
Articolo pubblicato su Abstracta n° 1 (gennaio 1986)
Foto Elena Tempestini 2023

Il sottoscritto, da giovane, ha effettuato numerosissime scalate nelle Dolomiti — arrivando talvolta ai “gradi” considerati allora, rispettivamente, 5° e 6° (il “sesto grado” segnava in quel tempo il limite delle possibilità umane). Ricordo benissimo alcune di quelle che il grande psicologo americano Abraham H. Maslow ha chiamato peak experiences (“esperienze di vetta”), volendo indicare con tale espressione non già, o non soltanto, ciò che si può provare al termine di una difficile scalata, ma certe sensazioni, che si potrebbero anche chiamare “estatiche”, sperimentate in qualche specifica occasione della vita, come è capitato ad alcuni anche all’improvviso, anche al di fuori di una qualche eccezionale congiuntura o stimolazione. Uno studioso americano, Richard M. Bucke, ha coniato in proposito l’espressione cosmìc consciousness (“coscienza cosmica”). Si tratta infatti di una sorta di “dilatazione” della coscienza: di ciò che, al limite, certi santi o certi iniziati hanno cercato di esprimere, affermando di avere superato — sia pure per poco tempo — la consueta distinzione fra “io” e “non io”, e di essere — metaforicamente ma efficacemente parlando — “saliti in cielo”.

Fra i miei ricordi di alpinismo, c’è per esempio quello di una “perfetta” ascensione lungo la “perfetta” verticale dello spigolo della Torre Delago, la prima a sinistra per chi guarda le tre Torri del Vajolet dalla Val di Fassa. Ricordo che spinto da un vivo desiderio di provocare nuovamente una certa esperienza, attinsi la vetta due volte nello stesso giorno, salendo per due vie diverse (una la mattina, una nel pomeriggio) la vetta del Castelletto di Vallesinella inferiore, nelle Dolomiti del Brenta; scalai la “Piccolissima” delle Tre Cime di Lavaredo procedendo in salita per la via Preuss, e in discesa per la via Dülfer (gli esperti di storia dell’alpinismo ben sanno di quali imprese furono protagonisti questi due grandi pionieri), con una indimenticabile “esperienza di vetta” appena giunsi sulla cima. Debbo dire tuttavia che ebbi in quel tempo un “maestro” eccezionale, considerato allora una specie di scalatore-prodigio: Emilio Comici. Questi era, al pari di Messner, un uomo normalissimo, che tuttavia aveva, a sua volta, momenti “sublimi” in montagna, tanto che potè scalare da solo, qualche anno prima della guerra ’39-45, la formidabile parete Nord della Cima Grande delle Lavaredo, impiegando nell’ascensione poco più di quattro ore. Quando gli chiesi se avrebbe potuto rifare quell’impresa, mi rispose: «Non credo. Quel giorno, ero in stato di grazia. Alcuni alpinisti tedeschi, giunti in vetta per la via normale, non si capacitavano che non avessi avuto almeno un compagno di cordata, e seguitavano a guardare giù per la parete, in cerca di un “altro” inesistente!». Scrisse letteralmente Comici: «Tutte le volte che comincio ad arrampicare, avviene in me una trasformazione… Una forza sconosciuta [sic] entra nel mio sangue, e, più arrampico, più forte mi sento».

Probabilmente sono ormai poche le persone che confondono l’alpinismo con il semplice escursionismo, o che vedono “l’amore dei panorami” come vera e unica motivazione di ciò che spinge un alpinista ad agire. Da parecchi anni, ormai, anche il grande pubblico ha potuto rendersi conto delle quasi sovrumane prestazioni che hanno caratterizzato certe imprese alpinistiche, e qualcuno ha cominciato a chiedersi se avessero proprio ragione quei razionalisti che riducevano l’alpinismo a una semplice manifestazione sublimativa di cariche nevrotiche (W. Reich), o all’ostinato bisogno di “sfidare” e vincere una natura indifferente od ostile.

A me sembra che, se in qualche caso potrebbero essere valide tali interpretazioni, esse non siano comunque “generalizzabili” per almeno tre motivi: in primo luogo, perché rimane sempre aperto il problema relativo alla “scelta” di un dato comportamento più o meno nevrotico (si può “sfidare” la realtà esterna in mille modi diversi) ; in secondo luogo perché gli stessi meccanismi della “sublimazione” sono ancora molto enigmatici; e in terzo luogo, perché non è più consentito, ormai, di “ridurre” a processi psicologici elementari, come se si trattasse di manifestazioni nevrotiche, o nevrotico-simili, ogni e qualsiasi attività umana — compresa la creatività poetica, o quella musicale. Già Freud confessava l’impossibilità, per la psico-analisi, di “spiegare” il genio creativo: ma si direbbe che molti psicoanalisti non abbiano ben recepito il suo ammonimento.

Come si potrebbe, per esempio, considerare “espressione sublimativa di conflitti nevrotici inconsci” l’attività di un Reynhold Messner, nel quale molti giustamente vedono il più grande alpinista di tutti i tempi, notissimo per avere al suo attivo varie ascensioni oltre gli 8000 metri, e per avere scalato da solo, nel 1980, l’Everest, ossia la più alta montagna del mondo? Chi conosce Messner sa che si tratta di un uomo perfettamente sano di mente e di corpo, dotato di un eccellente senso pratico, e dalla vita sentimentale felice. Tutto ciò non impedisce a Messner di percepire chiaramente le “elevazioni” che si possono sperimentare in certe prestazioni alpinistiche: i loro aspetti spirituali ed ascetici, il non raro verificarsi, in esse, di fenomeni oggi studiati dalla parapsicologia. «L’alpinismo è una via naturale verso altri stadi, e, al limite, verso l’uomo» — ha scritto Messner. Naturalmente, i livelli variano. Non tutti coloro che fanno dell’alpinismo potrebbero certo, per esempio, esprimersi come segue: «… Si vivono momenti che io chiamo “rotondi”, di una sensazione che va oltre la gioia, che prende tutto l’uomo, il cervello, gli occhi, il corpo… Qualche volta in vetta, oppure mentre si sale, oppure mentre si è accoccolati per una sosta. Ti sembra di cadere, di fluttuare nell’aria. Sensazioni indescrivibili, come è indescrivibile quello che si prova nell’atto d’amore». E ancora: «Quando sono andato solo sull’Everest sono arrivato al limite delle mie possibilità. L’ultimo giorno di salita è stato il punto più difficile della mia vita. Li sono arrivato al punto estremo … Lì ho arrampicato nell’infinito».
Messner non nasconde di avere avuto, durante certe ascensioni, esperienze “paranormali” — come il “comunicare” solo mentalmente, ma a lungo e con precisione, con il suo compagno di cordata; o percepire più volte la “presenza invisibile” di qualcuno, e particolarmente di un suo fratello, morto sul Nanga Parbat; o il “riconoscere”, senza tema di errore, il punto esatto dell’Everest dove scomparve, nel 1924, l’alpinista inglese Leigh Mallory. «L’ho sentito, l’ho visto, gli ho parlato», scrive Messner. Era una semplice allucinazione?! Da molti anni il celebre alpinista arrampica a quote estreme, senza maschera di ossigeno. «Ho avuto spesso» — scrive — «esperienze strane… Nel 70 sul Nanga Parbat sono caduto per qualche metro sulla neve. Mi vedevo rotolare come dall’esterno e non potevo far nulla per fermare quel corpo che rotolava… Ero al di fuori del tempo». Forse qualche psichiatra potrà pensare a quelle esperienze che nell’ambito della psicologia medica si chiamano di “depersonalizzazione”… Ma Messner non ha paura (lo ha detto a un giornalista che lo intervistava) degli eventuali giudizi degli psichiatri, e sorride quando gli dicono che qualcuno è incline a considerarlo pazzo. «Noi, uomini dell’Occidente, abbiamo paura di parlare con noi stessi», di pensare in termini «di un’altra dimensione, di un altro modo di essere». Della morte ha detto: «Non è un problema. La morte è parte di me stesso. Io ho lavorato molto su questo tema e ho avuto la possibilità, la sfortuna, la fortuna, non so, non c’è parola giusta, di essere già una volta “morto”, cioè di aver vissuto la situazione e di sentire “Adesso non m’importa più se muoio, devo morire”. La morte non è sempre presente nel mio cervello, però è parte di me. Detto in parole molto severe: “Io stesso sono la mia morte” ». Ma più oltre: «È importante accettare la amare di più la vita». Io non so se Messner abbia mai letto testi tradizionali, o se abbia ricevuto insegnamenti esoterici particolari. Non proprio, e perciò mi sembra tanto più notevole il fatto che egli abbia — tanto semplicemente ed efficacemente — accennato a quella che in parecchie tradizioni viene chiamata “morte iniziatica”. Questa è un’esperienza per la quale è tenuto a passare chi voglia affrontare la fine della vita con impavida serenità, e sapendo ciò che lo attende. In antico, la “morte iniziatica” veniva realizzata mediante pratiche durissime e pericolose. Oggi, si ricorre a mezzi alquanto più blandi (ma non troppo). Qualcuno però sperimenta la “morte iniziatica” senza averla consapevolmente programmata. Ciò può avvenire attraverso un certo tipo di alpinismo come attraverso altre vicende al confine tra la vita e la morte. Io credo che Messner abbia provato e superato l’esperienza della “morte iniziatica” con le sue arditissime ascensioni, facendo proprie le loro possibilità di “utilizzazione” e di arricchimento in senso ascetico e spirituale.
Dall’Olimpo al Sinai o all’Himalaya, gli uomini hanno sempre pensato alle alte vette montane come “sedi” di divinità, e teatri di esperienze spirituali. Aveva dunque ben ragione il francese Sonnier quando scriveva che la montagna «ha una singolare virtù: quella di liberare la verità degli esseri». E l’essenziale “verità” dell’uomo non è forse, esotericamente parlando, la sua “scintilla” immortale, il “dio profondo” che è in lui?
