“Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”. Un cuore sacro si slancia verso l’universo intero. Filippo Bruno veste l’abito domenicano a Napoli a soli diciassette anni prendendo il nome di Giordano. Sacerdote nel 1572, dottore in teologia tre anni dopo, animato da un’insaziabile passione per lo studio, diviene in breve tempo uno dei più brillanti intellettuali d’Europa. Il suo e’ un continuo muoversi attraverso le più prestigiose università, insegna ad Oxford, continua a studiare l’arte della memoria, le tecniche mnemoniche tramandate dalla dea greca Mnemosine madre delle Muse che proteggono l’arte e la storia. La dea memoriae dona ai saggi la capacità di tramandare il passato, conferisce una forma di immortalità agli uomini elevando una delle più misteriose funzioni umane. Bruno è probabilmente influenzato dalla lettura del trattato “ Phoenix sive artificiosa memoria” , scritto nel 1491 da Pietro Tomai, conosciuto come Pietro il Ravennate. Ma è nel De Oratore che Cicerone racconta la leggenda di Simonide di Ceo l’inventore dell’arte della memoria

Simonide, sfuggito miracolosamente al crollo di una sala in cui si trovava a banchettare con altri invitati, seppe identificare i corpi dei vari commensali, resi irriconoscibili dalle ferite, ricordandosi del posto che occupavano a tavola. Da questo evento Simonide ricavò l’importanza dell’ordine e delle immagini per la memoria. Cicerone spiega che le impressioni trasmesse dai nostri sensi rimangono scolpite nella nostra mente e che di tutti i sensi il più acuto è quello della vista. Per cui dedusse che la memoria riesce a conservare il possesso di quanto si ascolta o si pensa quando le sensazioni entrano nel cervello con l’aiuto della vista. In questo modo la rappresentazione con immagini e simboli concretizza le cose astratte ed invisibili con tanta efficacia, che riusciamo quasi a vedere realmente attraverso immagini concrete quel che non siamo capaci di percepire col pensiero. E’ L’Amore per la verità che porterà Giordano Bruno inevitabilmente in contrasto con la cultura dogmatica del tempo, un’atmosfera oscurantista e retriva di cui saranno vittime, decenni dopo grandi scienziati come Galileo Galilei. Se un tempo precedente, nell’epoca medioevale erano i goliardi a portare avanti la tradizione dello spirito che anima le comunità di coloro che necessitano dello studio accompagnato dal voler andare oltre la conoscenza dogmatica, ad evidenziare l’essere umano che è in continua ricerca della sapienza, dell’ironia, del piacere della compagnia e dell’avventura, alla metà del 1500 vede in Giordano Bruno, giovane domenicano la stessa irrequietezza. Dentro di sé l’eroico furore dei vaganti di notte, dei posseduti da Dioniso, degli iniziati che, avviluppati in una danza a spirale, attraversano i secoli, portando fardelli inutili e pesanti appartenenti agli esseri umani.
Giordano Bruno sosteneva la “filosofia nova” che rimuove ogni superstizione, che si riconnette alla suprema visione della “ Divina Bontade” nel creato che non è separato dall’Altissimo, perché vede l’impronta di Dio.

La filosofia di Giordano Bruno si apre ai sensi, accontenta lo Spirito, magnifica l’intelletto e porta l’uomo alla vera beatitudine, lo fa godere del momento presente senza più temere, avere paura di dover sperare nelle aspettative illusorie del futuro.
Non è vero che Dio e’ isolato dal mondo, che il cielo lo sia dalla terra, che l’universo sia finito e che la terra ne sia al centro, ferma, immobile. Non è vero che l’uomo sia impossibilitato a raggiungere, senza mediazioni, il pensiero divino. Il mondo è un universo abitato da infiniti mondi e Dio è principio unificante e ordinante, e’ Anima Mundi, che si identifica ineluttabilmente nella bellezza dell’universo, nella sua natura mai esausta della divina creazione. Dio e l’universo sono accomunati nell’unità della Vita, sono intrecciati e la scienza di oggi, dopo più di 500 anni ci dimostrerà “ l’entanglement” l’ intreccio già percepito da Bruno che descriverà in “ De l’Infinito, universo e mondi” ( Londra 1584) con il quale chiuderà i dialoghi cosmologici intrapresi “con la cena delle ceneri e proseguiti con “De la causa , principio et uno”.

L’infinito non si lascia imprigionare , irretire, non è fisso, né immutabile, sfonda ogni limite e le vicissitudini della vita si rinnovano continuamente . Seppure la morte dissolve tutto perché invecchia la materia, il desiderio della vita resta sempre animato. La rivoluzione di Giordano Bruno non solo toglie la terra dal centro dell’universo, ma compie un pensiero completamente nuovo. l’Infinito non ammette nessun centro, nessun confine, l’infinito e’ dentro ogni individuo, che ne è potenza, un fascio di energie di vita che vengono accese dal concetto di Amore. L’infinito di Giordano Bruno esiste ed è nell’individuo consapevole, presente a sé stesso, il punto effettivo dal quale parte ogni cosa, penetra nell’atto della nascita, diviene creazione della vita e si anima di una straordinaria energia. Quid tum? Si domando’ l’Alberti, che cosa possiamo vedere realmente? L’essere umano può vedere solo l’ombra e mai il vero in sé. E’ lo stesso ‘occhio della mente’ che resterà sempre connesso a quello dei cinque sensi: “ Oculus in Carcere Tenebrarum” L’occhio nella prigione dell’oscurità, lo definirà Giordano Bruno, forse il mito platonico della caverna e il sole accecante, quel concetto che corrisponde al coraggio dell’idea del Bene. Quid Tum ? che vedi dunque a quale realtà può rivolgersi la tua luce? L’occhio umano è vero non riesce a vedere tutto, ma l’Amore finalmente si.

Giordano Bruno, ha ridato la vista ai ciechi e la lingua ai muti che non sapevano, non comprendevano, riesce in pratica a liberare la nostra ragione dalle ombre e dalle catene.
L’infinito è in primo luogo amore desiderante, libertà da ogni vincolo, relazione indissolubile, sintonia che non perde mai il contatto con la vita.
Negli Eroici furori Giordano Bruno si riconnette al Cantico dei Cantici della Sacra Bibbia, per esprimere la sovrabbondanza del principio divino. Ed è in questo preciso concetto che ritroviamo i “ Clerici Vaganti” che avevano dentro di sé il furore eroico che li animava del desiderio irrefrenabile di conoscere. Qui vi è la disposizione del soggetto che vuole apprendere la conoscenza divina, che tende disperatamente alla comprensione dell’infinito per ritrovarlo dentro di sé. Perciò, se la divinità vuole essere cercata, non può giungere ad altri, se non a coloro che la cercano, e non può essere dono spontaneo e gratuito, ma il risultato di un incontro che si concede soltanto a chi ha l’energia della sacralità della ricerca. Allo stesso tempo l’amore eroico è anche un tormento, perché istintivamente esce dall’attimo presente ed entra nell’assenza dell’illusione del futuro.
Giordano Bruno nell’estate del 1591 ricevette due lettere dal nobile veneto Giovanni Mocenigo, con l’invito a recarsi a Venezia perché gli insegnasse l’arte della memoria. L’anno successivo si recò ad insegnare all’Università’ di Padova, dove nell’autunno tenne delle lezioni di natura geometrico matematica a degli studenti tedeschi che frequentavano le sue lezioni e il cui testo sarà pubblicato con i titoli di “Praelectiones geometricae “ e “Ars deformationum”, ma pubblicate solo 500 anni dopo, nel ventesimo secolo, precisamente nel 1964.
Nel marzo del 1592 Giordano si trasferisce definitivamente nella dimora veneziana di Giovanni Mocenigo, che arso dall’invidia di non riuscire ad ottenere una memoria come quella di Bruno, durante la notte del 22 maggio lo farà rinchiudere in una stanza della casa e il giorno successivo lo denuncerà all’Inquisizione per eresia. Il cardinale Bellarmino, futuro protagonista del processo contro Galileo Galilei, cercò in tutti i modi di salvare la vita a Giordano, cercando di farlo abiurare.

Giordano Bruno sceglierà la morte e riuscirà nello stesso tempo a capovolgere il rapporto con gli inquisitori, ergendosi a giudice e riducendo la Congregazione al ruolo di imputato davanti al tribunale della verità.