
Mentre le porte della Cappella Sistina si preparano a richiudersi dietro ai cardinali chiamati a eleggere il nuovo pontefice, il mondo intero guarda a Roma con un’attenzione che va ben oltre la dimensione spirituale. Il conclave imminente è, più che mai, un fatto geopolitico di rilevanza globale, incrocio di poteri visibili e invisibili, tensioni tra fede, finanza e nuovi equilibri internazionali. Negli ultimi anni del pontificato di Francesco, gesuita argentino e figura polarizzante, si è acuito lo scontro tra la Chiesa nordamericana, potente, conservatrice e fortemente radicata in una visione dottrinale e finanziaria strutturata, e l’impostazione pauperistica e pastorale di Bergoglio. I grandi donatori statunitensi, molti dei quali legati al mondo della finanza e al cattolicesimo tradizionalista, non hanno mai digerito la dura critica del Papa alla “cultura dello scarto” e alla “tirannia del denaro”. Il gesuita venuto “quasi dalla fine del mondo” ha scosso le fondamenta di una Chiesa abituata a essere anche centro di potere, invocando una “Chiesa povera per i poveri” che mina certi equilibri secolari, praticamente Francesco ha messo in crisi Trump e il modello economico USA. Questo non ha impedito al Cardinale di New York, Thimoty Dolan, presente al Conclave, di contestare, quale brutta figura, il fotomontaggio di Donald Trump vestito da Papa postato sugli account social della Casa Bianca. Tra i cosiddetti “ papabili” c’è il Cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller il quale afferma che serve un Teologo, un dottore della chiesa per non correre il rischio di aderire alla politica Bergogliana e far divenire la chiesa vaticana protestante: “Non si devono lasciare indietro la dottrina e la verità della Chiesa solo per ragioni di diplomazia”.

Ma per comprendere le radici profonde di queste fratture, bisogna tornare indietro nel tempo, resta basilare il patto Reagan – Giovanni Paolo II, che implicava la lotta alle Comunità di Base ed alla Teologia della liberazione in America Latina, gli aiuti a Solidarnosh in Europa per la caduta del marxismo. ( Ricordo che la politica odierna di Peter Thiel e del suo protetto vice presidente americano J.D.Vance è Reganiana). Il patto siglava una politica di “pace attraverso la forza” e il suo forte anticomunismo, contribuiva a creare un clima di tensione con l’Unione Sovietica. Nel 1981 la preoccupazione di Wojtyla davanti alle “ dimissioni “ di Padre Arrupe erano chiare: non voleva una congregazione generale perché temeva che, dimessosi Arrupe, venisse eletto quale preposito generale uno dei due assistenti generali: lo statunitense Vincent T. O’Keefe o il francese Jean-Yves Calvez, di tendenza progressista, che già durante la XXXII congregazione generale del 1974, regnante Paolo VI, fece fibrillare, e non poco, le relazioni interne all’ordine quanto i rapporti con la Santa Sede. Ma precisamente il 13 maggio 1981 mentre Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro veniva ferito dai colpi di pistola del terrorista Ali Ağca, nello stesso momento, in una clinica di Roma, padre Pedro Arrupe, allora Superiore Generale della Compagnia del Gesù, il Papa Nero, veniva ricoverato per un ictus che lo avrebbe allontanato dalla guida dell’ordine. Due uomini, due visioni, due corpi segnati nello stesso giorno: da una parte il pontefice polacco, figura fortemente spirituale ma anche politica, dall’altra il gesuita basco, innovatore e sostenitore della “fede che fa giustizia”. Quel 13 maggio simbolicamente è il punto d’incontro e di scontro tra due anime della Chiesa, quella più legata alla trascendenza e quella immersa nel mondo. Nel 2007 fu Papa Benedetto XVI, attraverso il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, a pensare di portare avanti ciò che Woityla non aveva compiuto. Fu mandato l’Arcivescovo di Buenos Aires a trattare il complesso nodo che si era formato tra il Vaticano e la Compagnia del Gesu’, Jorge Mario Bergoglio, colui che diventerà Papa Francesco nel 2013 con le dimissioni di Benedetto XVI. Bergoglio, dalla salita al Soglio Pontificio ha sempre criticato il modello di economia di mercato dominante negli Stati Uniti.

Il conclave che si apre in questo maggio 2025, porta con sé un lascito diviso e in una situazione geopoliticamente complessa, intrecci che emergono attraverso la Russia, la Cina e l’Africa. La Russia, isolata dall’Occidente, apre una nuova rotta verso il continente africano. Accordi economici e militari con la Nigeria si stanno consolidando, mentre in Libia il generale Khalifa Haftar torna protagonista, stretto alleato del Cremlino e pronto a sfruttare il caos istituzionale per guadagnare terreno. L’obiettivo è chiaro: creare un’area di influenza russa nel Mediterraneo centrale e nella regione subsahariana, saltando i canali euro-atlantici e rafforzando legami con potenze emergenti e Stati fragili.

Le cordate cardinalizie si stanno già muovendo: c’è chi punta a un ritorno dell’“ordine” dottrinale e chi invece cerca di preservare l’“ospedale da campo” bergogliano. Ma al di là delle mura leonine, i governi guardano con attenzione. Perché un Papa può influenzare i rapporti internazionali, i flussi migratori, i processi di pace. In un mondo instabile, il nuovo pontefice sarà inevitabilmente un attore geopolitico.