
Tra le più antiche dispute territoriali dell’Asia-Pacifico tra due grandi potenze: Giappone e Russia.
Conosciamo il termine giapponese “Kamikaze” con un uso di suicidio, ma la parola fin dall’antichità significa “ vento divino”, il Giappone è”la terra degli dei” e questa credenza si lega all’idea che il paese sia protetto da forze divine. E se oggi i venti di guerra ibrida spirano da ogni angolo del globo, nel cuore dell’Indo-Pacifico e’ in atto Talisman Sabre, la più imponente esercitazione militare mai avvenuta nell’Indo-Pacifico. Vi partecipano 19 Paesi sotto guida australiana e americana. Ma nello stesso momento, in Giappone, si attende con crescente apprensione l’esito del voto di domenica 20 luglio 2025 che potrebbe decidere la sorte politica del premier Shigeru Ishiba da nemmeno un anno alla guida del paese. Due eventi apparentemente scollegati, ma in realtà uniti da un filo invisibile: “la strategia della prima catena di isole”, Nel lessico militare americano “first island chain”, designa l’arco naturale di isole che si estende dal Giappone fino a Borneo, passando per Taiwan e le Filippine. Più che una semplice barriera geografica, essa rappresenta oggi il bastione avanzato della proiezione statunitense nel Pacifico occidentale, nonché il primo scudo contro l’espansione navale cinese. Questa catena, stabilizzata dal secondo dopoguerra, da John Foster Dulles agli albori della guerra fredda, serviva per destabilizzare un’alleanza sino-sovietica in chiave antiamericana, usando una catena contenitiva nel Pacifico occidentale.
Gli Stati Uniti, secondo Dulles, avevano a loro disposizione ogni elemento indispensabile al fine della realizzazione della strategia: i mezzi, una potenza navale, gli alleati: Taiwan e Giappone e gli arcipelaghi del Pacifico convertibili ad uso militare perché sotto sovranità americana, francese e britannica. Harry Kissinger incoraggiò la Casa Bianca a giocare d’astuzia, replicando la strategia di Winston Churchill quando appoggiò Tito e i suoi partigiani comunisti in Jugoslavia per logorare l’esercito tedesco nei Balcani, facendo accantonare la strategia della catena di isole. Finita la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno cominciato a rivalutare il piano di Dulles, riportandolo alla luce, ed aggiornandolo in questa epoca presidenziale di Trump. Il motivo? senza il controllo di questa linea insulare, né il contenimento cinese né la sicurezza di Taiwan sono militarmente possibili. Per questo motivo, l’arcipelago giapponese, e in particolare Okinawa, sono diventati snodi critici di basi, radar, logistica e pre-posizionamento strategico.
Taiwan il nodo cruciale: Tra tutte le maglie della catena, Taiwan è la più vulnerabile e al tempo stesso la più strategica, se si sfalda cade tutta la catena. Non si tratta solo di proteggere un partner democratico, ma di impedire che la Cina rompa l’accerchiamento marittimo e proietti potenza navale in profondità nel Pacifico. Una caduta di Taipei segnerebbe la fine del primato statunitense in Asia orientale, destabilizzando l’intera architettura indo-pacifica. Ecco perché ogni passo diplomatico, ogni manovra militare, ogni esercitazione come Talisman Sabre è, una dichiarazione di impegno verso la difesa di Taiwan.
Il ruolo del Giappone: una democrazia, una piattaforma: In questo contesto, la crisi politica giapponese rappresenta un’incognita non secondaria. Se Shigeru Ishiba, promotore di una “NATO asiatica” e sostenitore della dottrina delle “isole fortificate”, dovesse perdere il controllo, la strategia di Tokyo potrebbe cambiare. Il Giappone non è solo un alleato: è un territorio–piattaforma senza il quale la catena insulare si spezzerebbe in modo irreparabile. Da Kyushu a Nansei, da Okinawa a Yonaguni, ogni tratto di isola giapponese contribuisce al monitoraggio dello Stretto di Taiwan e alla deterrenza contro eventuali offensive.
Dalle isole all’Africa: la nuova rotta imperiale : La catena insulare ha oggi anche una funzione proiettiva extra-asiatica. È parte della cornice logistica e strategica che permette agli Stati Uniti, e al blocco occidentale, di proiettarsi verso l’Oceano Indiano, il Corno d’Africa, e infine l’Africa centrale, teatro crescente di competizione tra Pechino e Washington. L’Africa 2.0 non si comprende senza capire il nodo indo-pacifico: le nuove rotte commerciali, energetiche e cibernetiche si snodano attraverso i mari, e sono difendibili solo se si possiede una dorsale insulare armata e integrata. E la politica cinese della “ Collana di perle”, una rete di porti, basi, accordi commerciali e presenze navali che la Cina ha sviluppato lungo la rotta energetica e commerciale che collega il suo territorio alla regione del Golfo Persico e dell’Africa orientale. Ogni “perla” è un nodo strategico, e tutte insieme formano una catena di appoggi logistici e potenzialmente militari. Ci sono catene invisibili, e conflitti visibili ma scrivere oggi della strategia della catena di isole significa leggere un nuovo linguaggio della guerra fredda sino americana. È un linguaggio geografico, ma anche politico, militare e infrastrutturale.
Chi controlla le isole, controlla il mare. Chi controlla il mare, detta le regole della globalizzazione. E chi detta le regole della globalizzazione, decide le sorti del XXI secolo.
In questo giorno di luglio 2025, mentre l’esercitazione “Talisman Sabre” si muove silenziosamente sopra e sotto le acque del mar Talisman, gli elettori giapponesi decidono il destino del loro premier, e l’oceano Pacifico si conferma ancora una volta il baricentro inquieto del mondo.