Margherita Sarfatti la donna che creò Mussolini e che fu “ lucida in tutto fuorché in amore”. Elena Tempestini

Margherita Grassini Sarfatti 

L’anno 1922 era passato con un susseguirsi di violenti scontri contro sedi e iscritti di partiti e sindacati di sinistra, in un contesto democratico compromesso da governi definiti deboli, senza una visione futura. Il caos si stava avvicinando sempre di più al malcontento del popolo italiano. Il Governo di Luigi Facta, monitorava la situazione ma non aveva compreso la gravità: un telegramma rassicurava il re: «Maestà, la presunta marcia su Roma è tramontata». Con queste parole si liquidava un “ problema” come se fosse fallito o addirittura mai avvenuto. Invece era l’evento che avrebbe dato inizio alla demolizione delle istituzioni democratiche. L’obiettivo di Mussolini era estromettere il Presidente del Consiglio  per ottenere la guida del Paese, riuscendo a  forzare la mano al re, Vittorio Emanuele III, che avrebbe dovuto decidere, durante lo svolgimento della manifestazione eversiva, se cedere alle pressioni dei fascisti e incaricare Mussolini di formare un nuovo governo oppure dichiarare lo stato d’assedio, rischiando la guerra civile.

Un giovane Mussolini

Era un ottobre piovoso quello del 1922, Luigi Facta, Presidente del Consiglio dei Ministri, piemontese di Pinerolo, Giolittiano membro del Partito Liberale, rimase in carica fino al 27 ottobre, quando venuto a conoscenza della marcia su Roma, e indeciso sul da farsi, propose al re di promulgare lo stato d’assedio, ma non ottenendo la firma del sovrano il giorno dopo rassegnò le sue dimissioni sciogliendo il governo. Vittorio Emanuele III fece telegrafare subito a Mussolini, che si trovava a Milano, di recarsi immediatamente a Roma per formare il nuovo governo. La notizia prese alla sprovvista Mussolini, ciò che desiderava era divenuta realtà:

Marcia su Roma

“State calmi, state calmi”, fu la raccomandazione che Mussolini  ripeté più volte ai suoi fedeli eccitati». L’episodio è estremamente rivelatore delle preoccupazioni che dominavano l’animo del duce, molto incerto se dare o meno corso alla conquista del potere attraverso un colpo di mano che assomigliava molto alla rivoluzione di Ottobre russa del 1917. 

«O marci o crepi. Ma so che marcerai» gli disse Margherita Sarfatti. Fu nella villa della sua compagna che venne programmata la marcia su Roma. E sarà sempre la Sarfatti a pagare personalmente il biglietto del vagone letto che, la notte de 30 ottobre del 1922, portò Mussolini a Roma per ricevere dal re l’incarico di formare il nuovo governo.

La mentalità di Mussolini era quella di un uomo politico abituato agli intrighi di potere dei primi anni del XX secolo, non gli apparteneva una visione più ampia, era convinto di poter ereditare dalla vecchia classe liberale i  consensi come dei frutti maturi che cadono dall’albero. Aveva il timore di uno spargimento di sangue, e non era sicuro che la Marcia su Roma fosse un evento risolutore della crisi che attanagliava l’Italia . C’era il timore che un gesto di forza potesse generare una nuova fiamma verso una guerra civile. Ma c’era anche il lato oscuro di un uomo che bramava il potere, che voleva emergere e comandare, peccato che al tempo stesso viveva il timore di ottenerlo. La vittoria, la paura di vincere la supero’ grazie ad una donna: Margherita Sarfatti. 

Margherita Grassini Sarfatti, era nata ricca, libera, bella e visionaria verso una Italia tutta da costruire. Incontro’ Benito Mussolini e se ne innamorò. Ma non solo dell’uomo, ma della luce, dell’anima e del carisma che lei vedeva e le toccava il cuore. Donna intellettuale mitteleuropea, figura femminile intrigante, di una intelligenza arguta, libera e di elevata socialità, era innamorata persa di quell’uomo all’apparenza insignificante, burbero, grezzo anche nel parlare, un uomo tutto da costruire se voleva divenire un condottiero politico. Margherita era in grado di garantire; a colui che si presentava con i polsini delle camicie lise, che non conosceva le buone maniere, che non sapeva relazionarsi e stare composto a tavola, che non conosceva le lingue, intrigante, donnaiolo e bugiardo, con un Ego spropositato, tutto l’appoggio che poteva servire, sia nell’alta finanza fornendo i soldi necessari per il giornale l’Avanti, sia il denaro per fondare un nuovo giornale, il Popolo d’Italia. Margherita Sarfatti mise a disposizione della causa politica e di Mussolini la sua solida immagine di storica dell’arte, una figura rassicurante nella presentazione all’estero del duce negli ambienti delle élite culturali. Donna di fede ebraica, per sostenere l’uomo che amava intensamente, volle adeguarsi a lui e alle sue idee, diventando, con un gesto estremamente riservato, cristiana. Episodio riportato nelle pagine dell’ inedito “ My Fault” , una raccolta di scritti mai pubblicati, delle riflessioni personali della Sarfatti sull’uomo che l’ha affiancata per molto tempo, e non solo come compagna e amante, ma in qualità di amica, collega, consigliera e anche quel molto di più che Mussolini le avrebbe dovuto riconoscere per onestà intellettuale.

Sempre in bilico tra l’ebraismo di nascita e il cristianesimo, in verità, un po’ papista lo era stata anche per ragioni familiari. A Venezia  suo padre, Laudadio Grassini, era stato molto vicino al patriarca Giuseppe Sarto, futuro Pio X. Margherita è una giovane molto dotata, ha una solida formazione intellettuale, e’ seguita da insegnanti valevoli in un ambiente gremito di letterati, tra cui Gabriele D’Annunzio e i Fogazzaro, dei quali, Antonio, sarà colui che la avvicinerà al cristianesimo. Tuttavia, anche dopo la conversione, vissuta come fatto adogmatico e liberale, la Sarfatti rimase sempre vicina al suo credo dottrinale e culturale ebraico. 

Ma i mesi che precedettero la Marcia su Roma erano intrisi di tanta cecità che leggere i fatti oggi, lascia interdetti. All’indomani dell’adunata dei fascisti a Napoli, il 24 ottobre 1922, ci fu la prova generale di quanto sarebbe avvenuto  poche ore dopo a Roma, il foglio comunista L’Ordine Nuovo fondato da Gramsci  minimizzava e sbeffeggiava : “Dopo la carnevalata napoletana, avvenuta nel paese di Pulcinella, è ormai evidente che il fascismo è in via di disgregazione”. “Tanto è solo una lite tra borghesi, a noi non interessa”, confermavano i capi del socialismo massimalista e del comunismo partendo per Mosca verso la III Internazionale.

E la miopia non si diradò nemmeno due anni dopo, con l’assassinio di Giacomo Matteotti, se Gramsci ancora diceva al Partito Comunista che “il fascismo è un cadavere che aspetta solo di essere seppellito”, Filippo Turati rassicurava la compagna Anna Kuliscioff; “ tranquilla, ormai il fascismo è un impiccato che si mantiene per la stessa corda che lo impicca”

«Insomma, possiamo sbilanciarci e dire che i primi complici della Marcia su Roma e delle tragedie che ne seguirono furono proprio coloro che sottovalutarono gli eventi, gli antifascisti». «Il re Vittorio Emanuele III non fu da meno, anzi, più incosciente di un’intera classe politica che, deridendo e gettando in farsa ciò che farsa non era, aprì la porta al Fascismo. Tutti convinti che il movimento armato si sarebbe esaurito da solo».
Non fu una marcia su Roma ma una marcia sul potere, che gli fu ceduto. Si dice che fu un compromesso ma così è difficile crederlo perché in un compromesso avviene uno scambio, e la domanda è: Mussolini in cambio del potere cosa diede? 

Il dramma che ogni secolo mette in evidenza è, che quando non si ha il coraggio di capire in cosa si sta sbagliando si ridicolizza l’avversario che vince». Fu una sottovalutazione grave, avviata da tempo e conclamata  il 28 ottobre del 1922. La distruzione definitiva del regime liberal-democratico, sottovalutata anche da parte delle menti più illuminate come quella di Benedetto Croce non teneva in conto di una cecità prospettica, non veniva considerata la fragilità del liberalismo nella storia d’Italia. Eucardio Momigliano, storico, scrisse: “se la persecuzione degli ebrei nei paesi d’Europa dominati dai tedeschi suscita raccapriccio per la sua crudeltà, quella che le gerarchie fasciste hanno creduto di applicare in Italia è più spregevole perché insincera“.

Ma anche Margherita Sarfatti, la grande intellettuale, la donna che amo’ e creò Mussolini, colei che aveva creduto in un mondo migliore, fu allontanata, abbandonata e dimenticata dalla società italiana per molti decenni. Alla metà degli anni trenta il Duce aveva un potere politico immenso, da Margherita aveva ottenuto tutto ciò che gli serviva: amore, dedizione, soldi e potere, adesso non era più gradita a Palazzo Venezia e poteva essere sostituita. La Sarfatti nel 1938 si allontanò dall’Italia ed uscì dai riflettori della vita e della storia della quale fu protagonista durante il ventennio fascista italiano.

Nel 1955, Margherita Sarfatti diede alle stampe una autobiografia dal titolo “Acqua Passata”, ma nel quale  il rapporto con Mussolini e’ quasi ignorato. Resta invece inedito per lungo tempo, il primo manoscritto delle sue memorie titolate, “ My Fault, Mussolini as knew him”:  “ Colpa mia”. Mussolini come lo conobbi io “ che fu pubblicato solo post mortem. Una donna visionaria, una donna del futuro, colei che ebbe il coraggio di essere donna e di saper costruire il potere nell’Italia fascista e che ammetterà di essere stata “ Lucida in tutto fuorché in amore”. 

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