Un personale pronostico, più dettato dalla geopolitica che da altre motivazioni sulle quali non mi esprimo. Louis Antonio Tagle, Cardinale filippino, rappresenterebbe una scelta di grande impatto sia per la Chiesa cattolica che per la geopolitica globale, compresi gli equilibri strategici degli Stati Uniti, sarebbe un ponte tra tradizione e futuro. L’Asia, le Filippine, in particolare, sono il Paese cattolico più popoloso del continente, con oltre 85 milioni di fedeli. Un papa filippino renderebbe evidente che la Chiesa non è più eurocentrica, ma realmente globale senza tralasciare che nel luglio 2024 le Filippine e il Giappone ( AUKUS = Inghilterra, Stati Uniti, Australia) hanno firmato l’accordo di scambio reciproco per facilitare la cooperazione militare, comprese le visite reciproche di truppe e lo scambio di informazioni.
Il Cardinale nasce a Manila, appena ordinato sacerdote negli anni ’80 si trasferisce negli Stati Uniti, dove ottiene un dottorato in teologia presso la Catholic University of America, con una tesi sulla collegialità episcopale sotto la guida di Joseph Komonchak ritenuto il più importante degli ecclesiologi americani. Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo della stessa diocesi. Benedetto XVI, lo stima per il suo profilo teologico e lo promuove arcivescovo di Manila, nel 2011 lo crea cardinale e l’anno successivo gli assegna il titolo presbiterale di San Felice da Cantalice a Centocelle. Quindi Tagle sarebbe un papato non occidentale, ma filoamericano. Le Filippine come ex colonia americana sono culturalmente e strategicamente vicine a Washington. Un papa filippino rappresenterebbe una figura “non occidentale”, ma che comprende perfettamente la sensibilità americana. Sarebbe visto come un ponte tra l’Occidente e l’Oriente, tra la sfera anglofona e quella asiatica. Un contrappeso morale alla Cina
In un’epoca in cui la Cina sta estendendo la sua influenza anche nella religione, si pensi agli accordi con la Santa Sede per la nomina dei vescovi, voluta da Bergoglio e non digerita da molti. Un papa asiatico, non cinese ma proveniente da un Paese democratico, alleato degli USA, sarebbe un contrappeso simbolico potentissimo. Rafforzerebbe la visione di una “via asiatica” al cristianesimo, alternativa a quella controllata da Pechino. Un papa filippino cambierebbe radicalmente l’immagine del papato: giovane, asiatico, poliglotta, globalizzato ma profondamente radicato nella fede. Sarebbe un papa del XXI secolo.
Il cardinale filippino sarebbe una figura strategica per guidare la Chiesa nel mondo multipolare, per gli Stati Uniti, un ponte ideale verso l’Asia in chiave morale, culturale e diplomatica. In un’epoca segnata da divisioni globali, il suo profilo incarnerebbe una leadership spirituale capace di unire.