Summit “Alaska 2025: l’asse polare USA-Russia che può riscrivere il destino dell’Artico”. Elena Tempestini

Foto: Class CNBC

Il prossimo incontro Trump–Putin, fissato per il 15 agosto 2025 in Alaska, si configura come un appuntamento geopolitico decisivo: uno scontro non simbolico ma concreto tra “vicini di casa”: tanto per ricordare la storia e la geografia, l’Alaska dista dalla Russia circa 82 chilometri nel punto più vicino, cioè lo Stretto di Bering, e la Russia ha venduto l’Alaska agli Stati Uniti nel 1867, una mossa che all’epoca significava creare un contrappeso agli inglesi in Nord America, rafforzando un potenziale partner invece di un rivale. L’Alaska, si rivela oggi come la porta d’accesso americana all’Artico. La presenza statunitense nella Groenlandia, attraverso basi militari, conferma come la competizione per il controllo polare sia un fattore geopolitico cruciale, non solo per risorse economiche ma anche per la sicurezza globale. Ci sono obiettivi strategici e nodi aperti da affrontare, nonostante l’esclusione dell’Europa in quanto il vertice è stato concepito come un affare tra potenze artiche titolari. Quindi l’Europa si ritrova confinata al ruolo di osservatore e potenziale “ricevitore” delle decisioni prese, ma il vertice conferma che la grande diplomazia ritorna a scala territoriale:

Il precedente storico della vendita russa dell’Alaska ci aiuta a comprendere perché il recente vertice America-Russia in Alaska rappresenti molto più di un semplice incontro diplomatico: è un nuovo capitolo in un secolare gioco di influenza e potere nel Grande Nord. Gli interessi materiali nell’Artico non sono simbolici, le aspettative riguardano una gestione strategica delle rotte e delle risorse polari.

Rotta artica

Le Rotte marittime sono la posta in gioco:
La Northern la Sea Route, la via marittima commerciale che segue la costa artica russa, collegando l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico, e’ una rotta che offre una significativa riduzione della distanza e del tempo di percorrenza rispetto alle rotte tradizionali come il Canale di Suez. Le rotte artiche stanno diventando corridoi commerciali e militari sempre più praticabili. Il loro sviluppo ridisegna tempi e costi del commercio Euro-Asiatico e aumenta il valore strategico delle basi e dei corridoi logistici lungo la costa russa. Controllare queste vie significa disporre di leva economica e di interdizione militare.
La Groenlandia è centro di contendibilità geopolitica unendo valore territoriale con la posizione tra Nord America ed Europa, ai giacimenti critici quali terre rare, minerali, idrocarburi potenziali. La dinamica è doppia: da un lato l’interlocuzione diretta con i governi locali permette ad attori esterni di negoziare progetti estrattivi; dall’altro, ogni mossa sul terreno artico è letta come segnale politico verso gli alleati.
La Russia ha riaperto e potenziato basi sovietiche, rafforzato la Northern Fleet e investito in rompighiaccio e infrastrutture portuali: queste capacità trasformano l’Artico in uno spazio operativo permanente, non più stagionale. Trump ha rilanciato la proposta di controllo strategico dell’isola, suscitando proteste da Copenhagen e da Nuuk, ma di fatto gli Stati Uniti non partono da zero in Groenlandia: il caso più emblematico è Thule Air Base, oggi Pituffik Space Base, una delle installazioni militari strategiche più importanti a nord del pianeta. Funziona come radar di allerta precoce per missili balistici intercontinentali, i BMEWS, Ballistic Missile Early Warning System. Supporta operazioni aeree e logistiche nell’Artico e Atlantico Nord. È un hub per il controllo satellitare e il monitoraggio spaziale (SPACECOM). Fornisce proiezione militare verso Russia e Rotta del Nord senza dipendere da basi continentali, rendendo la regione un nuovo teatro di deterrenza e competizione ibrida: jamming GNSS, attacchi sottomarini, presenze aeree.
L’esclusione europea: ha cause e conseguenze, che al tavolo riflettono la perdita di autonomia strategica del vecchio continente in ambiti nei quali la presenza territoriale è una leva militare ed economica. Le reazioni europee sono di preoccupazione: un accordo bilaterale Washington-Mosca rischia di rimodellare diritti marittimi, sfruttamento delle risorse e norme di sicurezza senza l’input degli alleati continentali. Le implicazioni politiche pratiche, se il summit producesse intese sulle rotte o sulle concessioni artiche, influenzerebbero  infrastrutture, basi e contratti con autorità locali, condizionando l’ordine polare. Le Rotte artiche comprendono il controllo della Northern Sea Route, il corridoio logistico cruciale tra Europa e Asia, il quale è un obiettivo militare e commerciale fondamentale. Il “piede già ben messo” degli Stati Uniti in Groenlandia significa che, a differenza della Russia, che ha dovuto costruire infrastrutture militari artiche quasi da zero, Washington ha già una piattaforma legale (grazie agli accordi con la Danimarca) e una operativa’ per proiettare potere e controllare lo spazio marittimo e aereo circostante. L’analista geostrategico Michael Clarke, fondatore del Centre for Defence Studies e dell’International Policy Institute, entrambi al King’s College di Londra, prima di diventare direttore generale del Royal United Services Institute, definisce il summit “un premio diplomatico non meritato”: Putin non ha ceduto nulla, ma ottiene visibilità. Praticamente il meeting in Alaska rischia di essere una rinnovata “giocata personale” di Trump, sbilanciata, con valuta molto alta in terra ucraina. La pace esige garanzie sicure, non solo gesti simbolici. Al contrario per il Cremlino, il summit è una vittoria simbolica: legittima Putin sulla scena globale e bypassa UE e Kiev. Se gli stati Uniti e la Russia trattassero sull’artico, potrebbero dissolvere l’Arctic Council e gli accordi bilaterali su rotte, concessioni minerarie, sicurezza marittima e basi militari che non passerebbero più da un contesto multilaterale. Il Consiglio diventerebbe una sede marginale, ridotto a tema “soft” senza un vero peso decisionale.

L’incontro in Alaska appare come una spartizione geopolitica potenziale in chiave artico-strategica, con rotte, risorse e basi militari al centro. Il ruolo europeo, sinora di margine, rischia di scomparire senza un cambio d’approccio.

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