
Nella notte tra giovedì e venerdì 13, il Medio Oriente è stato scosso da un evento storico di ben altra portata. Israele ha condotto una delle operazioni militari più estese e coordinate degli ultimi decenni, chiamata Rising Lion, ovvero “leone nascente”, già un nome particolare: La simbologia ha sempre una grande importanza nella strategia militare israeliana, come confermato dal nome delle operazioni contro Hamas, per esempio, che quasi sempre hanno richiami biblici. In questo caso, però, il riferimento è molto più recente. Il leone che il governo di Nethanyahu ha voluto richiamare è un simbolo iraniano, quello che si trovava sulla bandiera del Paese prima che andassero al potere gli ayatollah, quindi prima del 1979. È come se Israele volesse mettere in guardia gli iraniani: non siamo contro di voi e il vostro Paese, il nostro obiettivo è il regime instaurato da Khomeini. Diverse volte, in passato, gli israeliani hanno ammesso che tra i loro obiettivi strategici ci sarebbe proprio quelo di far cadere il regime al potere da 46 anni a Teheran. Uno scenario che appare studiato nei minimi dettagli. dell’ordine globale, colpendo infrastrutture strategiche in Iran e decimando parte della sua leadership militare e sopratutto scientifica. Un attacco non improvvisato, ma pensato e maturato nel tempo. Credo che questa escalation, che ora ci appare improvvisa, sia in realtà il risultato di una concatenazione precisa di cause politiche, strategiche e culturali che meritano di essere analizzate con lucidità. Una campagna su larga scala, con un messaggio chiaro: L’operazione israeliana si è sviluppata in cinque ondate coordinate, colpendo non solo impianti chiave del programma nucleare iraniano, come quello di Natanz e i centri di Tabriz, Arak, Kermanshah e Isfahan, ma spingendosi fino al cuore simbolico del potere: Teheran. Il bilancio provvisorio è durissimo: eliminati Mohammad Bagheri, Gholamali Rashid, Hossein Salami e altri vertici delle Guardie Rivoluzionarie. Ferito gravemente anche Ali Shamkhani, interlocutore storico nei negoziati con gli USA. Israele, colpendo simultaneamente infrastrutture nucleari e vertici militari, ha inteso neutralizzare sia la capacità tecnica che la volontà politica iraniana, bloccando anche il canale diplomatico con Washington. In questi anni abbiamo spesso seguito da vicino le dinamiche tra Israele e Iran, e mi sembra evidente che questa escalation non nasce da un solo fattore, ma da una somma di tensioni irrisolte e accelerazioni recenti.
Il dossier nucleare iraniano è arrivato a un punto di non ritorno
Secondo quanto riferito da fonti israeliane, l’Iran avrebbe accumulato abbastanza materiale per 15 ordigni nucleari. Che l’informazione sia gonfiata o meno, è bastata a legittimare l’attacco come “preventivo”.
L’AIEA ha emesso solo 24 ore prima una risoluzione di condanna, accusando Teheran di violazioni sistematiche: una sorta di via libera morale per Tel Aviv. L’intelligence israeliana ha completato il quadro operativo
Il Mossad ha lavorato per anni nel territorio iraniano, raccogliendo informazioni che hanno permesso colpi chirurgici. Un lavoro di lungo periodo che ha prodotto una lista chiara di target tecnici e simbolici. L’intervento non è stato improvvisato: è il frutto di un progetto militare e politico che Netanyahu porta avanti dal suo ritorno al potere nel 2009. Un fallimento della diplomazia USA-Iran? I negoziati si sono impantanati, lasciando Israele isolato e impaziente. L’assenza di coinvolgimento diretto americano nell’attacco mostra quanto Tel Aviv non credesse più nella strada diplomatica. Netanyahu, da sempre legato al fronte conservatore americano, potrebbe aver scelto di agire prima del cambio di equilibrio politico globale, assicurandosi il supporto futuro. La dimensione regionale e l’asse con i Paesi arabi. L’Arabia Saudita ha ormai rotto l’equilibrio con l’Iran su diversi dossier (Yemen, petrolio, Siria).
Alcuni analisti suggeriscono che Tel Aviv potrebbe aver avuto l’appoggio tacito di Riyadh e Abu Dhabi, interessate a contenere Teheran con mano altrui. La reazione inevitabile: proxy, ritorsioni e nuove alleanze
Ora, ci troviamo davanti a una possibile reazione a catena:Hezbollah potrebbe intensificare i lanci dal Libano.
I miliziani sciiti in Iraq e Siria potrebbero colpire obiettivi USA, trascinando Washington nel conflitto.
Russia e Cina, che hanno legami strategici con Teheran, non resteranno in silenzio.
Mosca potrebbe usarlo per rafforzare la sua influenza in Siria e oltre; Pechino ha interessi energetici da difendere. L’attacco israeliano non è solo un’operazione militare. È una dichiarazione strategica, una rottura dell’equilibrio precario che ha tenuto sospesa la regione per anni.
La vera domanda ora non è cosa succederà domani, ma quale Medio Oriente ci troveremo tra sei mesi. Siamo a un punto di non ritorno, e non possiamo permetterci di analizzare questi eventi con lo sguardo corto dei “comunicati stampa”.
Serve una riflessione profonda, multidisciplinare, geopolitica ma anche culturale, perché ciò che è accaduto non riguarda solo Israele e Iran.
Ci riguarda tutti.