
Quarant’anni fa, in piena Guerra Fredda, due uomini cambiarono il corso della storia con un’alleanza tanto discreta quanto potente. Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, e Karol Wojtyła, Papa Giovanni Paolo II, trovarono un terreno comune in un obiettivo ambizioso e rischioso: indebolire il blocco sovietico e restituire libertà ai popoli dell’Est europeo. Quel patto silenzioso tra Washington e il Vaticano non fu solo un’intesa ideologica; fu un atto geopolitico di portata storica, le cui onde d’urto arrivano fino a oggi, nel maggio del 2025, in un mondo nuovamente segnato da fratture globali e nuove configurazioni di potere.
Un patto segreto, una strategia comune

L’incontro tra Reagan e Giovanni Paolo II, avvenuto nel giugno del 1982 dopo i rispettivi attentati subiti nel maggio 1981, sigillò un’intesa già in atto dietro le quinte. Entrambi sopravvissuti, entrambi convinti di avere una “missione”, condivisero informazioni di intelligence e sostegno morale e materiale al sindacato Solidarność in Polonia. Fu la prima volta nella storia moderna che la Chiesa e la Casa Bianca cooperarono in modo sistematico per un fine strategico comune.
Lo storico accordo, gestito tramite figure chiave come William Casey, allora direttore della CIA, e il cardinale Casaroli, si fondava su una visione morale del mondo, in cui la libertà religiosa e la dignità dell’uomo costituivano i pilastri di una battaglia contro l’ateismo di Stato sovietico.
Echi nel presente: un maggio 2025 in bilico
Oggi, nel maggio del 2025, lo spirito di quell’alleanza torna prepotentemente d’attualità. La Russia, sebbene non più “sovietica”, è nuovamente al centro della scena globale. Il conflitto in Ucraina non si è ancora risolto, e Mosca cerca nuovi fronti d’influenza: in Africa, come dimostra l’apertura della rotta marittima strategica con la Nigeria, e nel Mediterraneo, dove il ritorno del generale libico Khalifa Haftar riporta in gioco le dinamiche post-coloniali e le rivalità energetiche.
In questo scenario, la Santa Sede si trova di nuovo a essere un osservatore chiave e potenzialmente un attore di dialogo. Ma non è più la Chiesa di Wojtyła. Dopo il pontificato di Francesco, si apre un conclave incerto, dove il nuovo Papa sarà chiamato a decidere se proseguire la linea del dialogo inclusivo o tornare a un ruolo più assertivo nella geopolitica.
L’eredità del patto e il dilemma americano
Nel frattempo, anche l’America cattolica è divisa. La tensione tra la Chiesa progressista incarnata da Bergoglio e le correnti conservatrici, spesso vicine all’ideologia “reaganiana”, rispecchiano un Paese polarizzato. Alcuni ambienti negli Stati Uniti rimpiangono il tempo del binomio Reagan-Wojtyła, quando la Chiesa era vista come un alleato nel difendere valori “non negoziabili”.
Eppure, l’alleanza del passato non può essere semplicemente replicata. La Russia di oggi non è l’URSS, l’America è meno unificata, e la Chiesa è attraversata da tensioni teologiche, sociali e geopolitiche. Tuttavia, il bisogno di una leadership morale che possa tenere insieme libertà e giustizia, fede e diplomazia, torna con forza.
Stiamo andando verso un nuovo asse spirituale?
Mentre i cardinali si riuniscono in conclave e i leader mondiali ridefiniscono le rotte dell’energia, dei dati e delle armi, una domanda si fa strada: può esistere oggi un nuovo “patto spirituale” capace di influenzare la storia? Un’alleanza tra fede e ragione, tra valori e realismo, tra potere e responsabilità?
Il futuro Papa, chiunque egli sia, dovrà confrontarsi con questa eredità: la consapevolezza che in certi momenti della storia, la fede può diventare una grande forza della geopolitica. Come accadde nel 1980 tra un attore hollywoodiano diventato presidente e un prete polacco diventato Papa.