Da Mosca a Teheran: la politica di Reagan è ancora ben presente sullo scenario geopolitico. Elena Tempestini

In questo caos di un 2025 molto complesso, agitato da guerre regionali, competizioni imperiali e propaganda militare, un nome del passato riemerge con forza inaspettata: Ronald Reagan. Non si tratta solo di nostalgie conservatrici o citazioni da manuale di storia. Il vocabolario, la postura politica e perfino la strategia geopolitica del 40° presidente degli Stati Uniti sono più vivi che mai, evocati da Washington a Varsavia, da Tel Aviv a Mosca, perfino nei corridoi del potere di Teheran.

Ronald Reagan rappresenta oggi una sorta di grammatica ideologica per interpretare il mondo: lo ha fatto ben comprendere Peter Thiel, l’uomo ombra di Trump e padrino del vice Presidente degli Stati Uniti J.D Vance. Reagan è paradigma di azione, comunicazione e visione internazionale. Non è un caso che in diversi contesti si rispolverino i suoi concetti-chiave: “impero del male”, “pace attraverso la forza”, “non negoziamo con i terroristi”.

In un’epoca in cui la guerra in Ucraina è entrata in una fase brutale, l’Iran e Israele si confrontano direttamente in una guerra , e la NATO cerca di ridefinirsi sotto la minaccia multipla di Russia, Cina e terrorismo, il pensiero reaganiano sembra tornato ad essere la grammatica della fermezza occidentale. Ma anche il bersaglio prediletto della contro-narrazione antiamericana. Sono Kiev, Varsavia e Washington: la nuova “triade reaganiana”

A Kiev, il presidente Zelensky ha più volte evocato Reagan per definire la guerra come una “battaglia per la libertà contro la tirannia”. I think tank occidentali, specie americani e polacchi, citano la dottrina Reagan come base teorica per giustificare il riarmo della NATO e la necessità di contenere la Russia non solo sul campo, ma moralmente.

Per Mosca: demonizzare Reagan equivale ad attaccare l’Occidente

Per i media russi, Reagan è una figura archetipo del nemico americano: il padre dell’aggressione ideologica all’URSS, della corsa agli armamenti e della “guerra fredda 2.0”. Oggi, Putin e i suoi strateghi lo evocano per sostenere che l’Occidente non è cambiato, e che l’attuale sostegno a Kiev non è altro che una continuazione dell’assedio americano cominciato negli anni ’80.

Nella propaganda del Cremlino, Reagan è l’origine del male, e il suo spirito “vive” in ogni sanzione, in ogni invio di armi all’Ucraina, in ogni discorso di Trump che parla di libertà e valori .

Per Teheran: la “grande Satana” e la memoria utile: In Iran, Reagan è ricordato e spesso strumentalizzato per l’abbattimento dell’aereo iraniano nel 1988, ma anche per il sostegno americano a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Tuttavia, non è solo un simbolo negativo: il nemico potente legittima la resistenza.

Nella narrativa degli ayatollah e dei Pasdaran, Reagan rappresenta ancora oggi il volto eterno della “grande Satana” americana, il punto di origine della divisione tra islam rivoluzionario e imperialismo occidentale. Ma paradossalmente, anche qui, il suo linguaggio di potenza, orgoglio nazionale e retorica sacralizzata della lotta è stato in parte imitato: l’Iran di oggi parla della “difesa del mondo islamico” come Reagan parlava della “difesa del mondo libero”. Reagan è divenuto un linguaggio globale, la cosa più interessante è che Reagan, oggi, non divide solo per ideologia, ma è diventato uno stile comunicativo. In tutto il mondo:

Si cerca di semplificare il complesso con opposizioni nette, libertà vs tirannia, ordine vs caos. Si usano valori morali assoluti per giustificare scelte militari o economiche. Si costruisce un nemico morale, non solo politico o strategico. In un’epoca di incertezza e polarizzazione, Reagan, che fu maestro nel creare una narrazione coerente del mondo fornisce una chiave di lettura per molti leader, sia che lo imitino, sia che lo combattano.

In un mondo multipolare, disordinato, in cui le vecchie mappe non bastano più, Reagan è tornato non come guida morale, ma come grammatica del confronto. Chi vuole difendere l’Occidente, lo invoca. Chi lo combatte, ne teme ancora l’ombra.

Reagan non è più solo un uomo del passato. È un linguaggio del presente.

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