Dalle antiche Grandi Madri, a Iside, da Plutarco a Lucrezio, da Raffaello, a Goethe. Di Elena Tempestini

Oggi è la festa della mamma, la vera festa di tutte coloro che donano amore alla vita, di chi genera armonia e bellezza, e di chi condivide parti di se… e non vive per se. Mamma, madre. Colei che non festeggiamo oggi come una “generatrice” biologica, ma colei che sa accogliere , colei che simboleggia con le mani il sostengo, colei che accoglie e si prende cura, fin dai primi giorni, dell’esistenza di un essere umano. Sono le mani che stringono e abbracciano la vita. La madre è accoglienza pura. Una antica “leggenda” avvalora tutto ciò:

Re Salomone e i bambini

Giudizio di Salomone è un affresco (120×105 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1508 e facente parte della decorazione della volta della Stanza della Segnatura nei Musei Vaticani.

Re Salomone, nel primo libro dei Re, rende ancora più chiaro quanto appena detto. Un giorno andarono dal re due donne che abitavano nella stessa dimora e che da poco erano diventate madri entrambe, si presentarono dinnanzi a lui e una disse che il figlio della ragazza che l’accompagnava era morto durante la notte perché questa vi si era addormentata sopra e che questa aveva posto su di lei, mentre dormiva, il figlio morto, prendendo invece quello vivo. L’altra donna replicò che non era vero, che il figlio morto non era dell’altra e che non vi era stato alcuno scambio. Allora il re ordinò di farsi portare una spada e disse che avrebbe tagliato a metà il figlio vivo e che avrebbe dato una parte all’una e un’altra parte all’altra. La madre del bambino si rivolse al re dicendo in lacrime di dare il bambino all’altra donna, mentre l’altra rispose che il bambino non doveva essere di nessuna delle due e doveva essere diviso a metà. Il re disse: “Date alla prima il bambino vivo. Questa è sua madre”.

Giovan Battista Tiepolo e il “Giudizio di Salomone”

È storicamente appurato che la gran parte dei culti devozionali legati alla Vergine Maria del mondo Cristiano delle origini, derivi in modo diretto o indiretto dalla venerazione della grande madre, fonte universale di vita e divinità, simboli dei miti cosmogonici, i miti della creazione. Miti presenti sopratutto negli Assiri, nei popoli mesopotamici, negli egizi con la dea Iside, metafora della notte che genera il giorno. La venerazione per queste divinità era talmente diffusa, da non interrompersi con l’avvento del cristianesimo, ma confluendo con diverse accezioni “nei culti Mariani”.

Iside la grande madre dell’antichità

Tutti noi viviamo in mezzo alla storia, alla leggenda, a racconti che si tramandano attraverso un albero genealogico. Siamo divisi dalla dualità umana, che si alterna tra misticismo e razionalità e che si contrappone in un itinerario fatto di date storiche, importanti reperti archeologici, dipinti e affreschi che ci raccontano e accertano la storia. La grande madre, Iside, diviene, soprattutto nel I secolo d.C., la Dea-Madre più onorata in tutto il bacino mediterraneo e il suo culto si afferma con forza nella grande Roma. Iside è la più importante dea egizia appartenente all’Enneade, le nove divinità alla base della nascita del mondo secondo la mitologia egiziana. Era la dea della luna e della terra, del ciclo della fertilità, della maternità. Spesso raffigurata mentre allatta il figlio Horus in braccio, una simbologia che richiama la Madonna con il bambino Gesù.

Iside e la Vergine Maria

Una memoria storica, a tratti sconosciuta ma le cui tracce sono disseminate tra strade, piazze, chiese e porte antiche che attraversano da secoli tutto il mondo.

Venere di Willendorf(Austria, circa XXII millennio a.C.)
Grande Dea Madre (Collezione Mainetti, New York)

Perché io sono colei che è prima e ultima
Io sono colei che è venerata e disprezzata,
Io sono colei che è prostituta e santa,
Io sono sposa e vergine,
Io sono madre e figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono donna sposata e nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono colei che consola dei dolori del parto.

Io sono sposa e sposo,
E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
Io sono Madre di mio padre,
Io sono sorella di mio marito,
Ed egli è il figlio che ho respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono colei che da Scandalo e colei che Santifica.

Inno a Iside
(Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto;
risalente al III-IV secolo a.C.)

Dopo secoli di questa fascinazione, testimoniata in Erodoto come in Platone e Pitagora, un sacerdote di Delfi, Plutarco, dedicò il suo “Iside e Osiride” a Clea, anch’essa sacerdotessa a Delfi, nel tempio di Iside. È questa la più importante fonte greca sulla religione egizia. La sua intenzione è mostrare come si interpreta un mito. E a tutt’oggi è difficile pensare un testo dedicato al mito che sappia introdurre così magistralmente. Plutarco vuole indicarci la concordanza fra la dottrina sacra che si cela nelle vicende di Iside e Osiride e quella che Platone aveva insegnato, nonché la concordanza di significati fra dèi greci ed egizi. Io sono colei che, è che è sempre stata e sempre sarà, e nessun mortale ha mai alzato il mio velo.” ( Plutarco dopo averla letta su una statua di Iside)

Kircher, il grande astronomo del seicento chiamava Isias” Isidis per le sue antiche associazioni con Venere. Iside era anche associata al pianeta Venere e ad Afrodite e condivideva titoli e identità anche con Ishtar, il cui pianeta sacro era appunto Venere.

La Grande Madre, o Triplice Dea, o Dea Trina. è la Dea Natura, colei che crea traendo le cose da se stessa, quindi in realtà non crea ma si trasforma nelle pietre della Terra, nei suoi mari e fiumi, negli uomini, negli animali, negli alberi e nelle piante. Lei è la formica del formicaio, e il lichene sul sasso e la ragnatela del ragno perchè anche il ragno è la trasformazione di se stessa, perchè lei trasformandosi crea nuove forme con nuove capacità.

Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei
e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo.
Di lei cantarono un tempo i dotti poeti di Grecia
che dal trono su un cocchio guidasse due leoni aggiogati,
significando così che l’immensa molte terrestre
è sospesa negli spazi dell’aria
e che la terra non può poggiare sulla terra.(
Lucretius, De Rerum Natura)

Anche la costellazione del Toro a volte era indicata con il nome di Iside perché le corna di vacca spesso comparivano in raffigurazioni della dea che simboleggiava così il suo ruolo di madre del toro sacro.

La morte e resurrezione di Osiride simboleggiava la promessa di vita eterna agli iniziati, come la morte e resurrezione di Cristo garantisce l’eternità ai cristiani. Iside che concepisce il Dio Horus quando Osiride è già morto, quindi una concezione immacolata, la Dea che schiaccia il Tartaro sotto ai suoi piedi, dai molti nomi e dai molteplici colori che segnano la sua veste, richiama molto della Vergine Maria, l’immacolata che schiaccia il serpente. Per le Grandi Madri Grandi il serpente, era simbolo di terra e materia e quindi di istinto, la materia che Iside unisce allo spirito ma che la Madonna divide.

Goethe, anche dopo aver letto Plutarco, facendo leva sulla sua sensibilità, seppe cogliere la piena portata dell’espressione “le Madri”, tanto che nella seconda parte del Faust scende nel regno delle Madri.

La Madonna Sistina di Raffaello, oggi esposta nelle Collezioni della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. Simboleggia un’immagine dell’anima umana che viene generata dall’universo spirituale. Quest’anima partorisce a sua volta ciò che di più sublime l’uomo è in grado di generare: la propria nascita spirituale.

È Mefisto che può dare a Faust la chiave di accesso per quel regno, non è in grado di entrare lui stesso nel luogo dove regnano le Madri. Mefisto è infatti lo spirito del materialismo: egli si avvicina all’uomo con le forze e i poteri dell’esistenza materiale. Il regno delle Madri per lui è il puro nulla. Faust invece, l’uomo spirituale, è colui che tende verso lo spirito e che sa rispondergli: “Nel tuo nulla io spero di trovare il mio tutto”. per Goethe che questo regno delle Madri è quello in cui deve entrare l’essere umano quando riesce a risvegliare le forze spirituali sopite nella sua anima. L’ingresso in questo regno avviene nel grande momento in cui gli si manifestano Esseri e realtà spirituali. Tutto ciò che è dato ai nostri sensi viene generato nel regno delle Madri, come il metallo dentro la montagna proviene dalla sua matrice. Goethe ebbe presentimento di questo regno misterioso che genera maternamente tutte le cose fisiche e terrene.

Nella seconda parte del Faust, Goethe entra nel Regno delle Grandi Madri

Ed è questo il motivo perché Goethe si rivolge all’anima umana definendola il femminile eterno. Essa ci trae in alto verso lo spirito universale del mondo. Alla fine della sua opera Faust, Goethe si pone ancora di fronte al grande enigma della Madonna. Dalle rappresentazioni più antiche è più semplici, per arrivare ad autori come Michelangelo e Raffaello, che forse senza avere la piena coscienza, erano in estasi davanti a un sentimento della profonda verità contenuta nel mistero della Madonna.

Non poteva mancare Dante, che della propria madre, Gabriella di Durante degli Abati, morta quando il poeta era molto piccolo, parlerà molto poco, ma il termine “mamma” lo farà comparire molte volte, fino al paradiso luogo in cui la figura simbolo della madre delle madri, la Vergine Maria, è celebrata. Ora è Beatrice la guida di Dante. Una volta giunti nei pressi dell’Empireo appare davanti a loro la figura della Madre di Cristo, circondata dagli Apostoli. L’arcangelo Gabriele innalza un inno di lode a Maria, imitato da tutti i beati. Dopodiché ella ascende all’Empireo e mentre ella si allontana verso l’alto, i santi, per manifestare tutto il loro affetto, si protendono, si allungano verso l’alto, verso di lei. Dante li paragona a dei bambini che cercano di raggiungere la propria mamma tendendo le braccia:


“E come fantolin che ‘nver’ la mamma
tende le braccia, poi che ‘l latte prese,
per l’animo che ‘nfin di fuor s’infiamma”

(Par. XXIII, 121-123).

Plutarco, mito e verità

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