzia di stabilità, l’Europa un laboratorio politico avanzato.

Due anni dopo, arriva l’11 settembre 2001.
Inizia una stagione di conflitti che segnerà la politica occidentale: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, interventi mirati in Yemen, Somalia, Pakistan e oltre. Quella che molti definiranno la Forever War, la “guerra infinita” che consuma energie politiche, economiche e morali.
Il centro-sinistra globale nato a Firenze resta legato a quelle scelte: difesa della globalizzazione, allineamento NATO, interventismo umanitario. Ma il costo è altissimo: cresce la sfiducia verso le élite, aumenta la percezione che i benefici della globalizzazione non siano equamente distribuiti, si alimentano nazionalismi e populismi.
Oggi, a distanza di venticinque anni, Donald Trump, il suo vicepresidente J.D. Vance e il potente finanziere Peter Thiel sono la punta più visibile di un fronte che mira a demolire i pilastri del progressismo. Ma non sono soli: in Europa leader come Viktor Orbán, Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Geert Wilders mettono in discussione valori e istituzioni liberali; a livello globale, Vladimir Putin e Xi Jinping offrono modelli alternativi di governance illiberale. Anche all’interno dell’Occidente più tradizionale emergono correnti che smontano pezzo per pezzo l’ordine multilaterale, dalle politiche migratorie restrittive al protezionismo selettivo.
Quella fotografia del 1999, con Clinton, Blair e D’Alema a Firenze, era l’istantanea di un’epoca in cui centro-sinistra significava anche fiducia nell’ordine internazionale liberale. Oggi è il simbolo di un modello sotto attacco diretto, in più direzioni.
Capire dove è cominciata la storia è essenziale per comprendere la portata dello scontro in corso. In politica, la memoria non è nostalgia: è strategia.