Ostriche e perle: antica preziosità regale dell’eterno femminino. La rugiada fattasi pietra preziosa.

Il consumo alimentare di ostriche risale agli albori dell’umanità, e l’ostrica è uno dei primi alimenti consumati dalla specie umana. Scavi archeologici lo testimoniano nel bacino del Mar Mediterraneo, il geografo e storico Strabone ne parla nei suoi scritti, a Pompei sono state rinvenute le conchiglie negli scavi, Cicerone e Varrone le citano. Fu poi nella Roma Imperiale di Nerone che consumare ostriche divenne una vera e propria “moda”, tanto che da piatto povero divenne un alimento riservato ai ceti sociali più facoltosi.

La cosa più curiosa è che le cronache del tempo, tramandate anche da Plinio il Vecchio, raccontano di navi provenienti dalla Britannia piene di ostriche, ma diverse da quelle che si potevano raccogliere lungo le coste italiane, la curiosità continua: come potevano giungere fresche a Roma con un viaggio fino dalla Manica? Probabilmente esistendo già il commercio del ghiaccio, le ostriche venivano messe nelle giare, le antiche anfore romane, ricoperte di acqua di mare e uno strato di ghiaccio.

Per la nascita delle perle, Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale racconta: “Quando la stagione della fecondità stimola le ostriche, dicono che, aprendosi con un certo movimento della bocca, si riempiano di un elemento fecondante e rugiadoso; poi gravide partoriscono, e il parto delle conchiglie sono le perle, di vario tipo secondo la qualità della rugiada che hanno ricevuto: se vi è affluita pura, cade sotto gli occhi il candore della perla; se invece la rugiada è impura, anche il feto diventa sporco; la medesima perla è di color pallido se viene concepita quando il cielo è minaccioso. Certamente dipendono dal cielo ed hanno maggiori relazioni con il cielo che con il mare: di là traggono il colorito scuro o il colorito limpido, in rapporto alla chiarezza mattutina”.

Delle ostriche ci racconta anche Claudio Eliano, scrittore romano ma di lingua greca, che nel II secolo d.C. scrisse diciassette libri “Sulla natura degli animali”, libri che attingevano agli antichi racconti e a Plinio il Vecchio. Dell’ostrica è descritta la nascita delle perle che affiorando alla superficie del mare e grazie a “lampi che riversano i loro bagliori sulle valve aperte” ( libro X) e fecondate dalla rugiada notturna danno alla luce la perla. Grazie al lampo fecondante e penetrante di natura maschile e proveniente dal cielo, trova l’accogliente conchiglia, componente femminile, ricordata dalla forma rotondeggiante che evoca la perfezione nella geometria sacra ed emblema dell’Eterno Femminino. Gaio Lucilio, poeta latino del II secolo a.C., autore delle Saturae, scrive “luna alit ostrea”, “la luna nutre le ostriche”.

L’ostrica si apre dando vita alla perla, la quale assume dentro di se’, contemporaneamente le energie di due elementi basilari, il Fuoco e l’Acqua. La perla preziosa e lucente, era sospesa nell’Arca ad illuminare Noe’.

Una vera e propria rugiada fattasi pietra preziosa.

Sarà per questo motivo prezioso che nel Vangelo secondo Matteo, Gesù dice “non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”? Ammonimento per non disperdere le energie con persone che non vi ascoltano, o che non sono in grado, oppure non vogliono comprendere. Come ammonisce Gesù, magari potrebbero anche attaccarvi e sbranarvi uccidendovi, in quanto vedono le cose in modo troppo diverso dal vostro.

Nei racconti di Ildegarda di Bingen, le perle sono preziose quali rimedi terapeutici, tanto da purificare l’acqua in superficie. Immergendo una perla, essa precipita verso il fondo, attirando e raccogliendo intorno a sé tutte le impurità. Tra i suoi rimedi medici, Ildegarda raccomandava di curare la febbre bevendo spesso l’acqua depurata con la perla, ed il mal di testa con perle riscaldate al sole e fasciate attorno alle tempie. Anche a Lorenzo il Magnifico morente furono somministrate perle tritate, forse per accertarsi se di veleno si fosse trattato. Se Ildegarda di Bingen conosceva bene i rimedi medici delle perle, in tutte le culture erano conosciute fin dall’antichità come un rimedio sicuro nei confronti dei veleni: dall’Arabia, dalla Mesopotamia, dalla Cina e dal Kashmir i mercanti vendevano a caro prezzo le perle ai medici più esperti.

«L’uomo è una goccia d’acqua attraversata dalle forme del mondo» ( Ildegarda di Bingen)

La perla quale frutto prezioso dell’unione di due elementi: l’acqua componente femminile, e il fuoco componente maschile.

Tutti noi abbiamo chiara davanti agli occhi l’immagine della Venere botticelliana che nasce da una grande conchiglia, e quella conchiglia sembra essere proprio il guscio di un’ostrica. Un’immagine di straordinaria bellezza, la dea Venere, è in piedi sopra la valva della conchiglia, pura e perfetta come una perla. L’accoglie una giovane donna, identificata talvolta con una delle Grazie oppure con l’Ora della primavera, che le porge un manto rosso come il fuoco, cosparso di fiori primaverili e di rose portate dai venti. La tela botticelliana ritrae Simonetta Vespucci, chiamata la Perla di Firenze, quale Venere principio fecondatore del mondo.

Nascita di Venere del Botticelli

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