Trumpismo: caos apparente, disegno profondo. Ideologia, tecnologia e la sfida all’ordine globale. Elena Tempestini. 

Le origini del trumpismo sono piuttosto difficili da individuare poiché sono tanti i fattori ad aver contribuito al suo sviluppo e alla sua diffusione. Probabilmente il modo migliore per definirlo è come una reazione all’accumulo di disuguaglianza, tensione e malcontento. L’odio emerge spesso come risultato della disuguaglianza esistente nella società. In effetti, in una società che aspira all’egemonia, un gruppo svantaggiato può tentare di spingerne fuori un altro per consolidare il proprio posto nella gerarchia sociale. Il «movimento» trumpista funziona esattamente allo stesso modo e può sopravvivere solo in una società già affetta da disuguaglianze. Per un leader è più facile mettere singoli individui gli uni contro gli altri che tentare di affrontare questo genere di problematiche. Non bisogna farsi ingannare però: non si tratta solo di ciò che è più facile, ma di un consapevole abuso della vulnerabilità delle persone svantaggiate per fini politici. Ma il trumpismo non finisce con Trump, così come il bonapartismo non finì con Bonaparte. È una mutazione della modernità politica: una nuova grammatica del potere, dove tecnologia, emozione e forza simbolica si fondono. Può distruggere il vecchio ordine e creare un caos sistemico. Ma può anche, in maniera disordinata, aprire un’epoca post-globale più coerente con gli equilibri reali del XXI secolo.
La vera domanda non è se il trumpismo sia pericoloso o utile, ma se le democrazie liberali siano capaci di riformarsi prima che sia troppo tardi. Per capire la presa del trumpismo su milioni di americani, non basta guardare a Washington o a Wall Street. Bisogna andare in Ohio, Kentucky, Pennsylvania, dove la deindustrializzazione ha lasciato comunità bianche impoverite e umiliate, vittime di un sogno americano che si è infranto. Il libro Elegia americana di J.D. Vance ha raccontato questo mondo: la working class bianca, piena di rabbia, nostalgia e senso di abbandono, che vede in Trump non solo un leader, ma una vendetta simbolica contro un sistema che l’ha tradita. Vance, oggi vicepresidente di Trump è la dimostrazione vivente che il trumpismo è più di uno sfogo: è un progetto politico che ha saputo tradurre l’angoscia esistenziale in potere istituzionale. A prima vista, il trumpismo può sembrare una sequenza di boutade, contraddizioni, fake news e improvvisazioni. Un leader che smentisce sé stesso, una base elettorale galvanizzata da slogan piuttosto che da programmi, una comunicazione spiazzante e aggressiva. Ma fermarsi a questa superficie equivale a non cogliere l’essenza del fenomeno. Perché dietro il caos apparente, il trumpismo è portatore di un’ideologia precisa, articolata, anche se non sempre sistematizzata. È un movimento che ha ridefinito il rapporto tra verità e potere, tra tecnologia e consenso, tra politica e spettacolo.

Il trumpismo non è solo Donald Trump. È un’architettura politica, culturale ed emotiva che si nutre di populismo reazionario, nazionalismo economico, ostilità verso le élite cosmopolite e ossessione per il nemico interno. Non ha bisogno di una dottrina scritta: si muove come un’intuizione condivisa, un codice implicito che parla alla pancia e alla memoria profonda di una parte dell’America (e non solo). È un’ideologia anti-liberale, ma non nel senso classico del termine: rifiuta non tanto il mercato, quanto le regole del dibattito razionale e le forme della democrazia liberale rappresentativa.

Uno degli aspetti più disturbanti e innovativi del trumpismo è il suo rapporto con la verità. Le affermazioni di Trump (e dei suoi epigoni globali) sono spesso factually false, ma strategicamente efficaci. Non importa se una frase è vera nel momento in cui viene pronunciata: importa che attivi una reazione, che semini dubbio, che polarizzi. È una guerra cognitiva permanente, in cui il concetto stesso di verità viene relativizzato, svuotato, manipolato. In questo, il trumpismo non mente nel senso tradizionale: riscrive il significato della menzogna, la trasforma in una dichiarazione di potere.

Il ruolo della tecnologia è centrale. Il trumpismo è un prodotto dell’algoritmo, un’espressione di una società che vive nelle bolle dell’ecosistema digitale. I social media come  X (ex Twitter), Facebook e Truth Social non sono solo canali di comunicazione: sono ambienti politici, dove si costruiscono identità, si amplificano conflitti e si organizza il consenso in chiave tribale. L’algoritmo non cerca il vero, ma l’engagement, e il trumpismo ne ha compreso perfettamente la logica. In questo senso, è una forma di tecno-populismo, dove la post-verità è amplificata e difesa dalla tecnologia stessa.

Chi osserva il trumpismo con gli strumenti della politica tradizionale lo considera incoerente, disorganico, impulsivo. Ma proprio questa imprevedibilità è la sua forza. È una forma di strategia “non lineare”, simile a quelle adottate nelle guerre ibride, in cui la confusione e l’ambiguità diventano armi. Ogni dichiarazione, anche la più assurda, contribuisce a un ecosistema narrativo dove la realtà si sgretola e il leader appare come l’unico punto di riferimento stabile, l’unico capace di “dire le cose come stanno” — anche quando non sono vere. È la destabilizzazione come forma di egemonia.

Il trumpismo non è solo popolo. È anche élite che si finge anti-élite. Banchieri che predicano il protezionismo, miliardari che accusano i media di essere manipolatori, intellettuali che costruiscono giustificazioni filosofiche per una politica di “ritorno all’ordine”. È un fenomeno interclassista, ma non inclusivo: è escludente, identitario, spesso razzializzato. Si nutre di paure demografiche, declino economico percepito, ansia da sostituzione culturale. E mobilita una nuova forma di attivismo, digitale, arrabbiato, permanente, che non vuole dialogare, ma imporsi.

Alla fine, dietro il caos, c’è un disegno. Il trumpismo non vuole migliorare la democrazia liberale: vuole superarla, o svuotarla dall’interno. Sogna una politica personalistica, un potere forte, una “nazione vera” contro i suoi nemici interni ed esterni. Propone un revisionismo culturale e istituzionale, che passa per la delegittimazione della stampa, dei tribunali, delle elezioni stesse. Non è un errore del sistema: è un nuovo sistema che usa la tecnologia, la disinformazione e il tribalismo politico per ridefinire le regole del gioco. Trump ha dimostrato, con la seconda elezione, di come la mentalità, come stile, come paradigma, sia una forza trasversale che ha contagiato altri Paesi, altri leader, altri elettorati. Il suo impatto non va misurato solo in termini elettorali, ma culturali e sistemici. Il caos che produce non è disordine: è la premessa per un ordine alternativo, autoritario ma mascherato da spontaneità

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