Angelo Colocci: la bellezza del numero e le origini dello stato nazione. Elena Tempestini

Un personaggio esotico con un cappello da mago e il cosmo in mano sta in piedi al centro del bellissimo affresco della “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio nella Stanza della Segnatura vaticana. Vasari osservandolo pensò che Raffaello avesse dipinto Zoroastro. Invece è la figura di un grande Maestro, un umanista conosciuto come il Virgilio di Roma per la sua smisurata conoscenza: Angelo Colocci (Jesi 1474 – Roma 1549), Segretario Apostolico di Papa Giulio II e per trenta anni di Leone X, il Papa della famiglia Medici. Presidente dell’Accademia Romana, studioso di geografia, cosmologia e di corrispondenze micro-macrocosmiche, amico di Bramante, Raffaello e di Egidio da Viterbo. Traduttore di Vitruvio, studioso insieme a Pietro Bembo, personaggio centrale per la cultura, l’arte e il rinnovamento urbanistico della città di Roma, per la letteratura e la scienza nella prima metà del Cinquecento. Primo collezionista di antichità, studioso dell’antica metrologia, e a lui si deve l’identificazione della misura del piede romano, poi chiamato piede colocciano, bibliofilo, curatore di edizioni di poeti contemporanei, teorico della lingua volgare e pioniere degli studi romanzi, Colocci si è rivelato un figura decisiva in numerosi contesti disciplinari, al centro di una vastissima rete di contatti e di relazioni che sarebbero divenute nel tempo i fondamenti dello “stato nazione” moderno: l’impiego dell’heritage come veicolo di sovranità, la lingua e la formazione delle classi dirigenti. Angelo Colocci fu una figura intellettuale di grande vastità, un punto di riferimento per i grandi artisti che gravitavano alla corte papale, gli antiquari, i poeti, gli studiosi della lingua e i cultori della scienza e della cosmologia. Personaggio coltissimo e poliedrico, impartì a Raffaello la conoscenza. Il giovane pittore talentuoso, era completamente all’oscuro della lingua greca del latino, della cosmologia, della Teogonia e della Teologia. Grazie a Colocci trasse ispirazione per dare vita, forme e colori a uno dei suoi più grandi capolavori, la Stanza della Segnatura Vaticana.

Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

Nell’affresco della ‘Scuola di Atene’, Raffaello rappresentò tra le figure centrali l’umanista Colocci. È proprio lui nelle sembianze di un uomo barbuto con un cappello esotico e con la sfera del cosmo nella mano destra. Grazie a Colocci iniziò un contesto intellettuale, artistico e umano che contribuì a dare forma alla civiltà del Rinascimento: fu l’origine dello stato nazione. Arte, scienza, numero, geografia, lingua. Colocci ebbe un ruolo decisivo nell’evidenziare che il collezionismo di antichità era un potente strumento della sovranità. Non era collezionare per rappresentare la propria potenza, per mostrare il potere, era la grande capacità di influenzare i comportamenti “presenti” attraverso le storie e gli esempi virtuosi del passato. L’intelligenza di comprensione e attitudine di Angelo Colocci, fu quella di “dilatare il suo piccolo mondo“, tramite le biblioteche e i musei, luoghi concepiti per documentare i fondamenti, i principi e le strutture del sapere, esattamente come delle mappe cartografiche in scala. La vera difficoltà consisteva nel rappresentare anche le sfumature della realtà quotidiana. Praticamente la biblioteca e le collezioni divennero per Colocci uno strumento di lavoro, come sarebbe divenuto normale nel secondo Rinascime to. Angelo Colocci documentava le infinite diversità dei mondi fisici, geografici, antropologici, linguistici, cercandone le leggi regolative, cioè la numerazione. La ricerca per trovare una formula matematica da adattare universalmente alla conoscenza del mondo, dimostrare che l’ordinamento prevaleva sull’ornamento. Fu alla ricerca continua per identificare la misura standard “del piede romano”, il quale rappresentava l’unità di base del creato. Il mondo umano, fisico, storico, sacro, naturale e “sopraceleste” si fondavano sugli stessi principi numerici. Tutto poteva essere mescolato, dalla retorica ai principi dell’universo fisico: tutto poteva essere scomposto e ricomposto. Insieme all’amico Pietro Bembo, umanista, che affrontò per primo il tema della codificazione della lingua italiana, fornendo regole che trasformarono il toscano da dialetto in lingua: pensare alla Bellezza del numero matematico, derivandolo dalla poesia. Bembo e Colocci studiarono la Sestina lirica di Petrarca, celebrandone l’armonia, e trovarono che la prima rima corrispondeva alla sesta della stanza precedente, la seconda alla prima, la terza alla penultima, la quarta alla seconda, la quinta alla terzultima e l’ultima alla terza: numericamente erano 6-1-5-2-4-3. Una sequenza matematica che è stata collegata alla collocazione dei numeri sui dadi da gioco.

Stele funeraria degli Aebutii, raffiguranti gli strumenti utilizzati da Angelo Colocci per identificare la misura del “piede romano”, I secolo d.C.

E “ l’Arianna addormentata” ? La Statua, oggi esposta al Museo Archeologico di Firenze, che in origine si trovava nel giardino romano di Colocci, rappresentava il giardino dell’isola di Cythera descritto nel libro di Francesco Colonna, legato alla fonte di Venere come lo era alla ninfa dormiente. È la testimonianza di come ogni epoca abbia avuto canoni estetici propri, e che in qualche modo hanno accompagnato, mutato e codificato le arti, gli studi e gli stili di vita, ma capaci di sopravvivere dall’antichità fino a divenire un mito popolare, come possiamo riconoscerla nella “Bella addormentata” che ispirò Charles Perrault, i fratelli Grimm, e pure Walt Disney, per la famosa fiaba.

Arianna addormentata, Arte Romana del II secolo d.C. Gallerie degli Uffizi

Angelo Colocci si occupo’ della nascente lingua, essendo il padre della definizione con la quale noi oggi concepiamo il “dialetto”, parola tradotta da Colocci, dal greco parlare, conversare. La parola dialetto era apparsa nel 1502 nel primo dizionario italiano: il Calepino. Colocci pensava che vi potesse essere la coesistenza di una varietà di idiomi, una tassonomia, classificazione che è composta di espressioni idiomatiche e modi di dire non sempre trasferibili . Quindi la lingua non può vivere da sola ma in simbiosi con la società, che vi si specchia. L’antico “Ethnos” greco, la razza, il popolo si era conservata fin nel Rinascimento di Gemisto Pletone, il filosofo che voleva far rivivere il pensiero di Platone, con il quale Firenze, durante il Concilio del 1438 divenne la Capitale della Conoscenza. Dietro l’adozione di una lingua e dei suoi concetti, la società, anche la più moderna di oggi, si cela la vocazione per costruire una leadership mondiale. È la capacità della cultura e dell’educazione, garantire la tenuta di una comunità e di trasmetterla senza perdite e mutamenti lungo la linea Intergenerazionale.

Angelo Colocci, Segretario Apostolico di Papa Leone X

È l’Habitus, il comportamento di chi pratica la veracità, cioè la capacità di “stare al mondo “. L’obiettivo di integrarsi in una società armoniosa come quella cosmica dell’uomo “vitruviano”, una costrizione scenografica che ritroveremo nella “Scuola di Atene” di Raffaello, nel quale i personaggi si muovono con gesti codificati e interiorizzati, come dei “quadri viventi” di una rappresentazione teatrale della vita.

Angelo Colocci dipinto da Raffaello nella Scuola di Atene, con il globo nella mano

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